Archive for Aprile, 2013
The times they are a changing’ by Bob Dylan

http://youtu.be/vldP9YgX6x0

THE TIMES THEY ARE A CHANGIN’ 
di Bob Dylan

L1090322Venite intorno gente/Dovunque voi vagate/E ammettete che le acque/Attorno a voi stanno crescendo/E accettate che presto/Sarete inzuppati fino all’osso.  /E se il tempo per voi/Rappresenta qualcosa/Fareste meglio a incominciare a nuotare/O affonderete come pietre/Perché i tempi stanno cambiando.

Venite scrittori e critici/Che profetizzate con le vostre penne/E tenete gli occhi ben aperti/L’occasione non tornerà/E non parlate troppo presto/Perché la ruota sta ancora girando/E non c’è nessuno che può dire/Chi sarà scelto./Perché il perdente adesso/Sarà il vincente di domani/Perché i tempi stanno cambiando.

Venite senatori, membri del congresso/Per favore date importanza alla chiamata/E non rimanete sulla porta/Non bloccate l’atrio/Perché quello che si ferirà/Sarà colui che ha cercato di impedire l’entrata/C’è una battaglia fuori/E sta infuriando./Presto scuoterà le vostre finestre/E farà tremare i vostri muri/Perché i tempi stanno cambiando.

Venite madri e padri/Da ogni parte del Paese/E non criticate/Quello che non potete capire/I vostri figli e le vostre figlie/Sono al dì la dei vostri comandi/La vostra vecchia strada/Sta rapidamente invecchiando./Per favore andate via dalla nuova/Se non potete dare una mano/Perché i tempi stanno cambiando.

La linea è tracciata/La maledizione è lanciata/Il più lento adesso/Sarà il più veloce poi/Ed il presente adesso/Sarà il passato poi/L’ordine sta rapidamente/Scomparendo./E il primo ora/Sarà l’ultimo poi/Perché i tempi stanno cambiando.

 

(THE TIMES THEY ARE A CHANGIN’
 by BOB DYLAN

IMG_2613Come gather ‘round people/Wherever you roam/And admit that the waters/Around you have grown/And accept it that soon/You’ll be drenched to the bone./If your time to you/Is worth savin’/Then you better start swimmin’/Or you’ll sink like a stone/For the times they are a-changin’.

Come writers and critics/Who prophesize with your pen/And keep your eyes wid//The chance won’t come again/And don’t speak too soon/For the wheel’s still in spin/And therès no tellin’ who/That it’s namin’./For the loser now/Will be later to win/For the times they are a-changin’.

Come senators, congressmen/Please heed the call/Don’t stand in the doorway/Don’t block up the hall/For he that gets hurt/Will be he who has stalled/Therès a battle outside/And it is ragin’./It’ll soon shake your windows/And rattle your walls/For the times they are a-changin’.

Come mothers and fathers/Throughout the land/And don’t criticize/What you can’t understand/Your sons and your daughters/Are beyond your command/Your old road is/Rapidly agin’./Please get out of the new one/If you can’t lend your hand/For the times they are a-changin’.

The line it is drawn/The curse it is cast/The slow one now/Will later be fast/As the present now/Will later be past/The order is/Rapidly fadin’./And the first one now/Will later be last/For the times they are a-changin’.)

 

Steven Pinker, Il Declino della Violenza

Il titolo originale è The Better Angels of Our Nature, pubblicato nel 2011. Steven Pinker è docente di psicologia e direttore del Centro di neuroscienza cognitiva del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Il lavoro è stato pubblicato in Italia nel febbraio del 2013 da Mondadori con l’ottima traduzione di Massimo Parizzi.

E’ un volumone di 898 pagine (780 di testo con 150 pagine di note e oltre 50 di bibliografia) che costa ben 45 €. Ma sono soldi ben spesi, se uniti a un non facile impegno (anche di tempo) nella lettura che richiede importanti conoscenze statistiche, storiche, sociologiche, antropologiche, etnologiche….

Libro che trovo insostituibile per chi si occupa di questioni legate alle scienze di cui sopra, ma anche per chi è impegnato in politica e per chi ha interessi nella macroeconomia. E non soltanto: il lavoro tocca temi legati all’etica, alla religione, alla giustizia.

Lavoro di straordinaria documentazione e argomentato in maniera impeccabile e sempre in termini di grande dialettica in cui il confronto con le fonti diverse rappresenta un impegno costante dell’autore.

La tesi è molto semplice: stiamo vivendo il periodo meno violento della storia di quello strano animale che si chiama Homo Sapiens Sapiens. Storia relativamente breve che si estende per non più di un paio di centinaia di migliaia di anni, ma dei quali sono importanti soltanto gli ultimi cinque millenni. Quelli in cui sono nati i concetti complessi di scrittura, stato, guerra, commercio, giustizia.

Le solide argomentazioni e le conclusioni che l’autore illustra in questo eccellente lavoro sono sorprendenti e si pongono molto oltre le soglie di un comune sentire che non è suffragato da alcuna evidenza storica.

Non vado oltre, se non invitare gli interessati, che non possono essere tanti  – visto l’impegno e il livello culturale che la fruizione di questo lavoro impone – a precipitarsi in libreria.

