Archive for Giugno, 2013
L’arte dell’incontro: Collisioni 2012

Vinicius de Moraes diceva che la vita è l’arte dell’incontro: a Barolo, tra il 13 e il 16 luglio, in occasione di Collisioni 2012, di incontri straordinari ne ho fatti tanti. Vip e non, molti di questi indimenticabili. A cominciare da Mauro e Maria Rosa, i miei tutor. E poi Anna e Ernesto Abbona: la loro gentilezza, disponibilità e cultura mi rimarranno nel cuore. Ancora: Philippe Daverio alla terrazza Damilano con Paolo, Claudio e Claudia Rosso. Carlo Verdone con la sua semplice umanità, Paolo Crepet, la sua compagna e il loro olio. Lica Cecato, cantante brasiliana (mi ha donato il suo ultimo Cd: niente male). Richard Mason, Don De Lillo, Riondino e Vauro, Michele Dalai con cui ho pranzato; Boosta con cui ho ricordato il mitico Peppo. Federico Ceretto, la splendida Lella Costa, la scontrosa Luciana Littizzetto. E come non citare Andrea Scanzi, Emilio Targia, Tino Cornaglia e Lorenzo Tablino; come i meravigliosi Oreste e Enzo Brezza. E ricordo, infine, Anna Karimova, Maddalena Cazzaniga e una bellissima di cui neanche so il nome…..

Di Vino e d’altro ancora: copertina definitiva

Ecco, finalmente, la copertina definitiva del mio ultimo libro: Di Vino e d’altro ancora. Uscirà la prossima settimana e sarà presentato a Collisioni. Edizioni del Capricorno, Torino, 14 € per circa 240 pagine e quasi quattro anni di lavoro.

Sono soddisfatto.

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Borgogno No Name 2009

L1130603L’etichetta recita che questo vino – certo: nome e etichetta quantomeno insoliti – è un Nebbiolo. Per la verità, è un  Barolo di beva pronta. Fresco, franco con i suoi tannini non troppo affilati e il suo corredo di sentori di spezie e frutta rossa.

Più o meno come si conviene.

Non costa troppo per essere un Barolo mascherato da Nebbiolo: più o meno 20 € per un vino dal  colore rubino caldo e scarico, tipico delle  vigne attorno a Barolo (è infatti un uvaggio di vari cru: Cannubi, Fossati, Volte), con 14,5% vol. di alcol.

L’ho bevuto fresco di frigorifero (senza esagerare), come ho imparato da Angelo Gaja, e ci ho accompagnato una pizza impastata in casa e guarnita con pomodoro e salamino piccante: niente male.

Fatto si è che con questo vino ci debbo dipingere e pure un soggetto impegnativo! E avrò i soliti problemi legati ai delicati antociani del Nebbiolo…Ma va bene così, quando il lavoro sarà ultimato lo riprodurrò proprio a completare quest’articolo.

Salute.

L’arnese del Geometra, dedicato ai miei amici juventini

Il testo qui sotto è parte di un racconto incluso nel mio Quisquilie & Pinzillacchere (Graphot, Torino 2010) e si intitola: L’arnese del Geometra:

Copertina Internet” […] E venne un giorno che il Ragioniere dagli occhi di cielo ci convocò: si trattava di dare una mano al figlio del commendator Luigi Bertazzini da Cuneo, fotografo, da poco deceduto.

Erano i primi anni ottanta e l’architetto Bertazzini, figlio unico e unico erede del Commendatore, si ritrovava a dover gestire l’immenso archivio dell’illustre papà senza saper bene come uscirne.

La sede dello studio Bertazzini era situata in via Fratelli Calandra, quasi angolo con il corso Vittorio: era un grande interrato, una sorta di dedalo infernale, stipato con decine di migliaia di lastre negative in vetro, formato 9×12 e 13×18 e poi ancora migliaia e migliaia di negativi 6×6 e formato Leica che testimoniavano di fatti grandi e piccoli avvenuti nella Città nel corso di quasi cinquant’anni di cronaca diventata storia: matrimoni anonimi e matrimoni illustri, partite di calcio, corse automobilistiche nell’improbabile circuito del Valentino, ciclismo, concerti, eventi, mostre, sfilate di moda, visite di personaggi celebri. Insomma, un tesoro inestimabile di testimonianze.

Lavorammo come degli schiavi in quei sotterranei malodoranti di tiosolfato, di sali di alogenuri di argento, di iposolfiti e chissà cos’altro.

Catalogammo migliaia e migliaia di lastre e negativi; selezionammo parecchio materiale di sicuro interesse e destinammo alle discariche quantità bibliche di vetri e negativi inutili.

Ci industriammo per offrire delle testimonianze uniche a enti, istituzioni, privati della Città e non riuscimmo a trovare nessuno interessato: una selezione scelta di quell’immenso archivio fu acquistata per pochi soldi da un’azienda privata nordamericana; un tesoro buttato via, come succede spesso in questa Città ricca di tante cose ma debordante di provincialismo.

