Archive for Novembre, 2012
Osteria RossoBarolo

Un giovedì sera di un tardo novembre, schiacciato sotto pesanti nuvoloni e umido di piogge abbondanti, mi ritrovo da solo a zonzolare dentro il minuscolo centro di Barolo. Pare non ci sia nessuno in giro e quasi tutti i ristoranti che conosco sono chiusi, secondo me in maniera inspiegabile: sarà la crisi. Non ho voglia di tornare a Torino a stomaco vuoto e non ho voglia di bussare alle solite porte, certo accoglienti e gentili.

Abbiamo appena finito di ricordare Luigi Veronelli e bevuto due vecchissimi Chianti Classico: avrei preferito Barolo, quale che fosse ma Barolo.

E finisce che varco la soglia, sono ormai passate le 20, di un locale che non conosco, in via Roma: era dai tempi di Collisioni che desideravo provare questo bel ristorante di raffinata eleganza che qualcosa mi aveva sempre ispirato; poi, per una ragione o per l’altra, non ne avevo mai avuta l’occasione. Dunque, è giunta l’ora.

Dentro, nessun’altro che me. Mi accoglie Patrizia, titolare e mi serve con leggera professionalità una giovane cameriera dalle movenze pulite e rassicuranti.

Provare da queste parti un ristorante significa, per me, scegliere tra Vitello tonnato o Battuta di Fassona, per cominciare: da queste preparazioni cucinarie capisco subito il livello della cucina. Non mi basta la fame per provare entrambi e scelgo il primo: corretto, nulla di più (da queste parti ne ho mangiati di meglio assai). Lo accompagno con un bicchiere (servono alcuni vini a bicchiere: bene) di Nascetta di Sartirano che trovo ottima.

Mi incuriosiscono le lumache ai porri di Cervere con polenta e per soddisfare questa curiosità rinuncio ai  piatti classici (agnolottini del plin, tajarin, brasato, ecc.) che in genere mi piace gustare. Forse è un azzardo, ma visto il piatto d’entrata, comunque corretto, mi pare di poter affrontare il rischio. Per questo piatto scelgo un Barolo Scavino 2008 (14,5% vol.) che trovo piuttosto robusto, insolitamente carico di colore, con tanta confettura al naso e non troppo tannico: Barolo che non conosco ma che mi lascia un po’ perplesso.

Trovo invece eccellenti le lumache: piatto equilibrato, di gusti armoniosi e delicati. Ottimo, una bella sorpresa. Allora chiedo di conoscere il cuoco: Emanuele, appassionato di musica (e si capisce dal jazz rilassante che con il giusto volume condisce la calda atmosfera del locale, tra l’altro arredato con gusto e con opere d’arte una volta tanto interessanti). E gli faccio i miei complimenti, pur facendogli presente che il Vitello tonnato è soltanto ordinario….

Allora scopro che Patrizia e Emanuele arrivano da Torino, Ristorante del Borgo Medievale per quasi vent’anni e una breve parentesi all’Enoteca di San Damiano d’Asti: sono qui dal 2008 e con molta soddisfazione.

Posso consigliare senza tema di brutte figure. E senza dubbio mi riprometto di tornare: mi attende la Battuta di Fassona, magari con una opportuna grattatina di tartufo….

http://www.ristoranterossobarolo.com/

29 novembre 2012 Luigi Veronelli torna a Barolo

Il brindisi in suo onore lo abbiamo fatto con due Chianti Classico Gallo Nero oggi non più prodotti: Castello di Uzzano 1977 e Vigna Vecchia 1969. Bottiglie selezionate da Gian Arturo Rota fra quelle della straordinaria cantina che Luigi Veronelli aveva curato con amore per tutta la sua irripetibile esistenza. Chianti ancora ottimi, anche se ogni bottiglia presentava un vino diverso, come succede con bottiglie così vecchie.

Poche decine di persone presenti nella bella sala del Castello di Barolo per la presentazione del libro scritto da Gian Arturo Rota e Nichi Stefi: molti produttori, alcuni amici, qualche giornalista per onorare la memoria di questo grande uomo, grande non soltanto per le sue attività in campo enogastronomico.

Uomo difficile: una commistione unica di cultura, sensibilità, idee politiche, aperture al nuovo, perenne curiosità adolescenziale, sport, arte….

Ha presentato da par suo Sergio Miravalle, testimone diretto di molte imprese veronelliane. Di notevole interesse i brevi filmati presentati: un paio assai emozionanti.

Del libro ho già trattato su questo sito: libro affascinante da leggere e rileggere; da custodire nella propria biblioteca con cura. Nelle persone che mi interessano tre sono le faccende che indago sempre: le loro biblioteche, discoteche e enoteche. Da come sono composte, assemblate e curate riesco a discernere le differenti personalità nelle sfumature più affascinanti che ognuno spesso nasconde con pudore.

