Archive for Settembre, 2013
Quanto contano le guide…..

Queste immagini sono state riprese presso l’Enoteca Damarco, in piazza della Repubblica (Porta Palazzo) a Torino. Damarco è forse la migliore enoteca di Torino, soprattutto per quanto riguarda il numero di etichette (800/1000) e i prezzi migliori.

Ecco come usano i famosi bicchieri del Gambero Rosso! E poi dice: ma le guide ormai non servono più. E invece servono, servono….Accidenti se servono. E questi qui lo sanno bene.

La cucina secondo me
Beragna 2011, Rossese di Ka* Manciné

L1150361Avevo bevuto il Rossese Beragna 2011 oltre un anno fa, in bottiglia da 3/4 mesi. Vino che assai mi era piaciuto (vedi link qui sotto), insieme al suo fratello maggiore Galae, sempre della piccola cantina Ka*Manciné. Oggi, domenica 13 ottobre 2013, decido di aprire la bottiglia che avevo tenuto da parte (ne ho anche un’altra di Galae 2011 che spero d’invecchiare ancora per qualche mese) e l’occasione mi è fornita da un pranzo basato su pasta e sarde e tranci di tonnetto fresco alla griglia per i quali il Rossese mi pare un ottimo accompagnamento.

Importante, per i tranci di tonno alla griglia, che questi siano stati tenuti in vino bianco per qualche ora e che la cottura alla griglia sia curata con lo stesso metodo della fiorentina: tutto ciò affinché il tonno non diventi stopposo e immangiabile. Poi olio, sale e rosmarino tritato: una delizia (ideale un tonnetto fresco di non oltre un paio di chili).

Il Beragna 2011 mi ha confermato tutte le sue belle caratteristiche che avevo posto in evidenza nel mio articolo (pubblicato sia su Horeca Magazine, sia sul mio ultimo libro Di vino e d’altro ancora), con una sorpresa ulteriore: una nota fresca, erbacea che ricorda vagamente il Cabernet Sauvignon più tipico. Naturalmente assai più delicata. Il Rossese, quando è invecchiato di almeno 2/3 anni diventa per davvero un vino di notevole complessità in un contesto di peculiarità unica.

Nell’immagine qui accanto ho tenuto a comprendere un’ottimo olio ligure e il sale himalaiano che non manca mai sul mio tavolo.

https://www.vincenzoreda.it/kamancine-anteprima-articolo-rossese-per-horeca/

I vini di Bava

Bava è un’antica famiglia ancor prima che una storica cantina piemontese. Fin dal 1600 presenti sul territorio come agricoltori e produttori di vino, fondarono la loro cantina nel 1911 a Cocconato, paese del Monferrato sulle colline mioceniche tra l’astigiano e il torinese.

Bava è uno di quei casi esemplari che attestano la poca attendibilità delle guide vinifere: i vini di questo produttore godono di un loro quasi totale disinteresse, e c’è un motivo preciso: da queste parti non ci si è mai prestati ai giochini non troppo etici di molti editori (non tutti, intendiamoci) di guide: “Tu mi dai, io ti do“…

E in ogni caso da queste parti le loro oltre 500.000 bottiglie le vendono sempre tutte, senza bisogno che le guide ne parlino e le infarciscano di stelle, bicchieri, grappoli e novantanovesimi troppo spesso elargiti secondo parametri da cui la qualità latita quasi facendosene vanto.

Conosco i Bava, e soprattutto Roberto (dei tre fratelli il manager, essendo gli altri due, Giulio e Paolo, enologi che lavorano con la consulenza di Donato Lanati), da molti anni; per un verso o per l’altro, pur avendo diverse volte bevuto i loro vini, non me ne sono mai occupato con intenti professionali. Fino a oggi.

I vigneti di Bava sono ubicati intorno alla storica sede di Cocconato (Barbera, Albarossa e uve a bacca bianca), a Agliano (Barbera e Grignolino) e Castiglione Falletto (Nebbiolo e Dolcetto d’Alba). Sono un totale di 55 Ha, di cui 5 occupano, con annessa cascina, il Cru Scarrone a Castiglione Falletto.

Ho bevuto e valutato otto dei loro prodotti: RelaisBlanc 2012 (Sauvignon) e Albarossa 2010 in cantina; Stradivario 2007, Barolo 2008, Libera 2011, Grignolino 2012, Malvasia 2012 e ThouBlanc 2012.

Dei due vini bevuti in cantina, mi ha colpito l’Albarossa: è un incrocio tra uve Barbera e Nebbiolo realizzato nel 1938 dal prof. Giovanni Dalmasso. Un vino dal colore intenso e dai profumi fruttati che in bocca esalta i tannini intensi del Nebbiolo ma più morbidi della Barbera: una bella proposta, senza dubbio. Il Sauvignon qui ha dimenticato i suoi troppo famosi profumi di “pipì di gatto” per diventare un vino sempre di buona acidità ma più morbido.

Delle sei bottiglie bevute, con molta calma, a casa mia, prima dei tre su cui mi soffermerò con più cura (Libera, Barolo e Stradivario), devo puntualizzare che mi ha colpito il Grignolino che arriva da Agliano. Ho dei ricordi adolescenti dei vini di Agliano: con mio padre andavamo da Durio, negli anni Settanta, a comprare il vino. Erano vini potenti, dal colore intensissimo, che sapevano di succo d’uva e che talvolta erano leggermente mossi (Grignolino compreso)! Questo di Bava offre uno straordinario e unico profumo di pepe accoppiato al tipico sentore di rosa appassita. Anche il colore è leggermente più carico del normale. 12%vol., ne producono soltanto 3.500 bottiglie (più o meno 12€ a scaffale), purtroppo. Anche lo Chardonnay è un vino piuttosto tipico, con profumi meno invasivi di quelli tipici del vitigno: più floreale e meno fruttato. 20/25.000 bottiglie, 12,5% vol. e circa 10€. La Malvasia di Castelnuovo Don Bosco è un vino dolce e leggermente frizzante di 5,5% vol. che ricorda molto il raro Cari: il famoso “Vino ciularino” di Cavour. Grande piacevolezza, da bere fresco nei pomeriggi d’estate…prima d’infrattarsi a cercare altre piacevolezze cavouriane!

Il Libera è una Barbera di Agliano: 40.000 bottiglie per un prezzo indicativo di 12/13€. Colore rubino carico, note di prugna e ciliegia per una bocca morbida e una lunga persistenza con tenore alcolico non troppo elevato di 13,5% vol., che di questi tempi costituisce un bel pregio.

