Archive for Gennaio, 2013
Giovanni Leopardi alla DuClaw Brewing Company
Great Minds Think AlikeSimpaticoadj: of similar mind; compatible.From the minds of DuClaw Brewing Company Brewmaster, Jim Wagner, and Culinary Director, Giovanni Leopardi, comes the Simpatico Series, an ongoing series of events that pair our award winning craft beer with classic and cutting edge internationally inspired gourmet food.The series begins with a six course dinner of eclectic international cuisine expertly paired with envelope pushing craft beer, featuring:MenuAmuse-bouche (hors d’oeuvres)
• Roasted peanut crusted cauliflower
Bare Ass Blonde Ale marinated cherry tomatoes
• Air-cured goat cheese with Vidalia onions and beer jam
Served with Misfit Red Ale.

Second Pairing
West African Tiger prawns sauteed in Mysterium Belgian Spiced Ale, tossed with roasted julienne peppers and fresh herbs. Paired with Mysterium Belgian Spiced Ale.

Third Pairing
Cherry ricotta ravioli splashed with rosemary burnt butter, served with Euphoria Toffee Nut Brown Ale.

Forth Pairing
Pineapple pulled pork served with caramelized onion risotto and HellRazer IPA.

Fifth Pairing
Black Jack Stout braised Kobe Beef served with Taleggio infused Polenta and roasted Mediterranean vegetables. Paired with vintage 2009 bottled Black Jack Stout.

Dessert Pairing
Maple mascarpone cheesecake served with an event exclusive—Pumpkin Spice Retribution Bourbon Barrel Aged Imperial Stout!

Questo qui sopra è l’esempio di un menu che Giovanni Leopardi ha messo a punto per la catena di ristorazione della distilleria di qualità DuClaw in Baltimora (Maryland). Non è cosa semplice cercare di far crescere l’idea di qualità nell’alimentazione del ceto medio americano, soprattutto tra i giovani e soprattutto facendo leva sulla birra (di qualità) come abbinamento a preparazioni cucinarie non banali e soprattutto basate su materie prime di primissimo livello.

Dopo un infaticabile girovagare per il mondo, il mio amico Giovanni Leopardi – Torinese di nascita, americano d’adozione, ma giramondo per caratteristiche innate – è approdato a dirigere la ristorazione di questa prestigiosa compagnia americana di distillazione. Cominciò in Inghilterra più di 30 anni fa; seguirono poi l’Egitto, l’India, la California, la Cina, le Hawaii, le Bahamas: sempre a dirigere i ristoranti di prestigiose catene alberghiere. Tra la fine del secolo e l’inizio di questo millennio, Giovanni ritornò negli Usa per aprire il suo ristorante insieme alla moglie Melba: fu in Florida, con successo. Si trasferì poi, dopo la nascita della figlia Maya, in New Hampshire per diversi anni. Causa la crisi del 2008, riprese il suo girovagare per il mondo e andò a dirigere il ristorante internazionale del Radisson di New Delhi. Dopo un’incredibile esperienza a Bassora in Iraq, è finalmente ritornato negli Usa.

Che si tratti di una comune Nicoise o di un filetto di tonno scottato, Giovanni riesce sempre a confezionare piatti di altissima qualità grazie alla sua conoscenza delle materie prime di livello mondiale: per il pesce, a esempio, egli riesce a lavorare con prodotti freschissimi che gli arrivano da tutto il mondo e sono sempre pesci di cattura e mai d’allevamento. Anche per ortaggi, formaggi, insaccati, farine e carni la sua maniacale ricerca produce sempre risultati di qualità e di equilibrio.

In questo mio sito ho parlato spesse volte di Gianni (diminutivo che usiamo noi amici): ci conosciamo da oltre 30 anni e ho avuto il piacere e l’onore di stare con lui in cucina e di apprezzarne la serietà e la professionalità. Gianni è il tipico chef che ama stare in cucina, ambiente in cui sembra stare con estrema naturalezza: qui si apprezza la qualità e l’amore che dedica al suo lavoro. Oltretutto, avendo sempre cura di usare la cucina con l’unico scopo di esaltare gli odori, i colori, i sapori della materia prima con processi di trasformazione e di cottura assai semplici. Come dovrebbe fare sempre un buon cuoco.

Sono certo che riuscirà, col tempo e con la sua maniacale applicazione, a imporre anche in Maryland, un concetto di alimentazione di alto livello. In bocca al lupo, Gianni.

 

https://www.vincenzoreda.it/giovanni-leopardi-chef-torinese/

https://www.vincenzoreda.it/a-pranzo-con-angelo-gaja/

www.duclaw.com

 

 

Parafrasando Giacomo (Pastore errante dell’Asia)

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai

Silenziosa luna?

Guardo giù e mi vien da ridere”.

Il Giorno della Memoria

Che il Giorno della Memoria, 27 gennaio, sia Giorno della Memoria per tutti.

Soprattutto per i Dimenticati.

L1110623

De Sade e Mozart a Torino

Nel 1772 il marchese Donatien Alphonse Francois De Sade era in fuga, come quasi sempre nella sua vita, e fu arrestato a Torino su istanza dell’ambasciatore francese. Fu rinchiuso nella forte di Miolans da cui riuscì a evadere in maniera romanzesca nell’aprile del 1773.

Via Corte d'Appello

Via Corte d’Appello

Descrisse le sue impressioni sull’Italia e su Torino nel libro Histoire de Juliette e non fu certo tenero, forse per vendetta, nei confronti della capitale sabauda.

«Non esiste in tutta Italia una città più regolare e noiosa di Torino: il cortigiano è fastidioso, il cittadino triste, il popolo devoto e superstizioso. Poche erano le risorse del piacere……».

«La società brillante di Torino è degna di quel re. Appresi così che a Torino l’usanza era di rubare al gioco, e che a Torino un uomo non poteva corteggiare una donna senza lasciarsi scroccar denaro al tavolo verde».

Povero Divin Marchese triste nella noiosa Torino….

