Archive for Ottobre, 2013
A cena con i simpatici Vallesi

E lontano lontano nel tempo/
qualche cosa 
negli occhi di un altro/
ti farà ripensare ai miei occhi/
i miei occhi che t’amavano tanto….”: è una canzone del 1966 di Luigi Tenco. Bellissima. E c’entra con la serata che ho trascorso in compagnia di un bel gruppo di comunicatori dell’Ente del Turismo del Cantone Vallese, Svizzera, assai bene organizzata presso Eataly Torino da MAMpress del bravo Marco Acher-Marinelli. Tutta la sera mi è rigirata in testa quella canzone: il volto di qualcuno mi riportava in maniera straordinaria a ripensare a un mio vecchio, grande amore mai dimenticato….Succede, a volte.

Ma è meglio tornare alla stretta attualità.

Io penso di essere uno dei pochi montanari che non ama la neve, lo sci e in generale gli sport invernali: pur essendo nato molto in alto, a me piace il mare e amo il caldo. Ma ho deciso di accettare questo invito soprattutto per conoscere meglio i vini svizzeri che ho poco frequentato e dei quali, almeno fino a questa sera, avevo poco o punto stima.

Cominciamo dall’inizio: la Svizzera è un paese di circa 41.000 kmq e di 8 milioni di anime, più o meno; è divisa in 26 regioni che si chiamano Cantoni. Il Cantone Vallese (Wallis) si estende tra Francia e Italia (confina con la Valle d’Aosta e il Piemonte) per circa 5.000 kmq, con una popolazione di 300.000 anime e un’altezza media di 500 mslm. Il suo capoluogo è Sion e all’interno del territorio, ad alto interesse turistico, comprende il magnifico Matterhorn (il nostro Cervino) e alcune stazioni invernali celebri in tutto il mondo: Zermatt, MartignyCrans-Montana, ecc…

Ma per quel che m’interessa, questa regione è quella maggiormente vocata per la produzione di vino che risale a tradizioni contadine vecchie di secoli. La Svizzera produce poco più di 1 mln di hl di vino e di questi circa 450.000 sono di vini vallesi, prodotti su oltre 5.500 ha di vitigni, molti dei quali sono appezzamenti terrazzati di quella che da noi si chiama viticoltura eroica (di montagna). Sono oltre 60 i vitigni autoctoni e alcuni si trovano anche nella vicina Valle d’Aosta (Petite Arvine, Cornalin, ecc..). Durante la serata ho bevuto e valutato tre vini: Fendant 2012, Heida 2012 e Sirah 2009 della Cooperativa Vallese Maitre de Chas, alla quale moltissimi vignaioli (spesse volte con appezzamenti di vigna minuscola, in Svizzera pare che ci siano ben 119.000 vigne censite…) conferiscono le loro uve. Tutti e tre i vini comunque corretti: il Fendant (uvaggio di uve autoctone Chasselas) è il bianco più prodotto e bevuto in Svizzera. Bel colore giallo paglierino di media intensità, note di fiori bianchi e un palato non lunghissimo con finale abboccato per un vino di gradazione bassa (12%vol.): direi discreto, piacevole anche se poco persistente e di non eccessiva personalità. Meno interessante il rosso Sirah 2009: qui è chiarissima l’intenzione di costruire un vino dal gusto internazionale in cui il legno piccolo spicca con evidenza per me un poco troppo fastidiosa e comunque a note olfattive assai intense non corrisponde un palato altrettanto interessante e il vino muore troppo presto sia in bocca sia al palato. Di tuutt’altra consistenza l’Heida: un’ottimo bianco assemblato con vitigni autoctoni (Heida o Paien e Savagnin Blanc), giallo paglierino intenso, naso di frutta bianca (banana) e miele e in bocca una bella armonia con finale lunghissimo per un vino di 13%vol. affinato con classe in legno piccolo. Finalmente un vino svizzero sorprendente!

Per finire, mi è d’obbligo citare due belle curiosità del Cantone Vallese: la Vigna di Farinet, nel borgo medievale di Saillon (2.000 anime, posto a 500 mslm e a metà strada tra Martigny e Sion). E’ la vigna più piccola del mondo: 3 ceppi e 1,67 mq. di superficie oggi di proprietà del Dalai Lama e le cui uve concorrono a produrre 1.000 bottiglie che sono vendute per beneficienza.

Altra curiosità, i cui dettagli debbo a Rosa Mattia (Brig Belalp), è la produzione di zafferano (non più di 3/4 chilogrammi a stagione) nella zona di Visperterminen, borgo di Mund (che tra l’altro ospita la vigna più alta dell’Europa continentale a 1.150 mslm – ricordo che a Cipro c’è un vigneto a circa 1.500 mslm!). E’ una tradizione che risale al medioevo e che rappresenta un vero fiore all’occhiello per l’enogastronomia svizzera.