Con il Barolo 2008 andiamo verso i piani alti. 15.000 bottiglie prodotte nelle vigne di Castiglione Falletto, per un prezzo intorno ai 30€. Barolo dal colore leggermente più carico del normale, con una nota eccezionale di pepe nero (che io assai gradisco) al naso, oltre ai classici sentori di frutta rossa matura. In bocca i tannini sono morbidi e spicca un’eleganza sorprendente per un Barolo ancora giovane. L’alcol si ferma ai 14%vol. per un vino di indubbia classe.

Con lo Stradivario 2007 si arriva all’apice. Pochissime Barbera ho bevute a questo livello. Le uve sono quelle del Bricco della Pieve di Cocconato, con vigna esposta a Sud. Questa Barbera Superiore viene prodotta soltanto quando il millesimo lo permette. Questo 2007 è notevole per davvero: colore rubino carico con lievi riflessi più caldi. Al naso s’impone un profumo di confettura di frutta rossa che inebria, con sfumature lievemente speziate e note di cioccolato. Al palato è un vino armonioso, morbido, largo che rimane a lungo sia in bocca sia in gola. Ne producono 12/15.000 bottiglie con 13,5%vol.: qui il prezzo, come pare giusto, s’inerpica oltre i 30€, ma sono soldi ben spesi.

Per concludere, due puntualizzazioni importanti. La prima: i Bava, a cominciare dal padre Piero, sono attentissimi al rispetto, quello autentico, dell’ambiente. Filari inerbiti, concimazione naturale anche con l’utilizzo delle biomasse, poca solforosa, trattamenti classici e ridotti al minimo, tappi di sughero, utilizzo di vetro e cartone riciclato. E ancora, impianti fotovoltaici e raccolta delle acque piovane con riutilizzo in vigna e cantina.

La seconda: finalmente una cantina che tratta il make-up delle bottiglie con attenzione:  sono rivestite con rara eleganza e molta attenzione alla comunicazione. Mica poco, anche ricordando che qui c’è grande sensibilità per l’arte (musica soprattutto, che con il vino ben s’accompagna).

http://www.bava.com/it/

Jared Diamond: Il Mondo fino a ieri

J. diamondDi Jared Diamond ho letto (e su questo sito scritto, vedi link qui sotto) Armi, acciaio e malattie e Collasso: due libri che considero fondamentali nella mia cultura. Oggi sto finendo di leggere questo suo ultimo, preziosissimo lavoro – titolo originale: The world until Yesterday – What Can We Learn from Traditional Societies? 2012 – appena pubblicato nei Saggi Einaudi (504 pp., 29,00€, cartonato con sovracopertina).

E’ un libro di grandissimo interesse e attualità: cosa possiamo imparare, noi uomini moderni e occidentali, dagli usi e costumi di bande di cacciatori-raccoglitori e allevatori-agricoltori che definiamo primitivi?

Come allevano i bambini i !Kung san del deserto del Kalahari; il rapporto con i vecchi di Dani e Asmat della Nuova Guinea; le malattie, la violenza, la guerra delle tribù amazzoniche Yanomami e Xingu; il cibo, la religione, l’organizzazione degli allevatori Nuer del Sudan, degli Inuit artici dei pigmei Agta e Aka…. Sempre messi in rapporto con le nostre J.D.consuetudini, leggi, norme, schemi comportamentali.

E’ un libro straordinario che apre gli occhi anche di chi, come me, frequenta da decenni antropologia, etnologia, storia. L’approccio moderno di nuove discipline come psicologia evoluzionistica, paleobotanica, antropoolgia culturale, paleolinguistica permette di vedere sotto una luce completamente nuova le relazioni di comportamenti e abitudini tra genti distanti tra loro migliaia di chilometri, secoli, millenni, e che oltretutto insistono su ambienti dieversissimi. Diamond ricorda che i comportamenti di cacciatori-raccoglitori hanno cominciato a evolvere 11.000 anni fa con la scoperta di agricoltura e allevamento che hanno dato origine alle prime chefferies (nuclei tribali allargati in cui un capo riconosciuto unisce sotto la sua figura ogni tipo di potere) e che, circa 5.500, anni fa queste si sono evolute nei primi stati organizzati con l’invenzione della scrittura. Questo significa che per centinaia di migliaia d’anni l’Uomo si è comportato secondo modelli che oggi definiamo primitivi, ma che sono in qualche modo ancora validi.

Non soltanto: usi e costumi che a noi paiono appartenerci da sempre hanno una storia incredibilmente breve. Per fare alcuni esempi: da un paio di secoli (con l’Illuminismo) soltanto il nostro approccio verso le malattie è diventato diverso da quello dei “primitivi”; prima di Galileo Galilei non esisteva la scienza empirica; prima di Linneo non si parlava di classificazione sistematica e prima di Watson e Crick (anni Cinquanta del XX secolo) il DNA non si sapeva cosa fosse…

Per concludere: il libro si legge con estrema facilità perché è scritto in maniera semplice e comprensibile a tutti quelli dotati di un minimo di cultura: come al solito gli anglosassoni hanno una tradizione divulgativa che da noi è sconosciuta. Ma questo è tutt’altro discorso…..

https://www.vincenzoreda.it/j-diamond-letture-che-servono/

Marcia Theophilo e la sua Amazzonia al Circolo dei Lettori

Marcia Theophilo è una poetessa brasiliana (nata a Fortaleza nel 1941) che vive in Italia dal 1971 e laureata in Antropologia a Roma. Ha avuto un’intensa frequentazione con il poeta Rafael Alberti.

Ispirata dalla nonna paterna Yanoà, la sua opera poetica è per intero dedicata all’Amazzonia, ai suoi colori, alle sue creature, ai suoi suoni: sentire questi versi in quella lingua particolare che è il portoghese che si parla in Brasile è come sentire il canto della foresta amazzonica.

Marcia è, oltretutto, una straordinaria interprete dei suoi versi (mi ha confessato che è stato proprio Rafel Alberti a insegnarle come proporsi al pubblico).

Con l’Editore Tallone di Alpignano ha pubblicato Kupahuba, l’albero dello Spirito Santo e Boto, il delfino rosa.

Al Circolo dei lettori di Torino ha tenuto un reading indimenticabile, apprezzatissimo da un pubblico assai numeroso e attento.

https://www.vincenzoreda.it/tallone-al-musli/

L’InNno di Gianna Nannini a Eataly Torino

Gianna Nannini l’avevo conosciuta alla fine del suo concerto a Barolo, nel luglio scorso, in occasione di Collisioni 2013. Eravamo sulla magnifica terrazza Borgogno, ospiti di  Oscar Farinetti, sempre più, a suo modo, vulcanico e geniale

Avevo avuta l’occasione di bere i suoi vini: il Baccano e il Chiostro di Venere, niente male tutto sommato (vedi link qui sotto).