Cristianesimo – La religione dal cielo vuoto, Umberto Galimberti

«Il nichilismo denunciato da Nietzsche non è allora un evento casuale, un fatto storico che poteva non accadere, ma, come avverte Heidegger, è  “il processo fondamentale della storia dell’Occidente, e l’intera logica di questa storia” (M. Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano 1994). Per questo l’annuncio nichilista di Nietzsche, connesso all’annuncio della morte di Dio, non è determinato da un’insana mania di profanazione. Nietzsche non è Erostrato che incenerì il tempio di Diana a Efeso per una perversa smania di gloria. Per Nietzsche l’epoca finisce perché non crede più in ciò che l’aveva promossa e per secoli animata. Infatti:

CristianesimoL’uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo ora a quel valore, per poi lasciarlo cadere. Il circolo dei valori superati e lasciati cadere è sempre più vasto. Si avverte sempre più il vuoto e la povertà di valore. Il movimento è inarrestabile, sebbene si sia tentato in grande stile di rallentarlo. Alla fine l’uomo osa una critica dei valori in generale; ne riconosce l’origine, conosce abbastanza per non credere più in nessun valore; ecco il pàthos, il nuovo brivido. Quella che racconto è la storia dei prossimi due secoli” (F. Nietzsche, Frammenti postumi, 1887-1888).

Dopo aver svuotato il cielo da quella figura nella sua ambivalenza così inquietante che è il sacro, dopo averla sostituita con la figura più rassicurante di Dio che, come ricorda Gerardus Van der Leeuw “nella religione è arrivato con molto ritardo” (G. Van der Leeuw, Fenomenologia della religione, Boringhieri, 1975), dopo aver fatto scendere Dio dal cielo per parlare d’amore su questa terra, il cristianesimo ha costruito la sua teologia non sul messaggio di Cristo, ma sulla logica e la metafisica platonico-aristotelica, che nel suo crollo ha trascinato con sé anche il dio cristiano. A questo punto il cielo si è fatto e, alzando gli occhi al cielo, altro non è dato scorgere se non il nulla che, come una notte nera e senza stelle, spegne anche lo sguardo. E’ ancora in grado l’Occidente, e il cristianesimo che è la sua anima, di varcare le porte del nulla.

Cristianesimo 1Con questa domanda inquietante finisce questo straordinario libro di Umberto Galimberti. Un libro di oltre 400 pagine che indaga sul significato del Sacro e sulla desacralizzazione che l’Occidente sta vivendo, a vantaggio di una religione – che aveva già cominciato male incarnando la divinità nell’uomo – che s’è ridotta ormai a trattare temi propri dell’etica e dei costumi, in un mondo che vive soltanto in funzione della tecnica, del progresso, del denaro. La ricerca del Senso non attiene alla ragione e il Sacro non va confuso con le faccende profane: il Sacro attiene a ciò che non si sa e che si crede. E, attenzione, anche nelle cose comuni della vita si assiste a una desacralizzazione che non porta da nessuna parte se non verso la mancanza di regole e di rispetto. E, ricordo, anche soltanto svelare un banale backstage significa desacralizzare…

Le parole scritte da Nietzsche oltre un secolo fa sono inaudite e profetiche.

U. Galimberti, Cristianesimo, La religione dal cielo vuoto – pp. 446, 18 € – Feltrinelli Serie Bianca, Milano 2012

 

Geoff Dyer, Natura morta con custodia di sax

Uno dei libri più famosi di Dyer, che ha vinto il Somerset Maugham Award nel 1992 e del quale il pianista Keith Jarrett disse:

“L’unico libro attorno al jazz che ho consigliato ai miei amici. Una piccola gemma contraddistinta anche dal fatto di essere “attorno”‘ al jazz piuttosto che“sul” jazz. Se un grande assolo è definito dall’intensità con cui il suo materiale è percepito dall’autore, il libro di Dyer è un assolo.”

Dyer scrisse questo libro magnifico nel 1991 (titolo originale: But Beautifull). In Italia venne tradotto nel 1993 da Instar Libri di Torino. Lo acquistai subito (vedi immagini sopra) in prima edizione nel maggio di quello stesso anno e lo divorai.

La fotografia di copertina, celeberrima, fu ripresa da Herman Leonard (1949), si intitola: Prez. Natura morta con cappello di Lester Young.

Il libro, con i diritti acquisiti oggi da Einaudi, viene presentato dall’autore sabato 27 aprile 2013 presso il Circolo dei Lettori alle 16.00, nell’ambito del Torino Jazz Festival. E’ pubblicato nella collana Einaudi Stile Libero e costa 15 €.

Di libri di jazz e sul jazz ne ho letti tantissimi (le biografie di Mingus, B. Holiday, Duke Ellington, C. Parker, M. Davies, la storia del jazz di A. Polillo, ecc.) ma questo è di gran lunga il più bello (con alcune pagine strepitose dell’Autobiografia di Malcolm X). La sua lettura mi permise di sviluppare un grande interesse, con relativi ascolti mirati, per Lester Young che conoscevo ma non abbastanza: oggi considero questo artista inarrivabile, per davvero strampalato, il migliore, con Coltrane, tra i tanti grandi sassofonisti della storia del Jazz: seppe anticipare di un paio di decenni il genere cool e fu il maestro inconsapevole di Bird.

Se uno ama il Jazz non può non leggere questo libro strepitoso: lo consiglio, in maniera come al solito gratuita, con vivo convincimento. E magari spero di far del bene (piccolo, per carità: ma certe volte basta e avanza) a qualcuno e di esserne ringraziato, anche senza saperlo.

