Archive for Giugno, 2012
Mangiatore errante nel Sud

Nel mio ultimo e intenso viaggio “rotolando” verso Sud, oltre a vini di qualità eccelsa, ho avuto come al solito occasione di frequentare tavole eccellenti. Al top la cucina strepitosa di mia cugina Fortunata a Cirò Marina: sua la frittata di bianchetti (senza uova!) che non ha paragoni. E poi la sua sardella, le sue minestre di pesce, gli insaccati e comunque soprattutto mare con pesci che pochi conoscono e meno ancora sanno cucinare come lei; oltretutto, vivendo dirimpetto al porto ha occasione di comprare pesce freschissimo e di prima qualità. Poi la cucina montanara di mio zio Vittorio: i suoi funghi sono una tradizione della mia famiglia, così come il pane e le patate silane.

Tra i locali pubblici, notevole l’Osteria I Spiazzi di Jesi: citata sulle migliori guide, offre una cucina di territorio e di stagione interessante per davvero: memorabili le fave, offerte in svariate preparazioni diverse. Al ristorante Rosina di Cupramontana ho mangiato magnifiche carni di coniglio e di piccione e un leggerissimo fritto misto alla marchigiana: le olive ascolane di queste parti hanno poco da spartire con quelle surgelate che ormai si trovano in tutta Italia e in quasi tutti i pessimi buffet. Infine, è un piacere citare l’agriturismo Cadabò di Montecarotto: posizione stupenda in mezzo alle migliori aziende di Verdicchio delle Marche, offre una cucina eccellente e una ventina di posti letto in ambienti arredati con gusto e semplicità. La cucina è di buon livello e a prezzi di assoluta convenienza. Rossano Landi è il titolare appassionato e sempre molto disponibile verso i suoi ospiti.

Non ho volutamente messo immagini delle orecchiette al pomodoro fresco, i polipi e le seppie alla griglia che ho mangiato da Tonino, sul Gargano: ne ho parlato già a sufficienza in diversi miei articoli su questo sito.

GoWine, Moscato Wine Festival

«Oggetto: MOSCATO WINE FESTIVAL – 12° edizione    
                           

 Invito al wine tasting. 
                           

 Torino, Hotel Principi di Piemonte – Venerdì 22 giugno 2012
           

L’associazione Go Wine, con la collaborazione del Consorzio di Tutela Asti docg, promuove a Torino la 12° edizione del Moscato Wine Festival (22-23 giugno 2012 Via Lagrange).
           

Nell’ambito del programma della manifestazione, e d’intesa con il Consorzio di Tutela, si è ritenuto di promuovere un wine tasting professionale e alla cieca che offra la possibilità a professionisti del settore e giornalisti di approfondire, stando a Torino, la conoscenza dell’ultima annata 2011 del Moscato d’Asti e dell’Asti Spumante.
           

Il wine tasting si svolgerà venerdì 22 giugno p.v. nelle eleganti sale dell’Hotel Principi di Piemonte di Via Gobetti, 15 con il seguente programma:–  dalle ore 9.30: accredito e inizio degustazione alla cieca presso il Salone delle Feste dell’Hotel Principi di Piemonte (Torino – Via P. Gobetti, 15),–  ore 12.00: incontro/confronto con esponenti del Consorzio di Tutela,–  ore 12.30: piccolo buffet.
           

Confidando che possiate accettare il presente invito, Vi chiediamo un riscontro contattando l’ufficio di Go Wine, telefono 0173 364631, riferimento Silvia Pezzuto.

L’occasione è gradita per porgere i saluti più cordiali.                                               

Il Presidente 

Avv. Massimo Corrado».

Di inviti di questo genere ne ricevo molti, e di solito non riesco a onorarli: non per snobbismo aprioristico, bensì per il fatto che gli impegni sono veramente tanti e occorre selezionare con cura gli eventi cui partecipare. Non foss’altro che per mere questioni logistiche. Ma stavolta, un po’ per la gentile insistenza diretta – non bastano i semplici messaggi e-mail: occorrono le telefonate dirette e le argomentazioni a voce di addetti stampa capaci, competenti e appassionati… – di Nicoletta Dogliani; molto per il fatto che di Moscato d’Asti non sono particolarmente competente, ho deciso di aderire a questo invito. Reduce da un lungo e impegnativo viaggio nel Sud, tra cibi e cantine di grande interesse, stanco e satollo, ho comunque partecipato a questa gustazione impegnativa. 47 (!!) vini da valutare alla cieca in meno di quattro ore non mi era mai successo. In una sala magnifica al secondo piano dell’Hotel Principi di Piemonte, con un servizio affidabile e discreto, ho assolto il mio compito con la dovuta cura professionale.

Senza entrare nel merito: su 47 vini, tutti del 2011, ho rilevato un risultato che rientra perfettamente nella famosa “campana di Gauss”. Chi ha studiato statistica conosce la curva di Gauss: una certa serie di eventi qualsiasi tende a disporsi secondo una curva che distribuisce i risultati secondo il principio di pochi eccellenti e pochi scarsi, con la maggior parte di essi distribuiti nei settori intermedi della curva. Ecco: su 47 vini gustati, ne ho trovati 6/7 di qualità insufficiente; 7/8 di buona qualità e gli altri direi sufficienti.

Il Moscato d’Asti, DOCG istituita già negli anni Novanta, è un vino spumante che non supera i 6% vol. di alcol. Le uve sono raccolte nei primi giorni di settembre e dopo una pressatura soffice sono refrigerati e filtrati. La fermentazione e la presa di schiuma avvengono in autoclave. Generalmente, questi sono vini in cui l’uso della solforosa deve avvenire con estrema cura: le aziende che non ottemperano con grande attenzione a questa tecnica corrono il rischio di produrre vini con evidenti difetti.

Il Moscato, così come il Prosecco, rappresenta l’eccellenza della nostra produzione per quanto riguarda la quantità e l’export: non è un vino entusiasmante, ma per certo risolve al meglio alcune situazioni e abbinamenti. Dunque, questa performance – obiettivamente impegnativa – mi ha reso un poco più competente circa questa tipologia di vino “facile”. E di ciò ringrazio GoWine e, soprattutto, Nicoletta Dogliani.