A cena nelle Cantine Brezza

Una cena in cantina riserva ogni volta, almeno per me, un certo fascino. Provo sempre emozioni profonde a stare in compagnia delle vecchie botti, dei mosti che stanno diventando vini, dei vini che riposando invecchiano e migliorano.

Se, per giunta, le Cantine sono belle e pregnanti di storia (e di storie) come quelle della famiglia Brezza in Barolo, allora la fascinazione è unica, per davvero.

Era da qualche anno che in casa Brezza non si teneva più quella che per tradizione era la cena che chiudeva in maniera simbolica la vendemmia. Quest’anno Enzo mi dice che in famiglia hanno deciso di riprendere questo piccolo rito, anche in virtù del fatto che il magnifico patriarca Oreste festeggia le sue splendide 8o primavere.

Fritto misto alla piemontese con agnolottini del plin (che qui sanno preparare come pochi altri) in brodo, non senza prima aver gustato un sublime salame cotto: questo il menu della serata, per qualche decina di parenti, amici e ospiti (molti dei quali stranieri). E due ottimi musicisti: chitarra e fisarmonica per cantare a voce piena tutto quel repertorio popolare che accompagna  di solito mangiate e bevute di questo genere. Clima disteso e informale per una bella serata innaffiata in maniera imparegiabile con i vini Brezza, in sequenza: Freisa secca 2011, Barbera Superiore 2010 (non me la ricordavo così buona), Barolo base 2008. E poi i cru Cannubi e Sarmassa 2008, ma anche 2005 e 2003….

Barolo dista da Torino  circa 80 chilometri, fastidiosi da guidare (da solo) sotto la pioggia battente di questi giorni: ma ne è valsa proprio la pena. Ringrazio Enzo Brezza per l’invito e per la magnifica serata, di quelle che piacciono alla mia anima, in fondo, contadina: i baffoni bianchi di Oreste Brezza mi ricordano i magnifici mustacchi neri (fino alla sua morte) di mio nonno Vincenzo.

E mi sovvengono lontanissimi ricordi fatti di prosciutto, di vino, di brindisi in rima, di storie affascinanti e di vecchie canzoni cantate a voce piena e stomaco altrettanto pieno: fuori, in Sila, c’era tanta neve e dentro un grande focolare faceva bene il suo mestiere, insieme al vino e al calore, quello semplice, dell’amicizia.

Ka* Manciné, Rossese di Dolceacqua su HoReCa
Il cibo Maya su HoReCa
I Maya e il Barolo

Il 23 novembre 2012 è una data importante per me: esce nelle edicole di tutta Italia il mio libro sui Maya per i tipi di Gruner-Mondadori, abbinato a Focus Storia su cui ho curato lo speciale dedicato alla mia cultura prediletta.

Dunque, necessita festeggiare!

Ho aperte due bottiglie di Guido Porro: il Barolo Lazzairasco 2008 e il Paesan 2008. Sono due vini eccellenti che vengono da Serralunga, borgo mio prediletto. Guido Porro me lo ha indicato Franco Anselma: bevo a pasto i suoi Barbera e Dolcetto acquistati sfusi e ottimi entrambi. Ma ho trovato di qualità superiore queste due bottiglie al top della produzione di quest’azienda che vanta oltre un secolo di attività. 15% vol. per il Barolo, che è certo un figlio possente della porzione più bassa del cru Lazzarito, ma lo trovo anche sorprendentemente pronto, elegante, armonioso. Altrettanto valido il blend di Nebbiolo e Barbera, meno alcolico certo (14% vol.) e meno complesso, ma comunque un vino di notevole interesse e con una personalità tutta sua. Guido ne produce 4.000 bottiglie, mentre 7.000 sono quelle di Barolo su una produzione che non arriva a 30.000 bottiglie in totale. Il rapporto qualità/prezzo è straordinario: circa 17 € per il Barolo acquistato in cantina!!

Tutt’altra faccenda per lo Sperss 2003 di Gaja.

Ne ho una cassa che Angelo mi fece recapitare dopo i miei articoli che descrivevano la verticale di questo Barolo sensazionale (in realtà al Nebbiolo del cru Marenca-Rivette – sempre di Serralunga si tratta- sono aggiunte uve Barbera per il 6%) svoltasi in occasione del Vinitaly 2012. Ero rimasto incantato da questo millesimo, ritenuto sfortunato e di cui soltanto il 30% del vino ebbe l’onore e l’onere di diventare Sperss.

Aspettavo un’occasione appropriata per deliziarmi con una di queste bottiglie. E i miei Maya mi hanno suggerito di gustare, con qualche meritevole amico, questo vino strepitoso: che dire? Nulla che non abbia già detto e scritto per uno dei migliori Barolo che esistono su questo pianeta: i miei compagni di bevute sono rimasti semplicemente senza parole….

