Archive for Luglio, 2012
I Maya e il 2012: attenzione alle bufale

Mi vien fatto di scrivere questo articolo provando non poco imbarazzo. Per due motivi: primo, perché esprimo delle valutazioni intorno a un libro che tratta più o meno di argomenti sopra i quali io stesso ho da poco pubblicato un volume; secondo, perché le mie valutazioni non sono positive – malgrado mi aspettassi il contrario – e questo fatto non mi è consono: in genere, non tratto di cose che non mi piacciono. Ma stavolta, pur con le premesse di cui sopra, non posso proprio esimermi.

Ma vengo al dunque.

Lo stimato Pierluigi Baima Bollone – professore emerito di Medicina Legale dell’Università di Torino e assai noto per i suoi approfonditi studi sulla Sindone – ha da poco pubblicato per i tipi dell’Editore Priuli & Verlucca (Ivrea) il volume 21/12/2012 – Alle origini della profezia maya, distribuito in edicola con il quotidiano La Stampa di Torino.

Il volume appare assai ben confezionato: un cartonato con sopracopertina, grafica pulita ed elegante, carta interna usomano avoriata, carattere di facile lettura.

Il contenuto, al contrario, evidenzia un progetto editoriale raffazzonato (si veda il sommario), una scrittura frettolosa, una insufficiente revisione redazionale e numerose sviste che non sono accettabili da chi, pur svolgendo opera di divulgazione, dovrebbe avere con la materia un approccio storico e scientifico inappuntabile.

Il problemi cominciano dalla premessa. A pagina 9 si legge che il Computo Lungo comincia il 13 agosto 3114 a.C., mentre nelle successive pagine si parla, giustamente, sempre dell’11 agosto, data accettata da quasi tutti gli studiosi che seguono il metodo GMT. A pagina 22 si legge che: «..per i Maya Aztl significa acqua». Il vocabolo corretto è Atl e appartiene alla lingua nahua, parlata dagli Aztechi. Nello stesso capitolo si tratta con dovizia di particolari di Rigoberta Menchù Tum, Nobel per la pace nel 1992: chi bene conosce il Guatemala sa che questo personaggio, assai stimato in Occidente, non gode in patria di grandi favori presso le stesse popolazioni indigene.

Il III capitolo che si intitola: «America, Mesoamerica ed Olmechi»(!) offre un panorama imbarazzante di affermazioni quantomeno superficiali e azzardate.

«L’antropizzazione [del Nuovo Mondo] inizia 14.000 anni fa quando gruppi di cacciatori-raccoglitori attraversano via terra l’attuale stretto di Bering tra la Siberia e l’Alaska»: sono decenni che gli studiosi si azzuffano circa il periodo in cui iniziò questa migrazione preistorica! E’ certo che comunque ci sono diversi siti, datati con precisione, assai anteriori a quanto afferma categoricamente il professore Baima Bollone. Poi, non avendo una specifica cultura paleontologica, dimentica di citare le estinzioni di massa dei grandi mammiferi avvenuta tra il X e il V millennio prima della nostra era: è un fatto importante perché si estinguono gli antenati dei cavalli e di molti altri erbivori che condizioneranno successivamente lo sviluppo delle culture amerinde. Evito di entrare nei meriti della descrizione della cultura Olmeca (i risultati delle ultime scoperte stanno rivoluzionando completamente tutto quanto sembrava assodato fino agli anni Ottanta dello scorso secolo); evito altresì di porre in evidenza le confusioni tra concetti di etnie e di civiltà (Nahua/Aztechi-Toltechi o Quechua/Inca…) Mi limito a citare alcune sviste per davvero inaccettabili da parte di un autore che vanta attività accademica, se pure in altro ambito.

A pagina 129 si legge:«..Chiapa de Carro, nello stato messicano del Chapas…», a parte il refuso che ci può stare (Chapas per Chiapas), il sito archeologico – importantissimo – si chiama Chiapa de Corzo, dove tra l’altro sta scavando il nostro Davide Domenici dell’Università di Bologna.

A pagina 194, nel capitolo in cui si tratta dei calendari maya – argomento per davvero ostico – regna una gran confusione, dovuta anche al cattivo lavoro di redazione. Il vocabolo uinal è scritto per due volte uninal; ki per kin; nessun studioso serio ha mai trascritto bantu per baktun (che a pagina 196 è oggetto dell’ennesimo refuso e scritto: baktum).

E’ meglio che qui finisca, pur se potrei andare avanti per molte pagine, soprattutto su affermazioni categoriche che sono gratuite o basate su documentazione non di carattere accademico.

Con franchezza: che delusione professore Baima Bollone!

Comunque, per chi volesse acquistarlo, il libro costa 9,90 € per circa 220 pp.

Lo si trova in tutte le edicole distribuito con il quotidiano La Stampa di Torino.

 

 

La fine del mondo, 21 dicembre 2012: una vera bufala!

Qui a fianco la fotografia, che ho ripreso nell’ottobre del 2008 nel sito archeologico maya di Quiriguà (Guatemala): è la stele C che riporta la data del Computo Lungo 13.0.0.0.0. Sono i primi 5 glifi in alto a sinistra: si possono distinguere i 3 punti e le due linee che indicano il numero 13 nella simbologia matematica dei maya classici (il punto indica l’unità e la linea il numero 5) nel primo glifo in alto a sinistra e poi a seguire i 4 glifi “a testa” che indicano lo zero. Questa data di Computo Lungo è seguita dalle due date degli altri due calendari maya (date che si riferiscono al Computo Breve), tzolkin e haab: il giorno Ahau del 4° mese (calendario rituale) e l’8° giorno del mese Cumkù (calendario astronomico), il prossimo periodo, lungo 13 baktun, finirà il giorno Ahau del 4° dei 13 mesi del calendario sacro tzolkin e il 3° giorno del mese Kankìn  del calendario astronomico haab.

Secondo la correlazione del prof. Thompson, quella accettata dalla maggior parte degli studiosi (per alcuni c’è una differenza in più di 2 giorni), tale data maya corrisponde al 21 dicembre 2012 del nostro calendario. Sono esattamente 1.872.000 giorni dopo l’inizio dell’era attuale, l’11 agosto 3114 a. C., data maya: o.o.o.o.o 4Ahau 8Cumku. Le cifre riportate nel Computo lungo si riferiscono a Baktun (periodo di 400 anni di 360 giorni, ossia 144.000 giorni), Katun (periodo di 20 anni di 360 giorni, ossia 7.200 giorni), Tun (anno di 360 giorni), Uinal (mese di 18 giorni) e Kin (giorno). La data della fine della conclusione del ciclo attuale è indicata da 13 baktun (144.000 giorni per 13 dà appunto 1.872.000 giorni che sono 5.125,37 anni) dopo la data iniziale indicata da 5 zeri (0 baktun, 0 katun, 0 tun, 0 uinal, 0 kin).