 

Vini Buoni d’Italia al Vinitaly 2013

Mi pare doveroso fare questo piccolo omaggio ai miei amici di Vini Buoni d’Italia, la guida dei vini autoctoni del Touring Club Italiano. Sono stato con loro durante la mia due giorni al 47° Vinitaly. Si dormiva e cenava in un tranquillo agriturismo – accogliente, familiare e assai poco costoso – situato a Castiglione delle Stiviere nelle campagne placide e ondulate del mantovano; si chiama Corte Antica Vigna, davvero da consigliare, ancorché nel bene e nel male lontano dagli insopportabili caos veronesi. (da citare le magnifiche e assai variegate verdure di stagione).

E’ un bel gruppo questo, guidato dall’amico Mario Busso e dalla competenza, discreta e mai presuntuosa, dello chef  Stefano Fanti (Ristorante Circolo dei Lettori di Torino: se non lo conoscete andateci di corsa: ne ho parlato qui spesso). Brave e carine le ragazze (con la brasiliana Ana Paola e la giapponese Yu Kari). Il noto sommelier Alessandro Scorzone fa parte della compagine che lavora alla guida: sulla sua serietà e competenza c’è poco da dire.

Presso lo stand erano in gustazione alcune centinaia di vini, scelti tra i migliori della guida, accompagnati dagli ottimi salumi Levoni. Memorabile per me, come già scritto, il Sassella 2001 Rocce Rosse di Arpepe. 

E’ stata una bella esperienza, quest’anno al Vinitaly, ancorché assai faticosa – come sempre.

E’ primavera e le viti si com-muovono

Tra marzo e aprile dai tralci sopravvissuti alla potatura secca – quella più importante – cominciano a sgorgare gocce d’acqua: è il commosso pianto della vite che sente l’arrivo della primavera e si risveglia. Ricomincia il ciclo riproduttivo e segna la fine delle potature importanti. Subito si cominciano a notare i primi gonfiori delle gemme e da questo momento in poi la pianta prenderà sempre più vigore.

E’ il miracolo del risveglio che ogni anno si ripete, grazieaddio (ma grazie soprattutto al lavoro duro e appassionato degli uomini).

Ovvio che sul pianto delle viti s’è fatta retorica, tanta. Ma è una retorica meritata, che comunque ci piace; che comunque ci avvicina ai valori primordiali e immutabili della Terra – in tutti i suoi possibili significati.

Le fotografie qui sopra sono state riprese a metà aprile nel comune di Barolo, cru Cannubi: sono vecchie piante di Nebbiolo destinate a produrre uve che saranno spremute per produrre uno dei Barolo di più grande pregio e eleganza.

ITALIA IN ROSA, PRESENTATA A VINITALY LA VI EDIZIONE

Torna l’ormai classico appuntamento di fine primavera con Italia in Rosa: la vetrina dei grandi rosè italiani e non solo si prepara infatti a tornare in scena con una VI edizione all’insegna delle novità, in calendario per tre giornate da venerdì 7 a domenica 9 giugno 2013. L’evento è stato presentato lunedì 8 aprile, a Vinitaly nello stand del Consorzio Valtènesi dal presidente Sante Bonomo e dal nuovo assessore all’agricoltura di Regione Lombardia Gianni Fava.
A far da cornice a Italia in Rosa 2013 sempre Moniga del Garda, sulla riviera bresciana del Benaco, ormai nota a livello nazionale come la Città del Chiaretto: qui torneranno ad aprirsi i giardini della secentesca Villa Bertanzi, il luogo dove oltre un secolo fa il senatore veneziano Pompeo Molmenti codificò il procedimento produttivo del Valtènesi Chiaretto Doc, il grande rosé del territorio.
Considerato ormai come la più importante manifestazione nazionale dedicata in modo esclusivo ai vini rosa, l’evento torna quest’anno sull’onda di una formula di grande successo.

Da quest’anno, i produttori – circa un centinaio le cantine ospiti da tutta Italia e anche da Oltralpe – potranno presenziare alla manifestazione per presentare i propri vini direttamente a visitatori, operatori e buyer.

Sull’onda del grande successo riscosso dall’edizione 2012, inoltre, la manifestazione si amplia a tre giornate nel corso delle quali, oltre alle tradizionali attività di degustazione, sono previsti momenti particolarmente qualificati di approfondimento tecnico come il convegno Tutti i colori del rosa, che si terrà sabato 8 alle 15 alla presenza di importanti relatori internazionali: legata a questo approfondimento di natura tecnica è tra l’altro anche la presenza a Moniga in qualità di denominazione ospite del francese Bandol, una delle bandiere mondiali del drink-pink.

Ancora sabato, nel pomeriggio, la cerimonia di conferimento del Trofeo Pompeo Molmenti al miglior Chiaretto della vendemmia 2012. E da quest’anno verrà anche allestito un wine shop di Italia in Rosa, ovviamente aperto al pubblico, con la possibilità di acquistare le etichette gustate in fiera. Ufficializzato anche il piatto ufficiale di Italia in Rosa: si tratta del Coregone all’Olio, tipica ricetta di territorio che tutti i ristoranti di Moniga proporranno in carta a partire proprio dalla manifestazione.

(NdA): il Coregone, chiamato anche Lavarello, è un pesce che ha origine nei laghi nordici, immesso nelle acque dei nostri grandi laghi alpini alla fine del XIX secolo. Coregonus Lavaretus è un pesce dalle carni di particolare delicatezza della famiglia dei salmonidi (come la trota). Può arrivare a 7o cm. di lunghezza, ma la pezzatura più normale non supera i 40 cm. Si pesca con le reti perché è un pesce che difficilmente abbocca agli ami.

www.gardaclassico.it

www.italiainrosa.it

Angelo, una vita dedicata al “Cliente”

A me piacciono le storie e questa è una di quelle importanti: cinquanta anni di appassionato lavoro trascorsi nei migliori locali pubblici torinesi.