Una bella serata, comunque. Senza dubbio.

www.valais.ch

Art & Wine by Fabio Carisio

Finalmente è in distribuzione il primo numero della nuova impresa di Fabio Carisio. E’ una rivista periodica che accosta argomenti d’arte e di vino. In questo numero, bilingue (Italiano e inglese, che sarà distribuito in alcuni paesi europei e negli Usa), sono presentate varie mostre – tra le quali, quella collettiva già esposta in Alba e ora a Alessandria, che comprende anche la mia “Fiamma” e la mostra delle etichette d’autore – e sono incluse le prime monografie dedicate ai Cru di Barolo. Di queste ho personalmente curato quella dedicata a Brezza: 16 pagine nelle quali si narra la storia di questa famiglia e se ne presentano le vigne e i Barolo, non tralasciando di descriverne anche gli altri vini. Oltre al testo, mie sono anche tutte le fotografie delle bottiglie e alcune altre più descrittive (non tutte). Mi piace dedicare questo lavoro, che non è stato semplicissimo, a Oreste Brezza: uno degli ultimi patriarchi del Barolo.

Per ulteriori informazioni:

Fabio Carisio    redazione@art-wine.eu     www.art-wine.eu

Cosa significa oggi la parola “Sinistra”, convegno con N. Nesi

Sono andato a assistere al convegno: «Cosa significa, oggi, la parola “Sinistra”», a cura della Associazione  Nazionale Riccardo Lombardi, presieduta dall’amico Nerio Nesi e ospitato dal Circolo dei Lettori a Torino.

Salone secentesco gremitissimo di un pubblico assai attento (e poco giovane…): gli articoli apparsi oggi sui quotidiani Repubblica e La Stampa hanno probabilmente sortito il giusto effetto.

Mentre poco incisivo e di scarsa autorevolezza m’è parso l’intervento di Luciano Canfora ( 1942, Bari; filologo classico e storico), al contrario ho trovato di notevole interesse le parole di Fabrizio Barca (1954, Torino), economista e già ministro senza portafoglio nello sciagurato governo Monti. Un intervento non banale, documentatissimo e latore di alcune proposte politiche con, finalmente, qualche prospettiva di progetto, di futuro, di visione ampia, multidisciplinare, non Europacentrica e di largo respiro. Mica poco, di questi tempi….

 

Langa, fine ottobre 2013

Il 21 ottobre 2013, una giornata uggiosa, appannata vede ancora tanti bei grappoli ancora attaccati alle loro viti di Nebbiolo. Sono compatti, opulenti e ben distribuiti sulle piante.

Quest’anno siamo ritornati ai tempi usati nelle vendemmie e sarà pure una buona annata: sia nelle quantità sia nella qualità delle uve (meno le prime rosse come Dolcetto e Barbera, meglio i frutti del Nebbiolo). Pur senza essere, in generale, un’annata eccezionale.

Animi…e Paesaggi di Vini, a Alessandria

Si è inaugurata ieri, 11 ottobre 2013, presente il sindaco di Alessandria, Maria Rita Rossa, la mostra collettiva “Animi…e paesaggi di vini” a Palazzo Monferrato, in via S. Lorenzo, 21. Resterà aperta fino al 3 novembre 2013. E’ abbinata a una mostra di etichette storiche realizzate da importanti artisti (Picasso, Baj, Vedova…) per importanti cantine italiane e straniere: sono circa un centinaio delle oltre 160.000 (!!) raccolte dal collezionista Giacomo Prato.

La mostra è stata voluta e organizzata da Fabio Carisio, presidente di Art & Wine (La Morra).

Io partecipo con un quadro che è stato esposto a New Delhi e che si intitola “La fiamma“, dipinto con un Dolcetto d’Alba. E’ l’unico quadro concettuale in un contesto figurativo di buona qualità (con alcuni pezzi eccellenti).

Nota personale: per la prima volta nella mia carriera artistica ho avuto la netta impressione di essere stato trattato come “artista importante”, quasi “maestro”.

E’ stata una bella impressione.

https://www.vincenzoreda.it/mostra-collettiva-animi-e-paesaggi-di-vini-alessandria-11-ottobre-2013/

 

Colori d’autunno a Porta Palazzo
Franciacorta, anche le dimensioni contano

Nicola Bonera ha guidato questo insolito, e assai interessante, seminario nell’ambito della manifestazione organizzata al Museo del Risorgimento di Torino dal Consorzio Franciacorta, presenti i Metodo Classico DOCG di 35 aziende tra le più prestigiose di questa eccellenza italiana.

