Archive for Settembre, 2012
1 ottobre: sono 58 anni che abito questo mondo…

Anni fa scrivevo: “Compiere gli anni è soltanto una consuetudine: oggi, in maniera molto semplice, è soltanto un giorno più di ieri. Ma le cose non sono soltanto semplici. Ci sono punti di vista complessi. E il compleanno è una faccenda più complessa. Io sono ossessionato dai numeri: 55 è un numero particolare, nelle mie fatue speculazioni. La sua somma fa 10. 1, 3 e 10 sono numeri che significano qualcosa, per me. Non so però esattamente che cosa. Qui sotto una galleria dei me passati, ma anche futuri.”

Oggi, in maniera assi semplice, è passato un altro anno. Bello, brutto, normale, eccezionale: mah, soltanto un altro anno, fatto di tante cose, momenti, persone, fatti. Ogni anno, a modo suo, è straordinario.

Ma sto scoprendo che invecchiare, se lo si sa fare per bene, è bellissimo: sono le nuove prospettive, fino a ieri insospettabili, che affascinano e poi, poi c’è molto d’altro.

Marchesi di Barolo: Barbera d’Alba, Dolcetto d’Alba e Roero Arneis

Durante la mia ultima visita a Barolo, ho incontrato Anna Abbona nella sede accogliente delle Cantine Marchesi di Barolo che si affaccia proprio sulla strada d’accesso al piccolo paese, sulla sinistra provenendo da Alba. Abbiamo fatto una lunga e amabile chiacchierata, rimembrando soprattutto i bei giorni di Collisioni 2012 e gustando un buon bicchierino del suo ottimo Barolo Chinato. Chiaro è che non poteva lasciarmi tornare a Torino senza un adeguato corredo di bottiglie.

Dei cru di Barolo parlerò a tempo debito, oggi mi preme di parlare della Barbera d’Alba Paiagal 2010, del Dolcetto d’Alba Madonna di Como 2011 e del Roero Arneis 2011.

Mi tolgo subito il dente.

Non amo l’Arneis: è un bianco che proprio mi piace poco e che stimo una tipologia di vino di scarso interesse. Questo, che ho accompagnato a un piatto di ottime triglie in umido, è certo un vino corretto, tra gli Arneis che ho bevuto di sicuro uno dei migliori: 13,5%vol., colore giallo paglierino scarico con riflessi verdognoli, gradevoli sentori di mela verde e cammomilla – abbastanza peculiari -, buona persistenza. Insomma un buon bianco: ma, come tutti gli Arneis, per me poco emozionante.

Invece amo tanto i Dolcetto, quelli d’Alba soprattutto. Questo è un ottimo vino, credo ne producano quattro o cinque decine di migliaia di bottiglie da vigneti posti nei dintorni di Alba. E’ un Dolcetto che è stato sulle bucce per non più di 4/5 giorni, ha visto soltanto acciaio. 13,5%vol.,colore rubino intenso, profumo di viola e di ciliegia tipico,  con una bella rotondità in bocca che persiste a lungo in gola e quel finale amarognolo che lo identifica: un Dolcetto di particolare delicatezza che mi è piaciuto e che ho bevuto in compagnia di un piatto di pesce. Ebbene sì: pasta con ragout di triglie. La pasta era del pastificio artigiano Benedetto Cavalieri, Maglie (Le): una pasta di grano duro di ottima qualità che mi ha consigliato lo chef garganico Gegè Mangano.

Ho trovato davvero eccellente la Barbera, tra quelle d’Alba una delle migliori. Sono rimasto particolarmente colpito dall’eleganza e dall’armonia di questo vino, la cui nota caratteristica è data da un’acidità eccezionale che ne renderà interessante l’invecchiamento. 14%vol., bel colore rubino, sentori di frutta rossa e leggera vaniglia che lascia intuire un affinamento (per un anno) in barrique usate, di media tostatura. In bocca è armonico, elegante, lungo e deliziosamente acido. 20.000 bottiglie da un nobile vigneto posto nel comune di Barolo. L’ho bevuta con un magnifico risotto ai funghi porcini. Il riso, pur essendo un ottimo Carnaroli, non era l’Acquerello dell’amico Piero Rondolino: quello l’ho finito e non ho avuto ancora modo di farne un’adeguata provvista. Dopo il risotto, un piatto di deliziosi porcini impanati: magnifici con la bottiglia di Paiagal!