Angelo Puglisi giunse a Torino a 17 anni, nei primi mesi del 1960. Si lasciava alle spalle una Sicilia (Caltanissetta) ancora saldamente attaccata a radici che affondavano nella cultura contadina del secolo precedente. Giunse a Torino con l’incoraggiamento di una famiglia unita e numerosa che poco dopo lo avrebbe raggiunto e aiutato nel lavoro e nella vita.

Cominciò come umile apprendista cameriere al Norman di piazza Solferino: erano altri tempi, altri bar, altri clienti…. Rimase circa sette anni durante i quali divenne il responsabile dello storico locale.

E divenne un punto di riferimento importante per tutti coloro che a Torino lavoravano nei locali pubblici più prestigiosi.

Ci furono altri locali importanti ancora come dipendente, prima di cominciare una magnifica carriera da imprenditore che lo portò a gestire alcuni tra i migliori bar di Torino.

L’ultimo fu il prestigioso Querio di via Cernaia, fino agli inizi del primo decennio di questo stinto secolo.

Oggi Angelo è stato costretto da alcuni malanni a lasciare ogni attività e vive questo suo crepuscolo di vita con malcelata nostalgia ma con l’orgoglio di avere avuto una storia professionale di grande soddisfazione e prestigio personale.

Il dettaglio delle sue vicende sarà raccontato da Nico Ivaldi per Piemonte Mese. L’intervista- vedi fotografie qui sopra – è stata effettuata in un locale di piazza Savoia.

A me preme porre in risalto la sintesi di uno di quegli uomini non famosi ma importanti. Uno di quelli per cui l’obiettivo non era l’arricchimento o la fama, ma la passione per il proprio lavoro e il dovere indiscutibile di svolgerlo al meglio, servendo sempre come si deve “il Cliente“. Faccende che oggi appaiono fuori del nostro tempo, ahimè piccolo e stento.

Nelle immagini qui sopra ho cercato di rendere la gestualità, mai convulsa ma sempre accalorata, delle sue belle mani. Il colore del suo viso e la forte capacità di comunicare più con i gesti e le espressioni che con le parole. E quanti aneddoti, quante vicende, quante vite, quanti incontri durante questi cinquanta anni in cui tutto è mutato. Come sempre.

La Torino stessa di quei profondi anni Sessanta è conservata soltanto nei ricordi tenui e velati di chi li ha vissuti da protagonista. Ed erano anni magnifici!

Oggi Torino vive una bella stagione, certo. Ma il contesto, le atmosfere, le prospettive sono da incubo. Purtroppo. E che iddio, o chi per lui, ci aiuti.

Intanto mi auguro che di uomini come Angelo Puglisi non si perda lo stampo: ne abbiamo tanto bisogno. E ad Angelo auguro una vecchiaia più serena possibile.

Uto Ughi al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino

Uto Ughi (Bruto Diodato Emilio Ughi) è nato a Busto Arsizio il 21 gennaio 1944 da padre triestino e madre di Bolzano. Con Nathan Milstein e Yehudi Menhuin è il mio violinista preferito, tra i massimi viventi (e non). Suona uno Stradivari del 1701 e un Guarneri del Gesù (artigiano cremonese reso celebre da Paganini che suonava un suo violino definito “cannone” per la potenza del suono) del 1744.

Ascoltarlo dal vivo è un’esperienza irripetibile e indescrivibile: la perfezione assoluta che accompagna un suono di pulizia e atmosfera straordinaria.

Ieri sera (18 aprile 2013) ci ha donato tre esecuzioni tra le quali il Trillo del Diavolo di Giuseppe Tartini (Istria 1692-Padova 1770) è stata di gran lunga la migliore. Per inciso le altre erano una sonata di Gaetano Pugnani (Torino, 1731-1798) e una fantasia da Carmen di Bizet trascritta da un grande violinista spagnolo.

Però quel che mi ha più emozionato è stato un frammento tratto dal video: Uto Ughi. Una vita per la musica, prodotto dall’Associazione Culturale Arturo Toscanini di Savigliano. Si tratta di due sequenze di un concerto tenuto in un piccolo monastero buddista in cui il Maestro suona la mia Ciaccona, il V movimento della partita per violino solo n. 2, Bwv 1004 in re minore di J. S. Bach.

Sublime, semplicemente sublime. Ho cercato quel filmato su youtube ma non ho trovato nulla. Purtroppo.

Alla proiezione del filmato, assai interessante e esplicativo della vita, del carattere e della carriera del musicista, è seguita la presentazione del libro: Uto Ughi. Quel diavolo di un trillo, appena pubblicato per i tipi dell’Einaudi. In compagnia di Ernesto Ferrero (scrittore e presidente della Fondazione Salone del Libro di Torino) e Giorgio Pestelli (musicologo).

Doveroso ringraziare, per l’irripetibile emozione, la mia amica Francesca Tablino cui devo l’invito. Come potrò mai sdebitarmi?

http://www.youtube.com/watch?v=jhX9G-LcoXo

Incontro con Maria Teresa e i vini di Bartolo Mascarello

Era questo un incontro che avrei desiderato si realizzasse qualche anno fa: ancora in vita Bartolo Mascarello, “l’ultimo dei Mohicani”, come amava definirsi. Purtroppo, per una serie di motivi di ordine logistico, quell’incontro non avvenne e io persi l’occasione di conoscere il grande Bartolo. Con lui mi manca la conoscenza di un altro grande uomo del vino: Giacomo Bologna, che incrociai un paio di volte ma che non ebbi la possibilità di conoscere in maniera diretta.

