Archive for Giugno, 2014
Claudio Rosso: vini e aceto

Viene un giorno di fine dell’anno scorso in cui mi serve chiedere un favore a Stefano Gagliardo, mi consiglia di sentire la famiglia Rosso, che conosco di nome ma di cui non conosco i vini. Segue un appuntamento nella sede dell’Azienda Gigi Rosso, lungo la strada Alba-Barolo, ancora per pochi metri posta nel comune di Castiglione Falletto. Conosco Gigi, il patriarca, Claudio, enologo e Maurizio, l’intellettuale di famiglia (di cui ho già trattato su questo sito).

Nasce spontanea un’amicizia particolare, sia con Maurizio sia con Claudio; ma se di Maurizio e dei suoi libri ho ampiamente parlato, con Claudio ho maturato un debito.

Avendo finalmente potuto gustare il suo strepitoso aceto balsamico di moscato “Asì“, è in fine giunto il momento di sdebitarmi, e con grande piacere.

E comincio proprio dall’aceto che Claudio cura con amore speciale. Questo è un aceto balsamico prodotto da mosto di moscato secondo la tradizione emiliana dei passaggi successivi in botticelle di legni pregiati e invecchiato almeno 3 anni. Ne produce uno più tradizionale da vino Barolo, buono anche questo. Li si possono trovare distribuiti da Eataly e, garantisco, sono per davvero aceti eccellenti. Claudio li produce nei casolari posti in Serralunga, località Airone: è il cru più alto del Nebbiolo da Barolo e l’ultimo del disciplinare al confine con l’Alta Langa. Il Barolo Arione che Claudio qui produce è senza dubbio uno dei migliori da me conosciuti, nella tipologia elveziana (Barolo con più struttura, tannini e colore).

Il balsamico l’ho usato per condire un piatto tanto semplice quanto gustoso: alici in umido. Provare per credere, ma le alici devono essere freschissime e con quelle poche gocce di aceto il piatto diventa sublime.

Già che ci sono, parlo anche della Freisa ferma 2012 – che purtroppo non verrà più prodotta: tende a scomparire perché poco richiesta, un vero delitto. Vino secco, vinoso, piacevolissimo anche leggermente fresco che oggi non gode di stima particolare ed è un vero peccato. Molti produttori di Langa ormai tendono a non produrre più questo vino in favore di “roba” più modaiola e così si perde un vino ideale per accompagnare certi salumi, certi formaggi, certi antipasti tipici. E non soltanto: la Freisa può essere un vino a tutto pasto, di particolare piacevolezza e non impegnativo. Questo fa 13,5% vol., bel colore rosso rubino medio, note di frutta rossa non troppo invasive, in bocca è secco, vinoso, con un finale piacevolmente amaro.

Del rosato di Nebbiolo ho parlato in altre occasioni: è uno dei miei preferiti, pare ovvio. Il Nebbiolo 2011, dalle vigne di Altavilla (due passi a est di Alba, zona del Barbaresco) è un buon Nebbiolo più balsamico che speziato, 14% vol., colore più carico del normale. Al palato è un vino largo, quasi pastoso di buona piacevolezza e lungo finale. Prezzo assai conveniente, come tutta la produzione Gigi Rosso di cui Claudio, enologo proveniente dal prestigioso istituto albese, è padre amorevole. Tra le altre cose, ha scritto un bel libro, assai divulgativo e di buon successo, sulle tecniche del vino in vigna e in cantina.

http://www.gigirosso.com/getcontent.aspx?nID=52&l=it

Casa Mad

Enoteca, winebar? No, qualcosa di diverso, d’altro: di più!

E’ un posto, più che un localino, incastonato dentro le mura barocche del Quadrilatero Romano di Torino, proprio dietro il Santuario della Consolata, in via Santa Chiara, 24/bis.

E’ una storia, più che un posto più che un localino.

La storia di Daniela – pittrice – e Antonio, architetto: una storia disponibile tutti i giorni dalle 18 in poi.

Se siete persone sensibili e curiose, andateci di corsa ma, appena arrivati, smettete di correre e respirate profondamente, con tutti i sensi.