 

101 Storie Maya con Focus Storia

E’ in edicola Focus Storia di novembre 2012: in allegato il mio libro 101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo. Lo speciale sui Maya l’ho curato interamente in prima persona, pur se l’articolo lungo è firmato a quattro mani con il caporedattore Aldo Carioli (con cui ho lavorato benissimo), gli altri pezzi non firmati, a parte quello su Gonzalo Guerrero (firmato V.R.) e il pezzo dedicato al Tempo Maya (firmato con lo pseudonimo Enzo Giurlani, che è il cognome vero di Aldo Palazzeschi…..).

Sono orgoglioso di questo lavoro durato oltre un mese. E sono orgoglioso del fatto che il mio libro sia stato scelto da Focus Storia: è l’attestazione della qualità dei miei quaranta anni di studio e di dedizione verso la storia e l’archeologia della Mesoamerica.

Come ho già scritto nella dedica sul mio libro, il mio grazie infinito va a Nicola Silvano Borrelli che nel 1971 seppe riconoscere e incoraggiare in un adolescente di 17 anni una passione straordinaria e inspiegabile. Insieme a Nicola silvano, un grazie particolare a Marco Casareto, ex direttore di Focus Storia che mi ha incaricato di questo lavoro, poi confermato dal nuovo direttore Jacopo Loredan.

Taverna Romana, con Andreas

Dopo una visita professionale a Eataly Roma – straordinario: ma poco io ho a che spartire (eliminati gli obblighi professionali) con questi truculenti ipertutto del cibo – incontro il mio grande amico Andreas che mi conduce in una Roma barocca incastonata tra via Cavour e via Nazionale. Andreas dirige i mensili Archeo e Medioevo: è un tedesco che s’è fatto – in ere ormai preistoriche – romano e ama Roma come soltanto chi ne è figlio adottivo può fare.

Andreas, come quasi tutti i tedeschi, ama il cibo e i vini italiani e li onora da par suo appena capita la giusta occasione. Ci vediamo poco, purtroppo: ma quando capita, l’incontro è sempre memorabile.

Piccolo aperitivo a base di Grechetto all’enoteca Al vino, in via dei Serpenti per poi rinserrarci dentro un posto a dir poco strepitoso: si chiama senza enfasi Taverna Romana, già celebre come Da Lucia e frequentato da Mario Monicelli, tra gli altri. E’ una vera, antica osteria romana: abbacchio, bucatini, puntarelle, carbonara, coda alla vaccinara.

Ho mangiato un piatto di bucatini all’amatriciana al cui confronto tutti quelli (innumerabili) prima d’oggi gustati hanno da perderci: perfetti sotto ogni punto di vista e il piatto, pur generoso, l’ho ripulito quasi a renderne pleonastico il lavaggio… Poi un abbacchio delicatissimo e tante verdure stufate (formidabili le puntarelle e le cicorie). Andreas ha fatto il suo, come ampiamente documentato dalle immagini. E che dire del vino: Cesanese del Piglio Docg Hernicus 2010 dell’azienda Colletti Conti. Vino elegante, di grande struttura, ampio, quasi sensuale. Vino prodotto da una famiglia che vanta origini antichissime, imparentata con i Caetani e 5 pontefici nella sua Storia…

Serata eccezionale in un locale zeppo di abituè, romani e stranieri (molti francesi, che è tutto dire). Situato in via Madonna dei Monti 79, angolo via dei Neofiti, è un locale che consiglio con tutto il cuore, il palato e la pancia; oltretutto, situato in una delle zone di Roma più propriamente romane.

E il giorno appresso, dopo un profondo sonno dei giusti, nessuna pesantezza e sotto e sopra….Mica poco!

Eataly Roma, interno giorno

Arrivo a Eataly nel primissimo pomeriggio di un nuvoloso e caldo giorno di novembre: ci arrivo in taxi dal centro, ma avrei fatto prima con la linea B della metropolitana romana: ha prevalso la pigrizia e un po’ di stanchezza. Mi accoglie Maria Angela Spitella, addetta stampa che mi aspetta e mi consiglia, tra le altre cose, di provare la piadineria: tra i tanti cibi che mi piacciono, ogni tanto una birra con una piadina di tradizione romagnola può essere il meglio, perché il meglio è sempre assai relativo (per quanto mi riguarda, più che per tutti gli altri).

Consiglio seguito, anche perché avevo saltato la colazione per un incontro di lavoro. E consiglio assai azzeccato: piadina d’impasto eccellente con un ripieno di solo speck trentino ottimo e, soprattutto, una birra bionda di qualità straordinaria. Approvo e suggerisco ai miei lettori (davvero formidabile la birra).

