Archive for Febbraio, 2014
Freisa di Chieri Superiore DOC 2011 Vigna della Regina

Di questo vino nel tardo settembre 2011 avevo fotografato la vendemmia, suggestiva: straordinario lo sfondo torinese della piazza Vittorio Veneto, della Mole Antonelliana e delle lontane Alpi già con le cime leggermente innevate.

Riesco a berlo, finalmente.

Mi parla un vino che definirei austero, elegante, fine: un vino torinese autentico, savoiardo. Il colore è un bel rosso rubino carico con riflessi caldi. Al naso i profumi sono leggeri di frutta rossa ben matura: marasca e lampone con note secche. In bocca è un vino dai tannini eleganti, secco e con un bel finale amarognolo di buona persistenza. Direi che ci siamo: quanto avevo scritto a proposito del millesimo 2009 (il primo, in pratica, che dava questa straordinaria vigna impiantata nel 2003) trova piena conferma nella beva di questo 2011, di cui  sono state prodotte circa 4.000 bottiglie in cui il vino ha sostato un anno prima di essere proposto al consumatore. E’ un vino che promette ancora qualche anno (2/3) di ulteriore evoluzione con 13,5% vol. di alcol, assai elegante che suggerisce accompagnamenti a tutto pasto, soprattutto di carne.

L’ho bevuto con un magnifico piatto di trippa in umido e salumi stagionati: soppressate  lucane e calabresi. Ottimo, per davvero.

Costa 19,00€: non poco, ma sono giustificati dalla peculiarità del prodotto dal fascino autenticamente torinese. Salute e…avanti Savoia!

http://www.balbiano.com/

 

Stefano Fanti per Cormons ed Ermacora

Che io sia appassionato frequentatore e svergognato estimatore del ristorante del Circolo dei Lettori di Torino è faccenda risaputa. Altrettanto clamorosa è la mia stima per il suo chef, Stefano Fanti: mi piace la persona e  amo oltremodo la sua cucina (di territorio: nei fatti e non soltanto con le solite, abusate parole di moda…). E di Stefano apprezzo il fatto che a lui piace davvero stare in cucina e non altrove, così come lo considero uno dei pochissimi chef che potrebbe fare benissimo il sommelier (qui si beve soltanto piemontese, salvo nelle serate, come questa, in cui si ospitano vini di altre provenienze).

Per l’occasione in cui graditi ospiti erano i vini delle Cantine Produttori di Cormòns e Ermacora (DOC Collio e Colli Orientali del Friuli), Stefano ha dato il meglio di sé: strepitoso il suo delicatissimo bacalà e memorabile l’uovo; senza dimenticare un equilibratissimo risotto (Carnaroli Cascina Zaccaria) al Refosco con salsiccia di Bra e il sempre eccellente stracotto, questa volta rivisto con il rosso friulano Pignolo 2008, entrambi di Ermacora.

Celebrato come merita Stefano, due parole su questi produttori e sui vini gustati.

La Cantina dei Produttori di Cormòns (famosa per il suo Vino della Pace: esiste una sterminata letteratura in proposito) è una cooperativa che unisce 167 produttori per oltre 460 ha e circa 2 mln di bottiglie: il suo merito principale è quello di offrire al mercato (70% nazionale)  vini con uno straordinario rapporto qualità/prezzo. Prodotti sempre di qualità almeno media: questa sera mi ha sorpreso la Malvasia 2012 DOC Friuli Isonzo, bianco di eccellente complessità. In linea con quanto mi aspettavo il Friulano Rinascimento 2012 DOC Colli Orientali e il Picolit 2009 DOC Collio.

La Cantina Ermacora Dario e Luciano è una classica azienda a carattere familiare, con una produzione di circa 180.000 bottiglie. Ho trovato di elevatissima qualità il loro Friulano 2012, uno dei migliori da me bevuti, ne producono circa 20.000 bottiglie. Eccellente il Refosco dal Peduncolo rosso 2012 (assai tipico, 6.500 bottiglie)), meno interessante, per me personalmente, il Pignolo 2008 (2.500 bottiglie): ma qui si dovrebbe aprire una lunga discussione perché ci si trova di fronte a un vitigno autoctono da poco ricuperato che, forse, deve ancora trovare la sua giusta via in cantina; questo di Ermacora mi pare un poco troppo orientato a un gusto internazionale che può andare benissimo (il vino è più che buono, intendiamoci), ma che a me piace poco e, comunque, il mio giudizio non fa testo.