Da tutto quel mare oceano di istanti congelati su vetro e pellicola spuntò fuori, per caso, un negativo formato 6×6, senz’altro ripreso con una Rolleiflex biottica che per decenni aveva costituito la camera standard per i reportage dei reporter sportivi – prima delle reflex 24×36 formato Leica, molto più piccole e flessibili, attrezzate con super grandangolari e iper teleobiettivi capaci di prestazioni inimmaginabili per i poveri operai delle gloriose e ingombranti Rollei a ottica fissa e si tratta di marchingegni di epoche che rispetto a quelli odierni, elettronici e digitali, sono da considerarsi alla stregua di preistoria o protostoria della tecnica fotografica.

Quel negativo era un prodigio.

Ripreso da una prospettiva di tre quarti posteriore, il Geometra, nudo come l’aveva fatto sua madre, era nell’atteggiamento di chi si sta pesando su una di quelle bilance meccaniche a base rettangolare con pesi e contrappesi: spuntava, davanti alla coscia destra un pezzo, piccolino, del suo pisellino….

Che scoop: il Geometra nudo col pistolino di fuori: ne avremmo potuto ricavare una bella cifra offrendo il negativo in pasto a una di quelle riviste di gossip…

Ma qui venne fuori la mia statura etica di juventino a denominazione di origine controllata e certificata: mai avrei avuto l’ardire sacrilego di permettere alla mala stampa di esporre le nudità del grande Geometra – Presidente esimio, vettore insuperabile di quantità ineguagliate e ineguagliabili di trofei nella bacheca della gloriosa Vecchia Signora – al pubblico ludibrio.

Mi misi in contatto con il buon Camin, Vladimiro Camiti, siciliano, onesto scribacchino di Tuttosport e grande tifoso della Juventus; gli esposi il caso e gli comunicai la volontà di tenere quel negativo a disposizione del Geometra, con un desiderio: avrei voluto portargli personalmente in gentile e gratuito omaggio sia il negativo sia una stampa realizzata all’uopo.

Camin fu molto disponibile, comprensibile e gentile: si offrì di informare il Presidente e si impegnò a fare in modo che il mio desiderio potesse essere realizzato.

Per me si trattava di un piccolo sogno: poter conoscere personalmente il grande Giampiero, Geometra e Presidente ineguagliabile e rendergli un favore senza prezzo; neanche mi preoccupai di pensare a come il grande ex campione e attuale dirigente avrebbe potuto reagire: se avesse apprezzato il gesto, se poteva in qualche modo provvedere a riconoscermi un compenso e di quale entità o natura.

Ero in maniera infantile assai felice di poter rendere un grande favore a un personaggio che io stimavo molto di più che appartenere a un semplice mito.

Nel ricordo malcerto pensavo che il fatto fosse accaduto in un giorno di primavera dell’85: ho una foto proprio mentre sto entrando nella sede storica dell’ultimo piano di Galleria S. Federico, 54 e i miei personali riferimenti iconografici mi riportavano a quel periodo, senza dubbio precedente il 29 maggio 1985; giorno funesto in cui mi ritrovai, inebetito dentro un incubo senza fine, all’Heysel di Bruxelles: e da quel giorno il calcio, tutto il calcio, non fu più per me quel meccanismo meraviglioso che era stato fino a quel momento, pur se rimasi sempre appassionato di quel gioco – assurdo e affascinante, euclideo e levantino; progettato per pirati e cavalieri; corsari e gentiluomini; eroi e bucanieri; nobili e tagliagole; beati e figlidiputtana – e tifoso della mia squadra.

Ho ritrovato recentemente la copia di una lettera che spedii al Geometra nel febbraio del 1985 e nella quale parlavo dell’incontro, avvenuto nel luglio dell’84, in cui gli avevo consegnato negativo e stampa: lettera senza risposta, dettata dal bisogno, infantile e ingenuo, di aver in qualche modo e in maniera ufficiale un ringraziamento formale che il Tanghero, uno dei tanti a cui tutto è dovuto, mai si sognò di elargirmi.

Ho ricordi vaghi di una grande stanza in penombra, arredata in modo semplice e con una scrivania scura, enorme, dietro cui due strette fessure emettevano un chiaro e tagliente raggio laser che percorse e percosse la mia figura dall’alto in basso e da sinistra a destra, più volte.

Poche parole di circostanza emesse da una maschera di marmo chiaro che non assunse alcuna espressione alla vista delle sue grazie giovanili evidenziate sulla foto in bianco e nero.

Un istante durò quell’incontro, con il Camin, adorabile, visibilmente imbarazzato e riverente.

Ne ricavai un distintivo in oro, tre cravatte, di cui una ufficiale, di Jack Emerson e una serata, indimenticabile, con annessa insipida cena, in compagnia di vecchi campioni.

Ricordo bene un’imponente e imbolsito John Charles, ricordo il grande Teobaldo Depetrini, mediano del quinquennio; ricordo un elegante e signorile Umberto Colombo, mediano sinistro, quello del famoso centrocampo degli anni cinquanta: Emoli, Cervato, Colombo.

Ricordo Pietro Anastasi, Petruzzu, siciliano, centravanti: l’eroe di noi ragazzini immigrati dal sud.

Sono certo, non c’era il mio capitano Giuseppe Furino, il Furia di quel brav’uomo, onesto cronista sportivo che tentava malamente di scimmiottare il Gran Giuan, che rispondeva al nome di Vladimiro Caminiti, Camin, siciliano.

