Archive for Novembre, 2014
In Bianco

Per la prima volta ho avvertito netta la sensazione che anche nel campo dei vini bianchi i francesi li abbiamo acchiappati! Fino a ieri per me non c’era storia tra i vari Meursault (mio bianco preferito), Chassagne-Montrachet, Chablis, Rieseling alsaziani e i nostri.

Ebbene, comincio a ricredermi!

Chiamo a testimoniare il Petit Arvine  Vigne Rovettaz 2009 di Vincent Grosjean, il  Timorasso Derthona 2005 di Claudio Mariotto, il Timorasso Sterpi 2007 di Walter Massa, il Nascetta Anas-Cetta 2010 di Elvio Cogno, il Collaretto 2010 di Poderi Oddero, il Riesling Pétracine 2011 di Vajra, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva 2004 di Ampelio Bucci (e gli altri due Verdicchio quasi allo stesso livello: Pievalta e Fattoria San Lorenzo) e, dulcis in fundo, gli elegantissimi Etna Bianco Superiore (Carricante) Pietramarina 2010 e 2008 di Benanti.

Una cavalcata magnifica dentro una realtà produttiva che comincia ad apprezzare i vini bianchi da invecchiamento: e finalmente i francesi dovranno cominciare a preoccuparsi anche in questo campo particolare dove, fino a ieri, erano maestri indiscussi (ma hai voglia a essere bravo se non hai i terreni e le esposizioni dell’Etna o certi vitigni autoctoni come il Timorasso e il Verdicchio….).

Forza Italia ché stiamo andando bene (adesso bisogna convincere la ristorazione e i consumatori che i vini bianchi, quando sono come si deve, possono invecchiare quasi come i rossi)!!

Barolo & Co – 4/2014 – La Collina Torinese

La Collina torinese e le alture del Monferrato astigiano spuntarono come isole nel basso mare che sarebbe diventato la pianura Padana: accadde tra il Langhiano e il Messiniano (15/5 mln. di anni fa). Le Alpi erano al loro posto già da qualche milione di anni.

Una curiosità: il Po fino a qualche decina di migliaia di anni fa scorreva a sud-est della Collina!

Poi, 20.000 anni fa, da queste parti arrivarono i nostri antenati Sapiens che rimasero tali – sapiens, voglio dire – fino a quando non cominciarono a modificare l’ambiente invece che adattarsi a esso…

L’interazione, spesse volte scriteriata, dell’uomo con l’ambiente si chiama Antropizzazione: per le nostre colline cominciò assai tardi, dopo che Torino divenne, con Emanuele Filiberto, la capitale del Ducato di Savoia, verso la fine del  XVI secolo.

Ma, prima di ritornare alla Storia – e soprattutto alle straordinarie storie che la Collina racconta – vediamo di definire con i numeri questo magnifico angolo di  Piemonte su cui Torino ha la fortuna di insistere: sono circa 350 Kmq che comprendono 27 comuni la cui popolazione, con la porzione dell’oltrepò torinese, supera le 300.000 anime. Oltre 700 km. di strade ne costituiscono la complessa viabilità. Il Colle della Maddalena con i suoi 715 mslm. è il suo culmine.                                                            La nobiltà torinese scoprì la Collina durante il XVII secolo: presero a costruire delle magnifiche ville nelle quali era costume andare a villeggiare. Queste ville erano letteralmente circondate da orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto con vitigni autoctoni oggi scomparsi o rarissimi.                                      Tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora 20-30 anni fa l’uva era coltivata regolarmente e racconta anche di una certa Vigna di Mongreno, proprietà di un tizio che distillava acquavite.

E qui bisogna raccontare forse la più bella tra le storie che la Collina torinese custodisce: riguarda Villa della Regina. Risalendo la monumentale via Po – progettata dal Castellamonte e inaugurata nel 1674 – si arriva in piazza Vittorio Veneto (per i torinesi, semplicemente piazza Vittorio).                                                                                                                                                  Lo scenario è davvero formidabile: oltre il ponte, la cupola – ricorda il Pantheon – della Gran Madre di Dio; sopra quell’edificio neoclassico si compone lo scenario variegato dei verdi che la Collina torinese sa dipingere con le sfumature diverse per ogni ora e ogni stagione. E, tra quei verdi, a mezza costa, si staglia una serie di edifici compresi tra una vigna e splendidi giardini: è il complesso di Villa della Regina, oggi magnificamente restaurato, Vigna della Regina compresa.                                          Ecco la storia: questo formidabile insieme barocco di edifici, fontane e giardini fu voluto dal Cardinale Maurizio di Savoia (1593/1657), uomo coltissimo, fratello di Vittorio Amedeo I. Il progetto pare sia di Ascanio Vitozzi e la prima pietra fu posata nel 1617. Nel 1642 il Cardinale tornò da Roma, depose la porpora e sposò la tredicenne nipote Luisa Cristina (detta Ludovica, 1629/1692), figlia della cognata reggente, Maria Cristina d’Orleans, Madama Reale: quel matrimonio sancì finalmente la fine della guerra civile nel Ducato di Savoia.                                                                                                                                                         Ma si verificò un fatto straordinario: quello fu un matrimonio d’amore e la Villa della Regina fu il dono di un appassionato e innamorato cinquantenne alla sua giovanissima sposa Ludovica!                                                                                                            Oggi che il restauro è completo vale la pena di visitare questo luogo dal fascino unico: a parte la bellezza di tutto il complesso barocco, si gode un panorama su Torino che è ineguagliabile, soprattutto quando la giornata è tersa, magari all’alba (con le Alpi tinte di un pallido rosa) o al tramonto, in autunno, quando il sole va a nascondersi dietro la piramide perfetta del Monviso.                                                                                                                                                                                                                            Va detto che la Vigna della Regina – magnifica la sua Freisa di Chieri – è gemellata, proprio da quest’anno, con la celeberrima Vigna di Montmartre, a Parigi.