Ho chiuso con una magnifica grappa di Dellavalle: un piccolo portento.

Chiudo invece questo breve pezzo ringraziando, come sempre, l’amico Mario Busso che è l’anima irrinunciabile della Guida ai Vini Buoni d’Italia del Touring Club.

https://www.vincenzoreda.it/boca-2007-di-cascina-montalbano/

https://www.vincenzoreda.it/vini-buoni-ditalia-al-vinitaly-2013/

https://www.vincenzoreda.it/a-cena-con-un-friulano-circolo-dei-lettori-5-marzo-2013/

 

Il Fallegro 2013 di Gianni Gagliardo compie 40 vendemmie

Ricevo dagli amici Gagliardo e volentieri pubblico.

Il Fallegro compie quarant’anni!

Nel 1974 il vitigno Favorita era quasi scomparso dalle nostre colline. Nessuno sapeva che si trattasse di Vermentino. Tutti i viticoltori ricordavano La Favorita con piacere, ma nessuno la coltivava più perché le cantine che la vinificavano erano pochissime, e in quantità quasi hobbistiche.

L1130812Gianni Gagliardo, originario di Monticello d’Alba, ha vissuto la Favorita proprio così. Il suo paese è proprio al centro di una lunga vena di sabbia che include anche i comuni di Vezza e Corneliano d’Alba e che è sempre stata considerata ideale per questo vitigno di origine mediterranea. Proprio lì, negli ultimi duecento anni, si è svolta la storia del “Vermentino Piemontese”. La gente del luogo infatti, anche se con una gran dose di empirismo, ha sempre saputo che la Favorita per maturare bene aveva bisogno di ritrovare temperature alte, e che i terreni sciolti le donavano un gusto particolarmente gradevole. Non a caso era “l’uva favorita”!

All’inizio si trattava di recuperare uve di vigneti piccolissimi: quasi dei giardini arrampicati sui versanti più impervi e assolati. I nostri primi impianti, realizzati con un approccio moderno e sperimentale, sono invece stati realizzati verso la metà degli anni Ottanta, ma si trattava di pochi filari. Nel 1990 è nato il primo vero vigneto sperimentale di uva Favorita, creato dalla nostra azienda in collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università di Torino. Era il vigneto di Casà, che ancora oggi si può considerare la base primaria del Fallegro. All’epoca le piante di Favorita non erano ancora state selezionate e certificate, quindi non esistevano in commercio. Fortunatamente, abbiamo potuto attingere dalla collezione ampelografica dell’università, dove abbiamo prelevato il legno di base. Se in vigneto il percorso è stato complesso e affascinante, in cantina non è stato da meno. In quarant’anni abbiamo avuto modo di vinificare la Favorita in moltissimi modi. C’è stata l’epoca dei bianchi fermentati in legno, quella delle macerazioni sulle bucce, quelle dei vini affinati sui propri lieviti.L1130814

Queste fasi le abbiamo vissute tutte e sperimentate tutte con la Favorita e ne abbiamo testato i risultati anche nel tempo, dopo anni di bottiglia. In altre parole, questi quarant’anni sono stati per noi un bellissimo percorso in cui abbiamo avuto modo di sviluppare un esperienza specifica di questo vitigno straordinario, contestualizzato in modo assolutamente alternativo rispetto alle sue origini.

La cosa più importante, però, è che questi quarant’anni sono tutti nel Fallegro di oggi.

Oggi infatti il Fallegro non è il risultato di una semplice vinificazione di uve Favorita, ma dell’assemblaggio di diverse micro-partite coltivate e vinificate in modo diverso. Nel Fallegro di oggi c’è una parte di uva coltivata mantenendo i grappoli ben riparati dal sole, e un’altra parte con i grappoli totalmente esposti.

C’è dell’uva coltivata sulla sabbia e altra su una base più calcareo-argillosa.

C’è una parte macerata sulle bucce, un’altra con i raspi e un’altra senza bucce.

C’è una parte che ha svolto la malo-lattica e un’altra no.

C’è una parte affinata sui lieviti in acciaio, un’altra in legno

e un’altra ancora senza fecce.

Insomma, nel Fallegro di oggi c’è veramente tutto ciò che abbiamo imparato negli ultimi quarant’anni.