Proprio un anno prima, nel 1771, Wolfgang Amadeus Mozart, quindicenne, si era fermato con suo padre a Torino per un paio di settimane e aveva alloggiato in quell’albergo che oggi si chiama Dogana Vecchia – in via Corte d’Appello – e di Torino era rimasto entusiasta, descrivendo una “bella città” in cui aveva potuto assistere alla rappresentazione di un’opera definita “veramente splendida”.

Gegè Mangano e il suo Li Jalantuùmene di Monte S. Angelo

Questa volta scrivo di un amico, lo dichiaro subito. E quando si parla di un amico, certo l’obiettività può fare cilecca: basta saperlo.

«La memoria corre a quel lontano 1972, ai miei diciott’anni, alla prima vacanza distante dalle grinfie, per la verità molto lasche, dei miei genitori: l’amico Silvano Borrelli mi aveva invitato a passare con lui un’estate in tenda sul Gargano, in un posto che lui descriveva magnifico e che aveva scoperto l’anno prima…..

E’ una citazione da un mio articolo pubblicato nel numero di novembre del 2000 dal notiziario mensile del Parco del Gargano. Allora ero consulente della più bella rivista di natura italiana: Oasis, edita da Sergio Musumeci in Aosta; mi occupavo dei contatti con gli enti di tutela ambientale, parchi compresi.

L’anno prima, su esplicito invito di Leonardo Vaira, proprietario e direttore di quel campeggio di cui parlo nell’articolo, avevo partecipato a una degustazione dei prodotti tipici di Monte Sant’Angelo: tra gli altri, mi era rimasto impresso un personaggio e i suoi piatti che pochi giorni appresso ero andato a provare nel suo ristorante.

Si trattava di Gegè Mangano e del suo ristorante Li Jalatuùmene.

Quello con Gegè, come del resto quello per il campeggio sulla piana di Mattinatella e quello per Monte Sant’Angelo sono stati amori a prima vista e di quelli che durano per la vita.

Prima della faccia da schiaffi di Gegè e del suo talento cucinario, devo parlare di piazza De Galganis: pieno centro di Monte, ci si arriva soltanto salendo e scendendo ampi gradini secenteschi di bianco tufo. Niente auto, assenza di rumori molesti e di orde di sudaticci turisti: solamente silenzio, mille e mille sfumature di bianchi in cui sono declinati tufo e calce che s’infrangono contro il cielo profondo. Il cielo cobalto di agosto che, a quasi 900 metri di altezza, ti abbaglia senza farti sudare.

Ne avevo parlato con Gino Veronelli; lo convinsi a visitare quel posto magico, poco prima della sua morte, e ne venne fuori un prezioso volume: “Terre Cultura e Cucina del Gargano” edito da Veronelli Editore nel 2003, con prefazione di Gino e la riproduzione di un mio quadro – ora nel ristorante di Gegè – che avevo dipinto con un vino umilissimo e possente di Giovanni “Tinghe tanghe”, antico fattore garganico con masseria e mulo Matteo annesso  (in realtà quello da me conosciuto era il III o IV mulo Matteo, non ricordo…). “Tinghe tanghe” ancora oggi è solito raccontare un’incredibile storia personale, che in seguito ho saputo essere verosimile e che riguarda il compianto Lucio Dalla. Vicenda che è davvero tanto incredibile ma altrettanto irriferibile, per questioni sia di rispetto, sia di riservatezza.

Tornando a Gegè, egli è uno dei soliti che piacciono a me: autodidatta, disincantato, ironico fino al sarcasmo.

Ha cominciato giovanissimo a girare il mondo per molti anni con Ciga Hotels e sulle navi Usa con la Home Lime Company. Poi, sposata Ninni, con lui sempre in sala, si è ritirato a Monte per aprire il Suo ristorante. E qui, di nuovo come quelli che piacciono a me: pochi coperti per essere davvero sempre in grado di cucinare in prima persona per tutti –  chi va in giro per televisioni, eventi e feste non ha più tempo per esercitare la nobile arte del cuoco….

La cucina di Gegè è strettamente legata al territorio e alle tradizioni del Gargano e dei dintorni: questa è un’area che nel raggio di pochi chilometri offre – per tradizione, non per acquisizioni, culturali o modaiole, recenti – in buona sostanza di tutto. E tutto di qualità eccelsa: formaggi, insaccati, pane e pasta, funghi, carni bianche e carni rosse, selvaggina, pesce, crostacei, olio, vino.

Ovviamente, Gegè conosce e tratta senza pari Caciocavallo podolico, formaggi caprini, cicerchie, fave, ceci, mandorle, agnello, cinghiale, grano duro, miele.

Allora puoi provare i “Troccoli alla Jalantuùmene” (pasta fresca tagliata con uno speciale strumento di legno, il troccolo appunto, con porcini e noci), le “Laine cicere e baccalà” (tagliatelle con ceci e baccalà), “Orecchiette alla…. come mi gira oggi, ché tanto sono sempre eccezionali”.

E ancora, l’agnello al forno con le erbette, i “Torcinelli” (budelline di agnello ripiene), le “Tielle” (tegami di terracotta per preparazioni, in genere a strati, a base di patate, carni, baccalà, verdure, spezie, uova).

E infine i dolci: tra tutti, le uniche “Ostie ripiene” a base di mandorle caramellate, una delizia di estrema semplicità che non descrivo perché bisogna recarsi in loco a conoscerle e gustarle (quelle di Gegè le prepara ancora la mamma o la suocera, non ricordo).

La cantina è all’altezza: io bevo sempre e soltanto vini pugliesi, se possibile monovitigni e lavorati in acciaio o legni grandi. Consiglio, in questi anni, succo fermentato da uve di Troia, per una bevuta lunga e di sostanza.

L’amico Gegè cita spesso un motto non suo che va bene per molte faccende:

Fare lo chef insegna a non avere paura quando si sbaglia.

A non esaltarsi quando tutto va bene.