Mi aveva fatto una buona impressione: innanzi tutto un’ottima bevitrice (e di notevoli capacità in termini quantitative), e poi una persona aperta, franca, di modi semplici e di facile approccio.

A Eataly, Sala dei 200 gremitissima di un pubblico appassionato e entusiasta, quelle impressioni sono state confermate appieno.

L’InNno 2011 è un Sangiovese in purezza, frutto dell’assemblaggio di due cru differenti, e per suolo e per età delle vigne. Figlio di Renzo Cotarella, prodotto nella tenuta senese di Certosa di Belriguardo, è un Sangiovese beverino, di facile approccio e di non eccessiva complessità, pur se il vino proposto aveva soltanto 15 giorni di imbottigliamento (ne farò una valutazione più seria tra qualche tempo). Se ne producono 15.000 bottiglie per un – ottimo – prezzo a scaffale a poco meno di 10€.

Oscar Farinetti l’ha voluto nella sua particolare scuderia sotto il marchio di Vinolibero: ovvero, filosofia commerciale di vini ottenuti da vigne coltivate con metodo biologico e vinificati usando con molta parsimonia la SO2.

Auguri.

http://www.certosadibelriguardo.com/

https://www.vincenzoreda.it/terrazza-borgogno-collisioni-2013/

Il Rosato di Vincenzo

Questo rosato lo avevo bevuto domenica scorsa a Casa Buffetto in quel di San Damiano d’Asti (vedi link qui sotto) e mi era piaciuto, pur se mi pareva che avesse un residuo zuccherino leggermente elevato per i miei gusti. Ma, come sono solito dire, le valutazioni professionali di un vino esigono calma, concentrazione, silenzio e nessuna distrazione sensoriale: odori, sapori, suoni, visioni…

E dunque me ne sono portato a casa una bottiglia.

L’ho messa al fresco e mi sono fatto preparare un piatto particolare: petti di pollo al masala (curry) con peperoni, ulteriormente reso piccante da un paio di peperoncini freschi aggiunti a crudo.

L’ho aperta una ventina di minuti prima di cena, anche perché prendesse un poco di temperatura (8/10°).

Questo rosato è il primo esperimento del mio amico Vincenzo Munì: millesimo 2011 e vitigno Nebbiolo vinificato quasi in bianco, con pochissime ore sulle bucce prima dello svinamento. Poi soltanto acciaio.

Dunque: il colore è un tenue rosato che ricorda la buccia di una cipolla bianca, rosato leggerissimo con riflessi caldi giallo-arancioni. I profumi sono lievi di fragola e pesca con un leggero speziato che si apprezza con calma. Al palato quella che mi sembrava una nota abboccata è soltanto dovuta alla scarsissima acidità e alla quasi totale assenza di tannini, che infatti s’intuiscono più che sentirsi. Lascia la bocca piena ma pulita, con sensazioni di delicata complessità e un finale secco che, soprattutto in gola, permane a lungo. Come a dire e ribadire: ragazzi, qui si tratta comunque di Nebbiolo, mica uvettine qualsiasi! Sono 13% vol. di alcol che non si sentono per una produzione di qualche centinaio di bottiglie.

In conclusione: se domenica pensavo che questo primo esperimento dovesse evolvere in qualcosa di più complesso (vedi il magnifico rosato da Nebbiolo di Brezza), oggi sono convinto che invece è giusto insistere in questa direzione: levità, delicatezza, scarsa acidità per un rosato che può diventare una vera chicca anche per il mercato, oltre che per i pochi fortunati amici come noi. E magari avere un discendente diretto con le bollicine a metodo classico…

I vini di Vincenzo Munì, come sempre, possono piacere o meno ma sono sempre non banali come, del resto, la Barbera spremuta dalle uve della stessa tenuta: una Barbera secca, franca, pulita che è lontana parsec da certi omologati gusti internazionali e dalle banalizzazioni barriquiste.

Ma un piccolo appunto devo farlo: le etichette! Non sono brutte, per carità; ma semplicemente non sanno di vino, non raccontano il vino. Starebbero benissimo sopra una scatola di dolci, di cioccolata…

Comunque, Vincenzo, avanti così!

https://www.vincenzoreda.it/casa-buffetto-con-vincenzo-muni/

Scaglie di Gianni Gagliardo

Scaglie“…Io sono uno dei tanti uomini cresciuti nel proprio tempo, plasmati in un impasto di rabbia, ambizione, sogni, vergogna, volontà, modellati da una società che premia le condizioni economiche e sociali più di ogni altra risorsa, ma sono molto felice di essere un povero ragazzo di campagna e per sempre voglio essere io, oltre le maschere che a ciascuno di noi tocca indossare.

Mi spio, mi giudico, mi sgrido e mi giustifico come farei con un figlio, mi accade spesso di considerarmi mediocre rispetto alla professione, alla famiglia, alla società. Non m’interessa brillare ma essere gradito.

Mi chiedo perché mi vergogno ad indossare le cose griffate, anche se so che la gente come me ha fatto il gioco delle griffes, dei locali notturni esclusivi, delle vacanze esotiche, delle grandi auto acquistate in leasing e forse anche delle aziende come la nostra: la gente come me, che magari andava a scuola con i vestiti rammendati, che nel ’68 voleva cambiare il mondo e che solo vent’anni dopo si è specchiata nell’oltranza dello yuppismo….”.

Non sono solito interrompere le mie letture “professionali”, pur impegnative come l’ultimo eccellente saggio antropologico di Jared Diamond. Però avevo da dare un’occhiata a questo libro donatomi da Gianni Gagliardo e pensavo di farne una rapidissima lettura redazionale. Il libro, se non altro, si presentava ben fatto dal punto di vista tecnico. Edito da Editrice Artistica Piemontese (Savigliano) nel 2002: 159 pagine di carta patinata opaca da circa 135 gr., bella scelta di carattere tipo Times e corpo 14 con interlinea di buon respiro; sovraccoperta plastificata con grafica elegante e un cartonato con sguardie e capitello come si deve. Formato classico 15×21 per 14,40 € di prezzo.

Ovvio che avevo qualche dubbio sul contenuto: di solito i libri autobiografici scritti da non professionisti non sono quasi mai una lettura stimolante. Ma comunque mi sarei applicato, se non altro per rispetto ai grandi vini che produce Gianni Gagliardo e all’amicizia, oltre alla stima professionale, che mi lega a Stefano, suo primogenito.