Vigna della Regina incontra Montmartre

Della Villa della Regina, della nuova vigna e della Freisa di Chieri ivi prodotta dall’Az. Balbiano ho ampiamente parlato in diversi articoli, su questo sito (vedi link qui sotto) e soprattutto nel mio ultimo libro appena uscito per le Edizioni del Capricorno: Di vino e d’altro ancora (in vendita in libreria e su internet, 14€).

Ma oggi, 26 febbraio 2014, sono venuto volentieri a presenziare alla conferenza stampa organizzata nei sempre splendidi ambienti del magnifico edificio, unico per posizione panoramica e anche fascino storico (in fondo è la testimonianza di un matrimonio politico diventato grande amore: e questo ne costituiva l’omaggio dello sposo maturo alla moglie poco più che bambina). Ci sono venuto perché il luogo mi affascina, perché stimo Franco e Luca Balbiano e le loro Freisa di Chieri uniche e poi perché è un dovere, oltre che un piacere, mettermi al servizio di operazioni di alto profilo ideate e organizzate nella mia Città.

La conferenza aveva lo scopo di presentare la giornata del 10 maggio prossimo quando avverrà il gemellaggio con la celeberrima parigina Vigna di Montmartre (i francesi dovrebbero esserne orgogliosi: la nostra è assai più grande, di più profondo fascino storico, di vino migliore, di ubicazione panoramica senza eguali).

In quell’occasione verranno battute all’asta da Giancarlo Montaldo alcune bottiglie, della Freisa qui prodotta, di vario formato che recheranno in numero limitato la riproduzione del lavoro del Maestro Giuliano Vangi, espressamente dipinto per l’occasione (non entro nel merito, ma rimando al mio scritto sulle etichette in link qui sotto). L’asta e la cena successiva (a cura di Marcello Trentini, chef stellato del Ristorante Magorabin) avranno lo scopo di raccogliere fondi che saranno in parte utilizzati per il restauro del padiglione Solinghi e in parte devoluti alla Fondazione Marco Berry Onlus per finanziare l’ospedale pediatrico di Hargeisa in Somalia (e qui devo ricordare i meriti di Angelo Conti  e della Fondazione Specchio dei Tempi).

Poi, pare ovvio, ho gustato il vino: nel 2011 ne avevo fotografato la vendemmia!

Ma di faccende tecniche e organolettiche parlerò in un articolo successivo; appena avrò, con la dovuta calma e i tempi giusti, bevuto questa Freisa di Chieri DOC Villa della Regina 2011 di Balbiano. Che, mi pare, sorseggiata di gran fretta stamani, sia foriera di ottima qualità.

https://www.vincenzoreda.it/barolo-co-vigne-e-orti-dentro-la-citta/

https://www.vincenzoreda.it/il-vino-della-vigna-della-regina/

https://www.vincenzoreda.it/vendemmia-2011/

https://www.vincenzoreda.it/quando-letichetta-e-orrenda-e-anche-poco-etica/

 

Poderi Girola

Fu l’amico Piero Arditi (Cantine Valpane di Ozzano Monferrato) a farmi conoscere Paolo Girola, giornalista Rai. Venne qualche anno fa a intervistare a casa mia Giovanni Leopardi, chef italiano in giro per il mondo e ormai naturalizzato americano. E fu un bel momento che produsse un servizio sulle straordinarie capacità cucinarie del mio grande amico Gianni (oggi lavora a Baltimora).

Piero mi aveva detto, quasi di sfuggita, che i Girola si erano rimessi a produrre vino nella tenuta di famiglia e che gli stava dando una mano.

Dopo anni, causa la sempre più invasiva relazione con i social network (Facebook, in questo caso), il figlio di Paolo, Stefano Girola, mi contatta per farmi gustare, e valutare i suoi vini.

I Poderi Girola si estendono su circa cinque ettari, di cui tre vitati, e costituiscono patrimonio familiare da oltre un secolo; sono situati a Calliano d’Asti, circa 15 chilomentri a nord della città, quasi a metà strada tra Tanaro e Po, al limite del territorio della DOCG Barbera d’Asti e quasi al confine meridionale del Monferrato Casalese, 300 mlsm.

Sono vigne che hanno oltre 15 anni di età, tenute a guyot semplice  e coltivate con il metodo della lotta integrata.

I Girola producono circa diecimila bottiglie: Barbera d’Asti DOCG Il Sossàla, Grignolino DOC Il Sanpietro e il Cortese del Piemonte DOC Il Manseco.

