Archive for Febbraio, 2013
Cirò Du Cropio Damis 2005

L1100112Stasera festeggio una faccenda mia, tutta mia. E la festeggio, la onoro bevendo un paio di bicchieri di un Cirò sensazionale: il Damis 2005 di Ducropio (l’amico Giuseppe Ippolito). Vino strepitoso, vino della mia vita: il Gaglioppo elegante spremuto da uve maturate su viti piantate in coppia su terreni collinari e che sono carezzate dalle brezze salmastre dello Ionio antico. Qui si parlano linguaggi dimenticati dai più, di qui una parte di me proviene; anche da queste parti c’è una parte di me che mi si rivendica e che, certe volte, mi sussurra: ricorda, non dimenticartene mai!

Certo, certo che mi ricordo, ci mancherebbe!

E poi mi domando: ma perché ancora oggi il Cirò è un vino periferico, un vino considerato poco? Perché la sua eleganza, la sua finezza non trovano i consensi, gli apprezzamenti che dovrebbero competergli per censo, tradizione, struttura…

Sarebbe ora che la Calabria Felix si destasse. Enotria, cazzo, svegliati e urla al mondo le tue bellezze!!

Penso a mio nonno Vincenzo, penso a mio zio Stefano, penso alle storie di mio padre Giuseppe.

Penso alle mie radici.

Penso ai miei miti, ai riti dell’infanzia.

Penso ai baci delle botticelle e a quelle sbronze epocali di cui soltanto mi sono giunti echi lontani.

Mannaggia: mi tocca il ruolo nobile ma, tutto sommato, periferico di aedo. Meglio, meglio assai averle vissute che raccontarle, quelle Storie; oltretutto per interposta persona.

Bacco, Dioniso (o chi per loro) mi guardino con occhi benevoli.

Wine colours

Il vino è il Serra Sanguigna 2008 dell’azienda Du Cropio di Giuseppe Ippolito (Cirò Marina). Il bicchiere è un Riedel dedicato ai 150 anni dell’azienda Gaja (2009). I colori sono esaltati sulla diorite e sulle tovaglie ricamate a mano di cotone della mia tavola. Un giochino, soltanto un mio giochino che gioco ogni sera: mi piace osservare i colori del vino, esaltati dalle luci della mia cucina.

Ho votato

Sono un vecchio anarchico di quelli romantici che credono nell’individuo e nella sua imprescindibile libertà. Libertà che finisce dove comincia la libertà dell’Altro. Anarchico come il vecchio, caro Gino Veronelli.

Ho cominciato a votare nei miei complicati anni Settanta: radicale, appresso alle nobili battaglie di Pannella e Bonino. Dopo   la drammatica cesura del ’92 ho votato quasi sempre socialista, a volte liste a carattere ecologista: mi riusciva difficile assistere al tramonto, immeritato e antistorico, delle nobili idee socialiste.

Sotto una nevicata che pare quasi simbolica, oggi ho votato PD, sia alla Camera sia al Senato: più che turandomi il naso, tappandomi il buco del culo. Sul mio certificato elettorale, questa è la mia 17° azione di voto e i numeri rappresentano sempre qualcosa di particolare…. Non mi pare di aver tradito il mio giuramento giovanile (23 agosto 1968, ero in Sila in casa di mio nonno Vincenzo, comunista verace della prima ora): mai voterò per i comunisti!

Ho partecipato alle primarie appoggiando Matteo Renzi: e il PD, ormai partito vecchio e conservatore, ha perso una grande occasione per aprire i propri orizzonti (se ne sono resi conto un paio di settimane fa, ormai tardi). Ma almeno gente che ha fatto danni gravi s’è messa da parte: D’Alema, Veltroni….

Ho votato PD perché non voglio più vedere in giro certe facce: Berlusconi & Co, per intenderci. E ho votato PD perché non mi fido di Monti, di Ingroia, di Giannino.

E non mi fido di Grillo: la rabbia serve per la rivoluzione, non per governare. Per governare non basta l’onestà. Ci vuol anche statura etica, competenza, progettualità, capacità di mediazione, coraggio civile.

Spero che gli uomini che rappresenteranno il Movimento 5 Stelle nel Parlamento della Repubblica si faranno garanti, soprattutto per  i cittadini che rappresentano, di esercitare un controllo propositivo nei confronti dei loro più smaliziati colleghi. E che sappiano farsi apprezzare per l’apporto costruttivo di proposte riformiste.

Sperare è doveroso.