No, Giampiero Boniperti non mi ha mai detto grazie per quel mio piccolo favore: mi dispiace un poco, ma in fondo quella foto io gliela portai non per averne in cambio una qualche forma di riconoscenza.

Ebbe a essere soltanto una mera questione di etica: era un dovere verso me stesso, mica verso il Geometra o, meno ancora, verso il suo arnese….

In quella lettera del febbraio 1985, mi dolevo un poco col Presidente per il fatto di non aver avuto l’anelato ringraziamento e concludevo augurandogli un anno indimenticabile di ricche soddisfazioni sportive.

Che vennero, insieme con quella giornata del 29 maggio a Bruxelles.

Dove, ripeto, io c’ero: e maippiù il calcio ritornò a essere per me com’era prima.”.

 

Il Castello Ducale di Agliè

Oggi famoso soprattutto per essere stato scelto come ambientazione di alcune serie di film per la televisione di un certo successo, questo magnifico Castello è parte del patrimonio piemontese e italiano che viene definito “Residenze Sabaude”. La d.ssa Anna Aimone, storica della Soprintendenza dei Beni Architettonici e Culturali della Regione Piemonte e da poco responsabile della prestigiosa struttura, mi ha guidato in una visita esclusiva al Castello.

La parte più antica di questa struttura risale al XII secolo, ma fu il conte Filippo San Martino, nel 1667, a commissionare all’architetto Amedeo di Castellamonte la realizzazione delle facciate, delle maniche e della chiesa di San Massimo. Nel 1764 il Castello fu acquistato dai Savoia e l’architetto Ignazio Birago di Borgaro fu incaricato di effettuarne un opportuno restauro. Conobbe un periodo di abbandono durante il breve dominio napoleonico, quando fu adibito a edificio pubblico. Nel 1939 lo Stato italiano spese ben 8 milioni per comprare il Castello con il vasto parco annesso e negli anni Ottanta il complesso fu ampiamente restaurato e adibito a museo permanente.

Il 1° luglio di quest’anno è stata inaugurata una mostra dedicata alla prima regina d’Italia, Margherita di Savoia (1851-1926). La mostra si protrarrà fino al 30 ottobre e, pur con qualche pecca dovuta a un allestimento poco accurato, è un’esposizione per cui consigliare la visita: gli ambienti sono presentati con gli arredi originali dell’epoca e alcune sale della residenza sono per davvero di grande interesse, con allestimenti dai particolari di rado fruibili. La regina, che sposò il cugino Umberto I nel 1868, fu sempre assai legata a questo complesso in cui passò molti anni della propria infanzia. Rimasta vedova dopo il regicidio compiuto dall’anarchico Bresci nel 1900, soleva spesse volte ritornare a trascorrere momenti felici in questa dimora. Per certo, ella fu molto popolare tra i suoi sudditi che le testimoniarono una devozione che i Savoia poche altre volte ebbero a provare, di sicuro non lo sfortunato e incapace marito: ma gli esponenti maschi di casa Savoia, salvo qualche assai rara eccezione, non furono mai degni di popolare benevolenza.

Sono rimasto assai colpito dalla bellezza di alcuni esemplari monumentali di piante (magnolie, cedri e sequoie) presenti nel parco, così come delizioso è il giardino all’italiana progettato dal Castellamonte; ma ciò che più mi ha entusiasmato è stata la scoperta di un delizioso teatrino, perfettamente efficiente, presente all’interno del complesso. Ho avuto modo di vedere alcuni fondali originali dipinti e sospesi al graticcio in perfetta efficenza, con il sistema di pulegge e carrucole di legno ancora in ordine: non so quanti teatri in Italia possano vantare una simile conservazione. Per davvero una scoperta (purtroppo non disponibile alla pubblica fruizione) sensazionale.

In ogni caso, consiglio una visita al Castello di Agliè e al suo Borgo, con un consiglio: fermatevi a mangiare nei due ristoranti presenti e chiedete di assaporare il salame alle patate e di bere un buon Erbaluce o un Carema.

Langhe Bianco 2011 di Cascina Ballarin

L’universo del vino è così vasto, così frammentato, così vario che è opera di presunzione pensare di conoscere tutto o anche soltanto di saperne abbastanza. Per la verità, ogni giorno può essere importante per venire a conoscenza di qualche cosa di nuovo e di rilevante, sopratutto considerando il fatto che il mondo enologico italiano è composto per la gran parte di aziende medio piccole e piccole: magari aziende familiari, anche di tradizioni annose, che producono vini di gran qualità in non più di poche decine di migliaia di bottiglie.

L1130578A questo proposito, ogni tanto passo da alcuni miei amici professionisti (preferisco quelli giovani e curiosi, oltre che – va da sé – appassionati) nel campo della ristorazione e mi faccio volentieri offrire un bicchiere di vino a loro scelta. Tra questi, uno di quelli che riesce sempre a sorprendermi con vini di particolare qualità e di prezzo sempre interessante è Alessandro Gioda, giovane contitolare e curatore di sala e cantina del ristorante Quanto Basta, situato nel cuore del Quadrilatero torinese.