Ecco l’articolo pubblicato su Barolo & Co di giugno:

«Via Santa Chiara è una via un poco strana: a un certo punto pare finire contro un muro secentesco e invece no! Bisogna attraversare la via delle Orfane e spostarsi a sinistra di pochi metri: la strada acciottolata ricomincia imperterrita e poco oltre ci si imbatte in un localino particolare. Sarà un’enoteca, forse un wine-bar?                                        

A dire il vero, qualcosa di diverso, d’altro: di più! È un posto, più che un localino, incastonato dentro le mura barocche del Quadrilatero Romano di Torino, proprio dietro il Santuario della Consolata, in via Santa Chiara, 24/bis. E si tratta di una storia, più che un posto e più che un localino. La storia di Daniela e Antonio: lei pittrice, stilista e già collaboratrice per diversi anni di Elio Fiorucci. Antonio, architetto con la passione della cucina e del buon bere. S’incontrano per caso alla fine del 2006 e, dopo quasi tre anni passati a cucinare per gli amici tutti i venerdì sera, aprono a sorpresa questo posticino incredibile nel novembre del 2009. Tre ambienti piccini, stipati di quadri, sculture, oggetti strani dentro cui i pochi tavoli – non più di una trentina di coperti – pare stiano a usurpare lo spazio. E invece no! Ai tavoli, dopo le 18, tutti i giorni della settimana, si alternano artisti, musicisti, persone sensibili e colte ma semplici e aperte che godono delle “mescite” – Antonio chiama così i suoi cocktail – delle “merende sinoire”, delle minestre e delle insalate più o meno vegetariane (d’inverno i salumi sono d’obbligo). Oltre a birra di qualità, CasaMad offre una quarantina di etichette di vini, soprattutto piemontesi e sardi. Si tratta di vini di piccoli produttori selezionati con cura: le scelta delle etichette sarde è un omaggio alle origini di Daniela, torinese di nascita ma di famiglia orgogliosamente, come si conviene, sarda. Inutile sottolineare l’atmosfera che qui si respira; e sforzo vano tentare di descriverla: occorre andarci. E di corsa, per smettere di correre appena arrivati e allertare i sensi, con calma. 

CasaMad                                                                                                                       

Via Santa Chiara, 24/bis – Torino                                                                                     

Tel. 335 529488

About Piedmont in Unesco World Heritage Sites

Ricordo assai bene quel 18 maggio 2012 a La Morra: ero in compagnia di Angelo Gaja – che fece uno dei suoi proverbiali interventi incisivi – per assistere a questo convegno, durante il quale alcuni architetti del territorio fornivano suggerimenti per riformulare la domanda di ammissione dei paesaggi vitivincoli piemontesi all’elenco dell’Unesco World Heritage Sites. Avevano appena comunicato che la precedente domanda era stata ritenuta non completamente valida.

In buona sostanza: ci avevano rimandati.

Il tempo è trascorso non invano e, alla buon’ora, da oggi siamo a pieno titolo, con non dissimulato orgoglio, parte di questa sorta di diadema di gioielli mondiali.

Ora, a proposito di questa bella faccenda, propongo un bel brindisi a modo mio (il fiocco rosa del Giro d’Italia in Barolo, a maggio 2014) e una considerazione.
Al di là di tutte le vuote parole di circostanza che sentiremo e leggeremo, quest’atto – che è sostanzialmente formale ma che può innescare virtuosi meccanismi di prospettiva – deve semplicemente rappresentare un punto d’inizio e un pungolo che serva a lavorare sempre meglio, a imparare a comunicare verso il Mondo, a imparare ad accogliere sempre più persone (non semplici turisti, di quelli non c’è bisogno) a cui, oltre al resto, saper anche raccontare le Storie importanti delle nostre Terre, dei nostri Prodotti, della nostra Gente.
Salute, amici miei.

Landscapes of Langa, Unesco World Heritage Site
Moscato e moscato e moscato, by GoWine

Sensazionale un Moscato di Siracusa (Fausta Mansio 2009, un portento) tra i migliori mai bevuti, ma anche Aulos 2008 e 2011 di Blundo Gaetano mica scherza.