I prezzi: ottimi, ben sotto i 10€ a scaffale per Arneis e Dolcetto; per il Paiagal occorre qualcosa di più (intorno ai 15€): ma si beve una Barbera eccellente per davvero, parola mia.

http://www.marchesibarolo.com/

 

XV BMTA a Paestum

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico si conferma anche nel 2012 un evento internazionale unico nel suo genere: sede del più grande Salone espositivo al mondo del patrimonio archeologico e della prima mostra internazionale di tecnologie interattive e virtuali; luogo di approfondimento e divulgazione di temi dedicati al turismo e ai beni culturali oltre che occasione di incontro per gli addetti ai lavori, per gli operatori, per i viaggiatori, per gli appassionati.

Un format di successo testimoniato dalle prestigiose collaborazioni di organismi internazionali quali UNESCO, OMT e ICCROM oltre che da 8.000 visitatori, 180 espositori di cui 30 Paesi esteri, 50 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 350 operatori dell’offerta, 150 giornalisti.

Nel sottolineare sempre più l’importanza che il patrimonio culturale riveste come fattore di dialogo interculturale, d’integrazione sociale e di sviluppo economico, ogni anno la Borsa promuove la cooperazione tra i popoli attraverso la partecipazione e lo scambio di esperienze: dopo Egitto, Marocco, Tunisia, Siria, Francia, Algeria, Grecia, Libia, Perù, Portogallo, Cambogia e Turchia, ospite ufficiale nel 2012 è l’Armenia.

Dieci le sezioni speciali, dai filmati e documentari volti a svelare i misteri delle civiltà del passato nell’ambito di ArcheoFilm ai più innovativi e coinvolgenti progetti multimediali e di realtà virtuale applicati all’archeologia nella mostra ArcheoVirtual, dagli Incontri con i Protagonisti delle scoperte archeologiche dell’anno alle tecniche utilizzate nell’antichità per costruire i manufatti di uso quotidiano nei Laboratori di Archeologia Sperimentale, dalle presentazioni di progetti negli ArcheoIncontri al Premio Paestum Archeologia assegnato a coloro che contribuiscono alla valorizzazione del patrimonio culturale e ad ArcheoLavoro orientamento ai Corsi di Laurea e Master in Archeologia, alle figure professionali e alle competenze emergenti.

Il Workshop Enit con 70 buyers esteri, provenienti da 12 Paesi, determina efficaci opportunità di business per gli operatori turistici dell’offerta.

Istituzioni, Paesi Esteri, Regioni, Province, Comuni, Organizzazioni di Categoria, Associazioni Professionali e Culturali, Aziende e Consorzi Turistici, Società di Servizi, Case Editrici saranno presenti a Paestum dal 15 al 18 novembre, per vivere da protagonisti quattro giorni straordinari in occasione della XV edizione.

www.borsaturismo.com

 

La casa sopra i portici, Carlo Verdone

«[…] Una sera venne anche Fellini. Il quale apprezzò molto lo spettacolo e scrisse a mio padre una breve lettera che diceva: “Caro Mariuccio, ho visto ieri a teatro lo spettacolo di Carletto. Penso che se la cavi molto bene. Speriamo che abbia fortuna perché quel ragazzo ha molto talento.».

E’ il 1977 e Carlo Verdone esordisce al Teatro Alberichino con i suoi monologhi Tali e quali e Rimanga fra noi. A Roma si sparge la voce e vanno in tanti a vederlo: Paolo Poli, Franco Zeffirelli, Steno, Enrico Lucherini, Enzo Trapani, Sergio Leone. Questi ultimi due saranno fondamentali per Verdone: il primo lo chiamerà in televisione nel 1978 per il programma Non Stop (archetipo nobile di Zelig e Colorado); un paio di anni dopo, Sergio Leone lo convincerà, e lo aiuterà, a girare i suoi primi film Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone.