Va detto che Stefano, con il cugino Alberto, sono ragazzi giovani, poco più che ventenni e che sono stati folgorati dalla passione per il vino non da molto: questo significa che bisogna concedere loro del tempo. Il tempo è una risorsa fondamentale sempre, ma tanto di più quando si tratta di faccende che riguardano la viticoltura e la produzione del vino.

Ho bevuto, gustato e valutato le tre loro tipologie: Cortese e Grignolino del 2011 e Barbera del 2012.

La prima considerazione che mi vien fatto di esprimere e che questi vini sono prodotti da terreni che godono un particolare favore in termini di caratteristiche pedologiche e climatiche: qui c’è una grande potenzialità, pare evidente.

Il problema, credo, nasce dal lavoro in cantina: qui c’è molto da fare e da crescere, ma credo ne valga la pena e credo che nei prossimi anni i Girola possano essere in grado di offrire delle vere e proprie eccellenze di nicchia: ci sono tutti gli ingredienti necessari, non ultima una grande passione.

Per ritornare ai vini, il più convincente m’è parso il Cortese: 11,5% vol., bel colore paglierino non troppo intenso, note floreali evidenti e al palato una bella armonia con buona persistenza; quasi sorprendente per un bianco prodotto in terra di rossi, ma vale la pena insistere, perché può migliorare e di molto.

Il meno convincente, ma era abbastanza prevedibile, è il Grignolino: 13%vol., colore più carico del classico Grignolino, al naso sono evidenti note non molto gradevoli e in bocca il vino risulta privo di armonia ma, attenzione, con una persistenza straordinaria, pur non gradevolissima. In sintesi: questo può diventare un grande Grignolino (di tipologia più simile a quella del Monferrato Casalese: il Grignolino di Accornero, per esempio), ma c’è molto lavoro da fare.

Più complesso il giudizio sulla Barbera. 13,5%vol., rubino un poco più scarico del normale, classiche note di frutta matura della Barbera d’Asti, pur con qualche (non gravissimo) stridore e un palato appena sufficiente in quanto ad armonia, ma anche qui una persistenza notevole. Su questa Barbera non c’è moltissimo da lavorare, basta poco e si può produrre una di quelle Barbera davvero eccellenti, assimilabili a quelle portentose che vengono da qualche chilometro più a sud: riva destra del Tanaro, Vinchio, Mombercelli, Nizza, Agliano. Tenendo in conto, come nota finale, che si sta parlando di vini che in cantina vengono offerti a prezzi che stanno tra i 4,5 e i 6€, più o meno.

Forza e coraggio, Stefano: ne vale la pena.

http://www.poderigirola.it/ 

Sono juventino, ebbene sì!

Sono un tifoso juventino, da sempre. Lo sono perché quando ero bambino nella Juventus giocavano Sivori, Charles, Boniperti, Mattrel e di quella squadra m’innamorai perdutamente. Il tifo, anche non integralista ed esasperato com’è il mio, è faccenda che attiene alla sfera della fede: non si può discutere e, in generale, dura per tutta la vita, a prescindere da vittorie e sconfitte. Conosco gente più vecchia di me di vent’anni che s’è fatta granata da bambini, quando guardavano campioni immortali come Valentino Mazzola e Bacigalupo.

Ho giocato a calcio, a buon livello, per quasi quaranta anni e il calcio, gioco ancor prima che sport, mi piace, mi affascina per la sua difficoltà, per la sua casualità, per quel che si chiama, in gergo, “lo spogliatoio” e chi se ne intende sa cosa voglio dire. Critico la mia squadra quando non gioca bene, so perfettamente quando merita e quando no; so quando è aiutata da errori arbitrali e quando non lo è. So cosa significa essere più forti e cosa significa “dipendenza psicologica”….

Però, devo confessarlo, certe vittorie mi rendono euforico: è più forte di me. E questo è tifo, irrazionale (come ogni fede) fin che si vuole, ma tifo!

Renato Rolla di Torino Viva presentato a La Vetreria

Torino Viva il 21 febbraio 2014 ha incontarto a La Vetreria l’Avv. Renato Rolla. Presenti, tra gli altri: l’On. Giacomo Portas (Moderati), Massimo Manolino e il Dr. Giorgio Diaferia.

www.torinoviva.blogspot.com

Le mie macchie con il No Name 2009

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Dipinto con il Nebbiolo No Name 2009 di Borgogno, per un amico: stavolta ho voluto macchiare le mie solite macchie con una suggestione iconografica degli anni delle nostre adolescenze: lo merita il vino, lo merita l’amico (che spero gradisca). E in fondo lo merito io pure.