Eletto Miglior Sommelier d’Italia nel 2010, Nicola Bonera ha guidato questo seminario – offerto a una trentina di professionisti – con leggerezza, ironia, semplicità e, pare ovvio, grande professionalità mai ostentata e mai autoreferente (mica poco…).

Il tema era quello di stabilire alla cieca, per 4 differenti dimensioni delle bottiglie, l’evoluzione delle caratteristiche organolettiche del medesimo vino.

Mezzanina (0,375 cl.), bottiglia (0.750 cl.), magnum (1,5 lt.) e jeroboam (3,0 lt.): la teoria stabilisce che  la magnum dovrebbe essere la dimensione ottimale e dunque restituire ai sensi i migliori risultati, seguita dalla bottiglia, dalla jeroboam e, ultima, la mezzanina. Premesso che nel bicchiere pareva di valutare 4 vini tuttaffatto differenti (che poi evolvono con l’ossigenazione e la temperatura in maniera più omogenea), la valutazione finale del seminario ha dato, in maniera abbastanza concorde, questa sorprendente classifica: jeroboam, bottiglia, magnum, mezzanina!

Non entro nei particolari del seminario – davvero assai interessante e istruttivo – se non per ricordare che il vino era fornito dall’azienda La Montina: una cuvée brut di due diverse annate (2008 e 2009) sui lieviti per 24 mesi, con sboccatura abbastanza recente e uvaggio 85% Chardonnay e 15% Pinot Noir (vedi scheda sopra).

Sul set a La Vetreria

Non c’è dubbio che La Vetreria (c.so R. Margherita, 27) sia un locale attraente e di fascino peculiare. Lo conoscevo perché, fino a non molto tempo fa, lì c’era il ristorante messicano Malibù e da appassionato di  quella cucina lo frequentavo.

Oggi è tutt’altra cosa: inaugurato da pochissimi giorni, sta diventando un topos davvero importante per un certo tipo di persone dalle caratteristiche particolari: giovani (fuori e dentro, poco conta), attenti al sociale, sensibili a stili di vita sostenibili, motivati alla condivisione e alla partecipazione, ammalati di arte e cultura anche popolare…

Si mangia e si beve bene e con una spesa contenuta che richiede un po’ di impegno personale nell’apparecchiare e nello sparecchiare. L’ambiente è di particolare attrazione: ampio e di largo respiro con tavoli sparsi su spazi differenti e differenti livelli, immersi spesso dentro eventi musicali, spettacoli, e proposte culturali mai eccessivamente invasive e con la possibilità di condividere o esserne appartati, senza particolari fastidi e tra gente che emana odori piacevoli e guarda attorno con occhi sereni.

I ragazzi di Radio Banda Larga trasmettono sul web da questo luogo, e sono bravi.

In occasione di una riunione con loro – un primo incontro di grande interesse – siamo stati coinvolti a fare  le comparse occasionali per la clack di un set all’interno del locale. Luca Gaddini, il regista, mi ha spiegato che stavano girando: “Tracklist The Series“. Non so altro. Avevo la mia solita Leica e ho scattato delle istantanee così, come ricordo e promemoria. Nulla di più, nulla di meno…

Però invito a visitare il locale, per davvero speciale.

https://www.facebook.com/lavetreriatorino

 http://www.sostenibile.com/torino/attivita/la-vetreria/

http://www.radiobandalarga.it/

Franciacorta ospite del Museo del Risorgimento

Certo: il Palazzo che ospita il Museo del Risorgimento in piazza Carlo Alberto a Torino (è posto dietro Palazzo Carignano) è una di quelle location per davvero straordinarie. Difficile trovare qualcosa di meglio. Tanti complimenti al Consorzio Franciacorta per questa bella iniziativa, premiata con merito da un formidabile successo, sia di pubblico sia di addetti ai lavori.

Presenti 35, tra le più rappresentative, delle oltre 100 cantine che operano in Franciacorta, il pomeriggio di lunedì 14 ottobre 2013 le splendide sale del Museo – con la scenografia unica degli immensi dipinti ottocenteschi che illustrano le grandi battaglie delle guerre d’indipendenza – hanno accolto per gustazioni e seminari prima gli addetti ai lavori e successivamente il pubblico. Sorprendente la presenza femminile, con vere e proprie appassionate e chiaramente esperte.

Chi mi segue sa la mia non grande passione per i vini spumanti e la conseguente scarsa cultura specifica in merito. Chiaro che ne ho bevuti tanti e quelli buoni li riconosco, li apprezzo, mi piacciono e assai li gradisco.

Qui mi sono lanciato in un vortice di assaggi: brut, extrabrut, saten, rosé, pas-dosé; base e millesimati, di cantine famose e meno famose.