Non sono un appassionato del cinema di Verdone, pur se trovo i suoi film divertenti, freschi e ben fatti: non amo in maniera particolare il genere, ecco tutto. Ma ho avuto la possibilità di conoscere, pur fugacemente, Carlo Verdone di persona nel luglio del 2012, in occasione di Collisioni, a Barolo: era il 16 luglio e cantava Bob Dylan, eravamo ospiti di Anna e Ernesto Abbona. Me lo presentò Andrea Scanzi: ebbi immediata l’impressione di una persona vera, umile, che non deve sostenere il proprio ruolo a ogni costo. Fu una bella impressione.

La medesima mi viene confermata dalla lettura della sua biografia. Carlo Verdone, si vede si sente si capisce, non è uno scrittore: la lingua è semplice, corretta pur se non raffinata per uno scritto che è sceneggiatura più che romanzo. Ma il libro è vero e trabocca di umanità. Mi è piaciuto. E io non sono solito leggere roba del genere.

«[…] Finalmente soddisfatto e incurante delle urla che arrivavano dalla fila di auto bloccate, il Tizio esplose in una risata. “Nun c’è niente da fà…Sei er mejo!”. Poi s’infilò il casco, ingranò la marcia e, affrontando una curva a gomito, mi urlò da lontano: “A Carlè! Grazie pe’ avemme dato er sorriso a n’adolescenza de merda!”. Nonostante l’avessi odiato per tutto il tempo, quella frase mi colipì profondamente. Perché dentro di essa era forse racchiuso il potere comunicativo di tanti dei miei lavori, ma anche la constatazione che il “mito” oggi non può pretendere alcuna distanza, seppure minima, dal suo ammiratore.».

Basterebbe la citazione qui sopra a dare valore allo scritto di Carlo Verdone; da ricordare ogni volta  ai verimportant che spesso, quando fa loro comodo, se ne dimenticano….

Ma il libro vale la spesa, e anche di più, per le dieci paginette scarse del capitolo che si intitola: “L’Underground a casa Verdone“. La storia del regista d’avanguardia Gregory Markopoulos: una specie di sceneggiatura semplicemente esilarante; un piccolo capolavoro.

Il libro l’ho letto per caso, lo aveva acquistato mia moglie. E mi ha fatto tanto piacere leggere di una storia di famiglia di quelle pregnanti, pulite, importanti. Che mi ha confermato una precisa impressione avuta conoscendo, in maniera pur superficiale, una bella persona: ancor prima che un verimportant; ancor prima che un uomo di successo mediatico. Tutto sommato, invece, un uomo di vero successo: quello della vita nel suo fluire quotidiano.

Ed è quel che conta.

Dimenticavo: Carlo Verdone è completamente astemio. Anche mia moglie, se per questo….

Settembre in Langa

Andare in Langa a fine settembre, in una splendida giornata tiepida e soleggiata, significa essere pervasi da quel certo odore di succo d’uva fermentato, dolciastro, sensuale.

Significa osservare le vigne di nebbiolo gravide di grappoletti con gli acini belli maturi, pruinosi, tondi e fitti che preannunciano ottimi Nebbiolo e Barolo, dopo previsioni non buonissime.

Significa, come sempre, fissare certe immagini che sono parte, da tempi immemori, di una paesaggio unico al mondo: la mole piramidale del Monviso che vigila da ovest; il cedro secolare che coccola i cru migliori tra La Morra e Barolo.

Poco importa che siano giovani viti o piante contorte con decenni di onorato servizio: i grappoli, sotto il fitto fogliame più in alto, promettono emozioni. A chi sarà capace di sentirle appieno, di provarle con trasporto e senza null’altro a pretendere.

1989, il Vietnam di Nico

Bac Ho, Zio Ho – Ho Chi Minh, che significa “Colui che illumina” – era imbalsamato nel suo mausoleo in Hanoi da ormai vent’anni e Quella Guerra era finita da quindici.

Era l’agosto del 1989, un momento prima dell’epilogo che nell’autunno di quello stesso anno avrebbe determinato uno sconvolgimento epocale: Nico ebbe la possibilità di visitare un Vietnam ancora confuso, ancora in ginocchio, ancora diviso nettamente in due, malgrado unica Repubblica Socialista.