Snow downtown (in Turin)
La Nave dei Re

Quella del bucintoro dei Savoia, oggetto di un mirabile restauro e infine restituito alla visione del pubblico nella meravigliosa cornice della Venaria Reale, è una vicenda irripetibile: si tratta dell’unico esempio sopravvissuto d’imbarcazione di rappresentanza del Settecento. Luigi Griva ne ricostruisce la storia, ripercorrendo le tappe del lungo viaggio che nel 1731 l’ha portata da Venezia a Torino lungo il Po, e ne traccia il profilo artistico. Ma il libro è molto di più: è un’appassionante indagine sulla navigazione e le attività politico-militari che avevano per protagonista il grande fiume; più ancora, con il suo ricco apparato iconografico, è un’occasione inedita per tuffarsi nell’atmosfera della Torino settecentesca, piccola capitale di un giovane regno che aveva nel Po e nel suo porto uno dei motori di sviluppo.

La Nave dei Re – Il bucintoro dei Savoia e il Po a Torino nel Settecento, Luigi Griva

142 pp., 9,90 € – Edizioni del Capricorno, Torino 2012.

 

Lolito

«Lolito, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-to: la punta della lingua fa tre passetti lungo la vulva per battere, al terzo, sul clito. Lo. Li. To.

Ero Lo, semplicemente Lo al mattino, ritto nel mio metro e settantuno con un calzino solo. Ero il Silvio in famiglia. Ero Silvio! Silvio! nelle piazze. Ero il Presidente del Consiglio sulla linea punteggiata dei documenti. Ma tra le gambe di lei fui sempre Lolito.».

Questo è l’incipit del romanzo di Daniele Luzzati che si compra da oggi in edicola abbinato a Il Fatto Quotidiano. Sono 527 (di cui una quarantina di note) pagine esilaranti che costano 8,80 €. Credo valga la pena di leggerlo, anzi: lo consiglio con viva convinzione, suggerendone la lettura prima di domenica prossima 24 febbraio 2013, giorno in cui si andrà a votare per eleggere i prossimi 900 e rotti parlamentari. E che dio (o chi per lui) ce la mandi buona.

Angelo Gaja: Fare sistema

Ricevo da Angelo Gaja e volentieri pubblico.

FARE SISTEMA

In riferimento all’articolo pubblicato sulla rivista tedesca DER FEINSCHMECKER, dei primi dieci vini classificati, sui 93 SUPERTUSCAN degustati, otto provengono dalla MAREMMA, di cui cinque dall’area di BOLGHERI. Il riconoscimento attribuito dai degustatori ai primi dieci vini classificati si estende così anche alla Denominazione ed al territorio. In nessun altro comparto come in quello del vino il patrimonio comune delle Denominazioni ed i marchi individuali camminano uniti.

I produttori che con la propria azione ed a proprio rischio contribuiscono ad attivare la domanda dei vini aziendali nelle diverse fasce di prezzo e sui diversi mercati non ne traggono vantaggio esclusivo, ma creano le premesse affinché altri produttori della medesima Denominazione, che lo vogliano e lo sappiano fare, possano trarne beneficio. E’ questo il vero motore di costruzione della domanda, il sistema più efficace in vigore allora ed oggi, affidato all’iniziativa ed ai mezzi economici dei produttori, a costo zero per la collettività.

Ad esso si affianca il FARE SISTEMA, FARE SQUADRA di oggi, che vede saltuariamente i produttori promuovere i loro vini unitamente a quelli dei loro colleghi, spesso e volentieri godendo anche del sostegno di denaro pubblico.

L’articolo 17 del D.L. 61/2010 attribuisce ai Consorzi fra produttori il compito della Tutela, Vigilanza e Promozione della Denominazione. Ai fini della costruzione della domanda svolgono la stessa funzione sia i vini di una Denominazione venduti in Germania al supermercato ALDI (giusto per fare un esempio) a basso prezzo, che quelli rari che spuntano prezzi iperbolici alle aste. Qual è il compito della Vigilanza? Operare affinché i produttori dei vini delle varie Denominazioni rispettino i disciplinari sia per volume di produzione che per caratteristiche qualitative.

La Promozione andrebbe curata dai Consorzi principalmente a livello locale, ispirando progetti a favore del territorio atti ad avviare un’azione integrata con le associazioni che intendono valorizzare la gastronomia, il turismo del vino, i beni culturali ed il paesaggio; avviando iniziative atte a far crescere la professionalità dei

soggetti coinvolti; organizzando incontri tra produttori artigianali di dimensioni piccole e medie (e dei produttori di maggiori dimensioni che intendono parteciparvi) con i buyers.