 

Colonnara

«Ricordi quanto scriveva l’anno scorso Daniela Sorana, responsabile marketing della Colonnara? “Era il 1805 quando il grande musicista Gaspare Spontini assaporava nella sua dimora di Maiolati le prime bottiglie di spumante marchigiano. Bollicina d’annata che, ad occhio e croce, hanno quasi cinquant’anni di storia in più rispetto a quelle maggiormente celebrate dai fratelli Gancia, datate 1851…”. Le chiedevo la conferma di un documento.

“Il monaco benedettino Francesco Scacchi dà documentazioni certe nel suo ‘Del Bere Sano’, Napoli 1623”. È vero: l’antica spumantistica marchigiana precede Don (sic) Perignon. (L.V.)».

Queste sono le parole di Luigi Veronelli a chiosare la recensione dei vini della cooperativa Colonnara nell’edizione 2004 della sua guida (purtroppo, soltanto un anno appresso Gino toglieva il disturbo…).

In questo torrido giugno, di ritorno dal Sud, visito finalmente questa cooperativa di circa 110 soci per oltre un milione di bottiglie di vini, spremuti da 120 ettari poggiati sui dolci declivi della destra orografica dell’Esino.

Questa mia visita è stata resa possibile per due motivi importanti: la conoscenza di Agostino Pisani, grazie a Kirsten e Thomas Weydemann della Fattoria Serra San Martino e, soprattutto, per le parole di grande apprezzamento che avevo sentite qualche tempo fa pronunciare da Franco Ziliani. Devo precisare che non ho rapporti di particolare simpatia con Ziliani, ma ne ho grande stima per la competenza professionale e, di più, per l’onestà e la coerenza intellettuale.

Cupramontana è un paese posto a 500 mslm in provincia di Ancona, quasi equidistante dalle calde brezze dell’Adriatico e i venti freddi dell’Appennino marchigiano. Il luogo vanta storia antichissima e altrettanto antica tradizione vinifera: sono le terre del Verdicchio dei Castelli di Jesi, bianco grande come pochi altri.

Mi hanno accolto con grande gentilezza e disponibilità Daniela Sorana (di cui sopra) e Agostino Pisani, responsabile di produzione della cooperativa che mi ha guidato tra le vigne, in cantina e durante le gustazioni dei loro vini.

Ho avuto modo di gustare una favolosa verticale di Verdicchio Cuprese 1991, 2001 e 2011: ai vertici dei bianchi, non soltanto italiani e il millesimo più vecchio – con la dovuta pazienza, perché i vegliardi tanta ne richiedono – è risultato forse quello più interessante. Ho gustato i loro spumanti nelle varie tipologie per toccare il top con l’Ubaldo Rosi 2006 metodo classico: anche qui siamo all’eccellenza. Ho bevuto un’ottimo Lacrima di Morro e, infine, mi è stato permesso di bere il loro succo d’uva, preparato apposta per i mercati mediorentali con zero alcol, IceMary. Dedicherò in seguito un articolo più tecnico a questa notevole realtà marchigiana: lo merita la loro qualità e la gentilezza e disponibilità di Daniela Sorana, Agostino Pisani e Giovanni Morettini. Salute.

Colonnara – Via Mandriole, 6 – 60034 Cupramontana (AN)

Tel. +39 0731 780273  Fax. +039 0731 7896 10

info@colonnara.it    www.colonnara.it

Fattoria da Vittorio, un angolo di paradiso in Sila

Questo angolo di paradiso era la casa di nonno Vincenzo, dove ho passato la mia prima infanzia, soprattutto giocando con il mio zio più piccolo che ha soltanto sei anni più di me. Poi io sono stato recapitato a Torino, zio Vittorio invece andò a lavorare in Francia. Era l’autunno del 1972: avevo 18 anni, lavoravo a Mirafiori e studiavo di sera. Vittorio capitò improvvisamente a Torino con una magnifica Citroen Ds 21, automatica. Senza avvisare nessuno, di punto in bianco ci mettemmo in viaggio per la Calabria. Chiaro che successe un gran putiferio: ma per noi fu il ritorno alla terra degli avi. Poco più tardi, Vittorio decise di tornare in maniera definitiva in Sila e sposò una ragazza conosciuta in Francia ma originaria di San Giovanni in Fiore. Io fui prima testimone di nozze e poi padrino di un altro Vincenzo Reda.

Il nonno se ne andò nel 1986 a 81 anni. E  Vittorio, d’accordo con sua moglie Lina, decise di trasformare la vecchia casa prima in un ristorante e poi in un agriturismo. In famiglia si stabilì che era giusto che di quella proprietà si occupasse soltanto Vittorio, essendo tutti gli altri fratelli e sorelle ormai dispersi tra Torino, Francia e Venezuela. Purtroppo, torno di rado in questo posto: e faccio male. Questo è un angolo di vero paradiso che consiglio a chiunque voglia godere di tutto ciò che offre l’altopiano silano a oltre 1.300 mslm e a 30 minuti di distanza sia dallo Ionio sia dal Tirreno. Qui si sta bene d’estate e si scia d’inverno. E poi ci sono i funghi, le migliori patate, la selvaggina, la carne rossa, pesce di lago ottimo, magnifici formaggi e insaccati… Vittorio può ospitare una quarantina di persone in una decina di unità abitative, arredate con semplicità, tutte dotate di angolo cottura e tenute con grande pulizia. A richiesta, è disponibile un piccolo ristorante. I prezzi sono incredibilmente convenienti (guardare il sito con il link qui sotto). Non ne ho mai parlato sul mio sito per semplice incuria mia e distrazione: ma consiglio di cuore, a chiunque ami la natura e una certa cucina di tradizione, di visitare questo posto. E dite a Vittorio che vi ho mandato io. Poi fatemi sapere.