Nel 1997 Musumeci Editore, in Aosta, pubblica il suo diario di quel viaggio: “Sul Fiume dei Profumi”.

Il libro è presentato da Furio Colombo che scrive parole sentite, non di circostanza.

Un librino di poco più di un centinaio di pagine che si legge d’un fiato: è fresco, diretto, appassionato; scritto con trasporto completo e totale immersione in atmosfere umidicce, afose, intrise di delicati orgogli, di ancestrali gentilezze, di innate ritrosie.

Libro che mi è piaciuto tanto.

Purtroppo, ormai introvabile.

Avevo sentito parlare il mio amico Nico Ivaldi, giornalista e scrittore, di Giap.

Ma come? Davvero tu hai conosciuto il Generale Vo Nguyen Giap? Uno dei miti della mia adolescenza…Certo che l’ho conosciuto, in Vietnam, nell’89! Sei stato in Vietnam nell’89!!! Ci ho scritto addirittura un libro, col tuo amico Paolo Musumeci. Me ne devi trovare una copia, a tutti i costi. Ma è introvabile, ne abbiamo vendute più di 3.000 copie, è stato un piccolo successo, ma dove te la trovo una copia, adesso?

La copia, con dedica, è saltata fuori.

Il libro, purtroppo, lo ha realizzato Musumeci: un editore che non è mai stato un Editore. Infatti, l’oggetto è sciatterello: copertina insignificante, carta sbagliata, redazione approssimativa…Ma quanto mi è piaciuto!

Particolare non di poco conto: è illustrato, neanche male dopotutto, dal papà di Nico.

Non sarebbe male riproporlo, oggi che il Vietnam pare uscito per davvero da Quella Guerra, e sembra proprio in maniera definitiva.

 

Qualche citazione.

 

«[…] Il sogno svanisce con il sopraggiungere del giovanotto, sorridente, in possesso della chiave. Non ho nessuna voglia di chiedergli spiegazioni per l’attesa, in Vietnam è bello imparare a risolvere gli imprevisti con un bel sorriso stampato sulle labbra. Così ho fatto quel giorno, come per tutto il resto del viaggio.».

 

« Che fare a Danang? Dissetarsi con un succo di papaia in qualche locale oppure trastullarsi sulla piazza del teatro, magari assistendo alle evoluzioni pallonare di una decina di emuli di Maradona, la cui foto con la maglia del Napoli campeggia sui poster di un paio di bar?».

 

«[…] Poi mi aveva detto che, pur essendo stato in Vietnam quattordici volte negli ultimi venti anni, di questo Paese lui non aveva mai capito nulla. Come potevo, io, avere la presunzione di arrivare dove lui aveva fallito?

Non ci pensi più al Vietnam, amico mio’, aveva concluso il francese, prendendomi sotto braccio e rientrando in albergo.

Lo dimentichi’.

Non ci sono mai riuscito.».

 

VINOLIBERO by Oscar Farinetti

Ricevo e volentieri pubblico.

Una nuova e interessante iniziativa sta nascendo nel complesso settore vitivinicolo italiano.

Dalla consapevolezza che il mercato del vino, in futuro, avrà come protagonisti consumatori sempre più attenti e sopratutto preparati nasce il progetto “Vino Libero”.

Due semplici parole, dal significato immenso, ricchissimo di contenuti. Un “Vino Libero” significa semplicemente privo di tutto quanto può negativamente interferire sulle sue enormi valenze qualitative intese in senso ampio, anche di qualità della vita, per riscoprirne i valori intrinseci e più autentici.

Un progetto che mette al centro la naturalità del vino iniziando a liberarlo dai concimi cimici, dai diserbanti, dai troppi solfiti, ma anche da packaging inquinanti, dagli eccessi della burocrazia, dalle mode effimere e inutili.

Una diversa filosofia imprenditoriale, che lascia le parole per concretizzarsi immediatamente nell’osservanza di norme precise e disciplinari necessariamente rigidi. Si parte dal vigneto con un vero e proprio Disciplinare di coltivazione di “Vino Libero”, per arrivare alla cantina che porrà in atto tutte le procedure a tutela della biodiversità dell’agroecosistema  e della sostenibilità ambientale. Il tutto finalizzato ad ottenere un “Vino Libero”.