Siccome saremo bombardati da un mare di scempiaggini e inesattezze su questa faccenda (che è questione, come si può comprendere facilmente, molto complicata) nell’immediato futuro, il prossimo 10 luglio parteciperò a una conferenza sul tema della fine del mondo insieme al dr. Giorgio Diaferia e altri relatori a Torino, nell’area conferenze contigua al Mazda Palace. A breve altri aggiornamenti in proposito.

Omar Khayyam: la preghiera del vino

François Villon.

 

François de Montcorbier (lo pseudonimo François Villon lo prese dal suo protettore, il cappellano Guillaume Villon, dopo la morte del padre) nacque in Parigi nel 1431 o 1432, la data non è certa. Svanì nel 1463: dopo l’ennesimo processo – ne ebbe per omicidio, rapine, furti e risse – di lui si persero le tracce il 5 gennaio di quell’anno, quando fu esiliato da Parigi.

Fiumi d’inchiostro sono stati scritti sull’opera di questo innovatore, anarchico, delinquente, moralista e malinconico personaggio: quasi sempre dimenticando il contesto storico e culturale dell’epoca, fatto questo inaccettabile e inconcepibile.

Non entro nel merito.

Riporto solamente alcuni versi, perché egli non può mancare tra i miei poeti.

ALTRA BALLATA

Qui termina e si chiude il testamento

del povero Villon. Udito il tocco,

siate presenti alla sua sepoltura,

abbigliati di rosso e di vermiglio.

[…]

Principe vago come smeriglione,

sappi cosa mai fece in sul morire:

un calice si bevve di morone,

quando dal mondo volle dipartire.

Autre ballade.

Icy se clost le testament/ et finist du paure Villon./ Venez a son enterrement,/ quant vous orrez le carrillon/ vestus rouge com vermillon.[…] Prince, gent comme esmerillon,/ sachiez qu’il fist au departir:/ ung trait but de vin morillon,/ quant de ce monde voult partir.

Trad. a cura di LucianoParinetto (François Villon, Ballate e Lasse, Millelire Stampa Alternativa, 1993)

 

Andy Warhol, da una sua intervista

 

Da un’intervista a Andy Warhol (a cura di Gretchen Berg)

“[…] Io vedo tutto così, la superficie delle cose, una specie di Braille mentale, mi limito a passare le mani sulla superficie delle cose.

[…] Il mondo  mi incanta: mi dà una grande gioia, ma non sono un  sensuale.

[…] Non ho mai voluto essere pittore: volevo fare il ballerino di tip tap. Non so neanche se sono un esempio della nuova tendenza dell’arte americana, perché si fanno talmente tante cose qui e va talmente bene e in maniera formidabile che è difficile dire quale sia la tendenza. Non credo che una gran parte della gioventù mi prenda come modello, benché i giovani sembrino amare il mio lavoro, ma non sono il loro capofila o cose del genere.

[…] Se volete sapere tutto di Andy Warhol, basta che guardiate la superficie: quella delle miei pitture, dei miei film e la mia, lì sono io. Non c’è niente dietro. Io non credo che la mia posizione di artista riconosciuto sia in qualche modo precaria, i cambiamenti di moda in arte non mi abbattono, non fa veramente alcuna differenza: quando si pensa di non avere niente da perdere, allora non c’è da avere paura e io non ho niente da perdere. Non fa alcuna differenza che io sia accettato da una folla alla moda: se succede è meraviglioso e se non succede tanto peggio. Potrei essere altrettanto improvvisamente dimenticato. Anche questo non ha molta importanza. Ho sempre avuto la filosofia del «questo non ha una reale importanza». È una filosofia orientale più che occidentale. È troppo duro pensare alle cose. Credo che comunque le persone dovrebbero pensare di meno. Io non mi sforzo di insegnare alla gente a vedere le cose o a sentire le cose nei miei quadri: non vi è in essi assolutamente nessuna forma di educazione.

[…] Le interviste sono come sedersi alla Fiera del Mondo, in quelle automobili Ford che vi trasportano mentre qualcuno recita un commento; ho sempre l’impressione che le mie parole vengano da dietro di me, non da me. L’intervistatore dovrebbe semplicemente dirmi le parole che vuole che io dica e io le ripeterei dopo di lui. Penso che così andrebbe molto bene perché sono talmente vuoto che non trovo niente da dire.

Io mi interesso ancora alla gente, ma sarebbe talmente molto più semplice non occuparsene… È troppo complicato occuparsene…Non voglio essere troppo coinvolto dalla vita degli altri…Non voglio accostarmi troppo a loro…Non mi piace toccare le cose…È per questo che il mio lavoro è così distante da me stesso…”

Andy Warhol è nato a Pittsburgh, da una famiglia di origine cecoslovacca, il 6 agosto 1928. Il suo vero nome, con cui si firma anche nei suoi primi lavori è Andrew Warhola. Ha esordito come disegnatore pubblicitario, per affermarsi, tra il 1960 e il 1963, come il maggiore rappresentante della Pop Art. Si è occupato poi intensamente di cinema sperimentale.È morto a New York il 22 febbraio 1987.

 

L’intervista è tratta dal volume:

Il cinema di Andy Warhol di Adriano Aprà e Enzo Ungari, Arcana editrice, 1973

 

Dog, il cagnino egizio adottato

Dog è un cagnino con un musetto delizioso. Ha circa un anno e sta al ristorante Da Filippo, in Albaretto della Torre (Alta Langa). Ha una storia bellissima.

Fu trovato, appena nato, per le strade del Cairo da Filippo e sua moglie Silvia lo scorso anno, durante una vacanza. Lo raccolsero, lo rifocillarono, gli procurarono un passaporto italiano e se lo portarono in Langa.

Oggi con quel musetto delizioso si aggira, puttanella, tra i tavoli del ristorante a pretendere con buffa insistenza qualche delizioso bocconcino elargito dai clienti cui regala quei suoi vispi occhietti neri.

C’è chi gli animali li abbandona, d’estate.