Il Mosnel, Lantieri, Lo Sparviere, Monterossa, Majolini, Ferghettina, Enrico Gatti….tutti di livello elevato in un contesto di uvaggi che hanno lo Chardonnay a prevalere nettamente sul Pinot Noir e con gradazioni alcoliche intorno ai 12%vol. con buone caratteristiche di acidità e, qualcuno, anche una certa complessità sia al naso sia al palato. I millesimi migliori: 2007 e 2009. Come sempre, in tali contesti di scarsa concentrazione e molte distrazioni, non entro in meriti più specifici: non è serio.

Chiaro che ne ho bevuto anche di quelli famosi: Berlucchi, Ca’ del Bosco e Bellavista. E dunque citazione immancabile per lo strepitoso Vittorio Moretti 2006, Bellavista: io poco me ne intendo (i miei terreni professionali sono i Nebbiolo, i Dolcetto, i Verdicchio, i Rossese, i Nero di Troia…) ma senza dubbio questo è un vino quasi emozionante anche per uno come me che questi vini ama poco o punto. Si sente la spalla del Pinot Noir, presente per il 45% e si sente la bontà dei frutti di una vendemmia ottima che in cantina, trattati come si deve, hanno donato un prodotto di profilo elevatissimo sotto ogni punto di vista. Salute!

Dell’interessante seminario condotto da Nicola Bonera tratterò a parte.

www.franciacorta.net

 

Di vino e d’altro ancora

Il mio ultimo libro è finalmente distribuito in libreria.

http://www.edizionidelcapricorno.com/negozio/di-vino-e-d-altro-ancora/

Su internet si trova in Amazon.it e, insieme agli ultimi miei titoli – Più o meno di vino, Quisquilie&Pinzillacchere, 101 storie maya e Rime Sghembe – alla Libreria Universitaria al link qui sotto:

http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_reda+vincenzo-vincenzo_reda.htm

copertina di vino e d'altro ancora.indd

Emberto Uco: Introduzione, Di Vino e D’Altro Ancora

copertina di vino e d'altro ancora.indd

Quando Vincenzo parla o scrive di vino, e di quanto con il vino confina,

occorre dargli credito: è in qualche modo, come si dice, competente.

La sua storia puzza di vino fin dal concepimento: infatti, la mamma

Laura s’invaghì del giovane Giuseppe mentre questi era impegnato a

potare una vite di Gaglioppo.

Si era a Cirò, nei primissimi anni Cinquanta: il nonno Vincenzo guidava

una squadra di esperti potini e innestini che girava per la Calabria

dei grandi latifondi curando oliveti, aranceti e vigne.

Giuseppe e suo fratello Salvatore erano i più giovani di un gruppo,

guidato dal padre, che era stato ingaggiato a Cirò per curare i frutteti e

le vigne dei conti Siciliani.

E quanto bevevano: tutti e tra loro il patriarca Vincenzo, campione

indiscusso!

Erano originari di un paese situato sulle pendici boscose della Sila e

da generazioni si occupavano di vino, olivi, castagne, agrumi. Possedevano

una bella vigna, posta a circa 500 metri di altitudine – nella zona

che oggi è parte della DOC Donnici – con vitigni come Gaglioppo, certo,

ma anche Greco, bianco e nero, Nerello e Malvasia.

Al vino Vincenzo è stato iniziato dal nonno omonimo già in fase di

svezzamento, e il vino ha continuato a frequentarlo per tutta la prima

infanzia in quei densi riti contadini oggi tracannati e ormai annichiliti

dal tempo.

Né, per certo, la discesa verso Torino – verso un malinteso benessere

che tra i Cinquanta e i Sessanta era il volano che alimentava i sogni

degli ignari contadini meridionali – servì per annacquare quell’innato

talento: in maniera assai naturale, il Gaglioppo e il Nerello vennero

declinati in Barbera e Dolcetto che erano acquistati direttamente dai

contadini astigiani (soprattutto in Agliano). Più tardi, Giuseppe con i

fratelli Salvatore e Giovanni il vino presero a farlo in prima persona,

acquistando le uve da fidati fornitori.

Vincenzo il vino continuò a berlo e la sua vicenda personale lo portò,

nei primi anni Ottanta, a conoscere a Parigi i vini francesi e a frequentare

in Italia la ristorazione di qualità in cui poté, fra i primi, apprezzare

quei Tignanello e quei Sassicaia che allora sconvolsero e contribuirono

a elevare la qualità del vino italiano.