A ricordarsi che senza la terra non ci sarebbe il volo”.

Andate a rifarvi la bocca da Gegè e, già che ci siete, date un’occhiata alla collezione, unica, che egli possiede dei miei quadri.».

Il testo qui sopra riportato, scritto qualche anno fa, è inserito nel mio libro “Più o meno di vino”, Edizioni del Capricorno, Torino 2009.

L’ho trascritto quasi pari pari perché, pur a distanza di anni, tratteggia come meglio non mi riuscirebbe di fare la figura di Luigi Mangano – Gegè per gli amici – e del suo ristorante Li Jalantuùmene («I Galantuomini», nel dialetto locale): trenta coperti scarsi serviti sempre con deliziosa attenzione e con la grande simpatia che Gegè possiede insieme al talento in cucina.

Ecco: in genere il cuoco è un “animale” anarchico e solitario che ama dominare gli spazi, le macchine e le persone della sua cucina. Di rado – a parte quelli che oggi si dedicano alla comunicazione sui media – e con pochissime eccezioni, i cuochi amano frequentare la sala e i tavoli dei clienti, se non quando sono chiamati espressamente per ricevere un meritato plauso.

Gegè è un’eccezione: spesse volte presenta i piatti in prima persona, intrattiene i clienti quando questi gli dimostrano disponibilità e arriva a scherzare e scambiare battute, anche salaci, che costituiscono un ulteriore bel condimento di serenità e di rilassatezza, specialmente quando si sta a tavola.

Non è infatti un caso che Gegè sia protagonista della food comedy – tuttora in programmazione su Alice Sky canale 416 – “Strascinati e innamorati”. In questo serial Gegè recita la parte di un cuoco esilarante che, supportato come si deve dall’attrice Alessandra Sarno, racconta in buona sostanza le sue ricette e la sua terra.

Monte Sant’Angelo è un paese di origine medievale di 15.000 anime scarse: domina dall’alto dei suoi quasi 900 metri il sottostante golfo di Manfredonia e le saline di Santa Margherita di Savoia che delimitano l’immenso Tavoliere pugliese. Qui da 6/7 millenni si coltiva il grano e qui sanno fare il pane (secondo la mia opinione, meglio della tanto menzionata e stimata Altamura) e la pasta come pochi altri.

Gegè non cucina pesce, non è nelle sue corde: come il suo paese natale, pur a picco sul mare, è un montanaro e del montanaro garganico possiede gusti e tradizioni.

Tutte le mattine si mette in auto – una gloriosa cinquecento bianca – e visita i suoi fornitori, sparsi tra la grande piana di Foggia (qui si chiama Capitanata) e le ripide pendici del promontorio: sono piccoli allevatori, contadini, produttori di vino e d’olio che gli garantiscono una materia prima curata sempre in maniera diretta.

Sono rapporti consolidati nel tempo, rapporti nei quali ognuno conosce tutto dell’altro: a parte i processi e i prodotti, anche le famiglie, le abitudini, i vizi… Quando si parla di “territorio” è anche di questi rapporti, unici e personali, cui si deve fare riferimento: filiere cortissime di persone che con passione, e magari da generazioni, coltivano cereali, ortaggi, frutta; allevano maiali, vacche, pecore, capre; realizzano formaggi e insaccati; cacciano e macellano selvaggina, raccolgono funghi; spremono olive e uve.

Tutto questo è “territorio”, tutto questo è Gegè Mangano.

Dunque, per riprendere e terminare questa storia in bellezza: terminati i pellegrinaggi intorno al mondo sulle navi americane, Gegè fece ritorno nella sua Puglia adorata e si dedicò ad affinare il suo talento in cucina con ulteriori esperienze in locali di ottimo livello tra Foggia e Barletta.

A questo punto si sentì pronto e maturo per impalmare Anna, la sua Ninni, che gli ha dato due figli: Girolamo e Sofia, oggi di 21 e 16 anni.

E poi, poi finalmente realizzò il proprio sogno: Il 12 luglio 1997 aprì, tra i rilassanti silenzi e i bianchi tufi del centro secentesco di Monte Sant’Angelo, Li Jalantuùmene.

L’8 dicembre 2011 scorso ha inaugurato la nuova sede, attigua al vecchio locale che ha ristrutturato per realizzare un piccolo e raffinato relais. Qui è possibile sostare e godere dell’ospitalità di quattro camere matrimoniali arredate con gusto tipicamente femminile da Ninni.

D’estate si pranza sempre all’aperto, in un dehors addossato al muro del XVI secolo che anticamente era parte del chiostro del contiguo convento delle Clarisse.

Sono anni che mi chiedo perché un posto simile non abbia ancora ricevuto almeno una di quelle celebri “Stelle”, ma forse ci siamo finalmente vicini.

Devo citare un fatto che mi tocca direttamente.

Qui, nell’agosto del 2008, gustando una bottiglia di “Le Cruste”, eccellente Nero di Troia di Alberto Longo (Lucera), consigliatami da Gegè, fui ispirato a scrivere un racconto che considero tra i miei più belli: “La bottiglia del giorno dopo” (anche questo parte di “Più o meno di vino”).

Per concludere, una raccomandazione: Monte Sant’Angelo è uno dei più bei paesi d’Italia – con i suoi quartieri medievali, il suo barocco, la Grotta dell’Angelo – avendone l’opportunità, è una meta turistica e culturale emozionante e abbastanza unica.

Ovviamente è d’obbligo una sosta da Gegè per gustarne la cucina e la simpatia.

Gino Veronelli mi ringraziò per questo consiglio: è uno dei ricordi, tra i tanti, che custodisco con più tenerezza e orgoglio.