In presenza di fondi pubblici a favore della promozione sui mercati esteri è preferibile che i Consorzi sappiano rinunciarvi, avviando invece azioni idonee a spronare/istruire i piccoli produttori ad utilizzarli creando reti di impresa. L’obiettivo è quello di preservare nei Consorzi una struttura snella, evitando sovraccarichi di burocrazia e di personale che potrebbe un giorno diventare esuberante quando di denaro pubblico per la promozione non ne arriverà più.

Angelo Gaja

20 febbraio 2013

Di seguito, l’esito della degustazione pubblicata sul numero 3/marzo 2013 di DER FEINSCHMECKER

DER FEINSCHMECKER_20.2.13

Il cielo di Gilda

Questo è uno dei miei racconti preferiti. Tra quelli che ritengo meglio riusciti. Il concepimento e la scrittura occuparono un periodo piuttosto lungo, tra il 2006 e il 2010. Fu pubblicato in Quisquilie & Pinzillacchere (Graphot, Torino, 2010). E’ dedicato a Domenico Modugno, anche. E’ la storia di una tartaruga, Gilda, nata sulle spiagge sabbiose del lungomare di Torino….

«Domenico era un signore già avanti negli anni.

Domenico era brizzolato e aveva dei magnifici baffi ancora neri.

Domenico scriveva canzoni e quelle canzoni le cantava sempre, a volte a voce piena, altre volte, quasi vergognandosi, le sussurrava tra sé e sé: erano canzoni che parlavano di mare e di cielo, di pesci e di blu.

Domenico era l’unico che conosceva quella spiaggia prodigiosa di Torino: una spiaggia riparata, nascosta e dalla sabbia finissima che guardava il mare del Sud, un mare magico che mai era in tempesta: le onde lente, brevi, ossessive parevano lambire quella spiaggia come baci soffici con un rumore che qualcuno aveva scritto sopra un pentagramma sconosciuto.

Una musica malinconica, un’antica ballata dai ritornelli inesausti.

A Domenico piaceva passare le ore del tramonto e dell’alba su quella sabbia a cantare le sue canzoni, da solo, assorto e attonito: sbalordito dallo spettacolo che quel minuscolo angolo dimenticato sapeva regalargli ogni volta.

Domenico, si capisce, era un uomo semplice che riusciva a stupirsi e meravigliarsi col poco di quella spiaggia.

Ma Domenico sapeva che ogni tanto, sotto la rena finissima, avveniva un miracolo: in certi posti, sempre quelli, che egli conosceva bene, la sabbia cominciava a smuoversi; prima in maniera quasi impercettibile, poi via via sempre più evidente.

E allora ecco che, con fatiche immani, goffe, quasi ridicole, spuntavano da decine di bianchissime palline da ping pong malamente sventrate degli esserini di quattro, cinque centimetri che, agitando le zampette già forti, annusando il mare, vi si rivolgevano col loro vigore di giovani urgenze di fresca vita.

I musetti spinti in avanti a sentire l’aria salmastra, le zampette frenetiche a spingere con disperato impegno quel caos di granelli di sabbia umida che parevano organizzati per respingerle verso la placenta rorida e granulosa che le aveva accudite e protette, dentro le palline bianchissime, per qualche decina di giorni.

Domenico rimaneva sbigottito, accoccolato sulle gambe, a osservare tutta quella tenue e minuscola frenesia; tutte quelle vite appena appena sorte di sotto la rena agitarsi, tènere e ostinate, rivolgersi al mare, anelare il mare, guadagnare il mare.

In verità, Domenico si preoccupava di vigilare, senza intervenire direttamente, affinché i crudeli e voraci gabbiani, come stuka predatori, evitassero di avventarsi in picchiate mozzafiato a stroncare sul nascere quel brulicare miracoloso di vita.

Era sufficiente la sua presenza perché i maledetti uccellacci rimanessero in quota, in agguato, sperando in un momento di distrazione di quella sentinella inflessibile; quando qualcuno tra quei volatili, temerario e degli altri più affamato o coraggioso, aveva il malaugurato azzardo di tentare un attacco, Domenico reagiva in modo tale che l’uccellaccio malaccorto non potesse far altro che ritirarsi urlando e imprecando male parole, forse anche qualche bestemmia e certo insulti all’indirizzo di quel farabutto intruso guastafeste.

Una volta, fra le tante, successe un fatto inconsueto: uno di quegli esserini minuscoli, appena sbucato affannato di sotto la rena, dopo pochi sbilenchi tentativi di avanzare verso il mare si era fermato, come pietrificato.