Ha avuto la grande fortuna di conoscere Luigi Veronelli, intorno al

1997, e di frequentare via Sudorno, Bergamo Alta; Vincenzo ama raccontare

che Veronelli è stato suo maestro: non è vero. Pur riconoscendone

l’immensa competenza, da lui non ha imparato un bel nulla di

tecnico e, men che meno, ha imparato leggendo la sua saltabeccante

scrittura: di Luigi Veronelli egli, invece, ha sempre apprezzato la straordinaria

umanità e quella sua capacità di rimanere sempre pulito, fedele

a se stesso e aperto agli altri senza pregiudizi di sorta. Se ha avuto

un maestro, a parte il nonno e il padre, questo è stato per certo Paolo

Monelli, di cui ha letto e consumato tutti i libri. Né ha in gran stima il

troppo apprezzato Mario Soldati: di lui Monelli, a ragione, soleva dire

che di vino capisse poco o punto.

A cominciare dal 2002, Vincenzo collabora con il periodico Barolo &

Co, chiamato da Elio Archimede. Poi gli capita di andare in Toscana per

circa un anno a occuparsi di una grande azienda agricola e agrituristica

con quasi un centinaio di ettari di vigna, posta sulle alture tra Arezzo

(Monte San Savino) e Siena (Castelnuovo della Berardenga). Qui accumula

esperienza diretta sia in vigna – soprattutto – sia in cantina.

Continua a scrivere per Barolo & Co, dipinge con il vino e fa mostre

in Italia e in giro per il mondo. Nel 2009 esce Più o meno di vino, il suo

primo libro sul tema specifico. Dal 2010 scrive anche per il mensile

Horeca Magazine e, soprattutto, sul proprio sito web.

Quanto sopra per raccontare un poco della storia, per certo peculiare,

che fa di Vincenzo un uomo di vino, anche.

Ma c’è di più, non è così semplice: a sentirlo parlare, per lui il vino è

ossessione, è materia creativa, è magia, è sacro impasto di mito e rito, è

storia di uomini, è antropologia, è archeologia…

Ma credo che, in fondo e prima d’ogni altra faccenda astrusa, il vino

per Vincenzo sia soltanto una bevanda che gli piace tanto e gli sa tenere

compagnia.

Salute, amico mio.

Emberto Uco

Vicino a Benedetta Parodi, bah…

Storica libreria Paravia in via Garibaldi a Torino: in vetrina il mio Di vino e d’altro ancora a fianco all’ultima fatica (!?) di Benedetta Parodi. Che dire? Esser contento (per questioni commerciali) o disperarsi (in quanto a contenuti)? Boh…

Bella donna, Benedetta Parodi: mica mi spiacerebbe starle vicino.

Ma lasciamo perdere la sua cucina. Meglio assai i suoi diritti d’autore che non potrei mai realizzare, nemmeno con tutti i miei libri messi insieme e con tutti quelli che potrei scrivere anche se vivessi per tre o quattro secoli.

Così va il mondo, che ci dobbiamo fare.

Go Wine

Go WineE’ da poco uscita la X edizione della guida Cantine d’Italia, edita da Go Wine.

Curata da Massimo Zanichelli e redatta da Claudia Cavadore, è un volume di 456 pagine (15,00€, prezzo di copertina) confezionato in cartonato f.to 14×24 in carta patinata opaca di circa 60 gr.

Presentato da Massimo Corrado (presidente di Go Wine), è un lavoro che si rivolge agli appassionati che amano recarsi in visita presso i produttori per conoscere, valutare, apprezzare i loro vini direttamente in cantina e, fatto importante, spesse volte acquistarli.

Per ognuna delle cantine segnalate (quest’anno sono 640, 20 in meno di quelle della scorsa edizione) viene riportato l’indirizzo (completo di sito internet e di e-mail), il numero di ettari vitati e di bottiglie prodotte; vengono inoltre indicati i nomi delle persone che accolgono i visitatori. Due note importanti recano l’indicazione del percorso migliore per trovare la cantina e gli orari di visita.  Le valutazioni (da una a cinque stelle) riguardano la qualità del sito, dell’accoglienza e dei vini. Go Wine 1Tra questi, vengono segnalati (con indicazione del prezzo in cantina) il vino top e quello di miglior rapporto qualità/prezzo. E’ sempre presente una nota curiosa sui vini (Da conoscere) e una descrizione esauriente della storia e delle peculiarità della cantina. Infine, le Impronte segnalano i migliori punteggi assegnati con le stelle. 

Lavoro editoriale svolto con grande cura e di buona affidabilità, pur sempre partendo dal presupposto che non è possibile condividere tutto: le guide, quando sono oneste e professionali, servono per avere delle indicazioni di massima. Non sono il Vangelo (e pure sul Vangelo di cose da dire tante ce ne sarebbero…).

Di una cosa sono certo, questa guida di Go Wine è una delle poche che io personalmente apprezzo e consulto (non sono più di due o tre, in tutto): pare ovvio che la mia è una semplice opinione personale. Di chi, in ogni caso, non deve niente a nessuno. Sia chiaro.