Finalmente, in un caldo giorno di metà aprile – mentre le viti germogliano e piangono di commozione, credo a causa del sopraggiungere del risveglio della primavera – incontro Maria Teresa sulle cui spalle, esili dal punto di vista fisico ma smisurate per capacità e passione, pesa l’incombenza di continuare con gloria il sentiero luminoso tracciato dal padre. E tra poco andrà a festeggiare il secolo di vita della cantina ( 2019, auguri!).

Verso la seconda metà degli anni Novanta si scatenò una stupida guerra tra “modernisti” e “tradizionalisti” del Barolo: i primi  erano dell’idea che l’uso delle barrique poteva rendere un buon servizio al grande vino; per i secondi questa tecnica era da ritenersi esecrabile.

A capo delle due fazioni vennero simbolicamente eletti (non so con quanta soddisfazione) due galantuomini: Bartolo Mascarello e Angelo Gaja. Fu una di quelle vicende – si veda oggi la guerra altrettanto stupida tra vini “normali” e vini “naturali” – cui il mondo della comunicazione e del giornalismo di bassa qualità prestò tanta attenzione e fece di tutto per esasperare. Oggi, a distanza di oltre un decennio, tutto quel rumore pare ridicolo: come al solito, ciò che conta è che i vini siano di qualità.

Buoni, semplicemente!

30.000 bottiglie prodotte in 5 ettari di proprietà tra Barolo e La Morra costituiscono il patrimonio che Maria Teresa ha ereditato da Bartolo. Di queste, 15.000 sono del loro classico Barolo che è un uvaggio di quattro cru da circa tre ettari (Cannubi, S. Lorenzo, Ruè e Rocche).

Ho bevuto il 2008: un Barolo dal colore abbastanza carico (per la tipologia), dal naso complesso in cui la tipica spezie non è così evidente come in altri Barolo. Al palato questo vino risulta poco tannico ma di corpo vigoroso, grande armonia e doverosamente lungo sia in bocca sia in gola. Certo, un Barolo di personalità unica che delle valutazioni delle guide ha ormai poco o punto bisogno.

Ho assai gradito il Dolcetto (5.000 bottiglie prodotte in una vigna nella zona di Bussia, ma ancora nel territorio del comune di Barolo): un vino di austera eleganza, ma fresco e fruttato come dev’essere e con uno spiccato retrogusto di mandorla amara. Mi ha ricordato il Dolcetto di Roddolo. Buona assai la tipica Freisa mossa “nebbiolata”. Corretta, ma senza particolare personalità (pure se tutti questi vini sono assai riconoscibili e organoletticamente apparentati) la Barbera d’Alba.

Eccellente il Nebiolo (scritto, alla Cappellano, con una sola “b”): ai vertici di questa tipologia, per complessità, franchezza, personalità, persistenza.

Maria Teresa è una persona colta, sensibile con la quale ci si intrattiene volentieri anche perché si possono intessere discorsi franchi, ci si possono scambiare pareri magari discordanti ma sempre con grande sincerità e semplicità.

E’ stato un bell’incontro: per la persona e per i suoi vini.

Decalogo dell’imperfetto torinese

Della Fiat e di Marchionne non m’interessa una cippa: meglio se vanno  a far danni altrove.

Compro La Stampa tutti i santi giorni, soltanto per leggere i necrologi (e godere ogni tanto).

Amo Torino come nessun’altra, ma è un amore non ricambiato (e me lo merito).

Massimo Gramellini piace soltanto ai cretini (la rima non è casuale, ma i cretini sono tantissimi).

Luciana Littizzetto è apprezzabile soltanto come macchina da soldi e di scurrilità (cazzi suoi).

Piero Chiambretti non è granata: è verde (inteso non come leghista…).

Torino è una città bellissima, anche perché qui Berlusconi ci starà sempre sui…(rima baciata).

Torino è una città tristissima, anche perché siamo felici di avere un altro sindaco …ino.

Torino è una provincia sterminata, non finisce mai.

Torino mi piace tanto, anche perché ci sono le donne con i culi più belli del mondo (ma stronze, perché se glielo dici s’incazzano!).

E per finire, curiosità: fu il Conte Verde, Amedeo VI di Savoia (nato a Chambery il 4 gennaio 1334, ma morto di peste nientedimeno che a Campobasso! nel 1383) a volere come motto FERT (Foeminae Erunt Ruinam Tuam, ma vorrà proprio significare ciò il misterioso acronimo?)!!

Wine joke: Ruché Laccento by Luca Maroni

Pare incredibile il livello che si può raggiungere in termini di faccia tosta: indirettamente proporzionale al grado di etica, professionalità, serietà, affidabilità.

Conosco bene il Ruché: lo volli come vino rosso al mio matrimonio nel lontano 1990 (il bianco era un ottimo Verduzzo). Conosco altrettanto bene i Ruché di Montalbera e il Laccento, ancorché atipica tipologia modaiola di questo piccolo vino di Castagnole, lo trovo un vino di gradevole beva. Ci ho dipinto il murale del Caffè Elena nel maggio del 2010, presente Franco Morando.