Fattoria da Vittorio 
Contrada Rovale 6

87055 Lorica (CS)

Tel. 0984537233  cell: 3208265384

http://www.fattoriadavittorio.it/

Cirò Du Cropio

«[…] Quindici sono i nomi delle ditte che non devo visitare a Cirò. Mi ero chiesto dove sarei andato a sbattere. E avevo risolto il problema nel modo più semplice: telefonando all’Ispettorato agrario di Cirò Marina, e avvertendo della mia visita. Mi presento adesso all’Ispettore. E lui si presenta a me: “Giovanni Ippolito, dottore in agraria…”.

“Ippolito?! Un momento, scusi.” E consulto febbrilmente il mio taccuino. Dopo di che osservo: “Scusi. Ma, Ippolito, c’è anche una ditta di vini, o sbaglio?”.

“Lontano parente. A Cirò gli Ippolito non si contano.”

[…] Giovanni Ippolito è un tipo che va bene: franco, pratico, spicciativo, generoso. Sul vino Cirò sa tutto: ma non per questo si dimostra avaro del proprio sapere. […]

“Il Cirò ha bassa acidità fissa, quindi invecchia poco. Ma è ricco di tannino. Ultimamente si preferiva vinificarlo lasciandolo poco o niente sulle bucce, ossia si tendeva al rosato. Oggi, grazie al cielo, si sta tornando all’originale, tradizionale rubino intenso. Secco, ma di corpo, e parecchia glicerina. L’ideale dell’invecchiamento, per berlo, va da uno a tre anni.”.

[…] Il dottor Ippolito, intanto, mentre parlavo, non mi aveva approvato completamente, però mi aveva capito. E subito dopo  mi domandò: “Sa come mi chiamano qui? Il medico deu cròpio. Siamo una provincia della Magna Grecia. Il Crimissa è il nome greco di un torrente che si getta nel mare qui vicino e che oggi si chiama Lipuda. Crimissa era anche il nome di uno dei più famosi vini dell’antichità: era il vino offerto agli atleti che tornavano vittoriosi dai Giochi Olimpici. Ebbene, in greco, il letame si dice cropìa, e per metatesi, nel nostro dialetto, ancora oggi, cropìa e cropìo. Dunque, il medico deu cròpio è il medico del letame: un termine scherzoso con cui cirotàni e marinòti, ossia quelli di Cirò Superiore e quelli di Cirò Marina, definiscono il dottore in agraria. Come medico deu cròpio sono vicino, vicinissimo alla terra […]”».

Il brano qui sopra riprodotto è tratto da “Vino al vino” di Mario Soldati (I ed. Grandi Classici Oscar Mondadori, Milano 2006). Il viaggio del buon Mario a Cirò ebbe luogo nell’ottobre del 1975, nel corso del suo ultimo e terzo itinerario: “Alla ricerca dei vini genuini”. Mario Soldati era ossessionato da questa sua mania e proprio non riusciva a capire che il vino non è soltanto suggestione, mito, poesia. Il vino è anche prodotto, ricerca, marketing, innovazione e, soprattutto, regole. So bene che mi faccio dei nemici, ma su Mario Soldati, di cui apprezzo tantissime sue qualità, la penso come Paolo Monelli: non è che di vino, alla fine dei conti, ne capisse moltissimo (cfr. “O.P. ossia il Vero Bevitore”, ed. Longanesi).

Questa mia lunga premessa mi serve per raccontare la visita alle Cantine Du Cropio di Cirò Marina e la conoscenza di Giuseppe Ippolito, figlio del grande agronomo Giovanni (il secondo in Italia iscritto all’Albo, laurea a Perugia nel 1952), autore del disciplinare della DOC Cirò (1969, prima DOC del Sud, di recente modificata abbassando la percentuale di uve Gaglioppo dal 95 all’80%: non entro nel merito….).

Dovendo recarmi a Cirò per visitare alcuni miei parenti stretti, a cui sono assai legato, mi ero riproposto di visitare almeno una delle Aziende suggeritemi dall’amico enologo piemontese Vincenzo Munì, un esperto di vini bio. Dopo alcune telefonate necessarie per questioni organizzative, Giuseppe viene a prendermi con la sua auto a casa di mio cugino Antonio, dirimpetto al porto di Cirò. Antonio Martino appartiene a una famiglia storica del paese ed è assai conosciuto (meglio noto come “Tom Jones”, ma la storia sarebbe lunga), dunque scopro che i due si conoscono bene. Si parte per una visita alle vigne e con noi c’è anche Stefano, figlio di Antonio. Le vigne sono poste a un’altezza compresa fra i 250 e i 350 mslm, tra Cirò Superiore e Cirò Marina, proprio dirimpetto al mare con esposizione sud, sud-est. E sono vigne tenute a cordone speronato e viti abbinate come ne avevo viste forse soltanto un’altra volta: sesti d’impianto tra i 7.000 e i 10.000 ceppi per ettaro, con produzione di non oltre un chilo di frutta a pianta!!. Concimazione naturale, pochi trattamenti e cura delle viti ossessiva. Sono circa 25 ettari da cui Giuseppe ottiene 150/200.000 bottiglie destinate per la maggior parte all’esportazione (Usa e Germania, soprattutto). E infatti l’Azienda Du Cropio non è conosciuta in Italia come Librandi, Caparra & Siciliani, Ippolito 1945, Iuzzolino,, ecc.

Tutti marchi eccellenti che però io non amo più di tanto, essendo il mio Cirò favorito quello prodotto da Francesco Siciliani, Fattoria San Francesco (Donna Madda e Ronco dei Quattro Venti): anche per motivi familiari, essendo stato mio zio Stefano, per tanti anni, l’uomo di fiducia in vigna di questa storica cantina.

Sono rimasto sbalordito dagli assaggi dei vini di Giuseppe Ippolito: Dom Giuvà (Dom, da Dominus…), Serra Sanguigna e soprattutto dal Damis 2005: Gaglioppo in purezza raccolto la prima settimana di ottobre. 30 giorni di macerazione in acciaio a temperatura controllata, stabilizzazione in botte grande e almeno 6 mesi di bottiglia. Nessuna chiarifica, nessuna filtrazione per un vino elegante, con tannini dolci, di un bel rosso rubino con tenui riflessi aranciati. Tanta frutta al naso e in bocca, con note erbacee e un lungo, lunghissimo retrogusto minerale. Eccellente, davvero. Difficile da trovarsi in Italia (basta rivolgersi al produttore…), prezzo a scaffale intorno ai 18/20 €.