E c’è chi invece li adotta e li salva, non avendo timore di farsene carico e quindi di gioire delle loro attenzioni deliziose.

https://www.vincenzoreda.it/da-filippo-in-albaretto-della-torre/

 

Il Fatto Quotidiano: mia intervista sulla solita storia Maya

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/12/fine-del-mondo-2012-la-profezia-maya-creata-da-un-prof-di-storia-dellarte/291865/

101 storie Maya….acquisto on-line

Questo è il link che permette di acquistare on-line il mio libro:

http://www.ibs.it/code/9788854133235/reda-vincenzo/101-storie-maya.html

I sacrifici, tra i Maya, erano dovere soprattutto dei potenti…

Nelle storie 60 e 61 del mio libro sui Maya, si tratta con dovizia di particolari a proposito di sacrifici umani, autosacrifici e cannibalismo. Qui sotto si può osservare la raffigurazione di un importante dignitario maya mentre si sta trafiggendo il pene per donare il proprio sangue prezioso alle sue esigenti divinità: questi dei crudeli, per garantire agli uomini la vita, esigevano sangue nobile che doveva spillare dalla lingua o, meglio, dagli organi sessuali. La raffigurazione qui sotto è parte delle recentissime scoperte del giovane archeologo americano William A. Saturno nel sito di San Bartòlo, nel nord-est del Petén, Guatemala. La faccenda che sta rivoluzionando tutta la storia dei Maya classici è che questi magnifici affreschi sono stati eseguiti tra il II e il I secolo a. C., vale a dire 6/7 secoli prima di quello che veniva ritenuto l’apice culturale di questo popolo! Oggi altre scoperte stanno confermando che i Maya avevano raggiunto certi vertici artistici e culturali assai prima di quanto si era fino a oggi creduto.

https://www.vincenzoreda.it/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-a-prescindere-dalla-bufala-della-fine-del-mondo/

Lica Cecato

Brasil e penso alla mia amica  Lisomar Silva.

Brasil e penso a Calice e a Chico Buarque de Hollanda.

Brasil e penso a Vinicius de Moraes: “Amico, la vita è l’arte dell’incontro…”.

Brasil e penso a Joao Guimaraes Rosa.

E poi, musica e cantanti, le mie: Bessie, Billie, Sarah, Ella, Janis, Amy…ma anche Mina, Ornella, Patty, Fiorella; quelle di oggi no, quelle – quasi tutte – sono soltanto capaci di urlare, salvo soltanto, stupenda, Lara Magoni.

E, poi, rivado col pensiero a Aguas de marco: Antonio Carlos Jobim e Elis Regina: tra le mie dieci canzoni preferite in assoluto con quella voce dolcissima, rilassante….La riascolto guardando su youtube quel faccino semplice, quei capelli neri corti.

Elis da Porto Alegre, svanita in un sogno nei primi Ottanta.

L’arte dell’incontro, diceva Vinicius.

Dagli amici Abbona, sullo stupendo terrazzo, aspettando Bob Dylan (sono cresciuto a pane e bobdylan), conosco Lica Cecato: donna splendida, persona magnifica.

E parliamo.

E scopro che è una cantante brasiliana in giro per il mondo. Mi regala il suo ultimo Cd: “Copacabana“. Boh, penso io: non la conosco come cantante; la persona è magnifica, chissà come canta (e sono assai scettico).

Ha un web-site che non ho ancora guardato. Metto il Cd al suo posto, dentro uno dei miei lettori e, scrivendo, ascolto.

Accidenti!

Voce calda, bossanova samba jazz cool: tutto gradevole, rilassante, sonato da musicisti di valore.

Riascolto.

Ariaccidenti! Che brava, Lica.

Copacabana: un lavoro di 16 pezzi di grande finezza e piacevolezza; lavoro di mestiere solido, ma ispirato, sensuale.

E poi scopro che Lica ha composto, a parte un paio di cover eseguite benissimo, tutte le altre canzoni. Non mi piacciono quelle in lingua inglese, perché il brasiliano (non il portoghese, si badi bene) ha una musicalità tutta sua e un brasiliano/a DEVONO per forza di cose cantare nella propria lingua, stupenda…

Bel lavoro, ispirato, di solido mestiere. Gran voce e pezzi niente male. Segnalo, tra gli altri: Ballada, Antonio, Amor Cubano, Copacabana, Maresias, Eu e a Brisa.

Eh sì, amici: la vita è l’arte dell’incontro.

I cieli di Mattinatella

Dopo due giorni di pioggia e un tramonto spettacolare davanti alla piana di Mattinatella, nel mio villaggio Fontana delle rose, il mattino presto sono andato a pescare a fianco del porticciolo (uno dei pochi privati che possono vantare villaggi turistici e camping in Italia): la pesca è stata proficua.

Brezza in Barolo

Oreste Brezza me lo aveva presentato Oscar Farinetti in occasione dell’inaugurazione della nuova sede di Borgogno, a fine 2011. Mi aveva raccomandato di andare a visitare la cantina e prendere un boccone nel suo ristorante. Nel frattempo sono stato diverse volte a Barolo, senza mai trovare il tempo di onorare la promessa fatta quel giorno. Poi succede che, in occasione di Collisioni 2012, rimango a Barolo per qualche giorno e mi riprometto finalmente di recarmi a visitare questa storica cantina (produttori dal 1885).

Sono andato a cena con Maria Rosa e Marco Aronica, i miei due tutor, la sera del di venerdì 13 luglio, sulla stupenda terrazza da cui si gode un panorama ineguagliabile del paese e delle sue vigne verso sud-est. Abbiamo bevuto il Dolcetto San Lorenzo 2010 e il Barolo Cannubi 2007: entrambi magnifici (ho apprezzato assai il Dolcetto, in particolare). Ottima la proposta della carne cruda affettata e marinata con un delizioso bagnetto di olio, limone e aglio; e straordinaria l’insalata russa, almeno per chi ama queste cose di tradizione (quando so che può essere buona, non mi tiro mai indietro: e questa è tra le migliori che ho gustato).

Ho poi incontrato Enzo, figlio di Oreste, che è venuto alla mia lectio della domenica e si è fermato a spiegare il suo Barolo Cannubi 2007 nella gustazione successiva alla mia, durante l’intervento – sempre lucido e di gradevolissima esposizione – dell’amico Andrea Scanzi.

Ho visitato le cantine Brezza lunedì 16, aspettando il concerto di Bob Dylan.

I Brezza sono proprietari di circa 22 ettari di terreno con coltivazioni di vario genere, di questi 16,5 sono vitati e spremono 80.000 bottiglie. Ben 35.000 appartengono alle cinque tipologie del loro Barolo (Bricco Sarmassa, Sarmassa, Cannubi, Castellero e Barolo). La famiglia Brezza gestisce, oltre al ristorante (almeno 80/100 coperti), anche l’Hotel Barolo – 3 stelle che valgono 4, con 57 camere e piscina scoperta. Tutto questo genera almeno un 20/25% di vendite dirette in cantina, percentuale che da queste parti è per davvero rilevante.