Chiudo con una riflessione. E’ un periodo di crisi nera in ogni campo e nel settore editoriale ancora di più: per certo la nicchia dell’editoria enogastronomica (libri, riviste e guide) risente di questa crisi come pochi altri settori, anche perché negli ultimi anni  un mare oceano di pubblicazioni (molte delle quali di scadente livello sia editoriale sia professionale e etico) ha invaso questo campo. Le crisi servono anche a scremare il mercato dai prodotti inutili e spesso anche dannosi.

Ma è compito del consumatore premiare l’onestà, la qualità, l’impegno professionale, l’affidabilità. In una parola sola: la serietà.

Auguri e salute alle persone serie (di qualsiasi campo).

Il cannolo messo a nudo, anche

Ideato dallo chef Nicola Di Tarsia del Ristorante Berbel di Torino, questo dolce si dovrebbe chiamare: Sigaro di ricotta con frutta candita e pistacchio. Troppo lungo come nome e anche: Cannolo destrutturato proprio non suona bene (c’è troppo di destrutturato in cucina, anche molti cervelli…).

A me non spiacerebbe chiamarlo: Cannolo messo a nudo, anche (citando in maniera un po’ blasfema, me ne rendo conto, il grande Marcel Duchamp: La Mariée mise à nu par ses célibataires, même, forse l’opera d’arte più incredibile del XX secolo). Certo, questo dolce non è un’opera d’arte, ma per certo qui siamo al sublime artigianato.

A realizzare questa ricetta è il giovane sous chef  Matteo Falcioni, con Nicola Di Tarsia al Berbel da settembre 2013. Matteo è un trentenne marchiano di Fano, nato sotto il segno del Cancro. Dopo il diploma all’Istituto alberghiero, ha avuto diverse esperienze prima di trasferirsi a Madrid dov’è rimasto qualche anno, concludendo la sua esperienza spagnola con lo chef Alberto Chicote del ristorante Pan de Lujo. Tornato in Italia, ha lavorato al ristorante dell’hotel Mont Blanc Village di La Salle, specializzandosi in pasticceria con lo chef Fabio Barbaglini.

Paracadutato infine dalle fredde vette valdostane a Torino, ha lavorato con Massimo Guzzone al ristorante La Pista di dove è approdato al Berbel con il mio amico Nicola.

Questa preparazione, semplice all’apparenza, è di notevole complessità sia nella scelta delle materie prime sia nella preparazione e nell’impiattamento conclusivo.

La base è costituita da un cilindro semifreddo di ricotta di pecora, panna, zucchero e canditi. La pasta del cannolo è un impasto di farina, burro, zucchero e un pizzico di sale impregnata con vino bianco e marsala e poi fritta, dopo qualche ora di riposo al fresco. Complessa anche la preparazione della spuma di pistacchio: panna, latte, zucchero, tuorli d’uovo e pasta di pistacchio che va aggiunta alla fine a caldo e dopo la filtratura della crema. Si raffredda, si filtra ancora e poi si mette in sifone.

A questo punto bisogna impiattare e occorre avere molta pazienza e delle belle manine delicate per comporre quel che godranno con vista, olfatto e palato i fortunati clienti.

Parola mia, eccellente.

http://www.berbel.it/

 

Mostra collettiva “Animi e Paesaggi di..vini”, Alessandria 11 ottobre 2013

http://www.art-wine.eu/

Innocente Foglio, un Poeta

Ho conosciuto Innocente Foglio, un Poeta.

E’ venuto a casa mia domenica pomeriggio con un pretesto: desiderava vedere i miei quadri. Raccontava una dolce bugia.

La verità era altra. Non ha avuto la compassione di dirmi che era venuto perché lo avevo implorato. Aveva udito le mie invocazioni e aveva deciso di venire.

Tutto qui.

E mi ha portato il suo ultimo libro.

 

Raccolgo le onde del mare/Le chiudo/In quel pacchetto/Di sigarette,/Così/Anche il caldo fumo/Si confonderà/Col sapor del mare.

Un giorno/Ti capiterà/Di vedere una stella/Cadente,/allora esprimerai/un desiderio/troppo tardi/…dovevi/Esprimere prima/Il tuo desiderio/…che quella stella/Non cadesse/Mai.

(Ultima Fermata prima dell’InfernoIl Pungolo Editore, Roma 2012 – pp.169, 20,00€).

 

Innocente Foglio è nato sui monti bresciani, sotto il segno dei Gemelli. Vive tra le piatte nebbie di Carmagnola, a due passi da Torino.