Ci sarebbe tanto da dire ancora su questo produttore di qualità: in futuro mi occuperò ancora di Giuseppe Ippolito e dei suoi straordinari Cirò.

Vini Du Cropio 
Azienda Vitivinicola “Du Cropio”
Via Sele n° 5—Cirò Marina (kr) – Italia
tel. (+39) 0962/31322
tel. Mobile (+39) 347/5744934
E-mail : ducropiovinery@gmail.com

http://www.viniducropio.it/home.html

Camminare le vigne…

https://www.vincenzoreda.it/fattoria-serra-san-martino-la-boutique-marchigiana-del-vino/

Un conto è valutare e gustare i vini, quali che siano, a casa propria; tutt’altra faccenda, invece, calpestarne i suoli, toccarne i pampini e i grappoletti ancora prima dell’invaiatura, essere carezzati dal vento e dal sole che quei vini concorrono a realizzare; insomma: visitare il vino là dove nasce. Di Kirsten e Thomas Weydemann ho parlato in un paio di miei articoli su questo sito (sopra, il link di quello più esaustivo), ma sono finalmente riuscito a visitarne le vigne e la piccola cantina. Queste due persone sono per davvero di particolare e schietta simpatia: tengono con amore indicibile i loro tre ettari di uve Montepulciano, Sagrantino, Merlot e Syrah e con lo stesso amore realizzano i loro vini unici. Unici perché spremuti da uve eccellenti e unici perché lasciati sulle bucce per tempi lunghissimi, mai meno di 6 settimane! Ho bevuto en primeur un Montepulciano con macerazione di 120 giorni, ancora in barrique: indescrivibile! E indescrivibili sono gli esperimenti che stanno facendo con il Verdicchio: anche qui macerazioni lunghissime per bianchi di rara potenza, colore bronzeo, naso e palato che definire peculiari è dir poco. Chiaro che le caratteristiche tipiche del Verdicchio non si ritrovano in questa tipologia di bianco, ma il gioco vale la candela, eccome! E Thomas lavora in vigna e in cantina con grande cura e scelte biologiche che non sono sbandierate oltremodo. In questo lavoro è aiutato e consigliato da Agostino Pisani, responsabile di produzione dell’azienda cooperativa La Colonnara (di cui tratterò a parte): e Agostino è una persona di squisita disponibilità (la competenza è fuor di discussione) e sorprendente e piacevole umiltà, dote rara di questi tempi.

Scene da un matrimonio

Non mi dilungo in spiegazioni, commenti, nomi, ecc.: i topos di un matrimonio, più o meno, sono sempre gli stessi. Pubblico queste foto sul mio sito perché gli sposi, Pietro e Valentina, sono parenti a cui mi lega un particolare affetto. Soprattutto, la famiglia di Pietro. Il matrimonio è stato celebrato il 16 giugno nella storica cattedrale di Cariati (Cs), ed è stato benedetto da un messaggio augurale del Santo Padre. Che iddio, o chi per lui, protegga quest’unione.

Fontana delle Rose, Giugno 2012

Fontana delle Rose a Giugno è magnifica per davvero: tanto verde, tanti colori, poca gente. Si sta benissimo…..

Colours and flowers from Gargano (South oh Italy)

Le fotografie sono state riprese al villaggio Fontana delle Rose, nel giugno di quest’anno. Sono semplici foglie di eucalipto e fiori di gerani. Uso una prodigiosa Leica digitale.

San Giovanni 2011, i fuochi del 150°

Dal solito e privilegiato angolo del Caffé Elena, con tavolo e apprezzabile cena, abbiamo guardato incantati – lo sguardo attonito del fanciullo – i fuochi del 150°. Superbi! Uno spettacolo di grande emozione e assai sentito da una folla sterminata di genti d’ogni tipo. Eh sì! Quest’anno è davvero speciale, per noi, Gente di Torino.

A tavola nel Risorgimento

«…Don Bosco tiene prediche e panegirici in tutto il Piemonte con incrollabile entusiasmo. La sua è fede vissuta, slancio di carità verso chiunque abbia bisogno. I fedeli sono soggiogati dalle sue parole. Spesso improvvisa alternando italiano e dialetto, sa toccare il cuore. E’ anche saggista e poeta. Nel 1852 fonda “Il Galantuomo, almanacco nazionale” su cui alterna curiosità, nozioni agrarie, suggerimenti pratici. Crede molto nell’importanza della patata, da poco diffusa grazie all’opera di Vincenzo Virginio, un avvocato con la passione per la terra: “E’ una miniera d’oro per la sua grande e molteplice utilità, forse l’unica risorsa che riesca a meraviglia in qualunque clima“. Don Bosco conosce la diffidenza contadina verso il nuovo ed è prodigo di buone pratiche di coltivazione: semina, sarchiatura, raccolta e conservazione. Alla sua penna si deve anche un curioso elogio della polenta:

State a udire, miei lettori/forestieri e cittadini/artigiani e contadini/con orecchia tutta attenta/la virtù della polenta./Non si può saper di certo/chi sia stato l’inventore,/ma sicuro un gran dottore/colui fu ben s’argomenta/ che fé il primo, la polenta./Benedetta questa sia/benedetto l’inventore/benedetto il suo sapore/che ognun sazia, ognun contenta/Viva sempre la polenta.».

Questo è un esile librino pubblicato nel 2011 e distribuito insieme al quotidiano La Stampa di Torino. Nulla di importante, neanche di grande interesse; ma qui e là qualche spunto curioso, interessante e comunque da tenere in biblioteca per chi di cucina, cibo e storia ha interesse o semplice curiosità.