E invece ci ho speso una delle mie notti insonni e l’ho letto con interesse tutto d’un fiato. La scrittura è semplice e diretta ma con l’uso di una lingua corretta che non mostra sforzi fuori luogo di tipo letterario o poetico: una bella storia che testimonia di tempi e di luoghi oggi lontani. E racconta una vita di quelle dense, pregnanti: per certo non vissuta con leggerezza, non subita.

“…Gagliardo, giustappunto, appartiene all’ultima generazione che abbia assistito alla transizione neocapitalistica (il 1955 a far da spartiacque) potendo raccontare la sparizione di una vita durata intatta per secoli. E la sua ricostruzione ha proprio questo di buono: la capacità di fissare con occhi asciutti un modello al tramonto.

Come tutti coloro che sanno andare lontano, è stata la lontananza a dettare il ritorno della memoria, a sollecitare l’urgenza di recuperare le radici che nessuna diaspora potrà mai estirpare (del resto solo chi parte può ritrovarsi). Il Gagliardo commerciante che nelle more dei suoi viaggi d’affari, nella sospensione dei voli da un luogo all’altro del globo, sente il pungolo di un esame di vita, di un bilancio d’esistenza, il desiderio di seminare le sue file di biro o i file del suo pc in andirivieni adulti assai più gioiosi di quelli compiuti da bambino col padre e la vaccherella Cita nel ripido podere di Monticello.”

Le parole qui sopra sono tratte dalla bella introduzione di Giovanni Tesio e mi sembrano esemplari.

Così come mi pare opportuno, invitando i miei lettori a cercare il libro – non so se sia ancora reperibile, ma credo che rivolgendosi alla casa editrice o direttamente all’autore la faccenda possa essere risolta – di riportare la conclusione di un mio scritto pubblicato su Quisquilie & Pinzillacchere (Graphot, Torino 2010). Il pezzo è  leggibile per intero sul mio sito (vedi link): Gianni e io, pur con la differenza di qualche anno a mio favore, apparteniamo alla stessa generazione. Quella che io ho imparato a definire: “La Generazione Fortunata”.

“Ma non ho neanche un dubbio, oggi ancora di più: la mia è stata la generazione più fortunata; non abbiamo subito le guerre, non abbiamo sofferto la fame, abbiamo potuto confrontare il quasi nulla col quasi tutto, il poco e il troppo: ieri col telefono a disco e lucchetto, oggi col palmare anche al cesso. Abbiamo avuto la fortuna di passare dal ciuccio e dalla vacca al motorino e all’auto; e poi dall’auto alla bicicletta…  Abbiamo vissuto il Sogno nell’età più bella: abbiamo potuto apprezzare quanto belli sono i sogni quando i sogni svaniscono e hai l’età giusta per poter capire tutto questo.   Sinceramente: penso che nessun’altra generazione – per certo non i nostri padri e non i nostri figli, purtroppo – nel corso della storia sia stata più fortunata della nostra, comunque vada a finire.”.

https://www.vincenzoreda.it/la-generazione-fortunata/

Casa Buffetto con Vincenzo Munì

In una giornata fredda e piovosa di metà settembre, accetto l’invito dell’amico Vincenzo Munì: dovrei fare la conoscenza di un’azienda di cui è consulente, nei dintorni di San Damiano d’Asti, paese che mi evoca sempre ricordi fastidiosi.

Sorpresa: l’azienda è in verità una magnifica proprietà privata circondata da un paio di ettari di viti Nebbiolo e Barbera e posta sopra un poggio in posizione panoramica sulle campagne circostanti, ripiene di campi di mais, boschi, vigne. Si chiama Casa Buffetto e non entro in dettagli che conosco poco ma di cui parlerò in seguito, con maggior cura e approfondimento.

L’occasione è un pranzo offerto dalla padrona di casa per una sua particolare ricorrenza.

Gli invitati sono una cinquantina, tutte persone di notevole interesse con alcune scoperte e riscoperte di rilievo. Inutile dire che il cibo e soprattutto i vini erano all’altezza della situazione: i vini di Vincenzo sono sempre come si deve, con particolare segnalazione per un Nebbiolo 2011 rosato di cui tratterò a parte.

Ho passato un bella domenica, lontano dai miei consumati ritmi e riti che sempre meno riesco a tralasciare.

Grazie, Vincenzo. E, per saperne di più, consiglio i link qui sotto.

http://www.vincenzomuni.it/index.html

http://www.geaviticoltura.it/sito/

 

 

 

 

E’ Cannubi, bellezza!

Cannubi, tra i migliori (se non il migliore) cru di Barolo. Queste sono le uve Nebbiolo a metà settembre: una meraviglia!

Francesco Colletta

https://www.vincenzoreda.it/residence-mattinatella/

Del mio amico Francesco Colletta, archeologo, subacqueo e speleologolo ho ampiamente già trattato (vedi link qui sopra). Anche quest’anno sono stato con mia moglie suo ospite nel residence Mattinatella di sua proprietà. E, come sempre, siamo stati benissimo in un posto che è sempre eccezionale e in compagnia di una persona colta, sensibile e legata come poche altre alla sua terra.

La novità è rappresentata da fatto che forse ci sono finalmente le condizioni per portare alla luce i resti di una villa romana dei primissimi secoli della nostra era. Francesco la scoprì qualche anno fa da qualche parte sotto gli oliveti della piana pleistocenica di Mattinatella. In un assaggio di scavo ne mise in luce un mosaico notevole. Ricoprì il tutto, segnalando la faccenda alla Soprintendenza locale, in attesa di una ricerca autorizzata che permettesse uno scavo secondo i crismi archeologici più seri.

Ne tratterò al momento opportuno, invocando i buoni auspici del nostro comune Maestro Dauno: il compianto Nicola Silvano Borrelli. Che iddio, o chi per lui, l’abbia in gloria.

Da Vittorio in Sila

Vittorio, mio zio paterno, è rimasto sui terreni aviti a testimoniare della storia della mia famiglia. Parlo di Rovale, frazione sotto il comune di San Giovanni in Fiore (il paese italiano più popoloso oltre i 1.000 mslm), paese legato a Gioacchino da Fiore: senza di lui, forse, non sarebbe stata possibile la vicenda straordinaria di Francesco d’Assisi. Per inciso, Gioacchino da Fiore morì in località Canale, a Pietrafitta dove io sono nato.

Rovale si trova a circa 1.400 mslm, quasi sulle rive del bacino artificiale del Lago d’Arvo, il più bello dei laghi silani voluti da Mussolini negli anni Trenta. A due passi da Lorica, splendida località turistica silana, tra gli endemici pini larici dal fusto drittissimo e altissimo che per secoli vennero tagliati e utilizzati come alberi delle navi a vela di tutto il mediterraneo (i 3 pennoni di Piazza S. Marco, davanti alla Basilica Veneziana, sono pini larici silani).