 

Consiglio di visitare il suo sito:

http://www.innocentefoglio.it/

 

InNno

Finalmente ho avuto un paio di bottiglie dell’ ultimo VinoLibero che Oscar Farinetti ha aggiunto alla sua personalissima scuderia, frutto di una ennesima, e geniale come al solito, idea di marketing nel campo dell’offerta enologica. Lo aveva presentato, insieme con Gianna Nannini, a Eataly Torino il 23 settembre 2013.

Non mi piace bere vino nei bailamme di fiere e presentazioni; oltretutto, quel primo assaggio dell’InNno di Gianna Nannini era un vino da pochissimi giorni in bottiglia, molto probabilmente agitato e stressato dal viaggio.

A casa mia, con calma e in rigogliosa e illuminante solitudine, ho avuto modo di bere e valutare questo Sangiovese tutto particolare, proveniente da due diverse vigne delle Terre Senesi.

Comincio dall’etichetta.

Finalmente un’etichetta elegante, semplice, corretta dal punto di vista della comunicazione. Certo, si intuisce la filosofia – e il talento, nello specifico – di Farinetti: la enne ricavata dalla grafia del nonno di Gianna Nannini, classica e elegante, inserita tra le due enne della parola “Inno”. Parola che riporta in qualche modo alla musica. E nell’etichetta soltanto il marchio dell’azienda, il nome del vino e, sotto, come una sorta di pay-off pubblicitaria, la scritta: “Di San Giove“.

In controetichetta soltanto le indicazioni di legge, tra le quali occorre mettere in risalto la nuova sigla IGP: Indicazione Geografica Protetta, al posto della vecchia IGT che dovrà scomparire, secondo le ultime normative europee.

La bottiglia è una bordolese di peso medio e vetro riciclato, il tappo è di sughero riciclato anch’esso ma di qualità e dimensioni opportune.

E dunque, il vino.

Limpido come si deve e di colore rubino piuttosto intenso. L’olfatto percepisce note intense soprattutto di viola, lampone e mora in un contesto in cui spiccano i 14%vol. di alcol. In bocca il palato apprezza un vino di buona armonia e struttura con tannini dolci e un finale leggermente abboccato.

In conclusione, un vino di beva facile e buona piacevolezza che vale più dei 10€ scarsi del suo prezzo a scaffale. 15.000 sono le bottiglie prodotte per questo millesimo 2011. E occorre precisare che non è semplice trovare un Sangiovese toscano di buon livello a meno di 10 euro. Chiaro che un trinomio Cotarella-Nannini-Farinetti non è facile da mettere insieme: e direi che costituiscono un mix perfetto di prodotto-immagine-marketing!

Auguri! Il vino italiano ha necessità di simili idee e coesioni. Soprattutto per i mercati esteri.

https://www.vincenzoreda.it/linnno-di-gianna-nannini-a-eataly-torino/

 

Se fossi Farinetti m’incazzerei

L1150251Oggi su La Stampa (meglio nota tra i torinesi come La Busiarda), a pagina 21, si trova una sorta di recensione dell’ultimo libro di Oscar Farinetti: Storie di coraggio – Mondadori Electa (proprietà Berlusconi), 252 pp., 16,90€) – a firma Piero Negri.

L’articolo, a tutta pagina, è ben fatto. Una di quelle classiche marchette, come si chiamano in gergo, abbastanza ben scritte per rendere omaggio a un grande cliente: non è un mistero che Eataly sia tra i maggiori inserzionisti de La Stampa, ma questo fatto non è né sconvolgente né esecrabile: funziona così, punto e basta. E non sono certo io a fare idioti commenti a carattere falsamente etico, almeno in questo caso. E, ripeto, Piero Negri (che non conosco) ha fatto il suo più che onesto lavoro.

Non fosse per la fotografia in controluce!

Quel ditino mignolo alzato…

Quel ditino mignolo alzato: che racconta cattivo gusto, provincialismo, supponenza…

Fossi Oscar Farinetti, per davvero, m’incazzerei.

E non poco.

L1150252

Portici di Carta a Torino

Torino imbronciata e umida, ma sempre fascinosa, accoglie sotto i suoi due chilometri di portici eleganti di via Roma (non sono barocchi, purtroppo: risalgono al Ventennio, quello fascista) la bella manifestazione Portici di Carta, a cura della Fondazione Salone del Libro (per i dettagli vedi link qui sotto). Sono quasi 200 banchi di editori (piccoli per la maggior parte, e dunque interessanti), librai, associazioni, enti. Quando i libri vanno al pubblico, e non viceversa, è sempre una bella cosa: la gente sembra farsi meno problemi a toccarli, sfogliarli, chiedere informazioni.