Poi mi sono aggirato in questa sorta di scenografia quasi irreale, pur conoscendo Eataly Torino: qui la luce, le prospettive orizzontali e verticali sono maestose e intriganti per tutti i vari reparti e sezioni: libri, aule, posti di ristoro, banconi per carni e pesce, verdure, olii, enoteca…

Qualsiasi grande centro commerciale, sul piano della scenografia (per quanto riguarda la qualità di offerta e servizio, ovviamente, non c’è storia) non può che sfigurare: qui arredi, luci e attrezzature tecniche sono studiate con la massima cura e attenzione alla qualità. Tanto per fare un esempio, l’impianto acustico è stato progettato dalla Bose….

Non c’è ombra di dubbio, pure per una persona come me – fuori dal target di Eataly, per mille motivi – la visita di questo faraonico Eataly Roma è stata un’esperienza fuori del comune: ancora una volta il buon Oscar Farinetti l’ha azzeccata!

Ma un piccolo appunto dei miei lo devo fare: se il caffè Vergnano era eccellente, ho trovato inadeguato il bicchiere (una sorta di piccolo tambler) in cui mi è stata servita la grappa di moscato…Ma io sono un maniaco di bicchieri e poi, certo, non posso pretendere di fare testo.

A ogni buon conto, è ormai accertato che romani e turisti frequentano questo luogo in numeri che non era possibile prevedere: con somma soddisfazione loro e…. dell’amico Oscar Farinetti (e di tutti i suoi ottimi collaboratori, naturalmente).

Eataly Roma, esterno sera

Di Oscar Farinetti tutti sanno che ha straordinarie capacità imprenditoriali; molti sanno che sa scegliere e motivare i propri collaboratori come pochi altri. Ma quasi mai alcuno ne ha elogiato la sensibilità di scegliere delle location formidabili per allocare le sue aziende: ne aveva dato già prove eloquenti a Torino e a New York, ma Eataly Roma mi pare davvero un esempio eclatante.

Conosco bene quella zona: tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Duemila frequentavo spesso la sede del Ministero dell’Ambiente che è posta a due passi dall’edificio progettato dall’architetto Julio Lafuente e che doveva servire come air terminal di Fiumicino, inaugurato in occasione dei mondiali di Calcio del 1990. Per la verità, l’impressionante costruzione non servì proprio a nulla e fu abbandonata al degrado e all’oblio. Fino a che la sensibilità e l’intelligenza di Farinetti non se ne appropriarono per accasare Eataly Roma, la sede più grande fra tutte quelle aperte fino a oggi ( e sono 19: 9 in Italia, 9 in Giappone – tutte nell’immensa Tokyo – e una a New York).

Quartiere Ostiense, a 4 fermate di metropolitana (Linea B) da Roma Termini, addossata all’omonima stazione ferroviaria: dal punto di vista logistico, una location insuperabile. E che scenografia, per giunta!

I numeri sono impressionanti: 4 piani per 17.000 mq.; 23 luoghi di ristoro, 48 tra aree e aule didattiche; 8 luoghi di produzione fruibili dai visitatori; 500 addetti per 14.000 prodotti in vendita!! E in più: un centro congressi da 300 posti, 2 sale riunioni, un’area per esposizioni.

Cos’altro?

E i romani, con gli innumerevoli turisti della nostra (ex) Caput Mundi, hanno risposto in maniera sorprendente: un successo senza precedenti, con una media di 25.000 visitatori al giorno…

101 Storie Maya recensito da Archeo

Finalmente, anche Archeo ha recensito il mio libro sui Maya. Inutile precisare che a questa recensione tengo più che a ogni altra: innanzi tutto perché Archeo è la rivista più autorevole del settore. Poi perché ne sono stato per diversi anni collaboratore. Poi, ma forse prima d’ogni altra considerazione, perché a dirigerla è il mio grande amico Andreas M. Steiner, che la testata fondò molti anni fa.

Oltre alla recensione e alla copertina (numero di Novembre, interessante per uno speciale sul vino, oltre che per le altre faccende che tratta), due immagini prese a Paestum lo scorso anno. Un serio e professionale Andreas che anima l’annuale congresso mondiale della stampa archeologica e poi uno dei nostri soliti incontri serali, soltanto per amici: con Andreas e me, la nostra amica speciale Flavia Marimpietri, archeologa prima che giornalista televisiva (Rai 1).

Il colore dei miei auguri per il 2013: Dolcetto di Gianni Gagliardo

Dopo tante bevute, tanti incontri, tante valutazioni e un sacco di pensamenti e ripensamenti – più di quanto al solito mi succede – ho scelto il Dolcetto del cui colore, i suoi fantastici antociani, mi servirò per dipingere i miei 73 biglietti di auguri quest’anno.