Certo è che assegnare un punteggio di 99/99 (ovvero: la perfezione) a un Ruché – e pubblicizzarlo e vantarsene…. –  significa alimentare una delle più incredibili enormità nel campo del vino….E qui mi fermo, non meritando questa faccenda altri commenti!

Vinitaly 2013, un successo

Bilancio in attivo per Vinitaly 2013 con i suoi 150.000 visitatori (+6% 
rispetto al 2012), dei quali 50.000 esteri (+10%); ma soprattutto per gli oltre 4.200 espositori che 
hanno avuto contatti business oltre le più rosee aspettative. 
“Un Vinitaly positivo, con tanti operatori italiani. Parecchi i contatti nuovi con operatori cinesi,
russi e brasiliani, che sono i Paesi che ci interessano a breve-medio termine. Ma questa edizione
del salone è stato anche ricco di iniziative, sia di convegni che di incontri tecnici e finanziari”. A 
dirlo Rolando Chiossi, vicepresidente di Giv e di Cantine Riunite Civ, cui fa eco Francesco Zonin,
vicepresidente Cantina Vinicola Zonin, per il quale quello di quest’anno è stato un ottimo Vinitaly,
 che ha dato positività al settore. “Molti gli operatori dalla Cina – ha continuato Zonin –  speriamo
 che sia un’opportunità per esportare in questo grande mercato dove l’Italia è ancora poco 
presente”.
 Non si aspettava tanto entusiasmo Anna Abbona, proprietaria di Marchesi di Barolo: “Un grande
Vinitaly, dove anche l’Italia ha dimostrato di reagire al momento. Noi abbiamo consolidato i 
rapporti con i nostri buyer, ma siamo anche riusciti a completare i contatti in alcuni mercati che ci 
interessavano, come Francia, Giappone, Cina, Singapore, Thailandia, Kazakistan, Russia, Ucraina.
 Bene la Cina, perché ci sta dando l’entusiasmo di cui abbiamo bisogno in questo momento, con il 
loro interesse per il vino italiano. L’appeal dell’Italia è proprio nei nostri prodotti unici e tipici, che
 sono un punto di attrazione da valorizzare. Eventi come quello di Vinitaly ci danno un bell’aiuto”.
 Molti appuntamenti anche per Planeta: “L’estero continua a tirare – ha dichiarato Alessio 
Planeta, proprietario e amministratore dell’omonima azienda vitivinicola – Molti i buyer europei 
specialmente da Gran Bretagna, Germania, Svizzera, Centro ed Est Europa”. 
Un Vinitaly oltre le aspettative per Luca Rigotti, presidente del Gruppo Mezzacorona: “E 
nonostante la crisi, la risposta degli operatori è stata importante, con molti esteri e molti addetti ai
 lavori. Questo – ha proseguito Rigotti – ci ha permesso di implementare ulteriormente i nostri 
contatti anche nei Paesi dove siamo già presenti. Mi pare ci sia stata più gente dello scorso anno,
 quindi Vinitaly si conferma evento molto importante”.
 Contenta di questa edizione di Vinitaly Albiera Antinori, vicepresidente di Marchesi Antinori: “Che 
ha rinfrancato lo spirito anche riguardo al mercato italiano. Abbiamo visto operatori provenienti 
un po’ da tutto il mondo, meno dall’Asia, ma noi siamo molto soddisfatti”.
A Vinitaly contatti, ma anche attività commerciali, con Pietro Mastroberardino, dell’omonima
 azienda vinicola – che ha affermato: “Alcuni importatori hanno raddoppiato le previsioni di
fatturato per quanto riguarda le nostre referenze anche in alcuni mercati europei come la Gran
Bretagna”. 
Molti i contatti e le occasioni di business anche sul fronte dei buyer esteri a Vinitaly: oltre a quelle
 provenienti dall’Europa, si sono distinte le presenze da Russia e Far East, con Cina in testa, seguita 
dal Giappone.
Tra gli importatori cinesi, Edward Liu, titolare di SinoDrink, specializzato in vino italiano con 50
 aziende in portafoglio, ha dichiarato: “Il vino italiano piace e l’apertura di molti ristoranti italiani in
Cina può dare una mano alla sua diffusione. Servono però iniziative di promozione mirate, tasting 
e traduzioni di libri sul vino per allargare il mercato”.
 L’importatore russo Andrey Golovchenko, di PPPUDP (Product Supply Enterprise of 
Administrative Department of the President of the Russian Federation, che rifornisce 
l’amministrazione russa ma anche distributori privati), ha spiegato: “A Vinitaly ho incontrato una
 cinquantina di cantine, grandi e piccole realtà. Era la mia prima visita alla manifestazione con 
l’obiettivo di raccogliere un portafoglio di 500-600 vini italiani di tutte le fasce di prezzo”.
 È rimasta decisamente “impressionata” da Vinitaly Janet Wang responsabile sviluppo
 internazionale di Tmall, primo sito web b2c del retail in Cina: “Tutti i grandi protagonisti del vino
 italiano erano presenti ed è stata una grande occasione per conoscerli personalmente ed iniziare a
 stabilire contatti per favorire nuovi business tra Italia e Cina”. 
Prima volta a Vinitaly, invece, per Jared Liu, amministratore delegato e fondatore di YesMyWine,
 il più grande sito di e-commerce in Cina: “L’ho trovata una Fiera di prim’ordine nel panorama 
mondiale – ha commentato. A partire da oggi il vino italiano sarà protagonista in Cina. 
Lanceremo da subito uno speciale dedicato ad alcuni dei produttori presenti a OperaWine”.