Pochi giorni fa, di ritorno da una delle mie frequenti incursioni nel mercato prodigioso e meraviglioso di Porta Palazzo, sono passato in tarda mattinata a salutare Alessandro e Stefano, in via San Domenico, proprio di fronte al museo di arti orientali MOA. Alessandro, come al solito, mi ha offerto un bicchiere di vino bianco: Langhe Bianco DOC della Cascina Ballarin, località Annunziata di La Morra (Cuneo). L’ho trovato un vino di grande eleganza e di notevole complessità: Alessandro mi ha fornito qualche particolare. Prezzo sotto i dieci euro, produttore piccolo da me sconosciuto (pur di una zona che conosco, o penso di conoscere come le mie tasche: vedi quanto ho scritto sopra….), uvaggio di Nascetta e Chardonnay, poche bottiglie prodotte nella prima annata del 2011. Al mio interesse ha risposto offrendomene una bottiglia: gli ho ribattuto che avrei scritto al produttore chiedendo a lui direttamente una bottiglia.

Ho scritto a Giorgio Viberti chiedendo una bottiglia del suo Langhe Bianco 2011 con lo scopo di farne una valutazione professionale e un articolo conseguente (questo). La bottiglia mi fu gentilmente recapitata proprio presso il Quanto Basta.

L’ho gustata in un paio di giorni, come al solito, bevendone bicchieri con i più vari accompagnamenti ma soprattutto bevendone qualche bicchiere accompagnandolo soltanto con i miei pensieri (il migliore degli accompagnamenti possibili quando un vino mi piace per davvero).

12%vol. di alcol per un vino di colore giallo paglierino abbastanza carico. Naso di eleganza e complessità notevole in cui emergono note di foglia di limone e sentori erbacei di grande armonia. In bocca è un vino secco, molto secco, minerale e un poco spigoloso con acidità non molto spiccata e con grande persistenza soprattutto al palato (meno in gola). Un vino certo non di facile beva, non per quelli che amano le ridondanze di fiori e frutta. Questo millesimo è il primo risultato di un uvaggio composto da 40% di Nascetta e Chardonnay completato, direi in maniera opportuna, dal 20% di Rieseling. La vigna di Nascetta è stata piantata soltanto da circa 4 anni, mentre le altre uve sono raccolte da vigne più vecchie. La produzione non oltrepassa le 2.000 bottiglie vendute, come sopra detto, a un prezzo assai conveniente.

Devo precisare e ribadire che non conosco gli altri prodotti di questa piccola azienda: le notizie che ho ricavato dalla rete e dalle parole di Giorgio Viberti mi informano che si tratta di una realtà produttiva di 7/8 ettari situati tra La Morra e Monforte con quattro etichette di Barolo, Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e due etichette di Langhe Bianco. E’ una vecchia azienda familiare che produce vino fin dal 1928 (Pietro Viberti fu l’avo fondatore) e, come facilmente intuibile, esporta la gran parte della produzione. Mi riservo di fare una visita, peraltro già concordata, in loco e approfondirne la conoscenza (soprattutto per quanto riguarda i Barolo).

Per concludere, io di Nascetta ne ho bevute molte: a cominciare da quella prodotta da Elvio Cogno. Ho parlato e scritto con dovizia di particolari (e entusiasmo) del Marin 2009 di Fontanafredda (50% Nascetta e Rieseling), ebbene, questo Langhe Bianco mi ha davvero entusiasmato e mi conferma che quest’uva da poco riportata agli onori delle tavole, in purezza o in uvaggio (e il Rieseling è a mio parere il compagno ideale),  può diventare importante nella crescita dei prodotti a bacca bianca piemontesi. Personalmente trovo che debba essere bevuta dopo almeno 2/3 anni di invecchiamento e può evolvere anche per qualche anno in più (copiamo pure i maestri francesi, ma con le nostre uve). La mineralità, l’eleganza, la raffinata armonia di sentori erbacei, più che floreali, che esprime il vino spremuto da quest’uva sono straordinari e in prospettiva possono ambire anche a superare i successi che stanno premiando il Timorasso (vino completamente diverso da questo: più morbido, più abboccato, più armonico ma meno elegante e complesso). E dunque prepariamoci a smentire il luogo comune che vuole il Piemonte regione di grandi vini soltanto rossi e offriamo da bere vini bianchi che sappiano essere assai più interessanti della maggioranza di stucchevoli Arneis, Favorita, Cortese (anche se tra questi si può, con qualche difficoltà, trovare qualità).

Salute.

http://www.cascinaballarin.com/

https://www.vincenzoreda.it/boca-2007-di-cascina-montalbano/

https://www.vincenzoreda.it/quanto-basta-per-star-bene-in-via-s-domenico-12b/

L’epopea del Caffè Elena: 2009/2013
Caffè Elena: the times they are a-changin

L1130581Citare il Grande Bob o la compianta Merceds Sosa (Todo Cambia) poco cambia. I tempi, quelli stanno sempre cambiando. In questi giorni di fine giugno ha chiuso il MIO Caffè Elena e ha riaperto un altro Caffè Elena che più non mi appartiene. Per quasi quattro anni questo posto è stato casa mia. Ci ho fatto mostre, presentazioni dei miei libri, ci ho dipinto lo specchio interno e, sopra il tavolo che ho occupato per tanto tempo a tutte le ore del giorno e della sera, ci avevo dipinto il mio murale dedicato a Von Hutten. Pubblicato su L’Espresso (ottobre 2010), ammirato e fotografato da migliaia di persone.