Ho scelto questo vino, di questo produttore di La Morra, per diversi motivi. Innanzi tutto perché ho trovato in Stefano Gagliardo – primogenito della terza generazione il cui capostipite fu Paolo “Paulin” Colla – una persona di rara sensibilità in generale, ma soprattutto verso l’arte. Parlo di Stefano perché è stato il mio interlocutore principale: ma tutta la famiglia, a partire da Gianni, il patriarca, con gli altri due figli Alberto e Paolo, dimostra una rara propensione verso l’eleganza, quella semplice e rigorosa: dunque quella autentica. Eleganza e armonia dei loro vini; eleganza e rigore nelle etichette e in tutta quella che costituisce la comunicazione dell’azienda.

Produttori medio piccoli di grande qualità (180.000 bottiglie), oltre a diverse tipologie di eccellenti Barolo, hanno nella Favorita Fallegro il loro prodotto più importante, ma non scordano il Dolcetto da cui è partito il nonno Paulin.

Dolcetto d’Alba 2011 prodotto con l’assemblaggio di uve coltivate in diversi piccoli vigneti (da Monicello d’Alba, La Morra, Barolo, Serralunga e Monforte): vino elegante come di rado capita con i Dolcetto; di alcol moderato, 12,5% vol., come di rado succede in questo periodo di riscaldamento globale. Comunque, con un bel rosso rubino carico e sfumature viola, peculiare di questo vino che oggi non gode di particolare fortuna, pur se meriterebbe ben altra considerazione da parte dei consumatori, non soltanto piemontesi e italiani.

Ho ancora da decidere il soggetto degli auguri: forse un glifo maya?

Me and the porks, ovvero un grande chef al servizio dei gusti americani

Capita, e non soltanto in America, che un grande chef debba provvedere ai gusti non proprio raffinati di una certa clientela; e allora, anche turandosi il naso (si fa per dire…), succede che debba mettersi a cucinare tre bei maiali per centinaia di persone che soltanto quello vogliono, accompagnato da ettolitri di buona birra. Questi tre bei maiali, cotti in   enormi forni mobili a legna (!), sono serviti a soddisfare la fame smodata di molte centinaia di americani: grande successo, ci mancherebbe! Innaffiato dalle ottime birre DuClaw.

Certo, Giovanni Leopardi e il suo aiuto Robert Estenzo (si conoscono da trent’anni e si sono ritrovati, per caso, nella stessa Compagnia dopo tantissimo tempo e alterne vicende) preferiscono cucinare altra roba e, soprattutto, per meno gente, magari un poco meno vorace e meno….grezza.

Dolcetto di Dogliani DOCG, Go Wine

Dogliani è noto per essere soprattutto il Paese di Luigi Einaudi, insigne economista e indimenticato Presidente della neonata Repubblica Italiana, ma anche grande appassionato di vino.

Ma Dogliani è anche il capoluogo indiscusso del suo Dolcetto: pur se la zona del disciplinare comprende diversi altri paesi come Monchiero, Roddino (a nord, al confine con la zona del Barolo) e Bastia, Farigliano, Belvedere (a sud, a ridosso dell’Appennino ligure).

La DOCG è stata istituita nel 2005, a premiare un territorio che è patria di un vitigno antico (con tracce che risalgono al X/XI sec.) e di un vino dalla peculiarità unica: rispetto al Dolcetto d’Alba, qui si hanno vini più strutturati, di colore più intenso e tannini che al palato si presentano con marcata evidenza.

A parte le conferme dei superbi Dolcetto, noti, di Chionetti e Pecchenino, ho apprezzato assai il Maioli di Abbona e il Bricco S. Bernardo del Bricco del Cucù; di quest’ultimo ho avuto modo di apprezzare una piccola verticale 2008, 2007 e 2006: da ricordare questo millesimo, di grande struttura e sorprendente eleganza.

Ecco: il Dolcetto di Dogliani è un vino che sconta la vulgata d’essere ottimo bevuto giovane, di uno o due anni. Nulla di più errato: questo è un vino importante che può invecchiare diversi anni (anche 8/10) e nelle annate migliori dona il suo meglio dopo 3/5 anni. Vino che non necessita di botti piccole, meglio il legno grande che ne ammorbidisce la struttura. E’ importante che le fermentazioni non siano eccessivamente lunghe (non oltre i 10/12 giorni) e che, a seconda dell’intensità degli estratti, le tecniche in cantina siano ben calibrate. Poi, è chiaro, il vino può essere interpretato in vari modi e ogni produttore è libero di esaltare una caratteristica anziché un’altra: personalmente, preferisco le scelte di produttori come Chionetti e Pecchenino, dunque Dolcetto più morbido ed elegante. Senza arrivare a snaturarne le caratteristiche come usano certi vignaioli che esagerano con smodato utilizzo del legno (grazie al cielo, oggi sempre meno numerosi).