Libero da un uso esasperato e sbagliato della chimica, per ritrovarsi in equilibrio con l’ambiente e di esprimere, al meglio, qualità e salubrità.

Libero dalle campagne salutistiche e proibizionistiche, che lo denigrano come una minaccia per la salute, dalle diete ipocaloriche e dimagranti.

Libero di esprimere il proprio carattere correlato semplicemente al vitigno e al territorio.

Libero di scendere nel bicchiere a donarci tante emozioni.   

Undici cantine di sette regioni: Fontanafredda, Mirafiore, Borgogno, Brandini, San Romano, Monterossa, Serafini & Vidotto, Le Vigne di Zamo’, Fulvia Tombolini, Agricola del Sole, Calatrasi & Micciche’. 180 ettari vitati, 350 addetti per un totale potenziale di 1 milioni di bottiglie: questi sono i numeri del progetto “Vino Libero”.

Ne è coinvolto l’intero territorio nazionale: dal Piemonte al Friuli, sino a Toscana, Marche, Puglia, Sicilia.  Tutti terroir ad altissima vocazione e con tipologie di vino solo doc/docg dall’eccellente profilo qualitativo.

Inizialmente il progetto prevede di raggiungere 400 luoghi di vendita, 600 luoghi di ristoro e 100.000 clienti. Per formare un’iniziale rete tra produttori, fornitori e consumatori. Una struttura aperta, dinamica e, ovviamente, “Libera”.                                    

Il progetto” “Vino Libero” sarà presentato alla stampa il giorno 17 Settembre alle ore 12.00 a Roma presso il nuovo store Eataly , Piazzale XII ottobre 1492 – Air Terminal Stazione Ostiense.

 UFFICIO STAMPA: TABLINO POSSIO FRANCESCA tablino@fondazionemirafiore.it 333 47 99 195

www.vinolibero.it

Citando E. Weston: giochini di porcini

Edward Weston (1886-1958), americano, è stato uno dei più grandi fotografi della storia di questa tecnica. Forse un artista, ancora non saprei. Per certo un sublime artigiano: fu il primo a fotografare verdure, conchiglie e funghi come still life, ottenendendo delle immagini di un rigoroso bianco e nero che fecero scuola.

Gli dedico questi giochini con funghi porcini: è evidente come il bianco e nero esalti l’essenzialità delle forme, rendendole più grafiche.

Evviva i fichi d’india!

Io adoro i fichi d’india e questa è la stagione giusta per gustarli, con un buon di bicchiere di vino: che può essere bianco, rosso, secco, dolce, fermo o spumante. Questo frutto ha la straordinaria capacità di sposarsi bene a ogni tipologia di vino, esaltando di volta in volta differenti sapori. Matura sopra una pianta grassa, originaria dell’altopiano messicano (in lingua nahua si chiama nopal); ha attecchito in maniera meravigliosa ne nostro sud, dalla Puglia in giù. E’ il mio frutto preferito: difficile da raccogliere, difficile da sbucciare, ma delizioso in bocca. Dev’essere gustato fresco e, purtroppo, non se ne possono mangiare troppi…..

Il mio amico Giorgio Diaferia, grande batterista jazz

Conosco Giorgio Diaferia da sei anni. E’ un mio grande amico, è il mio medico. Ma è soprattutto un grande batterista jazz: ha sonato con i più grandi, è davvero bravo. E non so se sia più bravo come medico o come batterista…Sta di fatto che è bravo.