Tra i vari assaggi effettuati nell’accogliente frescura della cantina, in piacevole compagnia di Oreste e Enzo, cito un ottimo rosato di Nebbiolo (soltanto, purtroppo, 2.000 bottiglie), una magnifica, secchissima, Freisa, e un Dolcetto ai vertici della tipologia (i prezzi di questi vini in cantina stanno sempre intorno ai 9 €). Di alto livello la Barbera (fermentazione in acciaio e affinamento in legno grande) e notevolissimo il Nebbiolo 2010: un vino che mi stupito per la finezza, la complessità, la peculiarità (con tappo di vetro, ormai da 6 anni!).

La degna chiusura è stata un bicchiere, questo bevuto proprio tutto, di Cannubi 2003: proprio quell’annata di cui si dice che il caldo aveva bollito i mosti. Qui invece ha dato un vino strepitoso e ricordo che anche per lo Sperss 2003 di Angelo Gaja avevo avuto le stesse sensazioni (e sono Barolo antitetici, essendo questo figlio di Serralunga e dunque con più struttura e meno eleganza). La mattinata è stata conclusa al ristorante con Enzo: avrei dovuto soltanto assaggiare gli agnolottini del plin con sugo d’arrosto, invece, malgrado il sole giaguaro, me ne sono mangiato un piatto! E con che soddisfazione…

Consiglio generico: se capitate a Barolo, andate da Brezza.

Consiglio per esperti e appassionati: organizzate una visita apposta per conoscere Brezza.

Consiglio per gli amici: andate più spesso da Brezza. Salute.

http://www.brezza.it/

La Strana Società (Popo Corn) al Caffé Elena

Riprendono gli happening estivi al Caffé Elena, in quell’angolo magico di Piazza Vittorio Veneto a Torino.

Riccardo Pellegrini (voce) e Roberto Bonfiglio (chitarra, già nei Nuovi Angeli), componenti de La Strana Società e autori del famoso hit Pop Corn, hanno eseguito un bel concerto acustico con brani di successo degli ultimi 30/40 anni, italiani e internazionali.

Il pubblico, numeroso, ha apprezzato, dimostrando ripetutamente il proprio entusiasmo verso i due bravi artisti.

 

Harley Davidson in Piazza Vittorio

Andare in moto è l’unica faccenda che mi terrorizza: è un panico più forte di qualsiasi ragione. I motivi di questo mio terrore sono assai fondati: ebbi un terribile incidente da adolescente mentre guidavo uno Velosolex apparentemente innocuo, ne uscii indenne ma non dormii per un intero mese. Qualche anno dopo, il mio migliore amico, Mariano, tolse il disturbo a soli 29 anni sopra un maledettissimo Ducati scrambler 350, giallo. Le motociclette mi fanno paura. Ma mi piacciono: sono aggeggi bellissimi e tra questi, per certo, un mito è la favolosa Harley Davidson, sogno di quasi tutti i miei compagni di generazione. Ci siamo nutriti di libri on the road e film, magari pessimi (Easy Rider, 1969 con Peter Fonda e Dennis Hopper….) ma che avevano la capacità di generare sogni.

Queste fotografie le ho riprese in Piazza Vittorio Veneto a Torino, Domenica 26 giugno: mi paiono molto belle. Un omaggio al mio amico Mariano.

Marchesi di Barolo

Era sabato 13 luglio, in tarda mattinata, nel cortile del Castello di Barolo: mi si avvicina Francesca Tablino e mi presenta una bella signora bionda che, dice, è ansiosa (?) di conoscermi. Si presenta, sono Anna Abbona e desideravo tanto conoscerla: beh, non sono né una celebrità, né una persona defilata. Eccomi qui, fa piacere anche a me conoscerla. Si passa velocemente a parlare in seconda persona e devo cedere alle insistenze di un invito a cenare la sera stessa nella loro Foresteria. Accetto perché Anna è particolarmente insistente: avevo altro da fare, ma mi pare doveroso cedere a tanta dimostrazione di interesse nei miei confronti. E accetto anche perché Anna mi parla di Paolo Monelli.

Prima di cena ho conosciuto Ernesto Abbona che mi ha guidato a visitare l’incredibile caveau, a temperatura controllata, in cui riposa un tesoro di millesimi curato meglio dei lingotti di Fort Knox (ma i lingotti, pur preziosi, non posseggono alcuna sensibilità…).

Non mi dilungo sulla storia di questa Azienda prestigiosa; non mi dilungo nemmeno a far discorsi tecnici sulle vigne, la produzione e i vini, pur se tanti in questi giorni ne ho bevuti e tutti di qualità eccelsa (mi ha sorpreso il loro Arneis 2011, e io -si sa – non amo questo bianco piemontese). Qui sotto metterò il link del loro sito – tutto da visitare – e per quanto attiene ai discorsi tecnici, mi riservo una visita meno mondana e più tecnica che, sono certo, avverrà prestissimo.

In questo breve articolo mi preme di mettere in evidenza la sensibilità – è la mia priorità, quando si tratta di persone – la cultura, la gentilezza leggera, la capacità di interloquire con persone di ogni tipo con estrema naturalezza di Anna, di Ernesto e della loro deliziosa Valentina.

Tra gli incontri di Collisioni, uno di quelli indimenticabili.

http://www.marchesibarolo.com/

Parole di vini a Barolo, Collisioni 2012

Parole di vini” è il titolo della lectio magistralis che ho tenuto nella struggente sala didattica del Castello di Barolo, domenica 15 luglio 2012  in tarda mattinata. Con sette miei dipinti di vino che incitavano e tenevano compagnia dalle pareti, la sala era gremita da un pubblico competente e attentissimo. Ho avuto modo di guidare i miei “alunni” attraverso un percorso che comprendeva quasi tutti i miei autori preferiti in quella che è stata una sorta di cavalcata tra vino e letteratura. Ho cominciato con Khayyam e la sua meravigliosa quartina che definisco: “Preghiera del vino“, ho continuato con Arpino, Monelli, Orazio, Marziale, Dante, Rabelais….per finire con Neruda e la solita silloge in latino di Ulrich von Hutten. E’ seguita una gustazione guidata da Lorenzo Tablino con sei vini – Chardonnay 2008 Foglino, Bonarda 2011 Oltrepò Pavese di Albani, Nebbiolo Marghe 2010 Damilano, Barbaresco Marinacci 2008, Barolo M. Mascarello 2008 per finire con il Barolo 2008 di Prunotto.