C’è anche il mio ultimo tra gli altri – Di Vino e d’altro ancora, Edizioni del Capricorno – a chi interessasse.

http://www.salonelibro.it./ 

Addio a Vo Nguyen Giap

GiapSe n’è andato a oltre 102 anni: era nato il 25 agosto 1911. Il 20 luglio 1954 era stato l’artefice della disfatta francese a Dien Bien Phu con i conseguenti patti di Ginevra e la divisione, lungo il 17° parallelo tra Vietnam del Nord e del Sud da cui gli americani sloggiarono i francesi e instaurarono il governo fantoccio di Ngo Dinh Diem che rimase in carica prima dell’avvento delle nuove politiche imperialiste volute da Johnson e McNamara, con il conseguente rafforzamento della presenza militare americana che da poche migliaia di unità passò a molte centinaia di migliaia di uomini con enormi mezzi. Subito dopo quel periodo cominciarono i bombardamenti a tappeto con i B52 su Hanoi. Giap 1Questo libro raccogli gli scritti di Giap tra il ’64 e il ’68 e racconta con grande lucidità l’evoluzione di quella guerra di liberazione che avrà successo tra il ’73 e il ’75, con il definitivo, ignominioso abbandono americano. Allora io leggevo Life (in inglese) e i libri di Jerry Rubin e Bobby Seale (Black Panter Party) e ascoltavo James Brown e Dizzy Gillespie, anche se avevo circa 14/15 anni, ma non ero comunista: avevo giurato il 22 agosto del 1968 che non sarei mai stato comunista, pur considerandomi un anarcoide intellettuale di sinistra, sensibile ai bisogni dell’anticolonialismo e dell’antimperialismo dei popoli del terzo mondo che in quel periodo stavano rendendosi, con tanta fatica, indipendenti soprattutto in Africa e in Asia.

Vo Nguyen Giap era un mio eroe e comprai, credo nel 1969 questo librino (prima edizione) del Generale. Edizione tascabile degli Editori Riuniti per la collana Il Punto: 144 pp. a 400 L.. Comprende in appendice un’intervista all’allora Primo Ministro Nordvietnamita,Pham Van Dong.

E’ un gioiello della mia libreria.

https://www.vincenzoreda.it/1989-il-vietnam-di-nico/

I 30 anni della Bocciofila Ponchielli

Nel 1982 un gruppo di pensionati decide di ripulire dalle erbacce tre campi da bocce del comune di Torino, all’angolo tra via Ponchielli e via Bologna: quello sparuto gruppetto di uomini di buona volontà l’anno dopo costituì il nucleo fondatore dell’Associazione Bocciolfila Ponchielli. Oggi sono circa 300 soci. E’ una storia bellissima di associazionismo e volontariato: gente che si tassò per costruire una sede in muratura nel 1994 e che se la vide bruciare, senza sapere a chi dire grazie, la notte del 30 agosto del 1995. In meno di sei mesi, il 23 gennaio dell’anno successivo, e con l’aiuto soprattutto del sindaco Valentino Castellani e del compianto Domenico Carpanini inaugurarono la nuova sede. In quell’occasione ci fu una gara di solidarietà da parte di istituti bancari, bocciofile e dopolavori che contribuì a reperire i denari necessari: addirittura, i consiglieri della VI circoscrizione si autotassarono per donare un milione di lire….

In questi giorni i soci della bocciofila festeggiano il loro trentennale con il presidente e anima di questo gruppo, Bartolomeo Crosetti (insieme all’inseparabile Maria Servetti, la moglie che di fatto è colei che dal punto di vista operativo sovrintende a tutto),  che ha voluto la presenza di un vero parterre de rois: gli ex sindaci di Torino Diego Novelli e Valentino Castellani; il vicepresidente del Consiglio Regionale Fabrizio Comba, Gianfranco Porqueddu (Vicepresidente e Assessore allo sport della Provincia di Torino), il presidente della VI Circoscrizione Nadia Ponticelli, Renato Rolla (presidente provinciale dell’ANCOS) e Beppe Fossati, direttore del quotidiano Cronaca Qui.

Ero stato invitato dal dr. Giorgio Diaferia, fisiatra e medico sportivo, che ha presentato il suo interessantissimo volumetto: L’attività fisica: un bene per tutti. La platea era affollatissima e assi interessata. Apresso alle parole delle personalità (lucidissimo l’intervento di un Diego Novelli sempre acuto e attento alla storia della nostra Città), gara di bocce e libagioni ottime e abbondanti, come si conviene in questi casi.

Auguri per i prossimi trent’anni, almeno: l’associazionismo e il volontariato possono costituire un’importante chiave di volta per spingerci a uscire dalle zacchere di questo orribile momento di totale decadenza.

Ci sono valori importanti di partecipazione e condivisione da ricuperare: per consegnare a chi verrà dopo di noi un Mondo con prospettive meno tetre di quelle che oggi sono dinnanzi ai nostri occhi.