Domenico, avendo notato quello strano comportamento con l’occhio esperto di chi quelle attività conosceva da molti anni, s’era avvicinato e aveva cominciato a osservare l’animaletto imbambolato col capino minuscolo, ancora in possesso del piccolo rostro che gli era servito per rompere il guscio dell’uovo, rivolto all’insù.

Era strana quella creaturina, leggermente differente dalle altre: ci mise un po’ Domenico a capire che cosa c’era di diverso in quella tartarughina imbambolata a fissare il cielo.

Aveva gli occhietti più grandi delle altre, molto più grandi e più espressivi: e fissava il cielo dell’alba, forse le rare stelle che ancora si attardavano per morire, ultime, annegate nella luce del sole incombente.

Domenico stette a osservarla per un po’, preoccupato anche del fatto che così ferma potesse costituire un comodo bersaglio per un gabbiano più audace degli altri; la sua grande esperienza gli suggerì che doveva trattarsi di una femmina: era stata infatti una delle prime a sbucare e dunque doveva essere tra quelle che abitavano le uova più in superficie che, causa la diversa temperatura, danno origine alle tartarughe di sesso femminile.

E quella sciocchina continuava a rimanere imbambolata col capino spinto all’insù e gli occhioni a fissare il cielo, le stelle, forse quelle bianche sagome veleggianti che non riusciva a sentire minacciose.

Succedono fatti strani certe volte, nel corso della vita di ognuno: senza alcuna ragione Domenico, ancora accoccolato a osservare e a sorvegliare quel curioso e buffo progetto di tartaruga, si sorprese a dargli un nome.

Gilda.

Quella tartarughina si sarebbe chiamata Gilda, senza perché, o forse senza conoscerne l’insondabile perché: perché c’è sempre un perché, solamente che noi a volte, forse spesso, non lo conosciamo.

E Domenico, per la prima volta, si ritrovò indeciso e confuso su come agire: avrebbe forse dovuto spingere, con la delicatezza del caso, la neonata tartaruga verso il mare?

Avrebbe dovuto, molto più accorto, aspettare che l’esserino decidesse da solo di procedere verso quanto l’istinto primordiale gli stava ordinando?

Chissà.

Decise di aspettare. Di sorvegliare e di aspettare. E si mise a canticchiare una canzone che parlava di cielo, di blu.

Accadde un altro fatto inspiegabile: dopo qualche parola e qualche nota, più sussurrate che cantate, di quella magica canzone la tartarughina abbassò la testa e rivolse verso di lui gli occhioni, non più stupefatti o attoniti: era per certo uno sguardo curioso e interessato.

A quella vista Domenico alzò un poco il volume della voce e prese a cantare in maniera più convinta, quasi interpretando il testo mentre pian piano si moveva verso il bagnasciuga: Gilda, sempre fissandolo, cominciò a seguirlo.

Occorse una quantità di tempo che Domenico non riuscì a computare, ma alfine riuscì a portare la tartaruga a ridosso delle onde più lunghe.

Allorché pareva aver concluso quell’operazione in qualche modo estenuante, e cominciava a sentirsi esausto e anche stanco di ripetere gli stessi versi e le stesse note di quella pur magnifica canzone, a pochi centimetri dalle prime onde, quelle che con fatica e quasi al rallentatore bagnano i lembi di sabbia più lontani, Gilda si arrestò.

Voltò la testolina verso l’ultima luce rimasta eroica nel cielo, che ormai s’era schiarito aspettando l’arancia lucente del sole spuntare da dietro le dune, sul fondo della piccola spiaggetta oppressa dai palazzi incombenti della città, e ristette ancora imbambolata con i suoi grandi occhi a fissare quella luce ormai tenue.

E non era una stella.

Era un pianeta, forse Venere?

Ma no, Venere calava da tutt’altra parte del cielo!

Eppure era un pianeta, sicuro: il pianeta di Gilda.

Domenico s’era fatto muto, di colpo.

Osservò Gilda fissare il suo pianeta, sbattere le palpebre, quasi sospirare come rassegnata, abbassare la testolina, osservare il frangersi delicato delle onde, volgersi ancora a guardare Domenico, di nuovo sbattere le palpebre.

Poi chiuse i suoi grandi occhi e si avventò, quasi con frenesia, incontro al mare che, ormai esausto di aspettare, l’accolse nel ventre confortevole, salato, nutriente.

Domenico rimase come inebetito, attimi eterni, a contemplare un puntino invisibile ingoiato dal mare.

………..

 Anni passarono, forse secoli o millenni o ere, chissà

E Gilda tornò.