http://www.jazzitalia.net/Artisti/giorgiodiaferia.asp

I vini in anfora georgiani

«La Georgia è uno dei luoghi di domesticazione della vite, forse il più antico. Tale radicamento storico è testimoniato dalla presenz in quest’area relativamente piccola di decine e decini di vitigni autoctoni la cui storia si perde nella notte dei tempi. Dalle varietà saperavi, vanis, chkhaveri, otskhanuri sapere e dzelshavi si ricava ottimo vino rosso, mentre il vino bianco si ottiene dalle uve rcatsiteli, tsiska. tsolikouri, krakhuna, mtsvane kakhuri e mtsvane khikhvi. La tecnica di vinificazione è molto particolare: grandi anfore di terracotta sono interrate per consentire prima la fermentazione e poi l’affinamento dei vini, sia bianchi, sia rossi. Questa tecnica è diffusa in tutto il territorio georgiano, con prariche leggermente differenti secondo le tradizioni locali. Nell’ovest del paese, a Imereti per esempio, i vini vanno in anfora senza bucce, mentre nell’area di Khakheti – Georgia orientale – si pratica la fermentazione e l’affinamento sulle bucce. L’uso dei vasi in terracotta (kvevri, nella lingua locale) garantisce un trattamento assolutamente naturale ed esalta le caratteristiche varietali. Purtroppo, però, si tratta di un metodo a rischio di scomparsa: le grandi cooperative vinicole, nate ai tempi dell’Unione Sovietica, quando la Georgia era il serbatoio vinicolo delle repubbliche russe e sopravvissute al crollo dell’Unione, ricorrono a tecnologie moderne, privilegiano vitigni più produttivi – anche internazionali – e praticano un’agricoltura convenzionale. Oltretutto, i grandi orci di terracotta sono prodotti da artigiani locali seguendo pratiche che risalgono agli albori della vitivinicoltura e il loro numero si sta riducendo rapidamente, poiché non si trovano giovani disposti ad affrontare il duro apprendistato e ad accettare una remunerazione poco soddisfacente. Dunque, se non si interviene, questa tipologia affascinante e ancestrale di vinificazione rischia di sparire in pochi anni.».

Il testo qui sopra è ripreso dal pieghevole a cura di Slow Food che mi è stato consegnato durante questa memorabile gustazione di vini che hanno il pregio di avvicinare al gusto primordiale di questo succo d’uva fermentato. Il primo vino russo, e presumo georgiano, mi venne fatto bere a Parigi circa 25 anni fa: il mio amico Renzo Angelosanto, appassionato di vino e di jazz, voleva sempre sorprendermi con novità particolari quando ogni mese andavo per lavoro a trovarlo. Ovviamente, non mi piacque, allora.

Avevo deciso da tempo di far seguire questa esperienza alla verticale di Sperss di Angelo Gaja al 46° Vinitaly: come una sorta di palingenesi, un ribaltamento epocale dalla complessità moderna e internazionale verso il ritorno ai gusti antichi.

Lunedì 26 marzo 2012, ore 16: abbiamo bevuto tre vini bianchi: Tsitska-Tsolikouri Nakhshirgele 2010 (Imereti, 12% vol), Chardakhi Chinuri 2010 (Kartli, 12% vol.) e Akhoebi Rkatsiteli 2010 (Khakheti, 12,7% vol). Di questi vini, prodotti in 1.000/1.500 bottiglie da uno o due ettari di vigne, mi è piaciuto soprattutto il terzo, di colore giallo quasi bronzeo: bisogna lasciarli respirare per lungo tempo, perché i sentori al naso e in bocca sono indescrivibili e tutto subito anche sgradevoli ai nostri sensi poco abituati a queste strane tipologie di vini che sanno di terra. Sono vini che fermentano per mesi con graspi e bucce e che vengono travasati un paio di volte e poi ancora lasciati qualche mese in anfora per l’affinamento prima di essere imbottigliati.

I tre vini rossi erano: Akhoebi 2010 (Khakheti, 14,4% vol.), Nika Saperavi 2009 (Khakheti, 12,5% vol.) e Otskhanuri Sapere 2009 (Imereti, 10,5% vol.). sono vini con degli antociani incredibili e un gusto che non posso descrivere: i tannini esplodono in bocca e si percepiscono note di acido citrico tutt’altro che sgradevoli. Di questi rossi il primo era quasi imbevibile, il secondo discreto, il terzo quasi buono.