Vittorio ha trasformato la casa del nonno in un bell’agriturismo con diversi appartamentini e ristorante e nel terreno in cui il nonno Vincenzo coltivava le patate ha aperto un piccolo ristoro dove si cucina alla brace e si beve il suo straordinario vino: uve siciliane Nero d’Avola e altre a bacca bianca soltanto spremute e fermentate naturalmente non filtrate, non chiarificate e, soprattutto, senza solfiti aggiunti. Per due giorni ho giocato a carte, mangiato, sparato fesserie e bevuto senza soluzione di continuità per ore e ore (tanti, proprio tanti litri) e mai un po’ di mal di testa o la sensazione di averne bevuto troppo…

E poi, regalo inaspettato e straordinario, la cugina Trisa, figlia della grande za ‘Ntonetta (sorella di nonno Vincenzo e scomparsa pochi anni fa quasi centenaria), mi ha fatto mangiare, dopo quasi cinquanta anni, la Cuccìa, una specialità tipica calabrese di montagna: carne di maiale grassa con grano, formidabile!

Il mio unico cruccio è che queste terre, le mie, le frequento con troppa parsimonia, ahimè.

Monte Sant’Angelo (Gargano, Foggia)

Mi sento cittadino del mondo, da emigrato quale in fondo sono. Certo, Torino è la mia città e tra i pini larici della Sila mi sento a casa. Ma c’è un paese che amo sopra ogni altro. Ne amo le mille sfumature di bianco i cieli cobalto i lucidi tufi delle scalinate infinite le schiere medievali di casette tutte eguali i fregi barocchi.

Il locale di Gegè Mangano ospita una mia mostra permanente e diverse volte ho esposto in questo paese.

Mi piacerebbe, un giorno, esserne cittadino onorario. Se non altro per sapere ricambiata la mia passione.

Chissà mai….

S. Giovanni Rotondo: Padre Pio

Non c’è niente da fare, è una questione più forte della mia volontà e della mia formazione profondamente laica: ogni anno devo recarmi a S. Giovanni Rotondo in pellegrinaggio presso la magnifica cattedrale di Renzo Piano in cui riposano le spoglie di Padre Pio, San Pio.

Non sono cattolico per quanto attiene alla fede, lo sono per tradizione: difficile da spiegare in poche parole. Ma questa sorta di devozione verso il Frate Cappuccino è qualcosa che prescinde da tali considerazioni: è una faccenda assai privata che riguarda la mia nonna materna Filomena e me.

E in questo luogo mi sento a mio agio: sto proprio bene e poi mi piacciono, dal punto di vista meramente estetico, i mosaici della cripta.

E amo l’atmosfera fuori del tempo e dello spazio che pervade il posto.

Caparra & Siciliani

Ho visitato le Cantine Caparra & Siciliani in una caldissima giornata di metà agosto 2013, anno in cui questa realtà produttiva festeggia il mezzo secolo di vita. Nacque, infatti, nel 1963 quando quattro fratelli Caparra decisero di fondere le loro proprietà con quelle di due loro cugini, sempre Caparra, e con quelle di quattro fratelli della famiglia Siciliani. I 10 soci fondatori si trovarono così a gestire una proprietà di 213 ha. diffusa a macchia di leopardo tra le rive e le brezze dello Ionio e le dolci colline dell’entroterra cirotano, tutte comunque incluse nel disciplinare Cirò Classico in provincia di Crotone. Cirò significa Gaglioppo, vitigno nobile e antico in grado di dar vita a vini di grande complessità e struttura.

Le vigne, distribuite in appezzamenti che non superano mai la dimensione di pochi ettari, sono tenute a cordone speronato con sesti d’impianto moderni di 5/6.000 ceppi. Due agronomi interni ne curano ogni aspetto legato alle potature, ai trattamenti (che vengono gestiti con particolare attenzione) e alla vendemmia manuale. Per il 94% le colture sono certificate biologiche. L’età media delle vigne è di circa 20 anni, ma sono presenti anche gloriosi appezzamenti con le viti ad alberello, come usava fin dai tempi della Magna Grecia.

Oggi i soci sono diventati 19 con l’ingresso delle seconde generazioni e circa 90 sono gli addetti che vi lavorano nelle diverse mansioni. Ho saputo, con personale compiacimento, che Fabrizio Ciufoli è l’enologo che supervisiona le pratiche di cantina: con lui ho lavorato durante la mia esperienza in Toscana e ne ho grande stima, oltre a conservarne l’amicizia.

Questa realtà produttiva è oggi capace di realizzare circa un milione di bottiglie, per l’80% destinate al mercato nazionale con distribuzione GDO e HORECA e per il resto (soprattutto i vini top di gamma, Volvito e Mastrogiurato) esportate verso Germania, Inghilterra, Svizzera, Usa e Canada.

Sono andato a far visita alla sede di Caparra & Siciliani accompagnato da mia cugina Filomena, grande amica di alcuni dei soci di questa cantina e appassionata bevitrice dei loro vini che non manca mai di lodare oltremodo.

Ci ha accolti con cortesia Giansalvatore Caparra, AD e Direttore Generale; abbiamo avuto una lunga e piacevole chiacchierata e mi ha mostrato le grandi cantine, da pochi anni rinnovate secondo le più recenti filosofie di produzione. Non abbiamo effettuato la classica gustazione dei vini in cantina: personalmente, non amo questo rito, poco soddisfacente perché sempre troppo frettoloso. I vini me li avrebbe spediti a casa mia, dove con la calma opportuna avrei potuto effettuare le mie bevute e le mie conseguenti valutazioni.

Soggiornando a Cirò presso i miei parenti, con il caldo sostegno di Filomena ho molto apprezzato il rosato Le Formelle: un vino di grande piacevolezza e buona complessità che viene prodotto da uve Gaglioppo in purezza. Di recente ho bevuto diversi vini rosati e quelli che più mi sono piaciuti sono prodotti in purezza da grandi vitigni: Nebbiolo, Sangiovese e, appunto, Gaglioppo.

Filomena mi ha pure fatto conoscere e piacere il Volvito 2008, Cirò Superiore Riserva, affinato in barrique di 1° passaggio: per certo tra i migliori Cirò da me gustati, e posso dire che sono davvero tanti….