 

Li Jalantuùmene

Piazza de Galganis (Largo le Monache), 5 – 71037 Monte Sant’Angelo (FG)

Tel/fax. 0884.565484  Cell. 348.7976321 info@li-jalantuumene.it

http://www.li-jalantuumene.it

 

Some shots of mine
Questioni di Etichetta

«…fra tutti i vocabolari presenti nella mia biblioteca, il Palazzi-Folena del 1992 è quello che uso con maggior frequenza, anche in virtù del fatto che è l’unico a specificare, per ogni parola, la data della sua comparsa nell’uso della nostra lingua. “Etichetta” compare nel 1797, introdotta dal francese:”Etiquette. Marca fissata a un palo, poi cartellino……..”. Ma “etichetta” significa anche complesso delle cerimonie voluto  dall’uso e dalla cortesia di persone di un certo rango ( in origine le corti ): dal francese “etiquette” (dicitura ) e dallo spagnolo “etiqueta” ( cerimoniale ). E’ lampante che l’etimo si rifà direttamente alla parola “etica” ( la scienza della morale, la norma, il costume, ecc….), dal latino “ethica” che discende dal greco “ethike”.

Etichetta Adino Medaglia d'Oro e Camars sullo sfondo (2)Dunque, “etichetta” significa certo “dicitura, cartellino, marchio, ecc…..”, ma nella parola è insito un concetto che in qualche modo riporta alla correttezza, all’onestà, all’etica, appunto. Ora, su quanto siano etiche molte etichette avrei tanto da dire, ma l’oggetto di questa mia riflessione è prima tecnico ed estetico, più che morale e, appunto, etico. Parto da alcune considerazioni tecniche.

L’etichetta è un mezzo di comunicazione che attiene alla scienza del marketing: formulazione del prezzo, canali di distribuzione, packaging (etichetta, anche), pubblicità, promozioni, ecc. costituiscono il cosiddetto marketing-mix, ovvero tutte quelle decisioni, e dunque caratteristiche commerciali, che un produttore assume per posizionare il proprio prodotto entro una certa fascia di mercato.

Ora, io penso, e a questo proposito dubbi ne ho pochi, che la scienza del marketing sia assai poco frequentata dai produttori di vino; penso altresì che i produttori di vino abbiano anche poco senso estetico e dubbio gusto; da quanto sopra, si deduce che la mia opinione sulla maggior parte delle etichette appiccicate su bordolesi, borgognotte, alsaziane, tronco-coniche e via dicendo, sono non soltanto brutte, ma anche tecnicamente malfatte e fanno un pessimo servizio al liquido di cui dovrebbero parlare e al suo produttore.

La prima considerazione è di ordine tecnico: un’etichetta che sta appiccicata sopra una bottiglia di vino ha l’obbligo di raccontare il vino che gli sta dietro: se alla grande maggioranza di etichette presenti sugli scaffali di enoteche, grande distribuzione e wine-bar si sostituisce il testo originale con una semplice sequenza di caratteri senza senso e poi si chiede a una qualsiasi persona che tipo di prodotto può rappresentare quell’etichetta, si avranno ben poche risposte che riferiscono al vino. Anche per il semplice fatto che poche etichette sono opera di specialisti della comunicazione, perché, mi spiace per chi pensa altrimenti, ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere: vale a dire che un conto è assemblare un ottimo vino, altra faccenda è raccontare la bontà di quel vino sopra uno scaffale in mezzo a tante altre bottiglie ( il primo dovere di una buona etichetta, oltre al fatto ontologico di sapere di vino, è quello di chiamare il consumatore a voce più alta e con parole più convincenti di quanto facciano le concorrenti vicine).

A tutti i ragionamenti di cui sopra  occorre aggiungere che il messaggio ha da essere semplice, breve, chiaro, forte.

E invece sulle nostre brave etichette troviamo di tutto, di più.

A cominciare dalla scelta dei caratteri, veri e propri cataloghi di lettering (oggi si dice font) tra i più sofisticati e illeggibili, per continuare con i testi che, spesse volte, sono più lunghi e contorti di un feuilleton; per finire con la parte iconografica su cui è doveroso stendere un velo pietoso ( fotografie di paesaggi, riproduzioni di quadri che niente hanno a che fare con la materia e sono pure brutti, grafismi fuori luogo, loghi che sembrano fatti per prodotti metalmeccanici…..).»

Il testo qui sopra è tratto dal mio libro del 2009 Più o meno di vino e riporta un articolo pubblicato qualche tempo prima sul periodico Barolo & Co. Mi fa piacere riproporne una parte a introduzione di questo mio intervento che presenta il vino la cui etichetta si è aggiudicata, lo scorso dicembre, la Medaglia d’oro per la sezione Vini rossi tranquilli (9 le diverse sezioni) del 17° Concorso Internazionale del Packaging del Vinitaly. Il vino è il Rosso Conero Doc “ADINO” dei Tenimenti Spinsanti, piccola azienda marchigiana (non più di 5 ettari e circa 40.000 bottiglie di produzione totale, di cui il 75% esportate).

Da sin., Giuditta Salta e Catia Spinsanti

Da sin., Giuditta Salta e Catia Spinsanti

Catia Spinsanti, titolare, ben rappresenta quella nuova schiera di imprenditori, meglio ancora imprenditrici, che, provenendo da esperienze professionali differenti, hanno portato nel campo dell’enologia una ventata di aria fresca e una diversa sensibilità verso funzioni aziendali fino a ieri ritenute di scarsa importanza.

Medaglia d'Oro Vinitaly Packaging 2012_rossi tranquilli«Il premio per la nostra etichetta Adino 2010, che era il nome di mio padre, trova nella figura del gufo tutti gli elementi di similitudine tra lui e questo animale, noto per essere estremamente laborioso nelle ore notturne e molto protettivo – afferma Catia Spinsanti – Abbiamo dedicato oltre un anno allo studio di una nuova immagine che fosse vincente in termini di riconoscibilità e di memoria visiva e questo premio ci ripaga di tutti gli sforzi affrontati: posso dire che la simbologia del gufo, nonostante alcuni timori e scetticismi iniziali, alla fine ci ha invece proprio portato fortuna. Vivo e lavoro in un territorio che dedica poca attenzione alla comunicazione e questo penalizza tutto l’indotto: ho quindi deciso di investire personalmente sul valore di un’immagine che caratterizzasse me e facesse da traino a tutti gli altri ».