Eccellenti i Moscato di Scanzo Gocce di Sole 2012 di Caminella, Magri 2011 e Fegioja 2008.

Graditi, di Bera, l’Alta Langa Metodo Classico 2007 (70% Chardonnay, 30% Pinot Noir) e il Moscato d’Asti, quest’ultimo tra i migliori (ma lo sapevo di già).

La vera sorpresa, però, è stata un Metodo Classico da Erbaluce 100% di La Masera: per davvero di grande interesse; sarà importante seguirne le successive evoluzioni rispetto a questo sui lieviti per 18 mesi.

Per concludere: è sempre interessante quest’incontro annuale promosso da GoWine al Principi di Piemonte.

Salute.

https://www.vincenzoreda.it/gowine-moscato-wine-festival/

Marrone

In una giornata dal caldo secco che morde con le mascelle di giaguaro scendo da La Morra verso la direttrice che unisce Alba a Barolo. Dopo qualche ripido tornante si trova un bivio: a sinistra si va verso Santa Maria e Serra dei Turchi, a destra s’imbocca la strada che porta in frazione Annunziata, nome che è garanzia di grandi vini.

Vado a incontrare Serena Marrone, nella sede di questa particolare azienda che poco, a dire il vero, conosco.

Si tratta di azienda dalle solide tradizioni di Langa, fondata dal bisnonno Pietro (proveniente da Madonna di Como, due passi da Alba e grande cru di Dolcetto): quasi 200.ooo bottiglie che finiscono per il 90% all’esportazione e per il resto vendute nell’accogliente cantina da poco rimessa a nuovo.

E’ Gian Piero oggi che guida questa realtà virata al femminile: mamma Giovanna con le figlie Denise (commerciale), Serena (amministrazione) e Valentina (enologa formatasi a Alba). C’è già una nipotina e un’altra – il progetto si chiamerà Sofia, attesa per la prossima vendemmia – è in lavorazione dentro il pancino di Serena (i migliori auspici, pare ovvio).

Avevo conosciuto qualche anno fa il Dolcetto (ottimo, un Dolcetto d’Alba di quelli che non sono stati concepiti per fare a cazzotti con le Barbera…), ma niente di più: oltretutto i prodotti della famiglia Marrone sono poco o punto recensiti e non sono, se non in qualche raro caso, distribuiti sul mercato nazionale.

Serena è stata assai cortese e disponile. E’ appassionata, pare giusto: come mi ha descritto l’origine del nome “Pantalera” (una specie di palla a pugno ridotta) per la loro Barbera mi ha fatto capire molto dei legami familiari.

In un ambiente da poco ristrutturato e assai piacevole (ordine e pulizia regnano sovrani) ho avuto modo di bere e valutare un Arneis (Tre Fie, appropriato…), un eccellente Chardonnay, l’insolito rosato di Dolcetto, la Barbera e il Barolo Pichemej 2009.

Non entro in dettagli che saranno oggetto di una più approfondita e successiva valutazione (che farò, come al solito, nella calma e nella rigogliosa solitudine di casa mia in cui l’unica distrazione è costituita dalle migliaia di volumi della mia biblioteca che mi controllano con malcelata severità): certo ho bevuto vini ottimi, alcuni eccellenti, che hanno tutti – proprio tutti! – la stessa firma. Fantastico e sorprendente.

Quando mi trovo a valutare questi vini, sono facile preda dell’entusiasmo e mi piace perfino l’Arneis!! Ne parlerò: ne berrò e ne parlerò con dovizia.

Considerazione finale: occorre ammettere che non sono poche le aziende, oggi e specialmente in Langa, che producono vini di livello medio alto e alto.

Avanti così, pare ovvio.

http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it

Vincent Grosjean

finale-30

Eccellenti i vini di Vincent, forse mi è piaciuto di più il Fumin 2010 – c’è quel certo sentore di erbaceo che mi riporta un po’ al Cabernet Sauvignon di alcuni terroir  specifici – assai fruttato e di gran colore. Comunque niente male il Petit Arvine 2013, con la sua acidità e il suo bel retrogusto secco e asciutto che suggerisce accompagnamenti adeguati, non soltanto marini. 13% vol. di alcol per entrambi i vini.