Lorenzo è una persona magnifica: 40 anni di vendemmie a Fontanafredda in qualità di enologo (diplomato a Alba nel 1968) ne hanno fatto uomo di straordinaria esperienza e competenza. Ma è la passione con cui comunica il vino che mi ha stupito: sono dunque onorato di averlo avuto al mio fianco. Per davvero è stato motivo di grande soddisfazione aver partecipato di questa esperienza irripetibile, condotta in un ambito, Collisioni 2012, di emozioni e incontri straordinari.

Giordano Bruno, De Gli Eroici Furori

horeca«[…] perché il fine ed ultimo della superiore è principio e capo dell’inferiore, perché non sia mezzo e vacuo tra l’una ed altra: e l’ultimo de l’ultima, per via de circolazione, concorre con il principio della prima. Perché medesimo è più chiaro e più occulto, principio e fine, altissima luce e profondissimo abisso, infinita potenza ed infinito atto, secondo le raggioni e modi esplicati da noi in altri luoghi. Appresso si contempla l’armonia e consonanza de tutte le sfere, intelligenze, muse ed instrumenti insieme; dove il cielo, il moto de’ mondi, l’opre della natura, il discorso de gl’intelletti, la contemplazion della mente, il decreto della divina providenza, tutti d’accordo celebrano l’alta e magnifica vicissitudine che agguaglia l’acqui inferiori alle suoeriori, cangia la notte col giorno, cangia la notte col giorno, ed il giorno con la notte, a fin che la divinità sia in tutto, e l’infinita bontà infinitamente si communiche secondo tutta de le cose.».

Il brano qui sopra è tratto dal magnifico libro: Scritti scelti di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella a cura di Luigi Firpo della Unione Tipografico-Editrice Torinese (UTET). Torino 1948. La mia copia, Classici Italiani, è una ristampa (il classico verde cartonato in VIII°) del 1973.

Nessuno come il Maestro Luigi Firpo ha saputo conoscere e divulgare le opere di Giordano Bruno e Tommaso Campanella: il primo campano, il secondo calabrese; entrambi – ironia della sorte – frati domenicani, l’ordine che custodisce l’ortodossia della religione cattolica….

BrunoCampanella fece fesso il cardinale Roberto Francesco Romolo Bellarmino ( 1542-1621, poi santificato per i servigi resi alla Santa Inquisizione…); Giordano Bruno a un certo punto decise che il suo pensiero valeva la sua vita e, quando avrebbe potuto salvarsi, decise d’immolarla alle proprie idee. Avanti secoli sul pensiero del tempo, nel suo equiparare micro e macro intuì la geometria frattale; capì che l’universo è infinito; ipotizzò che non siamo soli nell’immensità dell’Universo. Cercò di spiegare che non c’è bisogno di dio per spiegare l’Universo: semplicemente, coincidono.

Fu bruciato vivo in Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600 (era nato a Nola nel 1548). L’attuale statua fu posta nella piazza romana nel 1888, non senza problemi.

 

Da Fontanafredda soffia il Marin

Di Nascetta ne avevo bevuta per la prima volta dal mio amico Matteo, a La Tana del Re, gennaio 2011. Era prodotta in Novello da Luigi Vietto, vendemmia 2008. Mi era piaciuta. Durante il Vinitaly dello stesso anno, poco tempo appresso, avevo gustato la Nascetta di Fausto Cellaro dei Poderi Cellaro di Carrù, non ricordo il millesimo: mi era piaciuta assai.

Questo vitigno, di cui parlano diversi ampelografi verso la fine dell’Ottocento (Gagna, Rovasenda, Fantini), è tipico della Langa intorno a Barolo e Novello. Vitigno delicato che esige vigne di prima qualità soprattutto per l’esposizione. Assai probabilmente, era stato trascurato proprio per questo fatto: si preferivano vitigni più produttivi, forti, commerciali. Passati i tempi in cui era di moda nobilitare vini di salda tradizione, più o meno meritevoli di tutte queste attenzioni e pratiche – in vigna e in cantina – molti si sono dedicati a cercare di riscoprire vitigni dimenticati. Con alterne fortune: alcune riscoperte sono risultate di grande interesse, altre assai meno.

Non v’ha dubbio che quest’uva delicata e aromatica della Langa sia degna di grande attenzione e oggi già qualche produttore ha cominciato a dedicargli le cure che probabilmente merita (il tempo, come al solito, permetterà di stabilire quanto meritate).

Capito a Fontanafredda con Francesca Tablino per un rapido spuntino dopo un sopralluogo a Barolo (incombono Collisioni e Bob Dylan), e mi viene messa sotto il naso una bottiglia di vino bianco: assaggia questo vino, l’ultima delle nostre proposte, e dimmi se ti garba.

Com’è ovvio, rimango ammaliato dall’eleganza semplice e pulita dell’etichetta: etichetta magnifica, dico. Elegante, femminile. Chi l’ha realizzata?

Davvero!? risponde Francesca: pensa che in azienda è stata anche criticata. Aspetta che chiamo Andrea che ne è l’autore.

Aspettando Andrea Cantamessa, Direttore Vendite di Fontanafredda, ma anche artista in privato, bevo di questo bianco e rimango incantato da una mineralità spiccata, da una freschezza che sa di fiori e di frutta bianca. Mi dicono che è un uvaggio di Nascetta e di un altro vino che non mi sanno indicare. Non è Chardonnay di certo, forse Sauvignon Blanc (penso)? C’è un aroma particolare, secco, franco e una grande persistenza. Arriva Andrea e mi svela l’arcano: uvaggio al 50% di Nascetta e Rieseling! Eccellente: quasi l’uovo di Colombo, abbinare due uve che hanno caratteristiche somiglianti. Ne hanno prodotte 20.000 bottiglie, vendemmia 2009 e quindi due anni di affinamento in bottiglia per un’acidità spiccata e “soltanto” 12,5% vol.

Il nome ricorda il buon vento che soffia dal mare verso le colline di Langa e ne carezza con benevolenza i filari che tanto gli vogliono bene.

Me ne sono portato a casa qualche bottiglia: nella tranquillità dei miei assaggi solitari e successivi ho avuto la conferma di un vino di gran classe, destinato anche a invecchiare bene. Non costa pochissimo (13/15 € a scaffale), ma sono certo di aver bevuto in anteprima un vino che farà carriera. Stavolta, complimenti a Fontanafredda. E stavolta non soltanto per la qualità del marketing!

Castello di Tassarolo, un’emozione

Rudolf Steiner (1861/1925) è stato, per chi non lo sapesse, un grande filosofo e pedagogo austriaco. Grande ammiratore di Goethe, Schopenhauer e Nietzsche, fondò, nel 1919 a Stoccarda, la prima scuola Waldorf. Oggi, in Italia e nel mondo, sono centinaia gli istituti steineriani che seguono i suoi insegnamenti. A questo grande innovatore si ispira in maniera diretta l’agricoltura bionamica.