A ogni modo, una esperienza di grande fascino per un momento condotto assai bene dai ragazzi di Slow Food, coadiuvati dalla Cooperativa Autoctuve che, tra Maremma e Isola d’Elba, si occupa del ricupero dei locali vigneti autoctoni e sostiene questo presidio georgiano nato nel 2008, con la fondazione della locale associazione biologica Elkana.

No comment

Domenica mattina, settembre; Torino, esterno giorno. Piazza Vittorio Veneto, prospettiva dal Caffé Elena.

Lo conosco bene: è straniero, sordomuto. Ama quest’angolo di Torino.

Nessun commento, di nessun genere: neanche di quelli facili. Queste però sono le immagini, a prescindere.

Performance Primosenso

Queste riprese fotografiche documentano la mia performance pittorica con una Barbera d’Asti Superiore (Bricco del Conte, Cravanzola 2009) durante l’aperitivo di mercoledì 5 settembre scorso al Primosenso di via Giolitti, 18 a Torino. E relativa mostra.

Non sono solito fare di queste cose perché a me piace dipingere da solo e di notte, ma quando qualcuno, amico, me lo chiede nei modi giusti mi presto più o meno volentieri. Stavolta è stata Antonella Ratti, ideatrice e animatrice di quel gruppo di donne in gamba riunite sotto il nome di “Le Amazzoni“. E poi mi è piaciuto il locale: espressione di qualità a filiera corta di una coperativa di allevatori e agricoltori che, per davvero, producono direttamente gli alimenti che propongono in vendita sia come materia prima, sia come eleborazioni cucinarie.

Ci metto, come al solito, la faccia: lo consiglio vivamente (e dite che vi mando io: non vi faranno alcuno sconto e non vi tratteranno meglio di quanto già trattano al solito i clienti, ma magari strapperete un sorriso o una gentilezza in più).

Inoltre, sarà occasione di vedere i miei lavori esposti (come mi piace) tra i prodotti del locale.

Il giorno dopo sono andato a rifinire il lavoro, che è venuto bene. Qualche altro giorno perché asciughi per bene e sarà pronto per essere esposto.

http://www.primosenso.it/

info@primosenso.it

ANGELO GAJA, IL CLIMA DELLA VENDEMMIA

Ricevo da Angelo Gaja e volentieri pubblico:

«E’ il cambiamento climatico, caratterizzato dal perdurare della calura estiva e della siccità, la causa del forte calo di produzione d’uva della vendemmia 2012 in Italia; per la stessa ragione erano state scarse le vendemmie del 2007, 2008, 2009 e 2011. Inevitabilmente si aggiunge ora anche la scarsità presso le cantine delle giacenze di vino delle annate precedenti. Nel volgere di pochi anni si è passati da una situazione di produzione del vino italiano perennemente eccedentaria a quella di penuria.

Il cambiamento climatico ha reso farlocche le previsioni vendemmiali che fioccano a partire dalla fine di luglio: perché calura e siccità si protraggono ormai per tutto il mese di agosto, quando l’uva è formata, asciugandola fino ad avviare fenomeni di avvizzimento degli acini, causando consistenti perdite di peso che sfuggono alle stime affrettate. 

Occorre almeno attendere la fine di agosto, dopo che è ormai iniziata la vendemmia delle varietà di maturazione precoce, per rendersi conto delle perdite di peso causate da calura e siccità: i produttori italiani hanno già dichiarato per le varietà precoci cali in tutte le regioni, talora anche elevati. Ma un parziale recupero c’è sempre perché dopo la calura di agosto arriva l’acquata di settembre.         

La produzione di vino è in Italia strettamente regolamentata. La superficie a vigneto del paese non può crescere, per piantare un nuovo vigneto occorre prima averne espiantato uno esistente, di pari superficie. Sarà così fino al 2015, poi si vedrà.

Il vino è un prodotto naturale, a determinare la quantità d’uva sono le condizioni climatiche, è il cielo il tetto del vigneto; non è come produrre acciaio, vetro, laterizi, plastica, al riparo delle fabbriche. E’ un concetto che spesso sfugge alla finanza ed a chi commenta i risultati economici del settore vinicolo.