La cucina nel mondo antico

La cucina nel mondo antico è un librino di grandissimo interesse, curato da Carlo Casi (professore di Beni Culturali all’Accademia di Belle Arti “Lorenzo da Viterbo”) e con interventi scritti da archeologi e storici. Pubblicato da Laurum Editrice (Pitigliano – GR – 2009/13), pp.180 per 10,00 €.

Per chi, come me, si occupa di alimentazione da una prospettiva storica e antropologica questo è un lavoro davvero prezioso: da consigliare agli appassionati che abbiano un’importante formazione in questo campo.

Piemontesi nel Farwest di Maurizio Rosso

Chissà quanti sanno che c’è un comune che si chiama Asti (95425, California) nella Contea di Sonoma, a circa un centinaio di chilometri a nord di San Francisco e che, lungo la 101 Road, si trovano Asti Winery, Asti road, ecc. Ebbene, furono il ligure (Chiavari) di nome Andrea Sbarboro e il piemontese (Dogliani)  Pietro Carlo Rossi a fondarla nel 1881, insieme alla Colonia Italo-Svizzera, grande azienda produttrice di vino californiano. Maurizio Rosso, titolare con il fratello enologo Claudio, dell’azienda Gigi Rosso (grande Barolo Arione) pubblicò questo libro con Gribaudo nel 1990. E’ un bel cartonato con sovracopertina plastificata di 317 pp., senza prezzo esposto. Libro unico che tratta dell’emigrazione piemontese in America e, soprattutto, in California, dove questi emigranti svolsero un ruolo fondamentale nello sviluppo della produzione vitivinicola (vedi la straordinaria storia dei fratelli Ernest e Julio Gallo, figli di un emigrante originario di Fossano).

Il libro, ormai introvabile, è un lavoro accurato e assai documentato che Maurizio Rosso scrisse durante il suo soggiorno californiano: appassionato fin da giovane del mito americano, si è laureato in Lingua e Letteratura Inglese e in California il suo cuore di Langa s’è ritrovato preda di una fanciulla locale (il risultato è un bel figliolo). Fu richiamato in patria dalle esigenze dell’azienda che il padre Gigi aveva fondato negli anni Cinquanta e oggi si occupa della parte commerciale (parla correntemente almeno tre o quattro lingue). Ma ha continuato a scrivere.

Suoi altri libri: Barolo: Personaggi e mito (Omega, Torino 2000), L’amante di Socrate (Araba Fenice, 2006), romanzo ambientato nell’Antica Grecia. Inoltre, la prima edizione de Il castello dei Cataripubblicato nel 1996, vinse il Premio del Presidente del “Cesare Pavese” nel 1997 a Santo Stefano Belbo.

A mio parere questo lavoro meriterebbe di essere aggiornato e ripubblicato per il fatto che riporta notizie e storie davvero straordinarie, assai importanti e, purtroppo, assai poco note.

http://www.gigirosso.com/getcontent.aspx?nID=52&l=it

Il grande racconto dell’evoluzione Umana di Giorgio Manzi

Il Prof. Giorgio Manzi è nato a Roma il 9 febbraio 1958, ha conseguito la maturità classica nel 1976 e la laurea con lode in Scienze Biologiche nel 1981.

E’ Direttore del Museo di AntropologiaGiuseppe Sergi“, presso il Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università di Roma La Sapienza, dove insegna Paleoantropologia, Ecologia umana e Storia naturale dei primati, dove tiene corsi per studenti della Facoltà di Scienze MFN e per la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici. E’ inoltre membro del collegio docenti del dottorato di ricerca in Biologia ambientale ed evoluzionistica.
Premio internazionale “Fabio Frassetto” per l’Antropologia fisica, conferito dall’Accademia Nazionale dei Lincei nel 2006. Consigliere dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana (del quale è stato Segretario Generale dal 1999 per due mandati).
Associate Editor dell’ “American Journal of Physical Anthropology” e membro del comitato di lettura di varie riviste specialistiche e interdisciplinari.
Attività sul campo in Italia, Libia, Spagna, Giordania, Sudafrica ed Etiopia.