Ma Torino non aveva più la sua spiaggetta portentosa, e il mare s’era fatto lontano lontano: risalì fiumi putrescenti, rivoltanti, popolati di mostri e carogne.

Nuotò per parasanghe e parasanghe che parevano mai finire, sempre seguendo quella magica voce senza suono.

E ritrovò, esausta, quello stesso posto ch’era stata la sua spiaggia in riva al mare.

Domenico, anch’egli, era svanito e con lui le sue canzoni di mare e di cielo e quella, quella che parlava del blu: non c’era più.

E il cielo non era lo stesso e il suo pianeta: tutto finito, tutto scomparso, tutto cambiato.

Un laghetto minuscolo, popolato da tante tartarughe che mai avevano veduto il mare, occupava quella che era stata la sua magica placenta umida e granulosa.

Un rumore di fondo, come una sorta di cacofonia sporcava l’aria e il cielo era diventato di un colore strambo: violaceo, marrone, terreo, orribile.

Mille luci confuse, disordinate, slabbrate pareva litigassero in quell’oscurità fangosa.

Gilda ebbe un moto di sconforto.

Abbassò la grande testa e trasse un profondo sospiro dal suo becco robusto.

I suoi occhi, i suoi grandi occhi si chiusero per un attimo eterno.

Poi, come d’incanto, le palpebre si misero a sbattere con frenesia: gli occhioni si spalancarono, la testa si alzò verso il cielo sul corto collo proteso e rimase impietrita.

Aveva sentito una vecchia canzone.

Si ritrovò ancora sbigottita a fissare il suo amico pianeta che lumicava di lassù.

Percepiva, pur senza vederlo, Domenico, con i grandi baffi neri, vicino a vigilare per  tenere lontani i gabbiani predatori.

E pensò: ecco, sono a casa.».

Go Wine: il Cesanese, anche

L’Associazione Go Wine ha inaugurato il 2013 a Torino con una serata dedicata al Concorso Letterario Nazionale “Bere il Territorio” e a tutti coloro che hanno contribuito a rendere l’iniziativa un punto di riferimento per i giovani appassionati al mondo del vino e della scrittura.

L’appuntamento ha avuto luogo martedì 5 febbraio dalle ore 17.00, presso la sala Vittoria dello Starhotels Majestic in Corso Vittorio Emanuele, 54 a Torino.

Durante la serata è stato consegnato il premio speciale “Vino d’Autore”, giunto alla sua sesta edizione e riservato a scrittori che, nella narrativa delle loro pubblicazioni e nella loro esperienza professionale, hanno dedicato riferimenti al vino e ai suoi territori.

Ospite d’onore della serata, a cui è stato assegnato il premio speciale, è stata la scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti, intervistata dal giornalista Bruno Quaranta, del quotidiano La Stampa-Tuttolibri.

ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI:

Nata a Rovereto, vive e lavora a Milano. Ha esordito  come scrittrice nel 1980 con “Amore mio, uccidi Garibaldi”, nel 1991 vince il Premio Campiello con  “Di buona famiglia”oggi adattamento teatrale di Leonardo Franchini. Ha vissuto a Madrid dal 1993 al 1997, collabora al Corriere della Sera con articoli di cultura e di costume e cura rubriche di corrispondenza con i lettori.

IN DEGUSTAZIONE I VINI DELLE AZIENDE:

Aglianica Associazione culturale – Rionero in Vùlture (Pz); Antica Distilleria Sibona – Piobesi d’Alba (Cn); Cantine Briamara – Caluso (To); Cantine del Barone – Cesinali (Av); Cantine dell’Angelo – Tufo (Av); Cascina del Pozzo – Castellinaldo (Cn); Consorzio Tutela Vini Soave e Recioto di Soave – Soave (Vr); Drocco Luigi, Cascina Pontepietra – Alba (Cn); Emo  Capodilista – La Montecchia – Selvazzano Dentro (Pd); Fattoria Santo Stefano – Greve in Chianti (Fi); Francone – Neive (Cn); Gostolai – Oliena (Nu); La Tordera – Valdobbiadene (Tv); Agricola Monforte – Monforte d’Alba (Cn); Montalbera, Terra del Ruchè – Castagnole Monferrato (At); Pileum – Piglio (Fr); Planeta – Menfi (Ag); Podere il Carnasciale – Mercatale Valdarno (Ar); Poderi Moretti – Monteu Roero (Cn); Vietti Castiglione Falletto (Cn); Ciccio Zaccagnini – Bolognano (Pe).