C’è chi teme che il vino italiano venga a mancare, che non se ne  produca più a sufficienza per soddisfare la domanda del mercato interno e mantenere le quote di export faticosamente guadagnate. Già negli ultimi sei mesi l’export ha arrestato la sua corsa ed ha cominciato a flettere. Ma non costituisce affatto un segno preoccupante perché la perdita si concentra sul vino sfuso, buona parte del quale veniva venduto a prezzi stracciati: meglio che resti in Italia ad alimentare la produzione del confezionato. Il prezzo medio per litro di vino italiano esportato è ancora uno dei più bassi, distanziato largamente com’è non soltanto da quello della Francia ma superato anche da quelli degli Stati Uniti, Nuova Zelanda, Cile, Argentina … E’ giusto essere orgogliosi dei vini che si producono in Italia, occorre esserlo meno quando vengono svenduti. Se l’offerta di vino italiano cala e la domanda cresce o resta invariata è inevitabile che i prezzi crescano. Sono già in forte tensione i prezzi delle uve e lo saranno a breve i prezzi del vino all’ingrosso, entrambi rimasti fermi da dieci anni! A crescere saranno anche i prezzi delle bottiglie di vino ora offerte su scaffale a meno di tre euro, che rappresentano il settanta per cento delle vendite presso la grande distribuzione italiana. E’ possibile però che la crescita dei prezzi delle uve e del vino all’ingrosso avviino un processo virtuoso: spronare parte di quei  produttori a migliorare la qualità, ad applicarsi per costruire maggiore domanda nelle fasce dei prezzi medio- bassi, ad imparare a vendere meglio.

E’ ancora il  cambiamento climatico ad introdurre una svolta epocale nella coltivazione della vite. Nelle regioni italiane più afflitte dalla calura si chiede che venga autorizzata anche per i vini a denominazione l’irrigazione di soccorso, fino ad ora vietata;  si dovrà anche imparare a proteggere meglio il vigneto dall’evaporazione dell’umidità del suolo. Prendono vigore malattie della vite che sembravano sopite mentre si avverte forte l’esigenza di un minore impiego di pesticidi in viticoltura. Le conoscenze acquisite in passato devono essere rapidamente integrate con quelle della ricerca, della tecnologia e della capacità di osservazione dei viticoltori. E’ questo il passaggio che al momento desta maggiore preoccupazione.

 Angelo Gaja, 7 settembre 2012»

Il compagno Nerio Nesi

E’ sempre un grande piacere ascoltare i racconti inediti e personali del Compagno Nerio Nesi.

Gli Ottanta li ha guadagnati ormai da anni, ma continua con straordinaria lucidità a raccontarci ogni tanto, quando ci troviamo tra vecchi amici – ammalati di politica e di voglia di impegno civico, a prescindere – di quando….lui e Bettino…di quella volta con Felipe Gonzales….e quando dissi a Bertinotti…e…ricordo Adriano Olivetti

Uomini come lui, il compagno Nerio, costituiscono un patrimonio unico di conoscenza e di esperienze che dovrebbe essere capitalizzato da chi, oggi, ambisce a realizzare, o anche soltanto a capire, qualcosa in merito al servizio della Società civile.

Primo Senso: mia mostra a Torino dal 5 settembre 2012

Sarò presente all’inaugurazione con una mostra e dipingendo in tempo reale.

Il locale, assai interessante (Km. 0, stagionalità dell’offerta, garanzie etiche e di qualità verà e non finta…), si trova in via Giolitti,18 tra via Carlo Alberto e via Pomba. Aspetto tutti gli appassionati per un brindisi e una chiacchierata.

Gamberi al masala

https://www.vincenzoreda.it/shaikh-nasir-masala-chef/

Il masala (parola hindi, o curry in inglese: significano entrambe “mistura”) è sempre quello di Shaikh Nasir, Masala Chef, che mi preparò qualche anno fa diverse varietà, studiate alla bisogna per verdure, carni, pesce. Questo, più delicato, è per il pesce. Con i gamberetti freschi è a dir poco eccezionale. Accoppiato al riso basmati e accompagnato da un improbabile, ma sorprendente, Cacc’ e Mitte 2010 della Marchesa di Lucera. Provare per credere, anche se trovare un masala come questo è davvero difficile. Almeno in Italia.