Il grande racconto dell’evoluzione umana (Il Mulino, Bologna 2013 – pp. 432, 45,00 €) è un libro magnifico (per gli appassionati colti, pare ovvio): confesso che, pur seguendo le recenti scoperte sulle riviste specializzate (National Geografic, Le Scienze, Nature…), ero rimasto un poco indietro alle mie letture degli anni Ottanta e Novanta (Leaky, Kurten, ecc.) e ai nomi storici della Paleoantropologia (Dart, Wedenreich, Wolpoff, ecc.). In questi ultimi vent’anni è davvero cambiato quasi completamente il panorama paleoantropologico, anche per il fondamentale utilizzo di conoscenze e tecnologie interdisciplinari (Paleogenetica, biologia evoluzionistica, epigenetica…).

Senza entrare in meriti troppo specifici, un esempio per tutti: fino a qualche anno fa si parlava di Homo Sapiens Neanderthalensis e di Homo Sapiens Sapiens; oggi si parla di due specie differenti evolutesi in luoghi differenti (il primo nell’Europa delle glaciazioni e il secondo nell’Africa delle savane) che per almeno diecimila anni hanno convissuto fino alla prevalenza della specie Sapiens. Ma altrettanto nuove sono le conclusioni riguardo a Homo Erectus, Homo Ergaster e Homo Heidelbergensis.

Mi sono davvero interessato e di nuovo appassionato, leggendo questo libro: interessante anche per quanto riguarda l’epistemologia della Paleoantropologia (scienza giovanissima, la cui data di nascita si può ragionevolmente far risalire al 1856, anno del ritrovamento in Germania, presso, Neander del primo fossile di un nostro antenato preistorico) e la capacità di saper fare divulgazione da parte, finalmente, di uno specialista italiano – come succede da sempre nei paesi di lingua anglosassone.

Era ora! E pare ovvio consigliare con convinzione la lettura di questo volume direi basilare.

http://www.youtube.com/watch?v=ecsUwx9XT-Y

Magie di Langa

La neve in Langa, tra gennaio e febbraio, crea questi giochi grafici in cui il colore diventa bianco e nero e le vigne disegnano delle geometrie impensabili.

Le vigne amano la neve e, quando questa scende e si ferma copiosa, gioiscono e si divertono.

Disegnando per noi e promettendoci frutti rigogliosi.

Il Grignolino di Piero

Da pochi anni alle sue eccellenti Barbera del Monferrato, di cui ho trattato con dovizia su questo sito, il mio amico Piero ha aggiunto la produzione di un particolare Grignolino di cui produce poche migliaia di bottiglie (che vanno tutte in esportazione tra Canada e Usa): l’ha chiamato Euli.

E’ un Grignolino tipico del Monferrato Casalese: 13°%vol., più carico di colore, con più corpo e più residuo zuccherino del cugino astigiano. Quello di Pietro mi ricorda da vicino il Bricco del Bosco di Accornero (non a caso di Vignale, a due passi da Ozzano, sede delle Cantine Valpane).

Fatto si è che – i misteri del vino, che poi non sono così tanto misteriosi – quando l’ho bevuto presso le sue cantine, in compagnia di Piero, l’ho trovato eccellente, pur con questo residuo zuccherino forse lievemente eccessivo. Gustato pochi giorni dopo a casa mia, m’è parso un poco meno buono. Mah, va’ a sapere…Chiaro che non mi fermo qui!

http://www.cantinevalpane.com/

Go Wine a Torino, 4 febbraio 2014

https://www.vincenzoreda.it/go-wine-il-cesanese-anche/

I soliti, corretti  vini di Planeta – da segnalare il Cerasuolo di Vittoria, sempre assai gradevole; il Greco di Tufo  delle Cantine dell’Agnello: quelle note solforose, date dai suoli di composizione geologica particolare, sono per davvero uniche; il Fiano d’Avellino delle Cantine del Barone uno straordinario Vermentino che con il Vermentino c’entra poco (è assemblato con percentuali imprecisate di vitigni autoctoni) di Gostolai, da Oliena (notevole anche il Cannonau Nepente Gabriele D’Annunzio 2006).

E poi, ancora, l’ottimo e tradizionale Ruché della Cantina Sociale di Castagnole Monferrato; e, per finire, la Barbera vinificata in bianco con metodo Martinotti di Montalbera: uno spumante di piacevole e facile gradevolezza.

Sempre piccole sorprese nelle proposte di Go Wine!

Salute.