Gli appuntamenti Go Wine al Majestic sono sempre interessanti e cerco sempre di onorarli, pur magari con poco tempo disponibile. In quest’occasione avevo per davvero poco tempo e mi sono limitato a valutare alcuni vini per i quali avevo un certo interesse. Ho bevuto e assai apprezzato i Cesanese del Piglio dell’Azienda Pileum di Piglio (Frosinone). Il Cesanese era un vitigno diffuso nell’area dei Castelli Romani, dove è stato da poco ripreso nella tipologia Cesanese Comune. Il Cesanese del Piglio (o di Affile) è invece tipico della Ciociaria, in provincia di Frosinone. E’ un bel vino rosso che invecchia bene per 3/5 anni: minerale, erbaceo di nerbo e con personalità tutta sua. Ho bevuto il Bolla Urbano Riserva Docg 2008, davvero interessante: 14.5% vol., 6.000 bottiglie a 18 € (prezzo a scaffale), invecchiato 24 mesi,parte in botti grandi e parte in caratelli da 300 lt. Ottimo anche il Massitium Superiore Docg 2009, 13,5% vol., 12.000 bottiglie, prezzo intorno ai 9 €, affinato per 12 mesi in acciaio e botti grandi. Non male anche il bianco Valle Bianca (Passerina 90% e Malvasia Puntinata 10%) 2011: 13% vol., 12.000 bottiglie a 7,50 €.

Mi auguro che la ristorazione romana sappia finalmente dare il giusto risalto a questi vini laziali che stanno finalmente ricominciando a essere importanti e degni di entrare con pieno merito tra le tipicità, uniche, della nostra tradizione vinifera.

Ho bevuto un ottimo bianco di Planeta: l’Alastro Igt Sicilia 2011 (Grecanico 95% e Fiano 5%), 12,5% vol. vino affinato sulle fecce fini per 6 mesi. Profumi tipici di melone e pesca bianca, in bocca è fine, morbido con note minerali che probabilmente migliorano con un invecchiamento di 2/4 anni, a un prezzo forse non troppo favorevole (12 €). Proviene dai vigneti posti nell’agrigentino. Comunque, per davvero particolare, assai più dello Chardonnay classico di Planeta che trovo sempre un po’ troppo stucchevole. Buono il Nero d’Avola Santa Cecilia 2008 Doc Noto, buono ma di gusto troppo internazionale. Preferisco il più tipico  Cerasuolo di Vittoria Docg 2011 (60% Nero d’Avola e 40% Frappato): 13% vol. e solo acciaio per un vino che rappresenta in maniera unica la tradizione del suo territorio.

Di corsa, ho gustato i buoni prodotti (Barbera, Nebbiolo e, soprattutto, Roero) della piccola azienda Moretti di Monteu Roero e ho finito con due sorsate (per coccolare il mio esigente e viziato palato) dei Barolo e Barbaresco dell’Azienda Francone di Neive: quando dici Neive e Barbaresco, non sbagli mai….

Ho poi scoperto da un mio amico ristoratore (Quanto Basta) un eccellente Greco di Tufo, di assoluta tipicità, dell’Azienda Cantine dell’Angelo di Tufo (Av): un Greco dalle caratteristiche completamente differenti da quelle che in genere lo rendono riconoscibile. Sorprendente per davvero e da approfondire.

Alla prossima.

www.gowinet.it

Umberto Galimberti: Fede e Verità

«Se la fede è una “certezza” che, come abbiamo visto attestato da Tommaso d’Aquino a Kierkegaard, ha il suo fondamento nella “volontà di credere”, mentre la verità è una certezza che ha il suo fondamento nella capacità di togliere tutte le  sue negazioni, non si può identificare la fede con la verità. La fede, infatti, “crede” proprio perché “non sa”. Io non “credo” che due più due faccia quattro perché lo “so”, mentre se “credo” nell’immortalità dell’anima è proprio perché “non lo so”. Identificare la fede con il sapere, o addirittura con la verità, fare questa confusione, come fanno tutte le religioni quando pretendono di possedere la verità assoluta, significa appropriarsi di una prerogativa, l’intolleranza, che non spetta alla fede, ma alla verità.

Se infatti la verità consiste nella negazione della sua negazione, la verità non può essere tollerante, perché se non assumesse nei confronti della propria negazione una posizione escludente, sarebbe annientata dalla compresenza dei contraddittori. Se ciò che la verità dice può essere tenuto fermo solo se il suo porsi è un togliere la totalità delle sue negazioni, alla verità compete, come dice Eraclito, la lotta (pòlemos) che, se non conduce alla vittoria, depotenzia la verità a opinione.».