Gran vino il Dolcetto di Dogliani: vino a tutto pasto come pochi altri in Italia, e non soltanto da noi: se è vero che i più importanti produttori esportano quote ben oltre il 50% e sono apprezzati in mercati di paesi come Germania, Norvegia, Stati Uniti ma anche Cina, Corea e Nuova Zelanda.

Vino le cui caratteristiche principali sono costituite dall’intensità del colore rosso rubino, dalle note di viola mammola e dall’inconfondibile e marcato finale amarognolo che lo caratterizza come pochi altri vini. Da grande appassionato del vitigno Dolcetto (in tutte le sue declinazioni territoriali piemontesi, che sono tante), mi auguro che possa ritrovare una strada in parte smarrita in favore dell’ormai trionfante Barbera (destino che lo accomuna al Grignolino, purtroppo).

Sottolineo la sempre eccellente attività, con la consueta discrezione (e leggerezza), di Go Wine: la sala dell’Hotel Majestic (comodissimo da raggiungere), la presenza dei vignaioli, l’orario corretto (17/19, ottimo per i ristoratori), l’esaustiva documentazione. Cerco sempre di ritagliarmi un pezzettino di tempo da dedicare alle proposte Go Wine: fino a oggi non mi hanno mai deluso.

San Martino la Collina di Torino
José Argüelles, Il Fattore Maya – La Via al di Là della Tecnologia

Di libri ne ho tanti – diverse migliaia – e tanti ne ho letti: uno come questo mi mancava, per davvero!!

«Pacal Votan viaggia attraverso la “Dimora dei Tredici Serpenti”, un riferimento al passaggio intergalattico tramite il Kuxan Suum. In quanto fibra vitale galattica, sarebbe naturale rappresentare il Kuxan Suum come serpente o in forma di serpente. 13, il numero del movimento, è anche il numero del più alto dei cieli, del livello superiore dell’essere al di là del nostro sistema solare, quello più vicino all’informazione centrale – Hunab Ku, il fulcro galattico. Sculture di esseri-serpente in trasformazione, simili a quelli di Quiriguà, ornano il Tempio delle Iscrizioni di Palenque, registrazione plastica del transito attraverso il Kuxan Suum di Pacal Votan, Agente Galattico 13 66 56. Valum Votan, vicino all’attuale Palenque, indica il luogo di arrivo e/o nascita di Pacal Votan nel 631 d.C., Armonica 13 66 56 0. La data del suo arrivo dovrebbe anche coincidere con le aspettative del successivo avatar di Kukulkan, il cui ruolo sarebbe stato assunto da Pacal Votan. In tale ruolo, sarebbe semplicemente naturale fondare una città – corrispondente alla mitica Tollan – da chiamare Xibalanque o, nella forma moderna, Palenque. Nel Popol Vuh, Xibalanque corrisponderebbe alla mitica Xibalba, il luogo del mondo inferiore, mondo della manifestazione e delle prove eroiche della mortalità. Questo sarebbe un riferimento alla forma umana “mortale” dell’Agente Galattico 13 66 56, marcato e commemorato nella “tomba” sotterranea all’interno dei nove livelli del Tempio delle Iscrizioni.».

Se il piccolo esempio qui sopra non bastasse, si legga il passo successivo, scelto con imbarazzo tra l’immane quantità di sproloqui per davvero galattici:

«La chiave per la realizzazione di quanto sopra è sempre nel modulo armonico, lo Tzolkin a 260 unità. Così come ci fornisce la copia del corpo luminoso individuale che vivifica ognuno di noi, lo Tzolkin descrive anche il flusso modellato di energia ed intelligenza solare, la corrente incessante di energia spirituale creativa universale. Anche questo fa parte della conoscenza degli AH KINES, i realizzati, che pertanto praticano l’arte della guarigione – in cui sono maestri – oltre a quella dell’espressione creativa risonante – musica e canto, colore e forma – che sono tutte governate o almeno mediate dalle sottili frequenze del Sole, che penetrano tutto. Infatti, essendo tutti i nostri sensi informati dal campo elettromagnetico solarmente attivato, possiamo ritrovare le ottave eliotropiche dei profumi, e le frequenze delle macchie solari in ciò che gustiamo. E tutto questo non è solo metaforico, è letterale, poiché la batteria bio-elettromagnetica dell’organismo umano individuale si collega direttamente mediante i suoi organi sensoriali alle batterie planetaria e solare.».