A Tavola nel Risorgimento, Elma Schena e Adriano Ravera, Priuli & Verlucca (Ivrea, Torino), 304 pp. 9,90 €

 

 

Ka*MANCINE’, anteprima articolo Rossese per HoReCa

Anticipo un estratto dell’articolo che sarà pubblicato sul numero luglio/agosto di HoreCa, tratta del Rossese di Dolceacqua in generale e del Ka*Manciné in particolare.

«Da Maurizio Anfosso mi sono arrivate, per le mie bevute dialettiche (come amo definire quelle che altri chiamano banalmente “degustazioni”), le bottiglie di Beragna e Galeae 2011: imbottigliate rispettivamente a marzo (Beragna) e a fine aprile (Galeae). Ho trovato gradevolissimo il Beragna: un vino da bere anche fresco, quasi fosse un rosato. Già pronto dopo soltanto 3/4 mesi di bottiglia. Secco, elegante, ottimo come aperitivo e buono anche per accompagnare piatti di pesce come zuppe e fritture. Il prezzo indicativo a scaffale è di circa 11 €. Il Galeae è un vino di più ampia struttura che sconta il fatto di aver riposato poco in bottiglia. Qui il colore e i tannini, e ovviamente l’acidità, sono più importanti. Questo è un vino destinato a evolvere per qualche anno: un vino che sarà grande nella sua eleganza e finezza e che non farà rimpiangere certi suoi cugini assai più rinomati. A scaffale il prezzo è di circa 13 €.

         Mi preme esprimere una considerazione finale. La Liguria è la regione italiana che negli ultimi anni ha perso più superficie vitata (7.358 ha. nel 1982, 2.391 nel 2000 e soltanto 1.312 nel 2011!): questo è un vero peccato. Peccato, perché si perdono vini unici, eroici, irripetibili. Bisogna capire e aiutare gli sforzi di questi vignaioli che lavorano in condizioni davvero esasperate e lo fanno con passione, con amore, con gioia. La medesima gioia che noi bevitori percepiamo gustando i loro magnifici vini che sanno un poco di mare.

 

SCHEDE TECNICHE

ROSSESE DI DOLCEACQUA BERAGNA 2011

Rossese 100%

13% vol.

9.500 bottiglie dai vigneti Beragna,  due appezzamenti per un totale di 12.000 mq. posti tra i 350 e i 400 mslm. Queste vigne sono state piantate nel 1872 e alcune di quelle piante sono ancora vive. La vendemmia, soltanto manuale, viene effettuata a fine settembre e la fermentazione alcolica dura per 6 giorni in contenitori di acciaio.

Messo in bottiglia a marzo.

Colore rosso rubino scarico, quasi rosato.

Al naso il profumo è fine, con note di frutta rossa e profumi floreali che evolvono verso sfumature di spezie.

Al palato risulta  secco, morbido, di sorprendente equilibrio ed eleganza. Vino di pronta beva, minerale, sapido e di ottima persistenza, con un finale amarognolo assai gradevole. Si beve bene anche a temperatura più bassa, quasi come un rosato.

 

ROSSESE DI DOLCEACQUA GALEAE 2011

Rossese 100%

13,5% vol.

4.500 bottiglie dal vigneto Galeae, circa un ettaro posto a 400 mslm e piantato nel 1998. La resa massima è di 60 ql.

Le uve sono raccolte manualmente i primi giorni di ottobre e la fermentazione dura 15 giorni in vasche di acciaio.

L’imbottigliamento è realizzato a fine aprile.

Il colore è un rosso rubino di media intensità..

Il profumo è delicato, con sentori di frutti di bosco e spezie.

In bocca si percepiscono tannini più intensi del Beragna, ma pur sempre dolci. Questo è ancora un vino che richiede qualche tempo (anche 3/4 anni) per dare il meglio, pur se al palato risulta di buona struttura, morbido, armonico e con le tipiche note finali di mandorla e spezie che persistono a lungo in bocca e in gola.».

 

Calabria, la mia Terra (Calabria, home)

Io sono nato a Pietrafitta, nel rione dei Franconi, il punto più alto del paese che si sviluppa lungo una strada provinciale che congiunge Cosenza (distante circa 15 chilometri) alla Sila. Dunque, sono nato a circa 800 mslm, ma sono cresciuto in Sila, a Rovale nei pressi di Lorica, sul lago Arvo (bacino artificiale creato in epoca fascista), a circa 1.400 mslm. Ma sono al mondo perché mio padre conobbe mia madre a Cirò, sullo Ionio, paese di vino, paese di origine greca (VII sec. aC., Crimissa). Se porto le stimmate del montanaro e Gioacchino da Fiore (morto a Pietrafitta nel 1202) ha in qualche modo ispirato la mia vita, da sempre il mare e le vigne fanno parte del mio essere più intimo. Di seguito alcune immagini dei posti che mi sono cari e che ho il torto di poco frequentare.

HoReCa n. 65, il mio articolo sui vini friulani dei Colli Orientali

https://www.vincenzoreda.it/vini-friulani-ospiti-al-ristorante-del-circolo-dei-lettori/

HoReCa n. 65, il mio articolo su Luigi Ferraro

https://www.vincenzoreda.it/uno-chef-calabrese-a-mosca/

Me in Guatemala in October 2008

Ero un po’ sovrappeso, ma allora la faccenda importante era carpe diem o size the time, sforzandomi di sopravvivere. Quel viaggio indimenticabile mi ha aiutato, insieme con gli dei Maya.

Quando l’ovvio diventa business: Don Miguel Ruiz

Don Miguel Ruiz è un messicano che si definisce nagual (saggio, maestro) tolteco e dunque depositario di una saggezza millenaria ereditata da questo popolo di etnia nahùa che sviluppò una cultura, di cui pochissimo ci è pervenuto, tra il IX e l’ XI secolo d.C. sugli altipiani del Messico (Tula, Hidalgo). Dei Toltechi trattano in forma mitica Ixtlilxòchitl (Relaciones) e gli Anales de Cuauhtitlàn, testi che non concordano per nulla su nomi e date. Ma non voglio trattare qui di questioni archeologiche. Fatto si è che questi due esili volumetti (poco più di cento pagine ciascuno che si leggono in un amen) mi sono stati consigliati come libri di straordinaria saggezza. In verità qui di saggio c’è soltanto Don Miguel Ruiz: il solito furbacchione che tirando fuori una storia mitica e dichiarandosi depositario di una saggezza impossibile da definire, ma comunque in qualche modo misteriosa ed esoterica, scrive un oceano mare di ovvietà. Le solite banali Verità: dio è dentro di te; tu sei parte dell’universo; rispetta e ama te stesso e sarai felice con gli altri; prima di parlare pensa bene a quello che dici….