Servizio Stampa Veronafiere
Tel.: + 39.045.829.82.42 – 82.85

E-mail: pressoffice@veronafiere.itwww.vinitaly.com

I miei highlights di Vinitaly 2013

Sul fatto che quest’edizione 2013 del Vinitaly sia stata un successo non ci piove: pare che, finalmente, la scelta di cominciare la domenica e finire il mercoledì sia premiante. Soprattutto la giornata di lunedì è stata quella di maggior lavoro con i professionisti di ogni categoria ad affollare lo sconfinato proscenio del vino mondiale: affari – business – incontri, relazioni, progetti di ogni tipo. Senza dubbio, il Vino va forte e quello italiano di più. E questo ci rende tutti soddisfatti. Stanchi, stremati ma soddisfatti. E non è cosa di poco conto, di questi tempi.

Dunque: Sursum corda!

Per quanto mi riguarda, tra i vari impegni, quest’anno ho gustato pochi vini ma alcuni per certo memorabili.

Uno fra questi sopra gli altri: Sassella Rocce Rosse 2001 Valtellina Superiore DOCG di Arpepe. Un vino sensazionale che mi ha fatto ricordare Paolo Monelli. Bevuto su consiglio dello chef Stefano Fanti nello stand di Vini Buoni d’Italia dell’amico Mario Busso. L’ho bevuto mettendoci insieme gli insaccati, ottimi, di Levoni. Vino che, nonostante i 12 anni di vita, era ancora fruttato, franco pur dentro una complessità indicibile. Per davvero al di là dell’eccellenza .

Poco distanti i Barolo di Giacomo Anselma Vigna Rionda 2005 e 2007 e Collaretto 2008 di Serralunga: ma qui gioco in casa con la mia amica Maria Maier Anselma, magnifica presidente del consorzio Piccole Vigne.

Altra sorpresa, i Barbaresco di Rizzi 2008 e 2009 Pajorè di Treiso: ai vertici di questa tipologia.

Ottimi i vini etnei di Tenuta Fessina: Erse 2012 (Carricante 100%) e Musmeci (Nerello Mascalese) di Curtaz. Dello stesso livello un eccellente Verdicchio Castelli di Jesi di Stefano Antonucci: un Classico Riserva 2010 di notevole struttura e complessità.

Poi Calabria, la mia: il Damis Du Cropio 2005 dello straordinario Giuseppe Ippolito, semplicemente unico. Ottimi i Cirò della Tenuta Iuzzolini e parecchio tipici (vini di montagna con spiccata acidità) l’Ardente di Verzano 2008 (Aglianico) e l’Antico di Verzano 2008 (Mantonico e Greco nero) di Donnici ’99: ma qui entrano in campo le mie radici più profonde, roba che mi appartiene fin dai cromosomi.

Cito per ultimi, soltanto in ordine di elenco, i vini Sartarelli: sono da molti anni tra i miei preferiti. Ho bevuto l’ultimo Tralivio 2012 e il Brut, che avevo assaggiato la scorsa estate en primeur: oggi diventato un ottimo metodo classico di personalità spiccata e assai particolare.

Per finire, cito un ottimo Dolcetto d’Alba del terroir Madonna di Como (non mi ricordo il nome del giovane produttore) e il Lavandaia Madre 2010 di Debora Barsotti assemblato dall’amico Claudio Gori.

Quanto sopra basta e avanza: certo di grandi vini chissà quanti ne ho persi. Ma va benissimo così. Ci mancherebbe…

Vinitaly 2013, backstage

Ci sono momenti e immagini che pochi o nessuno hanno l’idea di riprendere e di pubblicare. Eppure rappresentano la quotidianità di eventi dei quali quasi tutti tendono a mostrare gli highlights.

A me piace da morire, per costituzione e non per scelta, mostrare questi backstage o, in italiano: “dietro le quinte”.

Al Vinitaly questi fatti ordinari sono ben rappresentati dalle code che si fanno per scaricare le impellenze fisiologiche (pisciare e cacare); per sfamarsi divorando un panino al volo tra una gustazione e un appuntamento; per ammirare un bel culo…

Ma anche per telefonare in solitudine, per trascinare un trolley, per lasciare uno stand ingombro degli avanzi di una gustazione…

O semplicemente per farsi fotografare in compagnia di un vip (in questo caso Albano Carrisi, alle prese con due scatenate fan nel suo stand).

Anche questo è il Vinitaly.

Alle donne piace il vino, al vino piacciono le donne

Il Vinitaly ormai è frequentato da moltissime donne: dietro i banconi a servire e descrivere il vino; davanti ai banconi a gustarlo.

Inutile dire che alcune sono bellissime: autentiche gnocche (parola volgarissima ma che rende assai bene l’idea).

Alcune di queste direi mozzafiato, altre addirittura eccessive – vedi foto sopra a esemplificare in maniera direi emblematica.

A parte certi eccessi, pure gradevolissimi, in fatto di gambe, décolleté e lati B (meglio: culi; ma oggi la gente preferisce leggere e dire questo  brutto neologismo eufemistico, derivato dall’anglosassone “B side”), io trovo sempre assai più sensuali certi volti, certi occhi, certi sorrisi e spesse volte dietro una donna apparentemente “ordinaria” si cela un universo meraviglioso di sensazioni, di emozioni, di vertigini.

Mai essere banali e superficiali con le donne.

E con il vino!