José Argüelles, scomparso qualche mese fa, è stato l’autore di questi deliri da cui è partita tutta la faccenda della “profezia” Maya del 21 dicembre 2012. Il famoso libro non lo avevo mai trovato: pubblicato nel 1987 negli Usa, è stato tradotto nel 1999 in Italia, per i tipi di Wip Edizioni di Bari. La mia copia è parte della 4° ristampa (!), costa 13 € per 254 pp. Per chi ama questi fantastici sproloqui, posso suggerire gli altri libri di Argüelles (5 o 6), più o meno dello stesso tenore di questo: sono stati tutti pubblicati a cura dello stesso Editore pugliese, avendo il Nostro tenuto diversi stage in Terra Pugliese e avendone oltremodo apprezzato la bellezza! Certo, scriveva enormità (magari divertendosi), ma era un ottimo pittore e un docente di storia dell’arte.

Bellavista per la nuova sede Ais Torino

Vinifera (o vinosa, giammai “enoica”) bestemmia, ne sono consapevole: quando sento pronunciare il morfema “Bellavista“, penso subito al personaggio Luciano De Crescenzo, non certo ai celebri spumanti Franciacorta. Sarà perché poco amo gli spumanti e gli champagne, sarà perché la mia cultura abbraccia orizzonti forse troppo dispersivi; ma così è.

Bellavista, brand prestigioso (ormai più che semplice e ottimo vino spumante metodo classico) è stata l’azienda benedicente l’inaugurazione della nuova sede AIS di Torino, in via Modena, 23, zona Regio Parco: due passi dalla Dora, due passi dal centro storico.

Un mare di gente, volti noti di ristoratori, gestori di enoteche prestigiose, giornalisti, blogger e semplici appassionati: la classica calca da cui fuggire il più presto possibile: Non senza prima aver bevicchiato ottimi millesimi 2006, 2007 e, soprattutto, il 2004 Vittorio Moretti: eccellente, ma a un prezzo (70/80 €, più o meno) che è proibitivo: a un quarto di quei soldi, tanto meglio certi Alta Langa nostrani, soprattutto quelli 100% Pinot Noir. Questo penso: ovviamente, consapevole che per un bel regalo è meglio assai andare sul sicuro col famoso brand! Ci mancherebbe…: Bellavista lo conoscono tutti, o quasi. E poi, tutti o quasi bevono le etichette, mica quello che c’è dentro….Ci mancherebbe.

Salute.

Bruno Tabacci ospite di Torino Viva

Domenica 4 novembre 2012 l’Associazione Torino Viva ha ospitato presso la libreria Tempo Ritrovato (via Po, 59/4) Bruno Tabacci, deputato e candidato alle primarie del PD. Succesivamente, presso lo storico Caffè Elena di piazza Vittorio Veneto, 5, Tabacci si è intrattenuto con il pubblico in un informale aperitivo. La Rai ha realizzato un bel servizio mandato in onda nei TG regionali e nazionali.

Introdotto da Giorgio Diaferia, l’On. Tabacci ha presentato il suo ultimo libro: “Pensiero libero“, un’intervista di Alberto Gentili che tocca tutti i temi importanti dell’attuale situazione politica italiana: con la competenza, la consueta pacatezza e l’onestà intellettuale di Bruno Tabacci che spiccano quasi come caratteristiche insolite (!!) in un contesto di uomini politici di scarsa levatura, sia intellettuale, sia etica.

Di formazione economica e già vicino ai ministri DC Marcora e Goria, negli anni Ottanta Tabacci ha ricoperto per due anni la carica di Presidente della Regione Lombardia, di cui oggi è Assessore al BIlancio.

Deputato DC nell’XI legislatura, è stato rieletto nella XIV, XV e nell’attuale XVI legislatura, in cui è membro autorevole e stimato della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.

Mantovano (Quistello, 27 agosto 1946), Bruno Tabacci è una di quelle, oggi rarissime, personalità politiche il cui approccio con “la gente comune” è sempre di disarmante semplicità: mai artefatto, mai supponente. Mai, infine, esalante quella fastidiosa, insopportabile sensazione greve che comunicano gli insulsi sé dicenti “appartenenti alla casta”…

L’incontro di Bruno Tabacci con i componenti dell’Associazione Torino Viva, che è di fatto il suo riferimento per Torino e il Piemonte, è stato, oltreché rilassato e soddisfacente, di grande interesse: si spera possa contribuire a sostenere l’attività politica di una persona autorevole, competente e di adeguata statura etica. Mica poco, di questi tempi.

 

Erbaluce Passito di 21 anni

Tra tutti i vini Passito di Erbaluce fin qui bevuti, mai uno che mi fosse piaciuto: sempre troppo stucchevoli, mielosi, grezzi e grevi. Fino a quando il mio amico Fabrizio, titolare del Café Paris (via Garibaldi angolo piazza Statuto, a Torino), non mi ha fatto bere un vino che definire straordinario significa per una volta non sconfinare nel linguaggio iperbolico.