Castaneda, Osho, Coelho…ma anche i nostri Volo, Moccia & friends: per milioni di copie vendute. Appare evidente che “la gente” ama sentirsi dire cose ovvie e i più furbi ci lucrano bene assai.

Archeologia dei vini in Campania

«L’importanza di Ulisse nella formazione dell’uomo italico era destinata ad avere una lunga fortuna: basti pensare che la prima opera tradotta dal greco al latino fu proprio l’Odissea, e ancora in piena età repubblicana la classe dirigente romana era costretta a imparare a memoria la traduzione dell’Odissea approntata da Livio Andronico. In ogni singola vicenda narrata dai poemi omerici, quindi sono racchiuse  le chiavi di lettura per comprendere meglio numerose società antiche, compresa quella campana.

Nell’eroe viaggiatore e civilizzatore, Ulisse, risiede anche la più chiara e significativa dimostrazione della natura dell’Uomo civile, che sa sfruttare le sue capacità di contrapposizione ai limite dei selvaggi popoli occidentali. Saper consumare il vino in modo da controllare i suoi effetti, infatti, è parte integrante dei costumi dell’uomo greco. L’ottimo vino non può essere bevuto “in purezza” poiché può avere conseguenze nefaste, ed ciò che accadde appunto al Ciclope: il rozzo figlio di Poseidone, mostruoso barbaro che viveva in un antro allo stato semiselvatico, bevve senza saperlo fare, perse il controllo di sé e ne pagò amaramente le conseguenze perdendo l’unico occhio e dunque quella poca possibilità di conoscenza di cui era dotato. Nella metafora si nasconde l’ammonimento di ciò che sarebbe accaduto a colui che non avesse seguito il comportamento consono ad un greco: per apprezzare la bontà del vino  e distinguerne i profumi senza cadere nell’ubriachezza era necessario che esso fosse consumato con l’aggiunta  di una ben precisa parte d’acqua. Il comportamento a tavola, la maniera di trattare gli ospiti, il saper mangiare e il saper bere distinguevano il Greco dal barbaro, e per estensione l’aristocratico dall’uomo comune.

Il vino, insomma, era un vero e proprio metro di misura tra civiltà e inciviltà.».

Il brano qui sopra riprodotto è tratto dal libro Archeologia dei vini in Campania, scritto dall’archeologo e vignaiolo Flavio Castaldo e pubblicato da Archeologiattiva a Napoli nel marzo del 2012.

Ho avuto il piacere di conoscere Flavio Castaldo in occasione della presentazione del mio libro sui Maya il 12 aprile scorso: la serata fu indimenticabile e finita con i piedi sotto il tavolo di una pizzeria, di quelle vere, in via San Biagio dei Librai quasi all’angolo con via Duomo. Con lui ho conosciuto sua moglie Antonella Lonardo, figlia di quel prof. Alessandro Lonardo che dal 1998  spreme uno dei migliori Turasi e un Greco Musc bianco di cui dovrò occuparmi in seguito.

Il libro è assai documentato e di non difficile lettura: una trattazione realizzata con cura e con la competenza di chi unisce studi classici a passione  enologica. Lo consiglio per davvero con la convinzione di indirizzare il lettore (che deve necessariamente essere anch’egli un appassionato della materia) verso un testo unico nel suo genere, e anche assai utile per chi di vino si occupa, a qualsiasi titolo, per faccende professionali.

Archeologia dei vini in Campania – Storie e testimonianze della bevanda che ha conquistato il Mediterraneo.

Archeologiattiva Edizioni, Napoli 2012 – pp. 242, € 18,00

www.cantinelonardo.it

www.archelogiattiva.com

I miei kebab e falafel preferiti

Giovani iraniani di buona famiglia, venuti in Italia per studiare architettura e farmacia a Roma, furono sorpresi dalla rivoluzione degli ayatollah khomenisti. Decisero di rimanere in Italia, salvo poi trasferirsi in Germania a Francoforte per qualche anno: delusi dai tedeschi – per modo di fare, di essere e di vivere – fecero ritorno in Italia per investire nella loro passione della cucina. Aprirono questo localino, nel centro di Torino, in via Piave – una traversa di via Garibaldi – nel gennaio del 2010. Quando lo vidi apparire per la prima volta, quasi sotto casa mia, pensai: chissà quanto riusciranno a resistere, in questo posto sfigato e fuori dalle rotte usuali delle folle che infestano via Garibaldi. Invece, il localino si faceva via via più ricco; migliorava man mano gli arredi, le luci, le insegne e addirittura si spinse a mettere fuori un piccolo dehors, dapprima scoperto e poi con gli ombrelloni. Cominciammo a passare ogni tanto per prendere soprattutto i deliziosi panini di kebab: nella nostra famiglia il cibo etnico è assai apprezzato da sempre, per le nostre stesse caratteristiche che sono multietniche. Noi frequentiamo con assiduità e soddisfazione le cucine indiana, cinese, messicana e araba. Prezzi straordinari, ottima qualità, pulizia, gentilezza: tutte caratteristiche che ci piacevano in questo posticino apparentemente anonimo. Invece, il lavoro appassionato di Razmik e sua moglie Susan ha dato i meritati risultati. Oggi il locale è assai frequentato – sempre aperto, anche fino a tardi – soprattutto da ragazzi giovani che qui mangiano bene, sono trattati con cortesia e spendono pochissimo.