L’etichetta è stata realizzata dall’Art Director  Giuditta Salta dello Studio Judesing di Fano: un gusto e una sensibilità femminile per un’etichetta di indubbia eleganza, dall’iconografia insolita ma assai attraente.

Personalmente, e parlo sia da tecnico sia da artista, avrei eliminato quella scritta dal sapore un po’ provinciale: “nota elegante di un territorio” e avrei inserito un bel rosso rubino a colorare un particolare, non importa quale, dell’immagine – peraltro bella assai. Ma sono questioni di lana caprina: questa è senza dubbio un’etichetta di gran classe.

Ma veniamo al vino: è noto che non mi occupo per alcuna ragione di vini che non ho bevuto e poi anche valutato.

Questo Adino è un Rosso Conero Doc assemblato con il 90% di uve Montepulciano e il 10% di uve Sangiovese. Ha il 14% di volume alcolico, che si sente.

Il colore è uno straordinario rosso rubino intenso con bei riflessi viola, direi peculiare dei vini in cui il Montepulciano spadroneggia e questo è per davvero un colore di rara bellezza e intensità.

All’olfatto regala intensi e complessi sentori di confettura: direi la mora del gelso e la prugna rossa, più che la marasca.

Al palato offre subito un sapore quasi abboccato, rotondo, armonico che nel lungo finale evolve in gradevoli sfumature amarognole e delicati tannini.

Dunque: un Rosso Conero di particolare gradevolezza, con personalità spiccata che ne fa un vino per certo di gusto non sciatto e, soprattutto “non internazionale”.

Se ne producono circa 12.000 bottiglie per un prezzo indicativo a scaffale di 8€: rapporto qualità/prezzo dunque notevole, caratteristica peculiare di molti ottimi vini marchigiani.

A mio modo di vedere è un vino che accompagna bene carni bianche e rosse di preparazioni complesse (quindi non grigliate o simili). L’ho gustato anche con un ottimo baccalà e patate annegato in sugo di pomodoro e ben insaporito con peperoncino piccante.

Per concludere, a parte l’eleganza dell’etichetta, un vino senza dubbio da consigliare.

www.rossoconerodoc.com

 

Fontanafredda Alta Langa DOCG Contessa Rosa Brut Riserva 2008

Ribadisco di non essere né un grande appassionato né, tantomeno, un esperto di spumanti e champagne: ne bevo tanti, certo, più o meno volentieri, ma assai di rado trovo in queste tipologie di vini qualcosa che mi possa entusiasmare  – fatti salvi certi champagne di pregio particolare. Ma non cambierei mai una grande bianco fermo con il più grande degli champagne: questione di gusti, pare ovvio.

L1120102Fatta questa opportuna premessa, ho avuto modo di bere e di valutare quest’ultima creazione di Fontanafredda: un Brut Alta Langa Riserva Contessa Rosa Docg 2008. Avevo bevuto lo scorso anno il millesimo 2004, anche questo caratterizzato dall’uso di Barolo 1967 come liqueur d’expedition: una farinettata, come dice Franco Ziliani, che a me non è simpatico, ma è certo un indiscutibile esperto in questa tipologia di vini (vedi il suo ottimo blog Le mille bolle blog).

A me pare che il millesimo 2008 presenti un evidente salto di qualità rispetto al 2004: forse sono state finalmente messe a punto tutte quelle complesse operazioni che concorrono per produrre un metodo classico di qualità.

Ho bevuto uno spumante dal naso assai intenso – non entro nel dettaglio delle sfumature olfattive, tra le quali comunque spicca netta la classica crosta di pane; colore giallo paglierino, perlage fine e persistente; palato piuttosto secco, sapido e discreto finale in cui la mineralità permane in gola. La cuvée è assemblata  con Pinot Noir e Chardonnay, provenienti da vigne poste tra i 400 e i 600 metri delle alture carezzate dai venti liguri dell’Alta Langa; 12% vol.

Direi che mi ha sorpreso il gusto particolarmente secco di questo brut: quasi fosse un pas dosè. Ricordo che i pas dosè sono spumanti e champagne ai quali non è stato aggiunto il liquer d’expedition, mentre i brut sono definiti tali perché presentano un residuo di zuccheri non fermentati fino a 12 grammi per litro; tra le due tipologie s’inserisce l’extra brut: fino a 6 gr/l di residuo zuccherino.

Per concludere, a me questo vino è assai piaciuto: non sono in grado di stabilre a quale livello qualitativo sia ascrivibile; certo, il rapporto qualità/prezzo è di sicuro interesse. Meno di 20€ a scaffale: direi non male per un metodo classico millesimato.

Neve in Langa
Il Caffè Elena, i Tarocchi, Il Barolo Cannubi 2007 e…io

Martedì sera: il posto è il mio solito Caffè Elena, sotto i portici di piazza Vittorio Veneto a Torino. Seduto al solito tavolo, sorvegliato dal mio murales con la silloge di H. von Hutten, gusto un magnifico Barolo Cannubi 2007 dei Marchesi di Barolo. E leggo i Tarocchi: leggo gli occhi e le espressioni di chi mi sta davanti e ne recepisco i timori e le speranze…

I miei soliti giochini con la Mole

In giro per Torino – piazza Vittorio Veneto – con la mia piccola Leica e i miei soliti giochi di prospettive insolite. Mi diverto con poco, in fondo.

Padre Michael Fernandes

Questa è una bella storia.

Conoscemmo questo religioso, che a tutta prima scambiammo per uno dei soliti indiani immigrati – era vestito in borghese, per questioni di prudenza, visto il transito in un paese musulmano abbastanza fondamentalista – che rientrava nella sua Patria, nel febbraio del 2008 in Kuwait.