Rimando alla scheda che Fabrizio Gallino ha compilato per il suo affidabilissimo Vino in Valle, riferimento ormai ineludibile.

Ten Perdu by Didier Gerbelle

Tra i tanti vini che ho bevuti negli ultimi mesi, questo Fumin 2009 di Didier Gerbelle è per certo uno dei migliori, forse quello che mi ha di più stupito. Non è ancora in commercio (leggi sotto). Ho bevuto un vino di straordinaria complessità e eleganza con tutte le caratteristiche varietali in evidenza al naso e in bocca, malgrado(!) l’utilizzo – evidentemente al meglio possibile – dello strumento della barrique. Colore rosso rubino carico, ma meno di altri Fumin, senza alcuna sfumatura aranciata sebbene  l’età non sia freschissima, 13,5% vol. Al naso sentori primari  di frutta matura e confettura con secondari di caffè. In bocca tanta armonia, tannini dolci, bella acidità e un retrogusto leggermente amaro. Devo ribadire: magnifico, semplicemente.

Lascio la parola a Didier, giovanissimo fuoriclasse, se lo merita.

«Valle d’Aosta dop Fumin 2009 Ten Perdu

Trattasi di due vigneti siti nel comune di Aymavilles , uno nei pressi del vigneto La Tour (Les Cretes), l’altro ai piedi della collinetta. La superficie totale è di circa 0,2 Ha. A partire dal 2010 un nuovo vigneto di Fumin sito nel comune di Villeneuve concorrerà alla produzione di questo vino (tutti gli anni intendo produrre sulle 1000/1200 bottiglie). Il primo vigneto è stato impiantato nel 1995 (uno dei primi impianti di vigneto monovarietale Fumin) mentre l’altro nel 2002. In entrambi i casi il sesto d’impianto è di 170 cm tra le file e di 75 cm sulla fila. IL portinnesto usato kober 5bb nel primo e 110 R nel secondo. Entrambe le vigne sono caratterizzate da terreni molto sciolti e ricchi di scheletro.

La forma di allevamento è la controspalliera  (alta perché il Fumin spinge molto e in tal modo si può sfogare) con potatura a guyot. Il Fumin è poco fertile sulle gemme basali quindi predilige potature lunghe. Con un accurata scelta dei germogli si regolerà successivamente l’equilibrio della pianta. Il Fumin è un vitigno rustico, difficile da coltivare e molto sensibile alla colatura. È indispensabile gestire bene la cimatura per ridurre al massimo questo problema. Per quanto riguarda la difesa dalle crittogame effettuo due trattamenti con prodotti sistemici nei periodi più critici (a cavallo del fiore) dopodiché vado in copertura con rame e zolfo. Appena dopo la fioritura effettuo una leggera sfogliatura ed eventualmente dirado i grappoli di troppo. Le produzioni per ettaro di Fumin (nel mio caso) non superano i 75/80 quintali.

Il 2009 è stata la mia prima vinificazione. Si tratta di una sorta di esperimento seguendo i consigli di mio nonno (al quale dedico questo vino), mancato quasi un anno fa. La sua idea, legata a un detto di viticoltori storici di Aymavilles, era quella di vinificare un Fumin e di  affinarlo 5 anni prima di consumarlo . Mi diceva sempre : “Il Fumin va vendemmiato due anni prima per berlo 3 dopo” . Se si leggono poi i testi antichi di viticoltura in Valle, spesso si trova scritto che : “Il vino Fumin non è potabile prima dei tre anni”! Visto che secondo me i “vecchi” ci insegnano molto, mi sono cimentato.