Lo spreme da uve Erbaluce nel comune di Vische (a due passi dal Lago di Candia, in pieno Canavese) un ingegnere chimico che dalle sue conoscenze chimiche rifugge con sagacia. Qui è la tradizione che governa: poche uve scelte con cura, vendemmiate tra fine settembre e inizio ottobre, appassite in un ambiente chiuso e saturato di zolfo per evitare lo sviluppo di parassiti pericolosi. Verso febbraio/marzo, acino per acino viene spremuto e poi messo in botticelle piccole per qualche anno. Senza filtrature e aggiunte di solforosa: non ce n’è bisogno. Dopo almeno 6/7 anni si imbottiglia e quando se stappa una, occorre pazientare qualche tempo (anche giorni) per aspettare che vengano eliminati i pesanti odori di zolfo e poi…poi si beve un rosolio pazzesco, di complessità rara e di lunghissima persistenza in bocca e in gola.

Ho bevuto alcuni sorsi da una bottiglia con vino di 21 anni (1991): il colore è una tinta che pare tabacco, pure con una concentrazione inusuale, ma tutto sommato limpido; la memoria olfattiva e gustativa riporta a certi vini cotti abruzzesi o marchigiani. Al palato emergono note di tabacco e gudron incredibili in un passito.

Semplicemente, eccezionale.

Ora posso dire di aver trovato un Erbaluce Passito davvero più che soddisfacente, grazie al mio amico Fabrizio.

Ma quanti ne possono godere?

Esagono, Moncalieri Jazz Festival 2012

Con l’inserimento dei due giovanissimi Jacopo (sax tenore e soprano) e Michele (contrabasso), Marco Cimino e Giorgio Diaferia si ripresentano con lo storico quartetto Esagono (costola di Arti e Mestieri, lontani anni Settanta) al pubblico del Moncalieri Jazz Festival. Meno rock e funk, assai più jazz. E rileggono con grande efficacia brani originali come Maya e cover come Satysfaction.

Ottimo concerto, con alcuni inediti (una straordinaria ballad di Cimino) davvero notevoli.

Il 68° fiammifero del Grappaiol’angelico

A metà degli anni Settanta, Gino Veronelli s’era imbattuto in una persona fuori d’ogni schema e ne aveva scritto un articolo su Epoca: Romano Levi, la sua grappa, il suo antico “lambicco” a fuoco diretto (oggi unico del genere), le sue etichette e i ragni, le ragnatele, le civette e la Lidia….furono svelati agli appassionati bevitori di grappa, e non soltanto.

Il “Grappaiol’angelico” se n’è andato nel 2008 lasciando la distilleria e la casa senza eredi e proprietari: Lucio Scaratti e la sua famiglia hanno rilevato il tutto con l’intento di non abbandonare all’oblio dell’insensibilità la straordinaria storia di Romano Levi e la sua Grappa.

Con l’aiuto di Fabrizio Sobrero, per 14 anni vicino a Romano, la distilleria continua la sua attività: nel medesimo “lambicco” in muratura del 1925, con le medesime metodologie artigiane, lo stesso forno, le stesse ragnatele; la stessa strepitosa grappa distillata da vinacce di Dolcetto e Nebbiolo (oggi anche Moscat0).

Ogni anno a Neive si tiene quella che ormai è diventata una sorta di cerimonia: con il Sindaco, la banda e molti paesani, vecchi e giovani (cui si uniscono i veri appassionati), a fine ottobre si accende il fuoco che alimenterà la distillazione. Starà acceso, senza soluzione di continuità, fino a marzo: per ricavarne circa 20.000 bottiglie di irripetibile grappa!

Quest’anno, il 27 ottobre scorso, grazie all’invito di Marco Tripaldi, ho potuto assistere di persona a questo magico ma semplice rituale, il 68° a cominciare dal lontano 1945. Ho vissuto una bella esperienza che consiglio ai veri appassionati: anche soltanto visitare la casa, con annessa distilleria, costituisce un’emozione profonda.

Fabrizio ha illustrato con grande passione (e disarmante semplicità) tutte le faticose e complesse operazioni: ogni carico (la vinaccia – compattata in maniera adeguata nel pozzo – viene messa in sacchi che a mano sono vuotati uno a uno nel “lambicco”) è costituito da circa 500 kg di vinaccia e più o meno 500 litri di acqua.

E ogni carico dà a pena 25/26 litri di grappa….

Questo straordinario prodotto, destinato soltanto ai veri appassionati (per quantità e per costo -circa 70/80 € a scaffale), è distribuito da Sagna Spa: azienda che sa come trattare queste… faccende preziose, queste storie in cui i grandi numeri si realizzano soltanto con le emozioni degli uomini sensibili.