L1120046 Causa un ritardo del volo Air Kuwait, in partenza da Roma Fiumicino, non riuscimmo a arrivare in tempo utile per prendere la coincidenza con il volo per Bombay e fummo costretti a passare due giorni in hotel a Kuwait City: un incubo! Non si poteva bere alcun tipo di alcolico, neanche la birra: pur se il cibo era di ottima qualità, fu per me un’autentica tortura! Oltretutto, eravamo in pratica segregati in albergo: d’altra parte il panorama che si godeva era          un autentico, desolato NULLA.

Deserto, soltanto piatto e interminabile deserto.

E tra i pochi sciagurati che attendevano il successivo volo per l’India, conoscemmo questo Padre Cappuccino, allora responsabile provinciale di Bombay. Persona gradevole, affabile: tornava da Roma e parlava un ottimo italiano. Ci prese in simpatia e passammo molte ore a discutere: soprattutto egli era assai interessato al fatto che noi si tornava a Bombay con nostra figlia Geeta, lì adottata dieci anni prima, per festeggiare un decennio felice e far riassaporare a lei gli odori, i colori, i gusti della sua Patria originale.

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Siamo rimasti in contatto per questi quasi 5 anni con Padre Michael. E in queste feste natalizie, essendo egli in Italia, è venuto a farci visita a Torino.

Nel frattempo, abbiamo saputo che il buon Michael è diventato uno dei dieci Frati Cappuccini più importanti, avendo assunto il ruolo di responsabile per le aree mediorientali e estremorientali dell’Asia!

Rimarrà in Italia per 6 anni, durante i quali dovrà viaggiare molto per occuparsi dei gravi problemi che travagliano la cristianità in quegli stati asiatici: la sua dedizione, la sua tranquilla personalità, la sua gentilezza gli permetteranno senza dubbio di essere all’altezza del compito gravoso.

Intanto è stato nostro gradevolissimo ospite, benedicendo la nostra casa e la nostra famiglia in una cerimonia molto intima e molto sentita. Il fatto di saperlo devoto di San Pio, e il fatto ch’egli ha celebrato messa nel novembre del 2012 nella cripta che accoglie le spoglie del Santo in San Giovanni Rotondo, sono ulteriori stimoli a continuare e a approfondire il nostro rapporto.

Che Iddio ti benedica e ti protegga, Padre Michael Fernandes.

VINUM NOSTRUM di Angelo Gaja

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C’è penuria di vino nelle cantine italiane dopo anni di bassa produzione d’uva a causa del ripetersi di condizioni climatiche sfavorevoli, per eccesso di calore e di siccità nei mesi estivi.

COSA POTREBBE ACCADERE NEL 2013 PER IL VINO ITALIANO?

Che a giugno non ci sia più vino, che le cantine che vendono a meno di due euro al litro (soglia di prezzo che vale per più dell’ottanta per cento del vino italiano) non ne abbiano più da offrire. Un contributo in tal senso lo daranno anche gli imbottigliatori previdenti che ne avranno fatto scorta per non rimanere a secco nei mesi successivi. Tutto ciò avverrà all’insegna del “mai successo prima”.  Sarà panico per i prezzi delle uve della vendemmia 2013 che si temeranno in forte rialzo.

Che a qualcuno venga la curiosità di confrontare le denunce di produzionedelle uve e del vino della vendemmia 2012 di produttori singoli ed associati ed evidenzi come, sotto lo stesso cielo, per identiche aree geografiche, ci sia chi abbia denunciato cali di produzione anche del trenta per cento e chi cali eguali a zero.

Che nel 2013 l’Italia perda il primato in milioni di ettolitri esportati, a causa della Spagna. Ancora all’insegna del “mai successo prima”. Non mancherà chi, dalla mera analisi dei numeri, addebiterà al mondo del vino italiano perdite di produttività e di competitività, ignorando che il vino sia un prodotto naturale ed il cielo sia il tetto del vigneto. Se a causa del clima si produce meno uva resta poi impossibile vendere più vino.

Che le cantine sociali italiane (controllano oltre il cinquanta per cento della produzione nazionale d’uva) ed associazioni di riferimento ammorbidiscano il loro rifiuto alla liberalizzazione degli impianti voluta da Bruxelles e si giunga a definire una strategia comune volta ad introdurre dal 2015un sistema misto: di mantenimento dei diritti di reimpianto per le DOC e DOCG e di liberalizzazione per IGT e vini da tavola.

Che dalla primaverile lettura dei bilanci delle cantine italiane di grande dimensione emerga come il giro d’affari relativo al 2012 sia stato spesso penalizzato dal calo del fatturato sul mercato italiano e sia stato invece salvifico il recupero realizzato grazie al fatturato conseguito sui mercati esteri. Di qui un maggiore impulso ad investire su quei mercati, sacrificando anche parte delle risorse che si pensava di destinare alla promozione sul mercato domestico. Tempi grami per le pubblicazioni del vino che in Italia, come altrove, vivono di pubblicità, così come per gli oltre duecento premi giornalistici istituiti da cantine ed enti di promozione, un fenomeno tipico di casa nostra sconosciuto all’estero, che diventeranno avari di riconoscimenti ai giornalisti italiani e più generosi nei confronti di quelli dei paesi esteri. Una spinta a rincorrere l’estero l’hanno fornita anche i contributi concessi da Bruxelles per finanziare progetti di promozione del vino sui mercati extra-europei. Il campanilismo italiano ne ha tratto nuova linfa, si consolida il desiderio nei produttori piccoli e grandi, in gruppo o per proprio conto, di andare in ordine sparso a conquistare l’Asia. E intanto si impara ad esplorare il mondo che verrà.