Ho conosciuto Vincenzo Munì un sabato di maggio di quest’anno a Gavi: un incontro fugace e dovuto al caso (ma cos’è il caso?) durante il quale si stabilì un’empatia particolare. Seguendo – certo di non sbagliare – il suo consiglio, ho visitato a Cirò Marina l’azienda Du Cropio e l’articolo che ho scritto su questo sito testimonia dell’importanza di questa visita.

Vincenzo si definisce: “Assistente della natura e non winemaker”. Albese di nascita ma siciliano di famiglia, ha compiuto i classici studi di enologia per dedicarsi, ormai da qualche anno, all’agricoltura biodinamica.

Nel 2006 avviene l’incontro con Henry Finzi-Constantine, londinese ma con genitori italiani e ciprioti, e la sua compagna: marchesa Massimiliana Spinola. Henry è un personaggio che ha girato il mondo, appassionato di cavalli da tiro e studioso di Rudolf Steiner. Massimiliana è l’ultima erede di una delle più antiche e prestigiose casate europee che ha deciso di tornare in Italia, dopo intense esperienze tra New York e Londra, e dedicare la sua vita alle proprietà terriere di famiglia, ereditate a Tassarolo, due passi da Novi Ligure.

Comincia così una storia di grande fascino che ho avuto l’occasione di approcciare in questi torridi giorni di luglio, accettando l’invito di Vincenzo e Massimiliana per una visita presso la sede dell’azienda.

Il posto è incantevole: situato a non più di 300 mslm, tra dolci colline che respirano l’aria del Mar Ligure, occupa diversi ettari di cui una ventina sono impiantati a vigneto e qui si tratta soprattutto di Cortese con qualche eccezione per uve a bacca rossa (Barbera, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot). Nella proprietà è incluso un bacino naturale di una certa importanza che svolge un ruolo fondamentale nell’ecosistema.

Come si può facilmente intuire, qui la conduzione delle vigne è biodinamica, realizzata con sano buonsenso e priva di certe posizioni integraliste che spesse volte risultano insopportabili.

Ma quest’azienda ha una particolarità unica: i lavori in parti delle vigne vengono fatti con due meravigliosi cavalli da tiro di razza Comtois francese: il maschio di 5 anni Titouan e la femmina di 11 anni Nicotine. Sono animali intelligenti, forti, dolcissimi e tanto belli da vedere. Tra l’altro, l’azienda è aperta alle visite del pubblico e si insegna ai bambini a condurre, da terra, i cavalli.

Henry sta sviluppando un progetto di grande interesse che ha definito “Cavalavor”.

Quando si parla di agricoltura biodinamica, si intende definire un concetto fondamentale di rispetto del suolo e dei suoi equilibri naturali. Qui si usano il Cornoletame, il Cornosilice, il cumulo e i filari sono inerbiti con il sovescio. Non si effettuano potature verdi né, tanto meno, diradamenti. Per i trattamenti – soltanto quelli indispensabili – si usano rame e zolfo e, sempre di più, preparati a base di sostanze naturali.

In cantina le tecniche sono le più semplici: soltanto acciaio, chiarifiche a base di bentonite, filtraggio soft all’imbottigliamento.

Una parte importante della produzione viene realizzata senza solfiti aggiunti: è importante specificare che, durante le varie reazioni chimico-fisiche che permettono agli zuccheri di diventare alcol, viene naturalmente liberata dell’anidride solforosa che nella norma non supera mai i 10/15 mg/l, quando invece la legge permette di aggiungere, nei vini bianchi, fino a 200 mg/l. di solfiti (che poi sono la famosa causa dei cerchi alla testa….).

Ho bevuto di questi vini: hanno caratteristiche assai differenti dai vini “normali”; innanzi tutto il colore, assai più vivace. Poi naso più delicato e palato che viene blandito da note che riportano in maniera diretta al succo d’uva. E non è affatto vero che i vini biodinamici e privi di solfiti non sono buoni: se chi li realizza è capace, sono ottimi!

Tratterò in dettaglio di molti di questi vini quando il tempo mi permetterà di effettuare delle gustazioni accurate, come sono uso fare. Per ora voglio citare quelli che mi hanno colpito con effetto immediato.

Parlo del Gavi DOCG Sparkling Spinola 2011 e del Monferrato Rosso DOC Cuvée 2011.

Il primo è un piacevolissimo vino frizzante (metodo Martinotti), di buona acidità, fresco e delicato di 12,5%vol, uve Cortese in purezza. Il secondo è un rosso da uve Barbera e Cabernet Sauvignon al 50%. Il colore è sbalorditivo: un viola intenso che non mi ricordo di aver mai visto. In bocca è un vino grasso, generoso, schietto. Questo rosso, in aree che poco sono consone a vini di questo genere, mi è davvero piaciuto assai. Un vino che pare antico, che sa di uva, per 13,5% vol di alcol.

Cito anche il  Gavi DOCG Titouan 2011, che però non ho ancora valutato: questo è il vino spremuto dalle uve che provengono dai filari lavorati soltanto con i cavalli, il cui nome appunto fa riferimento al giovane maschio.

Per finire, la quasi totalità della produzione (120/150.000 bottiglie) è esportata soprattutto in Germania, Paesi scandinavi, Inghilterra e Giappone.

In Italia si possono trovare questi vini soltanto presso alcune catene specializzate nella distribuzione di prodotti bio. Oppure rivolgendosi direttamente in azienda (e magari andando a visitarla, per provare un’esperienza emozionante).

Azienda Agricola Castello di Tassarolo

Località Alborina, 1 – 15060 Tassarolo (AL -) Italia

Telefono: +39.0143.342248

Fax: +39.0143.342907

http://www.castelloditassarolo.it/

Una chicca: Arneis e Nebbiolo per un metodo classico

Si chiama Federico Signetti, è il responsabile della produzione della Luigi Bosca di Canelli. Diplomato all’Enologico di Alba nel 2000, dopo qualche anno di servizio presso la Contratto, da cinque anni lavora in Bosca. E’ uno dei pochi giovani che il remuage sa farlo manualmente e di spumanti se ne intende per davvero; oltretutto, con una passione notevole che sprizza da tutti i pori. In proprio lavora da vigneti di famiglia circa 15.000 bottiglie nel Roero: soprattutto Arneis e Nebbiolo. Ma la chicca, davvero sorprendente, è una produzione di 1.500 bottiglie non in vendita di un metodo classico prodotto con una cuvée di Arneis e Nebbiolo (vinificato in rosato) al 50%. E’ un vino che mi ha lasciato sbalordito: colore rosato tenue che vira verso il bronzo, perlage finissimo, naso con crosta di pane di grande evidenza e palato con spiccata acidità, grande sapidità e lunga eleganza che persiste in bocca e in gola: incredibile per uno spumante prodotto con uve che in genere non sono usate per  questa tipologia di prodotto. Purtroppo, non è in vendita, ma assicuro essere uno dei vini che in questo periodo mi ha sorpreso di più: al meglio, ovviamente!