Devo confessare che, pur conoscendo questo storico brand di Cirò e pur avendone bevuti (in maniera distratta…) diverse volte i vini,  ne avevo, almeno fino a oggi, ben poca stima. Purtroppo, per molti di coloro i quali scrivono di vino, GDO è considerata quasi una parolaccia, una sorta di bestemmia e si diffida, spesso con grave torto, delle aziende che distribuiscono i loro vini con questo canale. Ho anch’io commesso qualche volta questo errore di superficialità e me ne pento….

E a questo proposito, tra i vini che ho ricevuti, come promesso da Giansalvatore, quelli che più mi hanno piacevolmente sorpreso sono proprio le etichette DOC destinate alla GDO: Cirò Rosso Classico 2011, Cirò Rosso Classico Solagi 2010, Cirò Rosso Classico Superiore 2009.

Dunque, di Cirò base Rosso Classico ne producono 500.000 bottiglie! Ebbene è un vino che, prezzo franco cantina (oltre le 24 bottiglie include anche le spese di spedizione), costa meno di 4€: ed è un vino di ottima beva, pulito, con le tipiche caratteristiche di un buon Cirò: colore rosso rubino scarico, naso di fiori secchi e fichi, palato che esalta tannini importanti ma delicati. 12,5% vol. di alcol per un signor prodotto dal rapporto qualità/prezzo davvero interessante. Ma le sorprese vere sono state Il Superiore 2009 e il Solagi 2010. Il primo è quasi un grande vino e costa meno di 6€: quasi un grande vino significa, per chi ama i voti, almeno 87/88 centesimi. Tutte le caratteristiche di cui sopra esaltate, con in aggiunta un’armonia e un’eleganza davvero sorprendenti. E sono 60.000 bottiglie con 13,5% vol. di alcol per un vino affinato in acciaio e legno grande. Infine, il Solagi 2010: quasi un cru di 25.000 bottiglie per un vino in cui spiccano eleganza e piacevolezza combinate con una certa complessità sia al naso sia al palato. E finale lungo con buona acidità e tipici tannini morbidi. Notevole, per un prezzo leggermente più alto, ma sempre sotto i 6€.

Chiaro che il Doc Volvito 2009 (12.000) bottiglie e l’IGT Mastrogiurato 2010 (10.000 bottiglie) sono vini più complessi di quelli di cui sopra: ma mica poi così tanto… Quest’ultimo è forse il migliore in senso assoluto, anche quello di cui parlano le guide (con i voti sempre un po’ stretti: lasciamo perdere le valutazioni di Maroni, ma i miei amici della guida Veronelli gli assegnano 90 centesimi, per me uno o due di più li vale). Un vino assemblato con uvaggio di Gaglioppo e Greco (in piccola percentuale), di colore più carico del Rosso classico Superiore e che tende all’aranciato (come tutti i Cirò che superano i 2/3 anni di invecchiamento); al naso note di confettura, spezie e sentori di pellame; in bocca è un vino di grande morbidezza con i tannini tipici del Gaglioppo che quasi non si sentono. Finale lunghissimo, leggermente abboccato. Il legno piccolo, di 1° e 2° passaggio è usato come si deve: qui si sente la mano del mio amico Ciufoli.

Il Volvito costa circa 8€ e il Mastrogiurato 10/11, ma a questi prezzi si beve del gran vino: per intenderci, in Toscana o in Piemonte per una qualità del genere bisogna almeno raddoppiare la spesa, e forse non basta.

In conclusione: ho conosciuto gli ottimi vini di una storica cantina, forse non abbastanza apprezzata per quanto è capace di fare e, dunque, una tiratina di orecchie per la scarsa comunicazione e per le etichette dei DOC GDO che secondo me non rendono un buon servizio ai vini di cui dovrebbero raccontare la qualità….

www.caparraesiciliani.it

Nicola Di Tarsia a Venezia per Torino Film Festival

Sabato scorso, 31 agosto 2013, nell’ambito del Festival del Cinema di Venezia, il mio amico Nicola di Tarsia, chef del Berbel di Torino, ha curato un buffet offerto da Torino Film Festival all’Hotel Excelsior, Lido di Venezia.

250 gli invitati che hanno assai gradito le proposte di Nicola che ha offerto un tipico menu di territorio, come si conviene. I vini erano Damilano, Pio Cesare, Ceretto e Contratto: etichette scelte tra il meglio che offre il Piemonte.

L’evento è stato voluto da Paolo Damilano, da poco nominato presidente dell’Ente torinese. Con lui presenti l’assessore alla cultura della Regione Piemonte Michele Coppola e l’amica Antonella Frontani, anch’ella chiamata da poco a ricoprire la carica di vicepresidente della Commissione Torino Film Festival.

Auguro a tutti i migliori auspici per futuri e meritati successi. Torino e noi tutti ne abbiamo grande necessità. E voglia….

FAFIUCHE’

Andare a Roma significa comunque vedere il mio amico Andreas e vedere il mio amico Andreas ormai implica un pasto con abbondante bevuta alla Taverna Romana, di cui ho già scritto qui e sul mio ultimo libro. Per la verità, ogni volta varrebbe la pena di aggiungere qualcosa e non sarebbero parole sprecate in ogni caso.

Ma stavolta, oltre la solita cena – presenti mia moglie Margherita e la figlia di Andreas, Rebecca: dunque abbiamo dovuto rimanere entro limiti che di solito, quando siamo tra di noi, tendiamo a superare….- il digestivo è consistito in una bella bottiglia di Barolo (mica ricordo quale…) bevuta nel locale che sta quasi dirimpetto nella stessa via: il locale si chiama Fafiuchè, ovviamente appartiene a un piemontese…

Fafiuché è un’antica parola del dialetto piemontese, di cui ormai quasi nessuno conserva memoria, che è intraducibile se non ricorrendo a una circonlocuzione o perifrasi: dicesi di persona eccentrica, un poco stramba che magari racconta storie strane, uno che (alla lettera) “fa nevicare”.

Andrea, torinese, sono circa otto anni, approdò in Roma per aprire un bar-ristorante-enoteca caratterizzato da bevande e cibi piemontesi (e anche un poco pugliesi): e si portò appresso questa magnifica parola piemontese, credo attribuendosi le caratteristiche proprie di un “fafiuchè“. Formidabile, direi.

Chiaro che Andrea è una persona di gran simpatia, poco piemontese e un poco più romana. La carta dei vini offre prodotti di gran qualità (eccellenti le etichette di Barolo, Barbaresco e Nebbiolo con ampia possibilità di scelta e prezzi buoni): del cibo non posso parlare perché ho soltanto bevuto, e bene.

La prossima volta a Roma dovrò per necessità rivisitare con più tempo il Fafiuchè di Andrea.