Da “CRISTIANESIMO – La religione dal cielo vuoto”, Umberto Galimberti – Feltrinelli, Serie Bianca (Novembre 2012)

Piazza dello Statuto (Torino): la neve
Cannubi: ascoltando il Barolo, sorseggiamo jazz

http://www.youtube.com/watch?v=SYKsEN1ToPo&feature=em-share_video_user

Il link qui sopra permette di visionare l’intero filmato, un piano-sequenza ininterrotto di oltre 6 minuti, che ho ripreso durante il concerto di giovedì 7 febbraio scorso dell’Esagono al Café Neruda di Torino.

Il pezzo si intitola Cannubi, come il grande cru del Barolo, l’ha scritto Marco Cimino e questa è la prima esecuzione pubblica. Farà parte di un cd, che sarà inciso in marzo, dedicato interamente al Barolo: un progetto che è nato nello scorso autunno, parlando di vino, e bevendo vino, insieme con Giorgio Diaferia e Marco Cimino, rispettivamente batterista e tastierista dell’Esagono. Noi speriamo che il lavoro sia apprezzato e, soprattutto, compreso.

Intanto, sorseggiate Cannubi, by Esagono.

https://www.vincenzoreda.it/lesagono-al-cafe-neruda-di-torino/

Torino, Piazza San Carlo e dintorni by night
L’Esagono al Café Neruda di Torino

Il Café Neruda è stato riaperto di recente: a metà settembre del 2012 Sergio Belcastro, già animatore del Magazzino di Gilgamesh (1992/2005), ha riaperto questo vecchio circolo Arci e le sere di giovedì, venerdì e sabato offre una bella programmazione di musica varia, ma soprattutto jazz. Occorre essere soci Arci per fruire di queste serate che non prevedono biglietto d’ingresso ma se si cena (prezzi modici per piatti semplici, di tradizione, cucinati in maniera più che corretta e ottimo vino) è meglio.Il locale è nella restaurata via Giacchino (spina 3) e può ospitare un centinaio di persone con 70/80 coperti. Il livello della programmazione è ottimo.

I miei amici dell’EsagonoMarco Cimino (tastiere), Giorgio Diaferia (batteria), Jacopo Albini (sax tenore e soprano) e Marco Anelli (contrabbasso) – si sono esibiti in un magnifico concerto con alcuni inediti che saranno pubblicati entro breve tempo e sarà qualcosa di speciale di cui parlerò in maniera più profonda a tempo debito, anche perché alcuni di questi brani sono parte di un progetto che mi vede impegnato in prima persona.

Café Neruda  – Torino,  Via E. Giacchino, 28/E – Tel. 011253000/3483793726 – nerudatorino@gmail.com

https://www.vincenzoreda.it/esagono-moncalieri-jazz-festival-2012/

 

Stefano Chiodi Latini a Villa Somis

Tra il XVII e il XVIII secolo la nobiltà torinese, al passaggio tra Granducato e Regno, prese a costruire sontuose e discrete dimore sulla collina torinese, spesse volte circondate da vigne ubertose in cui si coltivavano vitigni autoctoni (vedi il famoso Cari). Prima dell’assedio francese del 1706, se ne contavano almeno 150 di cui i francesi fecero scempio. Oggi rimangono ancora dimore come Villa Abegg, Villa Chinet, Villa Somis; le vigne sono scomparse, se si esclude la recente ripresa della Vigna della Regina, riportata in auge da un encomiabile progetto misto pubblico e privato affidato all’Azienda Balbiano di Andezeno che vi produce dal 2009 un’ottima Freisa di Chieri.

I conti Somis acquistarono verso la fine del XVII secolo una stupenda dimora situata in strada Val Pattonera (sulla sinistra, salendo verso Cavoretto). Lorenzo Francesco (1662-1736), musicista e medico di corte, fu il capostipite di una famiglia di valenti musicisti:  i figli Giovanni Battista (1686-1763) e Lorenzo Giovanni (1688-1775) furono violinisti virtuosi, direttori e compositori noti in Italia e in Europa.

Così come la stirpe dei Conti Somis diede i natali a valenti musicisti, altrettanto la famiglia Chiodi Latini è ormai celebre come stirpe di valenti ristoratori: Antonio è il titolare de I Nove Merli di Piossasco, Umberto (suo fratello) è lo stellato chef del Vintage 1997 di Torino e Stefano, figlio di Antonio, ha rilevato Villa Somis per trasformare questa splendida location in un luogo di alta cucina.