L’hanno cancellato.

Direi che hanno fatto bene: l’avevo dipinto con il Ruché Laccento 2008 di Franco Morando, nel maggio del 2010. Oggi quel posto non mi appartiene più; non mi piace più quel Ruché e men che meno mi piace Franco Morando.

Dunque, giusto così. Verso altri futuri, altri vini, altre persone.

Altri bar.

Nel frattempo, al Caffé Elena ho fatto in tempo a concepire (nella mia immaginazione è già scritto) il mio prossimo libro: “Sul lungomare di Torino“.

Uscirà l’anno prossimo.

Salute.

Cd cover Esagono Wine Notes

https://www.vincenzoreda.it/ascoltiamo-il-barolo-sorseggiando-jazz/

https://www.vincenzoreda.it/wine-notes-by-esagono-al-castello-di-barolo/

https://www.vincenzoreda.it/barolo-art-works-for-cover-jazz-cd-esagono/

Luigi Veronelli

Nicola Silvano se n’era andato nel giugno di quello stesso anno, il 2004.

Gli insondabili meccanismi che regolano le esistenze, l’Esistenza Stessa, decisero che il 29 novembre Luigi Veronelli dovesse abbandonare questo nostro mondo.

E mi ritrovai orfano vero: dopo aver perduto tre anni prima mio padre e pochi mesi avanti Luciano.

Tutti i miei maestri importanti: quelli con cui avevo sempre avuto profonde diversità di vedute e altrettanto profonde coincidenze dissolti nello spazio di un amen.

Nessun santo, fra questi: nemmeno dopo morti.

Fatte salve rarissime eccezioni, non mi piacciono i santi e dei fanti poco o punto mi preoccupo. E i meno santi fra loro, proprio Gino e Nicola Silvano: al funerale di quest’ultimo, cui non partecipai – non amo i funerali, vegliai in solitudine la salma – la chiesa era affollata da almeno quattro o cinque vedove e l’ultima giovanissima….

Ho finito di leggere questo libro – Giunti Editore per Slow Food, 320 pp. per 16,50 €, scritto a quattro mani da Gian Arturo Rota e Nichi Stefi – or ora e sono imbarazzato a scriverne.

Perché è complicato recensire un libro che narra – tenta di narrare, riassumere in fondo – l’esistenza intera di un uomo che ho avuto il privilegio di conoscere e che appartiene alla memoria di molti: in ognuna di quelle memorie uno spiraglio, più o meno ampio, di luce che illumina soltanto una parte di quella persona che visse, con pienezza, l’esistenza irripetibile di Luigi, Gino per gli amici, Veronelli.

Ho riempito il libro di orecchie e di appunti: io sono uno che i libri, quelli che gli servono, li ara, li stropiccia, li annota. Non li rispetta, nel senso formale del termine.

Desideravo entrare nel merito tecnico delle scelte editoriali, delle scelte estetiche; riportare qualche frase, qualche brano memorabile, almeno nelle mie valutazioni.

Al contrario, ho deciso di  risparmiarmi l’esegesi e di citare un bel nulla: il libro è già dolorosa scelta degli autori tra ciò, poco, che viene testimoniato e l’immenso giacimento che resta nell’oblio (si fa per dire, trattando di un uomo che ha lasciato un mare oceano di scritti).

Non mi dovevo piegare a una misera scelta ulteriore, né a un giudizio estetico privo di alcun valore.

Dunque, seguendo il metodo di Veronelli: leggi, mio raro lettore, questo libro. Ci troverai del buono, che tu abbia avuto – com’io l’ebbi per buona ventura – il privilegio di conoscerlo, Veronelli Gino (per gli amici), o meno.

Ci troverai comunque del buono.

E spesso ti soprenderai a interrogarti: non esagerare (con le elucubrazioni) e bevici sopra un vino; qualunque, pur che sia quello giusto.

Salute.

Il mio Gaja Darmagi 1995: etichetta dipinta col vino della bottiglia (senza aprire la bottiglia…)

Nel 1999 chiamai Angelo Gaja, io perfetto sconosciuto alle prese con un signore che non aveva, e continua a non avere, fama di persona facile: volevo dipingere col suo vino e avevo in testa un giochino da fare con le etichette e volevo farlo appunto con un suo vino.

vino 2Tutto subito, il signor Gaja non mi prestò attenzione, poi, a seguito di un mio fax non proprio gentile, si degnò di ricevermi presso la sua azienda in Barbaresco.

Gli esposi il mio progetto e fu subito comprensivo e disponibile, fornendomi sei bottiglie di Darmagi 1995.