Il Vermentino di Ca’ Lunae

Del Vermentino di Ca’ Lunae ne ho parlato, quasi di sfuggita, a proposito delle mie bevute natalizie. Per la verità meriterebbe tutt’altra attenzione critica da parte mia: anche per il solo motivo che ne bevo almeno un buon calice giornaliero al Café Paris (Torino, via Garibaldi angolo piazza dello Statuto), in compagnia di Fabrizio, titolare del locale, e dei due amici chef  Nicola (Ristorante Pollastrini) & Nicola (Ristorante Berbel); ci si ritrova verso le 18 e si passa un’oretta in allegria, magari con qualche scambio di pareri professionali.

Ormai è da qualche mese che bevo e apprezzo il Vermentino etichetta grigia di questa cantina ligure (dal punto di vista geografico, però, siamo in Toscana perché La Spezia, secondo me non è più Liguria) e ne sono entusiasta. Ne conoscevo di nome il produttore (l’etichetta nera guadagna bicchieri, grappoli, stelle e centesimi a iosa nelle varie guide), ma altro conto il vino è berlo e berne tanto.

Preferisco l’etichetta grigia perché offre al naso dei sentori speziati (soprattutto pepe) che trovo deliziosi e in bocca ha complessità, armonia e persistenza. Sono state, entrambe tipologie, tra le mie bevute natalizie (vedi link).

Rimarcando il fatto che è stato il buon Fabrizio del Café Paris a farmelo conoscere, mi piacerebbe farne una gustazione con relativa valutazione professionale. Nel frattempo, è un vino che consiglio con convinzione; non costa neanche caro (intorno ai 10 €, più o meno). Parola mia.

Salute.

http://www.cantinelunae.it/flash/docs/lvnae_visita.pdf

https://www.vincenzoreda.it/ho-bevuto-vini-che-voi-umani/

https://www.vincenzoreda.it/con-un-gruppo-di-simpatici-turchi-al-cafe-paris/

Quanto è effimera la vita

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Passato è ormai il voluttuoso

passito.

Pisciato.

 

Oscar Farinetti: Storie di coraggio

Tra gli anni Ottanta e i primi Novanta ho avuto la fortuna di formarmi ai faticosi, costosi e piuttosto esclusivi corsi per imprenditori e top manager condotti dall’ingegnere Riccardo F. 1Varvelli e dalla sociologa e psicologa Maria Ludovica Lombardi per conto della Confindustria, a Torino. Scuola durissima, cui mi è riandata spesse volte la memoria leggendo il libro dell’amico Oscar Farinetti: tengo a precisare che, trattandosi appunto di un amico, la mia recensione dovrà per necessità risentire di questa particolare prospettiva che guida il mio giudizio.

Dicevo della mia formazione in Confindustria, perché più volte ho ritrovato nelle parole di Farinetti alcuni concetti che i due grandi formatori allora ci avevano inculcato con passione. Tra le tante caratteristiche che deve avere un imprenditore, alcune sono fondamentali: la propensione al rischio, la capacità di individuare i collaboratori giusti e poi di saperli motivare e gestire (con meno turn-over possibile); la gestione del proprio e dell’altrui tempo; la capacità di delega.

Allora tra i miei colleghi vi erano imprenditori di prima, seconda e terza generazione: nelle storie che Oscar racconta in questo libro ci sono case-history che possono essere considerate esemplari, arrivando in alcuni casi a descrivere vicende imprenditoriali di secoli e di molte generazioni, accostate a storie, invece, di uomini che la loro impresa l’hanno cominciata in prima persona, da non molti anni e tuttavia con grandi risultati. Storie di autentici visionari, capaci spesse volte di contrarre debiti importanti, spinti soltanto dalla motivazione d’inseguire un sogno.

Non ho nominato fino a questo punto la parola vino; certo: questo bel libro parla soprattutto di persone e di famiglie che il vino lo producono. Ma mi piace puntualizzare che, per chi sa leggere bene tra le righe, da questo libro è possibile imparare che il vino è, prima d’ogni altra considerazione, un medium che accomuna le persone di buona volontà (il territorio e tutto il resto vengono dopo, e non è detto che siano faccende fondamentali).

Ho scritto: bel libro.F. 2

Ed è proprio un bel libro, questo; un libro che è scritto in una lingua semplice, diretta; senza orpelli e arzigogoli: a somiglianza di chi lo ha concepito e poi realizzato, con l’aiuto fondamentale di Simona Milvo e Shigeru Hayashi.