Angelo Gaja, gennaio 2013

 

Barbera e manzo

https://www.vincenzoreda.it/barbera-del-monferrato-cantine-valpane-1994/

Dopo un po’ di giorni sabbatici, vuoti d’alcol e di qualsiasi cibo solido, ho interrotto la mia piccola quaresima, il mio personale ramadan con una splendida bottiglia di Bramaterra 2005 delle Tenute Sella, bevuta nel secentesco ristorante del Circolo dei Lettori, a Torino nel Palazzo Graneri della Roccia. Ero in compagnia della cucina di Stefano Fanti e stavo al tavolo con un grande produttore di La Morra. Ci siamo stupiti della finezza e della mineralità di questo vino poco prodotto, bevuto e conosciuto; figlio di uve Nebbiolo (chiamate Spanna nel vercellese) con aggiunte di Vespolina e Croatina e/0 Bonarda. Un vino che quasi somiglia ai Nerello dell’Etna, di colore assai scarico e naso complesso. Da consigliare con particolare raccomandazione.

Reso esausto dalla dieta, la sera dopo ho programmato una costata di fassona di oltre un chilo e mezzo, arrostita sulla piastra: 10 minuti scarsi per parte, senz’altro accorgimento né condimento: all’uso toscano (avevo la brace nel camino, ma sono anni che non l’adopero in casa perché poi il lezzo è insopportabile…).

Carne eccellente che ho accompagnato con una Barbera del Monferrato Superiore delle Cantine Valpane di Ozzano (Alessandria) del mio amico Piero Arditi: millesimo 2001, per una sensazionale Barbera di 12 anni di cui credo di aver bevuta l’ultima bottiglia.

Barbera grandiosa che bene conosco (nel link un assaggio di una bottiglia di 14 anni) e che ho tanto gradito, con una postilla importante. Per queste “carnazze” (di cui sono personalmente ghiottissimo, ma di cui non abuso) i nostri vini piemontesi non sono adattissimi: troppo eleganti, troppo raffinati. Meglio assai i più rustici vini spremuti dal Sangiovese; meglio i Chianti, i Brunello, i Nobile di Montepulciano.

Nebbiolo e Barbera credo accompagnino meglio carni più delicate, preparate in maniera più complessa, più elaborata (bolliti, brasati, stracotti)….

Dolci tradizionali calabresi

Crustuli, turdilli, pitte ‘nfigliate, ficu crucette: sono tutti dolci tradizionali abbastanza tipici del sud che cambiano nome a seconda delle zone: struffoli e cartellate sono i più diffusi. Sono dolci a base di farina, uova e miele con ripieni di marmellata, frutta secca e pinoli.

Di antichissima origine, forse greca: rappresentano le tradizioni dolciarie delle feste natalizie.

Più tipiche calabresi sono le pitte, ovvero strisce di pasta sfoglia arrotolate in tondo e ripiene di marmellata e/0 di frutta secca. Altra specialità peculiare calabrese è costituita dai fichi secchi e, in questo caso, ripieni di noci; si chiamano ficu crucette e sono 4 fichi secchi, aperti a metà, ripieni di noci e composti in croce: semplicemente deliziosi ed erano anni che non li mangiavo.

Tutti questi dolci, torrone di mandorle caramellate compreso, mi arrivano da Cirò, dalla mia adorata cugina Fortunata. Soltanto le cartellate – crustuli, nel dialetto silano – sono state preparate a Torino da mia moglie, torinese che ha imparato a cucinare assai bene alcuni di questi dolci tradizionali calabresi.

Quest’anno li ho gustati bevendoci insieme un vino particolarissimo di De Conciliis (Cilento): si chiama Misterioso, omaggio del mio amico Matteo, La Tana del Re.

In bottiglia da 500 cc. è un vino di cui non so nulla, la zona è quella dell’Aglianico cilentano, ma il vino è senza dubbio un uvaggio spremuto da frutti raccolti tardivamente, 14% vol. Non è più vecchio di un paio d’anni e presenta sentori tipici di un vino bio o bio-dinamico con acidità spiccata, molto secco, bei tannini e un colore rubino di particolare intensità. Un accompagnamento direi azzeccato. Mi riprometto di indagare meglio questo Misterioso: viste le circostanze, nome quanto mai appropriato!

Il mio Sancta Santorum

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Tra le decine di metri linerari della mia Biblioteca e le 5 o 6 migliaia di volumi, questi tre ripiani di vetro (poco più di tre metri), che stanno sopra il mio letto e mi sorvegliano mentre dormo, rappresentano per davvero i libri miei prediletti.

Sul ripiano più in alto ci sono le preziose edizioni del mio amico Enrico Tallone, stampate in piombo in pochissimi esemplari (mai più di 500): spiccano l’Abù Nuwas, il Canzoniere del Petrarca, il Pinocchio, le Rime del prediletto Calvalcanti e I vini d’Italia di Sante Lancerio. Ma ci sono, tra gli altri, anche la rarissima raccolta Sansoni della Commedia dell’Arte Italiana e l’introvabile edizione de La Storia dei vini Antichi di A. Henderson, edita da La Coccinella di Capri.

Il ripiano di mezzo ospita Calvino, Coloane, Alvaro Mutis, Soriano, tutti gli strepitosi libri del peruviano Manuel Scorza, Cortàzar e il mio Stevenson.

Nel primo ripiano, più composito, sono riposti, tra gli altri, Campanella, Chatwin, Conrad, J. London, Melville (manca Moby Dick, di cui ho la traduzione di Pavese e l’edizione inglese che abita un’altra parte della biblioteca), tutto John Fante, il Mahabharata, La Storia della filosofia Indiana, il glossario Sanscrito, la Bhagavadgita, Le Upanisad, il Kamasutra…E ancora: iI Dialoghi di Confucio, un testo del Dalai Lama, un volume autografato di Giovanni Spadolini e, ultimo, ma non certo per importanza, Il Diario Libertino di Luigi Veronelli.

Certo, mancano moltissimi altri miei libri prediletti (Dante, Palazzeschi, Rimbaud, Baudelaire, Borges, Kipling e quelli di storia e di antropologia). Ma quest’angolo è proprio quello più mio.

E…non ci sono i miei libri, quelli che ho scritto io (sono 7 e abitano lo studio e non la mia camera da letto).