Per una volta, invece che prendere i soliti panini di kebab, abbiamo voluto, mia moglie e io, fare una cena in loco. Mi sono fatto raccontare la loro storia e abbiamo passato un’oretta gustando ottimi kebab e falafel (qui le polpette tipiche del medioriente sono cucinate nella versione con le fave e non con i ceci: sono buonissime). Ovvio che mangiare bene, bevendo birra, con meno di 15 euro non è male, di questi tempi. Inoltre, attenzione: questo è un locale che rilascia sempre lo scontrino e non impiega personale non in regola.

Davvero una grande ammirazione per la devozione verso il proprio lavoro di Razmik e Susa! Un esempio per tanti dei nostri che sono capaci soltanto di noiose lamentazioni: il lavoro c’è per chi ne ha voglia e per chi lo svolge con passione e puntigliosa ostinazione. E premia.

Barbaresco

Questi sono vigneti di uve Nebbiolo a metà maggio: è tutto un gran bel progetto di Barbaresco. Da notare i cespugli di rose piantati in testa ai filari: una volta servivano per avvisare i contadini sulle malattie che potevano colpire le viti; infatti, le rose quelle stesse malattie le prendevano con qualche anticipo. Oggi, con le moderne conoscenze degli agronomi, non servono più, se non come ornamento.

Da Filippo, in Albaretto della Torre

Era ormai un poco di tempo che non mi recavo a trovare il mio grande amico Enrico in quel di Alpignano: troppo spesso, con approccio superficiale, siamo soliti trascurare certi rapporti che è delittuoso non curare a dovere. Dovevo portagli i miei ultimi libri e avevo per davvero bisogno di una bella chiacchierata, fuori dagli schemi e fuori dai denti, con lui; nel suo giardino rigoglioso, sotto l’immenso tiglio che pare centenario e invece di anni ne ha assai meno di quelli che dimostra. E poi, dopo lunghe e corroboranti parole, bisognava decidere dove e come finire la serata: e dove se non in Langa? E come se non con un vecchio amico?

La solita ora e mezza – che si vada piano o forte sempre quel tempo occorre, misteriosamente – per guadagnare la pace di certi posti di Langa, un poco fuori mano e poco infestati da turbe (per carità, sempre ben accette! ci mancherebbe…) di assatanati turisti, nordici per lo più. Albaretto della Torre, con i suoi quasi 700 metri di frescura e di silenzio è uno dei nostri posti preferiti. E Filippo Giaccone lo conosciamo da tanti anni, da quando ancora adolescente aiutava in sala suo padre: il portentoso (quando gli gira giusta e quando vi trova simpatici…) Cesare Giaccone. Di tempo ne è passato tanto e, dopo viaggi e avventure in mezzo mondo, Filippo da circa un paio d’anni ha aperto nella casa avita (i Giaccone stanno qui, con alterne vicende, dal 1938) il suo ristorante: Filippo. In cucina c’è la brava e talentuosa Michela Bruno, da Murazzano, già allieva di Cesare.

La vita spesse volte incastra avvenimenti in sequenze e coincidenze che sembrano accadere con un senso già compiuto e insondabile. Nello stesso giorno in cui Aldo Conterno guadagnava la pace dei Cieli, e noi ancora non lo sapevamo, ci viene offerto un piatto – delizia assoluta – di fave fresche di giornata, appena appena scottate e servite con foglie di mentuccia,  raccolte  da un parente di Filippo: Domenico Conterno, stesso cognome e nessuna parentela! Eccellente l’uovo in camicia con asparagi e nocciole; ottimo il coniglio allo spiedo come la pesca ripiena: cibo leggero, ben cucinato e ben presentato. Lo abbiamo accompagnato con un eccellente Dolcetto di Dogliani 2010 di un piccolo produttore – Giacinto Valletti – e con un Nebbiolo 2009 di Ceretto di ottima qualità (mi ha onestamente sorpreso: non amo in particolare Ceretto e i suoi vini, ma se un vino è ottimo, tutto il resto passa in secondo piano). Abbiamo finito la serata tardissimo, chiacchierando e tirando notte fonda sotto un cielo che durava fatica abbandonare…

http://filippogiaccone.com/

Filippo giaccone, via Umberto, 12, Albaretto della Torre (CN) – +39 0173 520141/338 8871155

Il Whisky di Michel Couvreur

Di whisky, soprattutto tra la seconda metà degli anni ottanta e il 2005, ne ho bevuti tanti e in quantità notevole: quasi sempre single malt di qualità elevata e prezzo conseguente. Purtroppo, dopo il grosso guaio che mi successe nel 2005, oggi non bevo quasi più superalcolici: ogni tanto un rum, una grappa e assai di rado whisky. All’epoca ero un intenditore, conoscendo almeno una settantina di marche diverse, rigorosamente single malt scozzese (con la nota eccezione del Bushmills, irlandese). Tra i miei preferiti, lo Springbank, certe riserve di Macallan,  l’Old Fettercairn, il Glenfarclas. Tra i whisky di Islay, peculiari per le note di torba: il Caol Ila, il Port Ellen e l’Ardbeg (senza disprezzare Bruichladdich e  Bunnahabhein, più delicati). La mia bibbia era questo librino qui illustrato: pubblicato nel 1989 e tradotto in Italia nel 1990 da un piccolo editore romano, questo volumetto tratta di circa 120 marche e descrive come si deve la straordinaria galassia che costituisce il whisky scozzese di single malt.

Dicevo: ho bevuto tanto whisky e speso un sacco di soldi, ma quello che mi è stato omaggiato in questi giorni è, senza alcun dubbio, il migliore che io abbia mai assaporato. Non conoscevo prima d’oggi questo signor Michel Couvreur: è un belga che commercia prestigiosi vini di Borgogna in Bouze-les-Beaune e che verso la fine degli anni Settanta si è innamorato del whisky scozzese. Tratta soltanto con distillerie artigiane e invecchia i suoi whisky in botti che hanno affinato sherry, secondo un’antica e consolidata consuetudine scozzese. La bottiglia che mi è stata regata (come appare ovvio, mi sembra scortese citare la provenienza…) contiene un balsamo che ha passato 35 anni dentro una botte, a partire dal 23 maggio del 1970. Il colore, dato dal legno (e non dall’aggiunta di caramello, come per quasi tutti i whisky commerciali), è un giallo ocra che quasi vira su toni marroncini. Al naso non fa sentire un alcol gentile di 47% vol. ma una complessità di note di miele e albicocca assai intense (e sfumature di cacao, caffè e tabacco). In bocca esplode un sapore secco e morbidissimo allo stesso tempo: la persistenza è qualcosa di indescrivibile con retrogusti complessi che evolvono per diversi minuti dopo aver degluttito. Gli ho reso l’onore, meritatissimo, di uno dei miei bicchieri più belli, soffiato in un sol pezzo da uno dei migliori artigiani di Murano.