Tre le misi a frutto bevendole con grande soddisfazione (bere bene mi ispira, non sia mai che dipinga con un vino che non ho bevuto e goduto! ), una la usai per dipingere  un paio di quadri su carta – secondo il mio solito stile – le altre due furono oggetto del seguente gioco: eliminai le etichette originali, prelevai dalle bottiglie, per tramite di due siringhe con aghi da vacca (lunghi e resistenti, per via del fatto che i sugheri di Gaja sono quelli che sono) infilati contemporaneamente attraverso i forellini della capsula, uno per l’immissione dell’aria e l’altro per il prelievo del liquido, 15/20 cl. di vino (è un’operazione lunga e delicatissima, per realizzare la quale occorrono un paio di accorgimenti che sono, ovviamente, segreti miei).

Con il vino preso da ogni bottiglia ho dipinto l’etichetta e la controetichetta.

Una bottiglia la conserva Angelo Gaja, l’altra fa parte della mia collezione ed è riprodotta a corredo di questo articolo.

Angelo Gaja passa per uomo burbero: con me fu gentile, disponibile, cordiale e anche assai riconoscente.

Mi è d’obbligo però specificare che, pur attestando una certa dignità grafica alle sue etichette, io non farei mai un’etichetta quadrata, non metterei mai più di due o tre elementi (scritte comprese) sull’etichetta, non rinuncerei mai alla controetichetta su cui indicare quanto, niente di più, prescrive la legge.

Mi viene la cacarella quando leggo, in modo particolare su etichette di grandi vini, gli abbinamenti e la temperatura consigliata per la degustazione……

Un’altra bella operazione la feci per conto di Claudio Gori: nel 2000 dipinsi, una per una e con i rispettivi vini,  sei etichette per otto produttori provenienti da tutta Italia per un’asta di beneficenza.

Le bottiglie furono tutte vendute.

Ancora con Claudio Gori facemmo nel 2001 un’operazione che mi è assai cara: Gori assemblò un vino per produrre circa settanta bottiglie, io trovai il nome:Idillio; Enrico Tallone stampò con i suoi preziosi caratteri in piombo le scritte essenziali ai piedi delle etichette che io dipinsi, ovviamente una per una, con lo stesso vino contenuto nelle bottiglie.

L’operazione costituiva il nostro regalo per il matrimonio di una persona cara, sommelier, che usò le bottiglie a mo’ di originale bomboniera.

Devo sottolineare che l’etichetta era rettangolare e naturalmente con i lati in proporzione aurea (il numero d’oro, ricordo, è :1,618).

Io ho in uggia le pretese etichette artistiche, alla stessa stregua delle cosiddette grafiche (stampe litografiche numerate e firmate dall’artista) o multipli, in cui si commissiona un quadro a un artista e poi lo si riproduce semplicemente e si cerca di vendere il tutto come opera d’arte: sgombriamo il campo dalle fesserie e dai mercanti, l’opera d’arte è e dev’essere unica e non riproducibile, alla faccia di Walter Benjamin!

 

Casa del Barolo e Enotavola

La Casa del Barolo fu fondata nel 1974 da due soci che arrivavano da La Morra, fu allestita secondo il pensiero di Gino Veronelli: Federico Teja, uno dei due illuminati langhetti, si abbeverò a quella prodigiosa fonte con umiltà e passione. Pochi anni dopo giunse da Bra un ragazzino che non voleva più fare il meccanico, si chiamava Luigi Molinaro, oggi semplicemente Gigi, una persona ricca di umanità, che mi raccomanda, tra le oltre 800 etichette commercializzate, alcuni tra i rosati che secondo lui sono i migliori della penisola ed è Gigi che mi fa conoscere i suoi due giovani collaboratori: Damiano Blanda e Cristian Termini, entrambi di formazione estranea al mondo del vino, eppure rimasti invischiati in questa tela che non lascia scampo.

Da circa un anno il magazzino di via Perugia, 26 è stato ampliato e trasformato in un posto insolito in cui si può mangiare, bere e comprare vino. Si mangia bene con un giovanissimo e appassionato cuoco, Domenico Paone, che è assai motivato e possiede l’umiltà, rara, di chi vuol crescere. La materia prima è davvero eccellente e  quanto ai vini nulla da dire. Un luogo, arredato con gusto ed eleganza, in cui si può star tranquilli e si è trattati benissimo da giovani ragazzi, tutti provenienti dall’istituto alberghiero, formati come si deve e con la voglia di diventare professionisti seri e capaci. Posto che consiglio senza alcuna remora. E fidatevi di quello che scrivo: è comunque disinteressato.

Per ulteriori notizie:

www.casadelbarolo.com

I topos del vino

So benissimo che premi, oscar, guide, fiere, sagre e tutto quel mondo che oggi anima l’esposizione pubblica del vino serve, e tanto, ad acquisire prestigio, considerazione e dunque prezzi più alti e maggiore e migliore possibilità di commercializzazione per ogni vignaiolo e per i suoi prodotti.

So altrettanto benissimo che il plurale di topos è topoi; ma c’è una regola dell’italiano poco o punto rispettata che non vuole la declinazione per genere e numero delle parole straniere che vengono usate nella nostra lingua nella sua prima acquisizione (non si dice: films, non si dovrebbe dire, e soprattutto scrivere, curricula, fans, ecc…), ma questa è un’altra storia…

Per mio conto i topos del vino sono soltanto due: la cantina e la tavola, tutto il resto è poco sopportabile tappezzeria che a me dà assai noia, pur con la premessa di cui sopra.