Un libro redatto con cura e ben confezionato dal punto di vista editoriale: un cartonato con sovraccoperta plastificata di formato 16×24 cm (sarebbe una specie di 8°); carta avoriata uso mano di circa 90/100 gr. e carattere che a occhio mi pare un leggibilissimo Times in corpo 14, per 324 pp. (più 16 pagine fuori testo che riproducono a colori alcune belle immagini) e un, ottimo, prezzo di 16,90 €.

So che a Oscar piacciono i numeri (personalmente ne sono ossessionato,  ma io sono un artista e gli artisti devono per necessità alimentarsi di ossessioni), gli regalo questi, liberi da copyright: 16,90 euro diviso 340 pagine fa circa 4,97 centesimi a pagina,  che è un bel prezzo. Inoltre, 772 gr. di peso costano circa 2,19 centesimi al grammo e mi pare che siano pochi e comunque un conveniente investimento…Oscar magari non lo sa: uno dei più grandi artisti mai vissuti, Piero dei Franceschi (meglio noto come “della Francesca”), era uno dei migliori matematici del suo tempo! Perché i numeri sono poesia e la poesia (ma l’Arte tutta) è fatta di numeri, almeno per chi non sguazza nella superficialità e nella banalità.

Il libro è la cronaca di una sorta di viaggio, compiuto dal nord al sud d’Italia – dalla Valle d’Aosta alla Sicilia – che porta Farinetti e i suoi collaboratori a incontrare le storie di 12 produttori di vino e sono tutte storie straordinarie, trattate con leggerezza ma in maniera tutt’altro che superficiale: le famiglie, i luoghi e i territori; le caratteristiche tecniche dei vini e le strategie di produzione e di marketing; gli investimenti e i bilanci; i progetti e le idee politiche. Ma anche gli amori, le relazioni parentali…Tra le righe, le parole di Farinetti lasciano intendere tanto e assai di più a chi, come me, alcune di queste faccende le conosce abbastanza bene.

F. 3Certo, si percepisce in maniera evidente l’affinità elettiva di Oscar con Walter Massa; la deferenza per Angelo Gaja (l’unico che non lo riceve in azienda: è sempre formidabile questo autentico langhetto e galantuomo vero; ma anche l’unico che lo lascia senza fiato con una proposta inattesa…); l’ammirazione, un po’ distaccata, per Piero Antinori, Niccolò Incisa della Rocchetta, Marilisa Allegrini; e ancora, l’amicizia complice con “Citrico” Beppe Rinaldi, la passione per Josko Gravner

Pare ovvio che, discorrendo di vino, il vino lo si debba per necessità bere: sono 60 eccellenti bottiglie (tra le quali alcune strepitose birre d’autore) di cui l’ottimo Shigeru compone utili schede tecniche con valutazione organolettica e interessanti proposte di abbinamenti (che a me piace chiamare accompagnamenti).

A Oscar mi accomunano alcune questioni importanti: siamo nati durante la stessa vendemmia a pochi giorni di distanza, io sono più giovane; abbiamo lo stesso amore per i numeri e per il Barolo; entrambi non apprezziamo l’Amarone; discendiamo da famiglie paterne molto comuniste: lui di Langa con padre partigiano, io dai monti della Sila con nonno e padre contadini orgogliosamente stalinisti (di uno stalinismo che in verità faceva tenerezza…).

Sono stato fra i primi a intervistarlo per Barolo&Co nel febbraio del 2007 (il brano è riportato sul mio Più o meno di vino) e di lui mi piacciono la passione, la schietta esuberanza, la franchezza e la naturale simpatia, condite da una buona dose – non guasta mai – di ironia e, meglio ancora, di autoironia.

Comprate e leggetevi questo bel libro: io gliel’ho estorto (mica me lo voleva omaggiare…) a Fontanafredda il venerdì e me lo sono goduto in un paio di notti insonni; questa recensione, se tale si può definire, la sto scrivendo durante la notte tra la domenica e il lunedì: soffro d’insonnia da sempre e da sempre la curo leggendo, scrivendo, dipingendo e ascoltando musica. Mai preso un sonnifero.

Ps: ci sono alcune sviste (poche e forse avvertibili soltanto da chi, come me, ha fatto l’editore per molti anni e  conosce bene le questioni legate al vino) ma, trattandosi di un amico, saranno segnalate in privato. Mi pare ovvio.

 

Langa: quando lavorare diventa un piacere