Nel 2009 raccolsi circa 15 quintali di uva. La vendemmia è sempre molto tardiva (cerco di raccogliere dopo San Martino)  per ottenere la piena maturità fenolica. Una volta arrivata l’uva in cantina, diraspo pigio e vado in tino di legno per la fermentazione alcolica. Non inoculo lieviti e scaldo se necessario per avviare la FA. Effettuo rimontaggi durante  questa fase (2/3 al giorno). Terminata la FA non svino. Stecco la botte e lascio il tutto a macerare per altri 60 giorni. Nel mentre il vino effettua anche la malolattica. Svino nel mese di gennaio, lascio decantare il vino per 2/3 giorni e lo metto in barrique nelle quali aveva fermentato e sostato il Pinot grigio per alcuni mesi. Trattandosi della prima esperienza nel 2009 ho tenuto 500 lt. da affinare. L’altra partita di vino l’ho messa nel Peque-Na! Qualche travaso all’anno delle barrique e dopo 2 anni travaso il vino in un tonneau nuovo  da 500 l. Due ulteriori anni di affinamento e successivamente imbottigliamento senza ricorso a nessuna chiarifica e/o stabilizzazione.

L’uscita in commercio del Fumin è prevista per dicembre 2014.

Il prezzo in cantina al ristoratore è di 25 € (iva esclusa); al pubblico sui 35/40 €.».

 

 

Bla bla … natural wine … bla bla.

Questo è un intervento importante. Lucido, condivisibile e ben scritto. Dunque credo sia giusto pubblicarlo sul mio sito.

«Sento la necessità di comunicare quanto segue a chi il Vino lo Ama, lo Scrive, lo Insegna … lo Vive.

uomo-di-lattaCome alcuni di voi sapranno, non mi è mai piaciuto presentare il nostro lavoro come “biologico” o “biodinamico”. Se sollecitato non posso che rispondere con verità e cioè che la nostra azienda agricola possiede la certificazione biologica e biodinamica, ma solo su specifica e insistente richiesta.

Preferisco sempre parlare di Agricoltura, di quel che facciamo, di Terroir, di Artigianalità.

Se parlo di biologico e biodinamico mi riferisco sempre al metodo agricolo e non all’aggettivo qualificativo del vino. Un vino è Vino, un vino buono è un Vino Buono, qualunque sia la tecnica con il quale sia stato prodotto. Solo successivamente deciderò se acquistare o meno un vino buono basandomi sulle regole morali ed etiche che mi sono dato.

Sempre più spesso, mi sta capitando di imbattermi in situazioni alquanto imbarazzanti: ho scoperto che in degustazioni informali ma anche ufficiali (con enologi, sommeliers, ristoratori, enotecari, giornalisti) si confonde la biodinamica con il biologico e cosa grave vengono presentate aziende non biodinamiche e non biologiche come tali.

Ora, dov’è che noi professionisti (produttori e tutti voi) stiamo sbagliando?

Ho amici – colleghi che praticano seriamente ed efficacemente un’Agricoltura biodinamica o biologica da anni pur non volendo sottostare alla “Certificazione legale”. Però non si presentano come produttori biodinamici o biologici. Non si vendono come produttori naturali.

Un produttore quando si propone come “biodinamico” oppure “biologico” (per essere naturale come minimo devi praticare il biologico) vuol dire che, oltre ad esserne fiero ed orgoglioso e dunque volerlo comunicare, vuole ottenere da questo vantaggi commerciali più che legittimi.

E se questo produttore non ha le dovute certificazioni?

E se questo produttore, senza le dovute certificazioni, non pratica neanche l’Agricoltura biologica o biodinamica?

E se questo produttore, pur non avendo le certificazioni e pur non essendosi presentato come un produttore biologico e biodinamico, viene presentato dai suoi intermediari come bio?

Ho ascoltato in prima persona produttori dichiararsi biodinamici solamente perché utilizzano il sovescio in vigna. Solo questo.

E se un professionista del mondo del vino (mi riferisco a sommeliers, ristoratori, enotecari, giornalisti) presenta, promuove, vende i vini di questo produttore che si proclama biologico o biodinamico senza averne le certificazioni e senza neanche praticare alcun metodo agricolo biologico o biodinamico?