Ricordo Villa Somis perché nel 1996 ospitò un pranzo per festeggiare la pubblicazione della guida Mangiare a Torino: era una pubblicazione da me ideata e pubblicata dalla Proget, una delle mie imprese editoriali. Era una guida il cui intento era quello di indicare in maniera enciclopedica – senza fornire giudizi di sorta – i luoghi della ristorazione torinese dei quali si elencavano i recapiti, il tipo di cucina e la fascia di prezzo. Fu un bel successo.

Ritorno a Villa Somis, invitato da Stefano Chiodi Latini, con Mario BussoVinibuoni d’Italia, Touring Editore – e il dottor Flavio Boraso, collaboratore della guida de L’Espresso.

Il posto è di eleganza e bellezza sensazionale, situato in una posizione che nelle stagioni più favorevoli rendono esaltante. Ristrutturato nei colori e negli arredi, oggi permette sia di continuare la tradizione di grandi pranzi per celebrare matrimoni e convegni, sia di permettere una ristorazione più di qualità, più intima: la disponibilità di saloni e salette appartate può soddisfare le più diverse esigenze.

E poi la cucina di Stefano, che mi ha stupito: mi sbilancio, meglio del papà Antonio. A cominciare dall’astice su misticanza con fiori della celebre azienda olandese Koppert Cress. Per raggiungere l’apice con un salmone affumicato con foglie di tè che ci ha lasciati, concordi tutti e tre i commensali, per davvero stupefatti per finezza, complessità, eleganza, originalità di risultato per una materia prima tutto sommato banale. Tutte corrette le altre portate, pur se non memorabili come il salmone. Con la sorpresa finale di un sorbetto di sedano con mirtilli di nuovo epocale!

Ci ha servito uno champagne premier cru brut  Laurent Gabriel (due passi da Epernay) che ho trovato, e con me i miei amici, particolarmente acido, vinoso, lungo e tutt’altro che stucchevole. Abbiamo continuato e finito con uno strepitoso Sforzato del 1997: l’unico difetto (difetto?) la sua poca limpidezza, per il resto una bottiglia di quelle che ti restano nella memoria.

Servizio, tovagliato, posaterie, bicchieri e atmosfera all’altezza. In una serata nebbiosa, dolce: di quelle che la collina torinese sa donare d’inverno.

Bravo Stefano!

Esperienza da ripetere con calma e da consigliare, magari per una cena a due. Ovviamente, dite che vi mando io.

http://www.villasomis.it/it/default.asp

https://www.vincenzoreda.it/i-vini-del-collio-alla-maison-ai-nove-merli-di-piossasco/

10 anni di VINIBUONI d’Italia

Ho conosciuto Mario Busso nel 2009 e da quell’anno seguo la guida dei Vinibuoni d’Italia, pubblicata da Touring Editore. Mario la concepì 10 anni fa e da allora, con la collaborazione di Luigi Cremona e dell’Onav, ne cura la ralizzazione. Mi piacque immediatamente la scelta di valutare soltanto vini spremuti da vitigni autoctoni (non era una opzione semplice nel 2004…) e soltanto cantine che accolgono il pubblico: significa rinunciare a priori a parlare di produttori e di vini assai assai famosi…

Vini Buoni 2013E’ una guida di quelle serie, di quelle che non obbedisce a particolari interessi, più o meno evidenti, più o meno nascosti. In occasione di questo anniversario (la prima decade di pubblicazione), tratta di 1080 aziende e valuta oltre 4.000 vini di circa 25.000 esaminati. I top sono indicati dalla corona (e ce ne sono tanti dei miei, cito a caso: Balciana di Sartarelli, Dolcetto di Gagliardo, Cacc’è Mitte de La Marchesa….) e le indicazioni fornite sono quelle importanti: valutazione, tipologia, vitigno e uvaggio, millesimo, fascia di prezzo. Inoltre, fornisce preziose indicazioni sul produttore: bio, biodinamico, impegno ecosostenibile, ospitalità e visite, vendita in cantina.

Assai interessante la sezione dedicata agli spumanti – sia metodo classico, sia Martinotti  (qui mi stupisce la mancanza di un produttore come Colonnara e del suo Ubaldo Rossi). Altrettanto interessanti le sezioni dedicate all’Istria e alla Slovenia.

Organizzata per regioni, è a mio parere una guida onesta e affidabile in cui trovo quasi sempre valutazioni che mi vedono concorde.

Sono oltre 750 pagine, rilegate con un cartonato a copertina plastificata per un prezzo onesto di 22,00 €.

www.vinibuoni.it

https://www.vincenzoreda.it/collaborazione-con-la-guida-vini-buoni-ditalia/