Ode a Luigi (Gino per gli amici) Veronelli

Il Vero nel Gino

Soltanto vuol dire le

Glorie nel Vino

E Luigi si stringe agli amici Luigino

Per baciare la semplice rima

Di Gino con Vino.

Perenne Bambino

Che il mondo rovista

Chiare agitando le placide gore

Sicure di sguardi puntuti insolenti

Rispettosi pur sempre.

Offuscati  e infine insultati

Dal beffardo ossidare del Tempo

Inerte però incapace

A fronte dell’ostinato estenuante Bambino

Perdurando a baciare quella semplice rima

In eterno con Vino.

Vero Gino

Retrogusto che permane nei sensi

Di noi che ti abbiamo assaggiato

Sorseggiato e gustato

Come fossi tu quoque Gran Vino.

 

Vincenzo Reda

Torino, 11 novembre 2012

Accompagnamenti eretici….

Ho chiuso le feste di fine 2012 e inizio 2013 con uno di quegli accompagnamenti, i più dicono abbinamenti, come piacciono a me: un po’ eretici.

Da eresiarca dell’alimentazione, mi sono permesso di bere un ottimo Camarcanda 2008 di Gaja con deliziosi gnocchetti al ragout di pesce.

Il Camarcanda è un Bolgheri Rosso che arriva dall’estate sito in Castagneto Carducci: 50% Merlot, 40% Cabernet Sauvignon e 10% Cabernet Franc per 14,5% vol. Bel colore rubino intenso, raffinata interpretazione territoriale del classico uvaggio bordolese: quel che si definisce un vino di gusto internazionale, un Supertuscan (l’orrendo neologismo mi procura sempre crampi allo stomaco…). Ora io non amo in particolare questa tipologia di vini, pur se in gioventù, giovane manager nei funesti e scialacquosi anni Ottanta, ero assai gratificato di accompagnare le mie cene d’affari con Tignanello e Sassicaia, in Italia. E a Parigi mi deliziavo, con il mio concessionario francese Renzo, di andar per Chateaux: Petrus, Margaux, Mouton Rothschild….

Oggi preferisco Barolo e Barbaresco, in Italia. Pinot Noir in Francia: sarà la maturità, mah.

Anyway, m’è tutt’altro che spiaciuto gustare i miei gnocchetti con il Camarcanda di Gaja: sempre grande vino, ci mancherebbe. E l’ho bevuto in un delizioso calice degli anni Cinquanta di cristallo povero molato a mano.

E con questo ho chiuso le miei delizie sensoriali quest’anno. Da oggi un bel periodo di dialettica distanza da vini e cibi di ogni tipo: periodo sabbatico per  riappropriarsi del corpo e del gusto dell’assenza. E poi…ricominciare, con calma.

Il tarocco dell’anno

 

Vini e cibi per le feste di fine anno: il fatidico 2012

Per le feste di Natale e Capodanno 2012/2013 abbiamo scelto un menù classico, ma con antipasti particolari. Prima dei soliti agnolotti al sugo d’arrosto, brasato al Barolo con contorno di patate novelle e cipolline, cotechino con lenticchie, abbiamo gustato una serie di specialità di origini e tradizioni diverse. Una magnifica mousse di salmone preparata da mia moglie; funghi sottaceto (si chiamano rositi o sanguinelle, sono funghi che crescono sotto pini e abeti) che avevo preparato io stesso; un magnifico foie gras d’oie intero; bianchetto sottaceto di provenienza calabrese (mia cugina Fortunata) condito con olio ligure spremuto da amici; soppressata calabrese stagionata almeno due anni (sempre della deliziosa  Fortunata). Una galassia di gusti davvero assortita ma di qualità eccezionale e di non semplice reperibilità.

Per quanto riguarda i vini, ho privilegiato il Barolo a Natale e il Barbaresco di Gaja a Capodanno (ne tratto a parte).

Mi preme mettere il rilievo il Barolo Riserva Preve 2004 di Gianni Gagliardo: bere questo vino significa toccare gli apici del Barolo, ovvero significa toccare gli apici del vino, tout court! Un Barolo di 8 anni è nel pieno della sua maturazione: questa riserva (pochissime bottiglie e non tutti gli anni) è il meglio della produzione di Gagliardo. Colore aranciato non troppo scarico, grado alcolico elevato (14,5% vol), olfatto di straordinaria complessità e palato pieno, ricco, armonico ovviamente lunghissimo. Senza dubbio tra i migliori Barolo gustati, non soltanto quast’anno.

Eccellente pure l’elegante  Le Cinquevigne 2007 di Damilano, soltanto un poco meno maturo e dunque meno complesso. Ai Barolo ho fatto precedere il mio amato Marin 2009 di Fontanafredda: Nascetta e Rieseling per un bianco che ha una mineralità unica.

Non poteva, inoltre, mancare un vino del Sud: ho bevuto un’altra bottiglia mia prediletta, il Nerone della Marchesa 2009, Nero di Troia in purezza di Lucera.

Il Dolcetto 2011 di Gianni Gagliardo è stato il rosso per introdurre con delicatezza e eleganza i Barolo e il Barbaresco.

Il patè di  fegato grasso d’oca francese l’ho accompagnato con il sensazionale Balciana 2007 degli amici Sartarelli: 15,5% vol, color del bronzo, naso stupefacente e palato di magnifica armonia per uno dei migliori vini bianchi del mondo!

Invece del solito Metodo Classico Altalanga, quest’anno ho brindato al  2013 con un eccellente Verdicchio dei Castelli di Jesi vinificato da La Colonnara di Cupramontana: Ubaldo Rossi, metodo classico millesimo 2006 tra i migliori italiani che, una volta tanto, non fa troppo rimpiangere il Pinot Noir.

Ci tengo a precisare che vini e cibi gustati quest’anno sono tutti prodotti di amici o preparati direttamente da noi, a parte, ovviamente, il foie gras: unica concessione internazionale, ma di questo patè io sono particolarmente goloso, e allora va bene lo stesso (a prezzo proibitivo…, ma ne valeva la pena).