Ripeto: sempre più spesso, mi sta capitando di imbattermi in situazioni alquanto imbarazzanti: ho scoperto che in degustazioni informali ma anche ufficiali (con enologi, sommelier, ristoratori, enotecari, giornalisti) si confonde la biodinamica con il biologico e cosa grave vengono presentate aziende non biodinamiche e non organiche come tali.

Ora, come possiamo noi professionisti (produttori e tutti voi) risolvere queste imbarazzanti situazioni?

La responsabilità di un produttore ma anche di un giornalista (o di un ristoratore o di un sommelier, di tutti i professionisti del vino in effetti) è immensa nei confronti di chi, con il proprio acquisto, ci dona fiducia, passione, tempo e sopratutto la possibilità di fare quello che stiamo facendo.

Noi abbiamo deciso di certificarci piuttosto tardi pur praticando l’Agricoltura biologica e biodinamica da diversi anni, perché ritenevo e ritengo ancora che non debba essere un terzo a garantire le mie parole, che non debba essere un terzo a garantire un lavoro mediante schede e registri da compilare. Un organismo terzo che ti certifica sulla carta senza aver mai praticato l’Agricoltura ed in tanti casi senza neanche avere un’adeguata conoscenza delle comuni pratiche agricole.

Però, in un mondo dove troppo spesso la presunta furbizia abbraccia la più mediocre disonestà, noi agricoltori che pratichiamo con tutte le nostre energie l’Agricoltura biologica o biodinamica e magari ne abbiamo fatto una scelta di Vita, noi stessi, abbiamo la responsabilità di dare una garanzia reale minima.

Ecco, questa responsabilità di noi produttori è più importante della scelta etica e morale di non certificarsi.

È piuttosto chiaro che il processo di certificazione non garantisca pienamente che il metodo biologico o biodinamico venga applicato con qualità. Ma oggi, qua, non si deve parlare di qualità. Non ancora. Oggi, qua, si deve cominciare a parlare con forza di garanzie, cioè di garantire che comunque le pratiche biologiche o biodinamiche vengano realmente eseguite.

In tanti, troppi, criticano i sistemi di certificazione, ma le critiche dall’esterno valgono davvero molto poco, mentre le critiche dall’interno, cioè le critiche fatte da chi è già certificato diventano critiche costruttive che possono migliorare i sistemi di certificazione, le procedure, la qualità stessa della certificazione e di conseguenza delle Aziende agricole certificate.

Ho cari amici produttori, che posso definire spiriti liberi, anarchici, che, per rispetto di questo meraviglioso mondo e delle persone che lo vivono, hanno accettato di certificare le proprie Aziende agricole e quindi il loro lavoro.

Mi auspico pertanto che sempre più colleghi accettino la certificazione e che sempre maggiori comunicatori del vino, apprendano a chiamare le cose col proprio nome, accertandosi del giusto e del vero.

Ringraziandovi per l’attenzione, Vi saluto cordialmente.

Alessandro Dettori

P.S. Gli elenchi delle aziende certificate bio e biodinamiche sono pubblici e pergiunta sul “webbe”.

ph fabio d’uffizi»

Eresia?

Nelle immagini qui sopra ci sono alcuni contenuti che qualcuno potrebbe considerare quantomeno eretici, azzardati, anche provocatori. Ma io sono così: il manicheismo, l’integralismo, l’omologazione, il tifo da stadio è roba che non mi appartiene….

Nel mio universo convivono benissimo Angelo Gaja e Bartolo Mascarello: il suo Barolo 2009 – magnifico, pare ovvio – l’ho bevuto nel bicchiere della mia predilezione: quel famoso Riedel sbreccato e riparato firmato Angelo Gaja 2009. Io spero che di Lassù il buon Bartolo non se ne abbia e non me ne voglia. Ma sono certo che capisca il mio intendimento e che lo apprezzi oltremodo.

A questi due, così diversi, così lontani in apparenza (ma mica tanto, se appena appena si cambia prospettiva) io voglio bene e ne apprezzo il loro essere differenti e i loro scontri, oggi quasi epici. Gli scontri generano scintille e le scintille sono vita.

Eppoi, ancora: il Barolo di Mascarello l’ho accompagnato con un pollo al Masala del Maestro Shaik Nazir e poi con delle ciliegie. Magnifico!!