Mi infastidiscono le classifiche (su quale base logica un vino, tecnicamente corretto, può essere dichiarato peggiore di un altro della stessa qualità? Secondo quali parametri un produttore, almeno a certi livelli, può essere eletto “il migliore”?….): chiaro che ci si muove in questi ambiti secondo convenienze più o meno commerciali, che purtroppo hanno il loro peso, comunque eccessivo. A me reca noia dovermi occupare di queste faccende che pure accendono l’interesse di eserciti di giornalisti (e tanti di questi meno che mediocri) e dei media che inseguono la notizia eclatante e facile da propinare a un pubblico che ama la superficialità di questi meccanismi.

Ma io non voglio entrare in queste faccende: il vino mi piace berlo a tavola con amici e comunque con persone interessanti e simpatiche; il vino mi piace osservarlo riposare, evolvere e migliorare nel fresco e nelle penombre solinghe delle cantine; e mi piace gustarlo e valutarlo solitario, con calma, con pazienza.

E non mi fido dei premi, degli oscar, dei punteggi, dei prezzi d’incanto. Non mi fido e neanche m’interessano: oltretutto, penso che tutta questa roba lascia il tempo che trova. I produttori, quelli seri, partecipano il meno possibile a queste kermesse e spesse volte lo fanno loro malgrado.

Ma io, ricordo, non faccio testo e non sono nemmeno considerato degno di autorevolezza e di stima: ma so per certo che amo il vino e che ne sono riamato almeno altrettanto.

Animi e paesaggi di…Vini, Alba 1/30 giugno 2013
Wine Notes by Esagono al Castello di Barolo

In occasione dell’annuale Asta del Barolo, organizzata dall’Accademia del Barolo (cui aderiscono 14 tra i migliori produttori di questo straordinario vino), il gruppo jazz-rock Esagono di Torino ha presentato in anteprima sei dei dieci brani contenuti nel nuovo disco, appena registrato e in uscita a fine mese: Wine Notes. Sono tutti brani originali ispirati ai migliori cru del Barolo, cui il lavoro è dedicato, composti dal musicista (tastierista) Marco Cimino. A Barolo l’Esagono ha eseguito: Cannubi, Lazzarito, Brunate, Ginestra, Sperss e Annunziata.

Inutile sottolineare il grande apprezzamento mostrato dal pubblico: pubblico di produttori, giornalisti, comunicatori, appassionati del mondo del vino.

Un grazie particolare alla famiglia Gagliardo che ha voluto questo concerto (ricordo che l’immagine sul CD è tratta da un mio quadro dipinto con il Barolo Gianni Gagliardo 2009 e che la copertina della brochure è tratta da un altro quadro, questo dipinto con il Barolo Sarmassa 2008 dei Marchesi di Barolo).

Il prossimo appuntamento è previsto il 4 luglio prossimo nelle cantine di Gianni Gagliardo a La Morra.

Preve 2007 by Gianni Gagliardo for Taiwan

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In formato 35×50 cm (circa) questo lavoro complesso (complesso perché il vino in certe linee si presenta in leggero rilievo e questa tecnica è un mio esperimento esclusivo che forse meriterebbe un brevetto) mi è stato richiesto per un omaggio di matrimonio in un paese lontano: Taiwan.

Mi pare etico non fornire dettagli ulteriori.

Ma il lavoro m’è venuto bene assai e ne sono soddisfatto (dopo oltre una settimana di lavoro).

Di Vino e d’altro ancora, Vincenzo Reda

 

 

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Boca 2007 di Cascina Montalbano

Alessandro Gioda e Andrea Zoggia hanno alcune cose in comune: sono giovani (poco più che ventenni), entrambi hanno frequentato l’alberghiero Norberto Bobbio di Carignano e entrambi L1130433sono in qualche modo legati a Stefano Fanti, insegnante dell’Istituto di Carignano e chef del Ristorante del Circolo dei Lettori (chissà quando la meritatissima stella Michelin…). E sono entrambi due grandi promesse come professionisti del vino: di quelli che in maniera riduttiva sono chiamati sommelier. Li divide un fatto importante: il primo ha realizzato il sogno di lavorare nel proprio ristorante (Quanto Basta, nel Quadrilatero Romano a Torino), mentre Andrea sogna ancora di aprire un proprio locale dove insegnare i vini che ama soprattutto ai giovani suoi coetanei.

Sia Alessandro sia Andrea sono appassionati di vini soprattutto piemontesi, amano i piccoli produttori e sanno proporre vini mai banali. Di Alessandro ho parlato spesse volte su questo sito, trattando soprattutto del suo delizioso ristorante Quanto Basta; di Andrea, invece, pur scrivendo tante volte del ristorante del Circolo dei Lettori (tra i miei preferiti e senza dubbio tra i cinque/sei migliori locali di Torino), non mi sono mai occupato, dando sempre la precedenza al mio amico chef Stefano Fanti.

Invece, stavolta, dopo aver gustato una magnifica bottiglia di Boca 2007 della Cascina Montalbano di Alessandro Cancelliere propostami proprio da Andrea Zoggia, mi devo preoccupare di scrivere a proposito di questo giovane (24 anni) e promettentissimo sommelier, meglio: Ganimede, coppiere degli dei.