Salute.

www.fafiuche.it

https://www.vincenzoreda.it/tavern-romana-con-andreas/

Un po’ di Toscana, quella mia

Le immagini qui sopra sono riprese nella zona collinare (arriva quasi a 700 mslm) tra Arezzo e Siena, tra Monte San Savino e Castelnuovo della Berardenga. Queste alture segnano il confine tra la Val di Chiana e le Crete senesi: luoghi di bellezza incomparabile in cui ho avuto la fortuna di lavorare.

Da citare il borghetto di Rapale, che sovrasta la val d’Ambra: quando Aldo Palazzeschi scrisse la poesia “Rio Bo” spero che si sia ispirato a questo minuscolo e bellissimo paese.

Poi devo parlare della fiorentina (rigorosamente e per davvero chianina certificata) del ristorante La Scuderia in località Palazzuolo: in nessun altro posto ho mangiato una fiorentina come questa; non è a buon prezzo, ma ne vale la pena. Quella immortalata nell’immagine sopra era una “roba” di oltre un chilo e mezzo: ce la siamo goduta con il mio amico Patrick Spencer (californiano ma cittadino del mondo e ormai quasi toscano), accompagnandola con una bella bottiglia di Rosso di Montalcino.

Prima di arrivare a Palazzuolo, una deviazione sulla destra di circa un chilometro porta al famoso borgo di Gargonza: vale la pena di visitare i suoi secolari silenzi e l’appartato albergo con piscina e ottimo ristorante che custodisce tra le mura). Di Gargonza parla Padre Dante e ogni tanto vi si svolgono convegni importanti (se ne ricorda uno a carattere politico entrato nella storia recente).

Infine, ma non meno attraente, l’Agriturismo La Selva. Ne cura le pubbliche relazioni Patrick e, assicuro, è un posto fantastico: sta sul versante destro (andando verso Siena) della Val d’Ambra e offre sistemazioni straordinarie in case che furono nobiliari e con panorami mozzafiato. Consiglio con certezza di rendere un favore a chi mi legge.

Spero che le mie immagini e le scarne parole possano instillare in qualcuno dei miei lettori la curiosità di visitare questi luoghi bellissimi per davvero.

‘A VITA: la rinascita del Cirò

Il mandante è sempre lui: Vincenzo Munì, piemontese di origini meridionali, enologo esperto di vini biologici e biodinamici. A lui devo la conoscenza dei Cirò sensazionali di Giuseppe Ippolito e a lui devo la conoscenza di questa, piccola ma di estremo interesse, realtà produttiva cirotana.

Francesco De Franco esercitava la professione, ben pagata, di architetto in quel di San Marino. Fu folgorato sulla via del Cirò, credo senza rovinose cadute da cavalli, si prese una seconda laurea in enologia nel prestigioso istituto di Conegliano e atterrò nelle terre dei suoi avi a ripeterne l’antico mestiere: produrre ottimi vini. Trascinò con sé e con la sua passione la compagna, friulana, Laura.

Francesco appartiene a un piccolo nucleo di giovani che si sono invaghiti delle straordinarie potenzialità del Gaglioppo e delle terre baciate dalle calde brezze dello Ionio intorno a Cirò: rappresentano oggi la nuova frontiera di questo antico, elegante, straordinario vino.

Innanzi tutto, prima di tutto: la vigna! Diffidate di quei produttori che parlano soltanto di cantina e dei loro vini: c’è qualcosa che non quadra; invaghitevi di quelli che vi aspettano con ansia e vi fanno apparentemente perdere tempo mostrandovi le loro vigne, magari girando per sentieri malandati con trappole meccaniche sporche di terra e male in arnese. Sono questi i produttori cui prestare attenzione.

Francesco mi aspettava per mostrarmi le sue vigne del Vallo: U Vallu, una valle scavata dal torrente Lipuda, situata tra Cirò e Torre Melissa che pare una piccola Langa, ovviamente, un poco meno verde, ma non poi così tanto poco. Sono terre pleistoceniche, non troppo profonde e ricche di argilla e limo con poco scheletro. Le sue vigne, pochi ettari, le tiene come gioielli e le cura con tecniche bio certificate. In cantina arriva un frutto perfetto che viene vinificato in maniera tradizionale, con macerazioni di pochi giorni e lungo affinamento. Senza chiarifiche e filtrature.

Qui si parla la lingua del Gaglioppo in purezza: un idioma che restituisce freschezza, franchezza, colori scarichi, sentori complessi e tannini raffinati. Vini che  a lungo permangono in bocca e in gola. E, ultima considerazione ma certo non di poco conto: rapporto qualità-prezzo straordinario (sempre meno di 15 € a scaffale per vini davvero grandi)

Ne ho bevute tre bottiglie: Rosso Classico 2010, Rosso Riserva 2008 e il Rosso F36P27 2008. Vini senza alcun dubbio al vertice delle rispettive tipologie e con la costante caratteristica della pulizia e dell’eleganza di cui è capace l’uva Gaglioppo quando a coltivarla, a spremerla e a fermentarla è un artigiano innamorato che lavora con coscienza e soddisfazione.

Chiaro che in futuro seguirò con estrema attenzione i vini di Francesco De Franco: per i suoi meriti, per la sua passione ma anche per i legami forti e radicati che ho con questa Terra, la mia.

http://avitavini.blogspot.it/

Con Gigi Ferraro da Giuseppe Ippolito

https://www.vincenzoreda.it/ciro-du-cropio-damis-2005/

https://www.vincenzoreda.it/ciro-du-cropio/

Non sarebbe comunque inutile che io spendessi ulteriori parole, aggiunte alle molte che ho già scritte  – sul mio ultimo libro Di vino e d’altro ancora c’è un intero capitolo a proposito e la copertina è tratta da un’immagine ripresa con il Serra Sanguigna – a proposito di Beppe Ippolito e dei suoi Cirò Du Cropio: sarebbero comunque meritate.

Stavolta però questo mio articolo vuol soltanto testimoniare dell’incontro avvenuto lo scorso agosto 2013 tra il mio amico Luigi Ferraro (anche di lui ho scritto con dovizia) e Beppe, le sue vigne, i suoi vini, la sua debordante simpatia e quel tipo di educazione di profonda cultura che da tutto ciò viene profusa.

Pare ovvio che l’incontro è stato magnifico, a tutto tondo e, per curiosità, era presente anche uno dei giovani eredi Caparra (vedi foto sopra), altro storico brand del Cirò.

Dunque, nessun’altra parola a proposito del Damis, del Serra Sanguigna, del Dom Giuvà. Soltanto un invito: cercateli e beveteli alla salute di Beppe, di Luigi e anche mia, ché mi fa bene.