Salute.

E’ primavera: la festa dell’impollinazione
Vino in Valle di Fabrizio Gallino

L’ho letto tempo fa questo bel lavoro di Fabrizio Gallino, uno dei pochi, tra quelli che di vino scrivono sulla rete, che ho in stima. Perché è serio, è abbastanza competente e, soprattutto, segue quello che ha nei propri pensieri senza rincorrere chimerine effimere e poco raccomandabili.

Sono circa 160 pagine ben strutturate in cui Fabrizio raccoglie le notizie, quelle che servono (produttori, indirizzi, vini, vitigni e prezzi) e ci mette le proprie opinioni, evitando stupide classifiche. Costa 18 €, che sono ben spesi per chi vuol conoscere i vini, ma anche i prodotti d’eccellenza della Valle d’Aosta. Sta avendo un meritato successo e Fabrizio se lo merita.

L’occasione di scrivere questo breve articolo – che a Fabrizio avevo da tempo promesso – mi è stata fornita da un incontro in un bel posto – Casa Buffetto, due passi da S. Damiano d’Asti – con l’amico enologo Vincenzo Munì, Vincent Grosjean e Didier Gerbelle. Incontro stimolante, e poi è fatto raro che con le gambe sotto lo stesso tavolo ci siano ben tre Vincenzo (se togli CENZ, resto soltanto VINO…). Abbiamo parlato e bevuto: i rosati a base Nebbiolo di Casa Buffetto, i Fumin di Didier e di Vincent, il Nebbiolo (da vasca) che sta curando Vincenzo Munì. Dei vini di Didier e di Vincent tratterò a parte, quando li avrò bevuti, gustati e valutati a casa mia, senza distrazioni e con i miei soliti tempi lunghi. A ogni buon conto, è stato un incontro proficuo, come ogni tanto accade agli uomini di buona volontà (che usano bere vini buoni).

http://www.enofaber.com/

Goblet fantasy

Playing with my Murano’s goblets and my immagination…

Biodinamico?

Biodinamico: aggettivo, singolare, maschile; dicesi di vino fermentato da frutta (uva) trattata secondo sistemi ispirati da Rudolf Steiner.

Vino biodinamico: sarà una “roba” buona o una “ciofeca”?

Biodinamico è una di quelle parole che scatenano reazioni che, di solito, sono proprie delle gradinate calcistiche stipate di tifosi integralisti.

Dal momento che io non sono né un integralista né un ultrà, quando mi viene offerto un vino definito biodinamico, innanzi tutto lo bevo. Poi lo valuto, a prescindere.

E prescindo anche se questo vino è figlio della passione di amici.

La premessa qui sopra per introdurre le mie personali valutazioni su due vini – un Cortese e una Barbera – che mi ha inviato Massimiliana Spinola (Castello di Tassarolo), figli che so diletti di Vincenzo Munì.

Si chiamano Titouan, nome del cavallo da tiro che sostituisce in vigna i normali trattori; sono fermentati da uve vendemmiate nel 2013 e sono entrambi biodinamici e privi di solfiti aggiunti.

Ebbene, sono entrambi due vini che mi sono piaciuti tanto. Vini eccellenti, per intenderci. Il Cortese è di un bel giallo paglierino di media intensità con spiccate note di pesca e di mela al naso e in bocca belle sensazioni sapide, larghe e con lungo e piacevole finale abboccato.

La Barbera è un vino dal colore rubino carico, al naso e in bocca note di mora di gelso e una bella acidità che finisce con un retrogusto particolarmente secco.

Due vini che mi sono piaciuti e che raccomando, molto semplicemente.

Salute.

https://www.vincenzoreda.it/castello-di-tassarolo-unemozione/

 

Pairing rosé

Ecco un grande accompagnamento: pasta fagioli e cozze con un bel rosato di Nebbiolo (Casa Buffetto Rosé 2013). Semplicemente impareggiabile. Ottimo anche con le cozze gratinate. Cibo semplice e di tradizione accompagnato da un vino di grande piacevolezza, assai gradevole.