Collisioni 2012 a Barolo

http://www.collisioni.it/

Dalla prima edizione del 2009, che fu immediatamente un successo, sono passati tre anni e Collisioni – iniziativa creata quasi per gioco da un gruppo di giovanissimi appassionati di arte, vino e territorio – approda quest’anno nella suo porto naturale: Barolo. Perché Barolo? Per la semplice considerazione che questo paese rappresenta nel mondo – nel mondo! – una certa immagine del vino di massima qualità; e questo vino lo rappresenta con tutto il suo straordinario territorio e con la sua Storia stratificata da tempi immemori con tante piccole storie di uomini umili e di grandi dinastie, fondamentali alla stessa maniera. E a Barolo verrà Bob Dylan, soffiando il suo vento d’artista inarrivabile e testimoniando che, come sempre, i tempi stanno cambiando: e speriamo di poter assistere, nel prossimo futuro, soltanto alla caduta di piogge ristoratrici e non “hard”!

Orti, Carmi priapei e l’ùortu di Peppinu

«…Priapo, in area ellenistica e poi a Roma e in Italia, è un portafortuna universale. Le sue statue si ergono trai campi e i frutteti, all’aperto o in tempietti a lui dedicati, negli atri dei palazzi cittadini o delle ville di campagna e persino sulle tombe (per difendere la pace dei morti), mentre sue minuscole effigi sono appese al collo dei bambini. L’immagine classica del Priapo ormai romano è quella fornitaci da Orazio nell’ottava satira del libro I: rozzo idolo di legno dal membro enorme, una falce in mano e sul capo un manipolo ondeggiante di canne destinato a tener lontani gli uccelli, in volta protettore della generazione (dei campi e degli uomini), terrore dei ladri, esorcizzatore della jettatura e spaventapasseri.  Il Priapo romano, almeno agli inizi, è schiettamente contadino (anche “politicamente2 contadino, come si vedrà) e assai più ruvido di quello ellenistico, ma ben presto si ingentilirà e levigherà, sarà fatto non più di solo legno ma di terracotta, di marmo, di metallo. Il Priapo contadino, osceno ma non lubrico simbolo della forza procreatrice, confuso spesso con Pan e con il culto delle Ninfe, diventa rapidamente una caricatura lasciva. I Priapea ci danno entrambe le facce della medaglia.».

Questa raccolta anonima di 80 canti (Carmina priapea)  fu compilata in maniera probabilmente antologica in età augustea (seconda metà del primo secolo a.C.). Fu attribuita via via a Virgilio, Ovidio, Tibullo e ancora a Marziale e a Petronio. Per la verità, qualcuno di questi può aver scritto delle composizioni della raccolta, ma la sua scarsa caratura letteraria, per non dire rozzezza tecnica, impedisce ai filologi di accettare la tesi di unica creazione  di qualcuno di questi grandi. Priapo è una divinità originaria di Lampsaco, Ellesponto, in età ellenistica: entra a far parte del pantheon greco dopo il III secolo a.C. I romani lo sostituiscono più tardi al culto di Mutunus Tutunus, equivalente autoctono.

Ho scelto due composizioni che ritengo emblematiche. Vogliono essere una dedica a mio padre Giuseppe (Peppinu), nel cui orto – ùortu, in calabrese – egli non aveva un idolo protettivo come Priapo, ma nella sua antica e grande cultura ne aveva la percezione intuitiva. Oggi, 19 marzo, ho rivisitato quel posto in cui egli trascorse felice i suoi ultimi anni e dove morì un mattino di ottobre mentre raccoglieva i suoi fagioli. Morì improvvisamente, credo felice di posare le sue membra, ancora vigorose, su quella Terra che gli era stata compagna e amica.

XI

Cerca ch’io non ti prenda! Se ti prendo/non ti bastonerò né con la curva/falce ti farò male, ma trafitto/da questo palo mio sesquipedale/t’allargherai talmente/che ti parrà che il tuo buco del culo/non abbia più una grinza.

(Ne prendare cave, prenso nec fuste nocebo,/saeva nec incurva volnera falce dabo:/traiectus conto sic extendere pedali, ut culum rugam non habuisse putes.)

XX

Giove è armato del fulmine, Nettuno/della fiocina, Marte della spada/Minerva della lancia, mentre Bacco/dà battaglia col tirso, Apollo, dicono,/lancia frecce e la mano dell’invitto/Ercole stringe la clava. Terribile/ io sono invece per la gonfia fava.

(Fulmina sub Iove sunt; Neptuni fuscina telum [est];/ense potens Mars est; hasta Minerva, tua est;/sutilibus Liber committit proelia thyrsis;/fertur Apollinea missa sagitta manu;/Herculis armata est invicti dextera clava:/at me terribilem mentula tenta facit.).

 

Free shots and selfportraits in Cirò seaport
Collisioni 2012, Barolo (Cn) 13/16 luglio

 COLLISIONI 2012

INCONTRI IN ENOTECA 

Dal 13 al 16 luglio 2012 si terrà nel paese di Barolo la quarta edizione del festival Collisioni, in questo momento l’evento culturale più partecipato di tutta la Regione, dopo il Salone del Libro di Torino, con oltre cinquantamila visitatori nella scorsa edizione, e tanti ospiti quest’anno di respiro internazionale come Bob Dylan, per l’unica data italiana nel 2012, Patti Smith per l’apertura del suo tour italiano il 14 luglio, Boy George, Luciana Littizzetto, Carlo Verdone, Philippe Daverio, per una lezione sul rapporto tra la rappresentazione artistica e il vino, Niccolò Ammaniti, Don DeLillo, Luis Sepulveda, Subsonica. Il paese di Barolo sarà meta di visitatori provenienti da tutto il territorio nazionale ma anche da Francia, Germania e Svizzera. Proprio per questo, grazie alla sede scelta e alla sua attrattiva per i turisti in relazione al vino, l’evento, i suoi incontri e concerti internazionali saranno  un’importante occasione per promuovere i vini del basso Piemonte. Collisioni, in collaborazione con l’ Enoteca Regionale del Barolo e il Wimu, propone alcuni eventi collaterali al festival per conoscere storia, aneddoti e personaggi del vino. Una serie di lezioni per raccontare la storia della più affascinante delle bevande, ricca di sapienza e poesia, arte e tradizione. Due giornate dedicate ai grandi vini del Piemonte per scoprirne la grandezza in modo ludico ed interattivo.