Tenuta Iuzzolini

L’appuntamento con il mio amico Luigi Ferraro, chef del Café Calvados di Mosca, era fissato per il 12 agosto nel pomeriggio: era in programma una visita all’Azienda Iuzzolini di Cirò Marina.

Di questo produttore mi avevano parlato in molti ma io devo dire che avevo soltanto fatto un fugace assaggio di un Cirò rosso classico durante le furibonde giornate del Vinitaly 2013: m’era parso un vino corretto senza particolare avvenenza ma gli assaggi che si fanno di corsa durante queste convulse manifestazioni sono poco o punto degni di memoria.

Ero assai curioso di conoscere questa, tutto sommato abbastanza recente ma assai importante, realtà vinifera calabrese: nata nel 2005 ma capace di produrre già circa 1.100.000 bottiglie! E con la caratteristica, abbastanza unica in un territorio vocato per il vino rosso, di presentare una produzione di vini bianchi che arriva a coprire quasi il 50% del totale. Distribuita soltanto sulla linea HORECA, esporta il 65% dei suoi prodotti. Giova segnalare che, notizia recentissima, ha acquisito la storica azienda Fattoria San Francesco e molti dei suoi marchi storici.

La famiglia Iuzzolini in realtà è un’antichissima stirpe di Cirò e possiede una tenuta di 500 ha. di cui 30 vitati, 50 coltivati a oliveto, un centinaio destinati a colture varie e per il resto bosco e pascolo in cui allevano 200 capi di vacca podolica, un centinaio di maialini neri calabresi, asini e cavalli.

Siamo stati accolti da Pasquale (enologo) e Rossella; Diego e Antonio sono gli altri figli di Fortunato Iuzzolini e Giovanna Colicchio, già conoscente dei miei parenti materni di Cirò Superiore.

Con Gigi Ferraro abbiamo gustato due bianchi, due rosati e il rosso classico riserva Maradea 2008.

Comincio da quest’ultimo: è un vino 100% Gaglioppo di notevole struttura, più carico di colore del normale, 14,5% vol. affinato in barrique di castagno per espresso volere di Pasquale. Cirò del tutto particolare che vale la pena di conoscere per le sue caratteristiche per davvero peculiari.

Dei due bianchi sono stato colpito dal Donna Giovanna 2012 (Greco bianco 100%): è spremuto da uve a raccolta tardiva e presenta un colore giallo paglierino carico con un bel naso e un palato abboccato e persistente per 13% vol di alcol. Ne producono 14.000 bottiglie per un prezzo indicativo a scaffale di 16 €. Vino indubbiamente dotato di particolare fascino.

Più normale, ma ottimo prodotto comunque, il bianco Madre Goccia 2012 (Greco e Chardonnay). Giallo paglierino medio, fruttato con buona acidità: 130.000 bottiglie per 12,5% vol di alcol e un ottimo prezzo di 7/8 €.

Pure più che buoni i due rosati, con una citazione particolare per il Lumare 2012 (uvaggio di Gaglioppo 80% e Cabernet Sauvignon 20%): nella varietà rosato Iuzzolini produce 200.000 bottiglie.

Chiaro che per le mie abitudini le valutazioni professionali devo effettuarle con bevute successive a casa mia, con calma (almeno uno o due giorni) e in solitudine: appena possibile ne darò conto con un articolo espressamente dedicato. Sono molto curioso di seguire l’evoluzione dei prodotti di Iuzzolini: credo che nel prossimo futuro questo brand andrà a vedersela con lo storico Librandi, cantina che conosco poco e di cui non ho grandissima stima, pur dovendo riconoscere che il vino Cirò oggi ha un grande debito verso questo produttore che lo ha salvato dall’oblio colpevole e ne ha rilanciato l’immagine sul mercato nazionale e internazionale. Ma ancora non basta.

Il Cirò merita di essere assai più apprezzato di quanto oggi avviene: tra i grandi vini meridionali è senza dubbio il Gaglioppo a dare i vini più eleganti (lo sapevano, fino agli anni Ottanta, i produttori di Barolo….).

http://www.tenutaiuzzolini.it/it/ 

Rome: some shots

Queste immagini sono state riprese a Roma nei primi giorni di agosto 2013. Giornate caldissime e di straordinaria limpidezza in cui Roma era vestita a festa.

E Roma è sempre di bellezza unica e di fascino indescrivibile.

Pàntheon

Già il concetto straordinario per cui fu progettato lascia senza fiato: Pàntheon hieròn, il tempio dedicato a tutte le divintà conosciute e sconosciute….

Lo concepì e edificò Marco Vipsanio Agrippa, genero di Augusto, tra il 27 e il 25 a.C. Fu distrutto da un incendio nell’80 d.C. e venne restaurato da Diocleziano. Un altro incendio lo annientò definitivamente nel 110, sotto l’imperatore Traiano. Era un tempio rettangolare situato più o meno sotto l’odierno grande pronao ottastilo e misurava circa 40×20 mt.

Fu il grande Adriano, tra il 117 e il 128 d.C. a commissionare, probabilmente l’architetto era Apollodoro di Damasco, l’edificio come lo si vede oggi.

Non esiste al mondo, secondo la mia personalissima opinione, un edificio con altrettanto fascino, copiato in Italia e nel mondo innumerevoli volte da innumerevoli architetti: ancora oggi è la cupola in muratura (non armata) più grande del mondo….oltretutto, che sta in piedi da quasi due millenni.

L’edificio è inscritto in una sfera di 43,44 mt. di diametro: dunque è tanto alto quanto largo. L’oculum posto al centro della cupola ha un diametro di 8,92 mt. e l’acqua che vi penetra attraverso  viene velocemente smaltita da 22 fori, quasi invisibili, posti ad hoc sul pavimento. La complessa tecnica di costruzione, empirica, è qualcosa che lascia stupefatti.

E’ molto probabile che l’edificio sia ancora in piedi e ben conservato per il fatto (casuale?) che l’imperatore bizantino Foca ne fece dono a Papa Bonifacio IV nel 608 e che questi lo consacrò l’anno successivo a Santa Maria ad Martyres (o della Rotonda, il nome della piazza romana che lo ospita.

Il Pàntheon ospita le spoglie di molti illustri personaggi: Vittorio Emanuele II, Umberto I, la regina Margherita; e ancora, i pittori Raffaello Sanzio, Annibale Carracci e Perin del Vaga; il musicista Arcangelo Corelli e l’architetto Baldassarre Peruzzi.

Sono diversi i milioni (6 o 7) di visitatori che ogni anno visitano questa meraviglia: vorrei sperare che restino come me ogni volta senza fiato.