Davvero fantastico, che dire d’altro se non ringraziare e benedire chi ha avuto la gentilezza di rendermi quest’omaggio esclusivo.

Non so dove lo si possa acquistare (sul web ci sono diverse offerte a prezzi assai differenti: bisogna stare accorti agli anni di invecchiamento), comunque in Italia è importato Da Gaja Distribuzione in Barbaresco (CN).

Salone del Gusto 2012

COMUNICATO STAMPA

Il programma del Salone del Gusto e Terra Madre 2012 (a Torino, Lingotto Fiere e Oval dal 25 al 29 ottobre) è già disponibile sul sito www.slowfood.it.
Quest’anno, per la prima volta, le due manifestazioni diventano un unico grande evento, organizzato da Slow Food, Regione Piemonte e Città di Torino, in collaborazione con Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.

Un nuovo modo di leggere il Salone del Gusto e Terra Madre

Il Salone del Gusto e Terra Madre 2012 affronta il mondo del cibo a 360° e si può leggere da tanti punti di vista: quello turistico, perché il Salone continua al di là dei padiglioni fieristici e coinvolge Torino e le Langhe; quello del sociale con la possibilità di conoscere culture, popoli, lingue, tradizioni e incontrare le comunità del cibo, persone che in ogni angolo del mondo contribuiscono con il loro lavoro a difendere l’agricoltura di qualità; gli aspetti più legati all’economia, alla produzione e alla distribuzione dei prodotti; ovviamente quello enogastronomico, con oltre 1000 espositori nel Mercato (tra i quali per la prima volta le comunità del cibo), chef e produttori nei Laboratori e Teatri del Gusto e 1200 etichette nell’enoteca; curiosità, nuove e vecchie tendenze, cibi e piatti mai assaggiati e tanto altro ancora in un vero e proprio tour guidato alla scoperta delle regioni italiane e delle aree geografiche internazionali.

Grazie a questa unione, quindi, i rappresentanti delle comunità del cibo si possono incontrare e intervistare tra le bancarelle del Mercato, accanto ai produttori dei Presìdi e agli espositori storici del Salone, degustando un loro prodotto nella stessa area espositiva o partecipando a un Laboratorio del Gusto. Inoltre, per raccogliere le loro riflessioni e testimonianze si può assistere alle Conferenze, anche queste aperte al pubblico, che, come i Laboratori della Terra delle precedenti edizioni, affrontano i temi cari alla rete, dalla tutela della biodiversità al diritto alla terra, dalla lotta agli Ogm al benessere animale.

Cibi che cambiano il mondo è il tema che sintetizza il Salone del Gusto e Terra Madre 2012. Le storie di chef, artigiani e comunità del cibo di 150 Paesi testimoniano come si possa rivoluzionare il paradigma che regola questo mondo in crisi a partire dal cibo, dimostrando che possiamo fare qualcosa di buono per la nostra salute, l’ambiente e il sistema produttivo senza rinunciare al piacere del cibo e alla convivialità. Come immagine di questa edizione abbiamo scelto un alimento simbolo del cambiamento: la mela di Newton. Per noi è anche un invito a usare la testa nelle nostre scelte alimentari.

Vincenzo Reda, Quisquilie e Pinzillacchere

Finalmente è in distribuzione il mio ultimo lavoro, Graphot Editrice.

Quisquilie e Pinzillacchere è uno strambo, in apparenza sconclusionato, insieme di scritti.A una prima parte di racconti che narrano di faccende insolite – o comunque affrontate da punti di vista particolari – seguono altre due sezioni che sono una sorta di antologia di testi vari che toccano il cibo, il vino, la poesia. Questo è un libro stralunato, proprio come me: un poco artista, un poco intellettuale ma per certo sempre assai affamato di storie da vivere e da raccontare.

C’è molto di Torino, in questa sghemba antologia di racconti e scritti; e luoghi, storie e personaggi – celebri e non – di Torino.

Ma con Torino ci sono il Messico e la Calabria, l’India e la Campania, il Guatemala e la Toscana…

E con Boniperti e La Stampa, Chiosso e la Fiat ci sono Peppinu e Mattioli, Veronelli e Arpino, Dante e Leonardo: mescolati in racconti, poesie, saggi, recensioni. Molti di questi testi sono già pubblicati su questo sito, ma molti altri sono inediti, soprattutto i racconti immorali – che sono tutte storie vere –  che partono da situazioni vissute in prima persona o che hanno per protagonisti personaggi che ho conosciuto in maniera diretta e profonda.

Il lavoro è dedicato a Peppinu, una persona che non c’è più, a me molto vicina: la fotografia di copertina lo raffigura, ventenne, nel 1951 artigliere di leva a Pordenone.

Il prezzo di copertina è di 15 €.

Più o meno di vino, in libreria

http://www.informacibo.it/focus/librinatale2008.htm

I e IV di copertina del mio libro in uscita a gennaio 2009. La foto in I di copertina è un'mmagine del 1980 di mio nonno Vincenzo Reda, fotografato da mia moglie Margherita. Il mio libro è dedicato a lui.

I e IV di copertina del mio libro in libreria dall'8 febbraio 2009. La foto in I di copertina è un'immagine di mio nonno Vincenzo Reda, cui il libro è dedicato. La foto fu presa da mia moglie Margherita nel 1980, in Sila.

Per maggiori informazioni, e per acquistare il volume direttamente dalla casa editrice, vai su: http://www.edizionidelcapricorno.com

I MIEI LIBRI PRECEDENTI