SABATO 14 LUGLIO

Ore 11,00 sala del professore  WIMU: “Bell’ aria di Padre Bacco, dai vini spumescentes dei Romani agli spumanti metodo classico di oggi”. A cura di Enrico Parodi.

A seguire degustazione dei migliori spumanti metodo classico del Piemonte.

Relatore: Enrico Parodi, sommelier professionista Ais, ha frequentato l’Ecole de Champagne e numerosi seminari nei territori di produzione alla ricerca dei segreti di questo splendido vino speciale.
Ore 14,00 sala del professore  WIMU: “Alla scoperta di sua maestà il Barolo – il Re dei vini, in vino dei Re”.  La letteratura, la musica e l’arte incontrano il mitico vino Barolo. Lezione: la storia, il territorio, la cultura di uno dei più grandi vini al mondo.

A seguire degustazione guidata orizzontale verticale dei migliori terroir e dei migliori crus del Barolo delle cantine di  Serralunga d’Alba, Monforte, Castiglion Falletto, Barolo. Durante la degustazione sono previsti premi e giochi con il Barolo  e omaggi di libri sul Piemonte enoico.

Relatore: Lorenzo Tablino, enologo di quarantennale esperienza nel campo, giornalista, consulente vitivinicolo.

Ore 16,00 sala del professore  WIMU: presentazione del libro “Cronache golose” di Marco Trabucco (giornalista di Repubblica e curatore Guida Espresso) e Marco Bolasco (direttore editoriale di Slow Food). Cinquanta storie, raccontate attraverso altrettanti piatti e cuochi. Da Gualtiero Marchesi al modello nuovo di osteria, dall’evoluzione della cucina regionale fino alle avanguardie che arrivano solo recentemente in Italia rispetto all’ Europa. Prefazione di Alessandro Baricco.

A seguire degustazione guidata dei migliori terroir e dei migliori crus del Barolo delle cantine dei produttori che hanno aderito al progetto Collisioni 2012.

Ore 18,30 Enoteca Regionale del Barolo :  lezioni e degustazioni guidate condotte da esperti  sui grandi vini delle aziende sponsor di Collisioni.

DOMENICA 15 LUGLIO 

Ore  11,00 sala del professore  WIMU: “Parole di Vini”. Più che una lectio magistralis, una rilassante e informale chiacchierata in cui il giornalista Vincenzo Reda  esamina e approfondisce il rapporto con il vino di alcuni scrittori e poeti, alcuni dei quali non proprio “abbinati” dall’immaginario collettivo a questa portentosa bevanda. A seguire degustazione guidata orizzontale verticale dei migliori terroir e dei migliori crus del Barolo delle cantine di  Serralunga d’Alba, Monforte, Castiglion Falletto, Barolo.

Relatore: Vincenzo Reda, nato in Calabria, è torinese d’adozione, vivendo questa città dagli anni della prima infanzia. E’ uno scrittore, pittore e intellettuale che da molti anni ha fatto del vino la materia oggetto dei propri interessi culturali e artistici. Occupandosi anche di storia e di letteratura, le prospettive da cui guarda al vino sono diverse da un semplice approccio a carattere tecnico o di valutazione meramente sensoriale.

 Ore  16,00 sala del professore  WIMU: “Elogio dell’invecchiamento” di Andrea Scanzi

Scanzi ci insegna a riconoscere e a distinguere, insieme a chi li produce, il Barolo, il Pinot nero, il Sassicaia, l’Aglianico e altri capolavori di una lunga stoia fatta di lavoro, pazienza e dedizione. Non senza ironia ci svela, tra una tappa e l’altra del suo viaggio, i piccoli e grandi segreti che ogni sommelier e ogni buon intenditore hanno messo a punto nel tempo e che consentono loro di muoversi con disinvoltura in questo mondo così ricco e variegato. E soprattutto, ci insegna a riconoscere la vita segreta dei vini e ad apprezzare quella sottile arte che ne fa spesso dei capolavori: l’arte di invecchiare. A seguire degustazione guidata dei migliori terroir e dei migliori crus del Barolo delle cantine dei produttori che hanno aderito al progetto Collisioni 2012.

Relatore: Andrea Scanzi è nato ad Arezzo nel 1974. Dopo sei anni a La Stampa, è passato nell’estate 2011 al Fatto Quotidiano. Si occupa di cultura, sport, enogastronomia, politica. E’ ritenuta una delle firme più eclettiche d’Italia. E’ autore e interprete di Gaber se fosse Gaber, spettacolo teatrale che sta attraversando l’Italia. Sommelier innamorato delle Langhe, ha pubblicato due bestseller dedicati al mondo del vino, Elogio dell’invecchiamento (2007) e Il vino degli altri (2010). I suoi ultimi libro sono I cani lo sanno (2011) e Happy Birthday, Nebraska (2012 ebook), entrambi per Feltrinelli.

Ore 18,30 Enoteca Regionale del Barolo:  lezioni e degustazioni guidate condotte da esperti  sui grandi vini delle aziende sponsor di Collisioni. 

INGRESSO LIBERO E GRATUITO A TUTTE LE LEZIONI E LE DEGUSTAZIONI

Per informazioni, rivolgersi a :

Enoteca Regionale del Barolo   0173 56277  barolo@barolowordl.it

Wi-mu Museo del vino a Barolo 0173 386697 info@wimubarolo.it

Tablino Francesca francescatablino@gmail.com

Collisioni

Incontri in enoteca

Eno

SABATO 14 LUGLIO

Ore 11.00
“Bell’aria di Padre Bacco, dai vini spumescentes dei Romani agli spumanti metodo classico di oggi”
a cura di Enrico Parodi.

Ore 14,30
“Alla scoperta di sua Maestà il Barolo.Il re dei vini, il vino dei re”
A cura di Lorenzo Tablino

Ore 16,30
“Cronache golose”
di Marco Trabucco e Marco Bolasco

Ore 18,30
“Degustazioni guidate condotte da esperti sui grandi vini del Piemonte”

DOMENICA 15 LUGLIO

Ore 11.00

“Parole di vini”

a cura di Vincenzo Reda

Ore 15,30
“Elogio dell’invecchiamento” e “Il vino degli altri”
di Andrea Scanzi.

Ore 18,30
“Degustazioni guidate condotte da esperti sui grandi vini del Piemonte”

http://www.collisioni.it/