Andrea ama il vino, lo sceglie, lo acquista (Stefano gli ha dato carta bianca) e lo propone ai suoi clienti; nella sua carta soltanto etichette piemontesi, pare ovvio. Ma che scelta, e soprattutto che scelta di piccoli e straordinari vini e produttori. Ricordo un Bramaterra 2005 bevuto con Stefano Gagliardo (uno che produce il Preve, Barolo straordinario: 2.000 bottiglie fuori di ogni guida…). E questo Boca, 1.500 bottiglie (prima annata di un minuscolo produttore che promette benissimo): 14% vol. per un classico uvaggio Nebbiolo (70%) e Vespolina (30%), con sentori di frutta rossa che lasciano, avendo la pazienza di aspettare, il posto a sensazioni di tabacco, caffè e pepe nero. Sono tutti da scoprire questi vini del Piemonte nord-orientale a base Nebbiolo con aggiunte di Vespolina, Bonarda e Uva Rara (Bonarda novarese). A partire dal Carema, per proseguire con il conosciuto Gattinara e poi svariare su vini che sono piccoli (ma soltanto come produzione) e pochissimo frequentati: Fara, Lessona, Bramaterra, Spanna (Colli Novaresi, dove Spanna è il nome locale del Nebbiolo), Boca. Sono vini eleganti, minerali, di gran corpo, contraddistinti da grande complessità olfattiva e gustativa, tutti di lunghissima persistenza. Vini che in qualche modo, a parte la primogenitura indelebile del Nebbiolo, hanno qualcosa che riporta ai vini rossi dell’Etna.

Vini da conoscere e da frequentare con l’aiuto di giovani appassionati professionisti come Andrea Zoggia: andate a trovarlo al ristorante del Circolo dei Lettori di Torino (dentro lo storico Palazzo Graneri della Roccia, fine Seicento) e fatevi consigliare un vino da accompagnare alle sempre eccellenti proposte cucinarie di Stefano Fanti. Sono certo che poi mi ringrazierete!

Località Montalbano, 3
BOCA (NO)Telefono:+39.329.1563332Email: alecance@gmail.com

Un poco di Torino ieri e oggi

Di Alessandro Antonelli (Ghemme, 1798-1888) è celeberrima la Mole, ma questa figura di archistar (neologismo terrificante) ante litteram di opere ne fece tante altre a Torino, Novara e in giro per l’Italia. Una delle meno famose è quella che a Torino è nota come Fetta di polenta. Si trova all’angolo tra via S. Giulia e corso S. Maurizio. In verità il suo nome reale è Casa Scaccabarozzi, essendo Francesca Scaccabarozzi, una nobildonna cremonese, moglie dell’Antonelli con cui abitò per qualche anno quella casa in cui nessuno voleva stare per paura che potesse crollare, data la sua forma quantomeno stramba. In realtà la costruzione è solidissima e resistette intatta  a varie calamità che colpirono la zona di Vanchiglia. Fu edificata nel 1840, ma l’ultimo piano è del 1880. La vulgata sostiene che vi abitò nel 1859 Niccolò Tommaseo ma la questione è tutt’altro che certa.

Tutt’altra storia per la metropolitana: di fatto (ma ufficialmente non si potrebbe dire) la Fiat ne permise la  realizzazione soltanto dopo il suo abbandono della Città. Pare strano ma è proprio così. La metropolitana venne inaugurata alla fine del 2005, poco tempo prima delle Olimpiadi Invernali che si svolsero a Torino nel 2006.

E fu un fatto epocale.

La nostra metropolitana è per davvero bellissima, in tutti i sensi. E anche comoda: siamo arrivati per ultimi ma s’è fatto un gran bel lavoro.

Serralunga d’Alba e i Barolo di Giacomo Anselma

Ripetere che per me Serralunga d’Alba con il suo straordinario castello e i suoi 600 abitanti scarsi sia il più bel borgo di Langa è tautologico, ma queste immagini riprese in una strana giornata di inizio giugno forse aiutano a spiegare la mia convinzione.

E poi ci sono i Barolo di Serralunga. E tra questi i miei preferiti: quelli che Franco e Maria Anselma producono da cru magnifici come Vigna Rionda e Collaretto. Azienda di piccole ma gloriose dimensioni (20.000 bottiglie, quasi tutte destinate ai mercati esteri), mette i suoi Barolo sul mercato uno o due anni dopo di quando prescrive il disciplinare. E sono tra i migliori Barolo che si possono trovare. E a prezzi di assoluta convenienza.

Sono pronti (ma li avevo gustati al recente Vinitaly, vedi articolo) i millesimi 2008 per il Collaretto e lo strepitoso 2007 Vigna Rionda Riserva. Barolo di colore più carico e di struttura più consistente rispetto a quelli di Barolo e La Morra. Hanno 14,5 e 15%vol. che al naso non si percepiscono e hanno una complessità olfattiva e gustativa fuori del comune.

Arrivando a Serralunga, la cantina di Anselma si trova sulla piazza Cappellano, sotto il ristorante e albergo Italia, di famiglia. E sia i vini sia il ristorante sono un mio convinto consiglio. Insieme a una passeggiata circolare per arrivare al castello e al suo panorama mozzafiato.