Riedel al Vinitaly

Black_Series_Collectors_edition_nero rosso_trasparente

RIEDEL IN MOSTRA AL VINITALY RENDE OMAGGIO AI 40 ANNI DI SOMMELIERS

Dal 7al 10 aprile 2013, Riedel, al fianco di Gaja Distribuzione, celebra l’anniversario della linea che ha cambiato per sempre il mondo del vino

Riedel Glas Austria, marchio leader nella produzione di bicchieri e decanter in cristallo e primo nella storia ad aver introdotto il concetto di funzionalità del calice, sarà presente al Vinitaly – il Salone Internazionale del Vino e dei Distillati, 7/10 aprile 2013, Verona – con Gaja Distribuzione, azienda della Famiglia Gaja dedita all’importazione e distribuzione di vini ed accessori enogastronomici esteri di alta gamma.

Tra i prodotti firmati Riedel in mostra presso lo stand di Gaja Distribuzione (Centro Servizi Arena, Stand 4-5) – dal 1987 distributore italiano della prestigiosa cristalleria austriaca per i canali ristorazione, enoteche e aziende vinicole – non mancheranno certo le Black Series Collector’s Edition, le 3 edizioni speciali di Sommeliers che celebrano i 40 anni della linea che ha cambiato per sempre il mondo del vino.

Prodotte in fine cristallo superiore soffiato a bocca da esperti mastri vetrai presso lo storico stabilimento di Kufstein, Tirolo austriaco – queste tre nuove collezioni comprendono 6 dei calici della storica serie del 1973 – Bordeaux Grand Cru, Burgundy Grand Cru, Champagne Glass, Zifandel, Montrachet e Vintage Port – declinati in 3 diverse colorazioni che variano dal cristallo nero al rosso e trasparente.

Ma non è tutto. In esposizione anche i nuovi Sommeliers Restaurant – la linea pensata per rispondere alle esigenze dell’industria della ristorazione – e i nuovi nati della famiglia Riedel, i decanter Boa e Curly e gli Champagne Cooler, disponibili nelle varianti Black Tie Yellow e Black Tie Blue.

http://www.riedel.com/

http://www.gajadistribuzione.com/ 

 

 

Conferenza Stampa Partenership VINITALY-EXPO MILANO 2015

166721_183799268434240_101069223_n

LUNEDI’ 8 APRILE ORE 15


SALA CdA 5° PIANO PALAZZO UFFICI VERONAFIERE


Presentazione alla stampa dei contenuti della partnership tra

Veronafiere-Vinitaly ed Expo 2015


Intervengono:


Giuseppe Sala, Amministratore Delegato  Expo 2015


Ettore Riello, Presidente  Veronafiere


Giovanni Mantovani, Direttore Generale Veronafiere

Servizio Stampa Veronafiere
Tel.: + 39.045.829.82.42 – 82.85
E-mail: pressoffice@veronafiere.it
        

  http://www.vinitaly.com/ 

I mitici Auguri della Stage negli Ottanta

Nel 1980, insieme a mio cognato Alex Chiarva e a mia sorella Maria, fondai la Stage snc di Reda Vincenzo & C. Alex proveniva da un’importante esperienza in una delle migliori agenzie pubblicitarie di Torino. Mia sorella aveva lavorato come creativa in diversi studi pubblicitari e io arrivavo da un paio d’anni di attività come assistente fotografo di uno dei migliori professionisti torinesi: Bruno Garavoglia, inarrivabile fotografo industriale.

Per la verità la società avrei dovuto fondarla insieme a un certo Mariano Gai Lofaso, genio creativo e persona di sensibilità e cultura fuori del comune. Purtroppo, un incidente mortale sopra una diabolica Ducati scrambler 350 me lo portò brutalmente via un sabato mattina di settembre di quello stesso anno. Chissà come sarebbe andata? Mah…

Comunque, eravamo tre bei talenti: i nostri auguri, sempre originali, divennero una consuetudine che clienti e amici apprezzavano assai. Qui sopra ci sono quasi tutti gli originali di quegli anni Ottanta. La formazione cambia di anno in anno, ma ricordo: Luciano Franchino, Fulvio Filippi, Mariagrazia Mazzoni, Sergio Spolverato, Margherita…

Un po’ di nostalgia

Quelli qui sopra sono alcuni miei ritratti, alcuni autoscatti con vari apparecchi fotografici, che occupano più o meno il decennio 1972/1982: tra i 18 e i 28 anni. Anni meravigliosi e non tanto perché ero giovane, quanto perché il periodo era per davvero stimolante, e sotto tutti i punti di vista. Soprattutto a Torino, Città di confine, di ricerca, di stimolo continuo.

In questo benedetto decennio sono passato dal lavoro (tremendo) di manovale in cantiere edile all’addetto alla catena di montaggio in Fiat Mirafiori (127). Dal fare l’impiegato a dirigere una radio privata (Radio ABC Italiana). Da lavorare in teatro a fare l’assistente fotografo e poi il fotografo in proprio e poi ancora il piccolo imprenditore nel campo della pubblicità. Continuando a occuparmi di arte: teatro, fotografia, cinema, radio e televisione.

Un anno dopo, nel 1983, avrei cominciato un altro decennio: questa volta da imprenditore serio e top manager, mettendo momentaneamente da parte tutta la mia anima di artista e di intellettuale. Meno male che dalla metà dei Novanta questa riprese il sopravvento. E ricominciai: The call of the Wild, come scrisse l’amato Jack London!