Se lo sguardo, magari passeggiando lungo i Murazzi, si sposta verso la sinistra, seguendo le ondulazioni delle colline oltre il fiume, a un certo punto si incrocia in lontananza una cupola: è la Basilica di Superga. Il 2 settembre 1706 il granduca Vittorio Amedeo II e suo cugino Eugenio di Savoia, da uno dei colli più alti della collina torinese, osservavano i movimenti delle truppe francesi che assediavano Torino. Lo sfortunato artigliere Pietro Micca era saltato per aria pochi giorni prima, il 29 agosto. Vittorio fece un voto alla Madonna: se avesse sconfitto i Francesi, Le avrebbe dedicato una chiesa edificata proprio su quell’altura. Il 7 settembre, tra Lucento e Madonna di Campagna, gli eserciti piemontese e austriaco sconfissero i francesi in quella che venne chiamata la Battaglia di Torino. Vittorio sciolse il voto e incaricò Filippo Juvarra di edificare la Basilica su quel colle, posto a 672 mslm. La prima pietra venne posta nel 1717 e la Chiesa fu inaugurata il 1° novembre 1731: Vittorio Amedeo II, primo re dei Savoia, era morente, fu suo figlio Carlo Emanuele III a inaugurare la Basilica di Superga.

Attraversando il Po più o meno dove il fiume riceve la Dora Riparia e salendo verso Pino Torinese – oggi paese residenziale di una ricca borghesia subalpina e sede di un osservatorio astronomico di fama europea – s’imbocca sulla sinistra, proprio prima del centro urbano, una strada: è la Panoramica. Unisce Pino Torinese alla Basilica di Superga: è una di quelle strade che rimangono impresse per sempre nella memoria. Pur tralasciando il panorama mozzafiato sulla Città e sulla corona delle Alpi che chiudono la vista in lontananza e che costituiscono uno spettacolo cangiante a ogni ora e in ogni stagione, la strada si dipana dolce, con curve lunghe e riposanti che sembrano intagliate dentro i boschi di querce, faggi, castagni, pini silvestri a cui l’opera dell’uomo ha aggiunto le specie esotiche di magnolie, cedri, platani, eucalipti e l’infestante, americana robinia (acacia, gaggìa…) che dalle nostre parti è arrivata dopo il 1750.                                                                                                             Arrivare a Superga percorrendo la Panoramica, magari in autunno, è forse il mio suggerimento più prezioso. E Superga è luogo delle mille storie: le tombe dei Savoia, la faccenda del cuore del Principe Eugenio (c’è o non c’è: mistero) e poi quel brutto giorno che fu il 4 maggio 1949…la Collina, complice una nebbia assassina, inghiotte in un solo, tragico boccone la più bella favola del nostro sport: il Grande Torino di Capitan Valentino. Senza dimenticare la Dentiera: circa 3 chilometri di un trenino che s’inerpica su per i ripidi pendii sopra una dentiera d’acciaio: fu inaugurata nel 1884 e rese la Collina più facilmente accessibile a tutti i torinesi.

Altra storia, Mario Soldati, Le due Città: «[…] Dunque, ci dicono Fontana dei Francesi, perché quando, una volta, Torino era assediata dai francesi, be’…i soldati piemontesi la difendevano, si capisce: e la linea del fronte era proprio qui. Sopra, c’erano i francesi. Sotto, i nostri. Ma non c’è acqua, si capisce, su in cresta. E guarda un po’ che, per bere, i francesi dovevano scendere fino qui. Venivano giù di notte. E i nostri li aspettavano e ci tiravano. Questa, almeno è la leggenda. A me, me l’ha contata mio papà, quando ero piccolo: venivamo sempre qui per Pasquetta.».

Mario Soldati frequentava il ristorante Fontana dei Francesi del mitico cavalier Guerino Franzin, tra i primi sommelier italiani. Situato in posizione panoramica (strada Pecetto), tra gli anni Sessanta e Settanta questo locale fu uno dei più in voga a Torino: celebre per le frequentazioni di Cesare Pavese e poi di tutta la congrega di intellettuali einaudiani, il Principe in testa. Pavese lo cita più volte in alcuni dei suoi romanzi e racconti.                                                                                                Purtroppo, chiuse i battenti nel 1998, con la scomparsa del cavalier Guerino: ma il pozzo, alimentato dalla famosa Fontana, c’è ancora nelle cantine dell’edificio che ospitava il ristorante.                                                                                                                    Villa Somis: un’altra storia che vale la pena di conoscere. I conti Somis acquistarono verso la fine del XVII secolo una stupenda dimora situata in strada Val Pattonera (sulla sinistra, salendo verso Cavoretto). Lorenzo Francesco (1662-1736), musicista e medico di corte, fu il capostipite di una famiglia di valenti musicisti: i figli Giovanni Battista (1686-1763) e Lorenzo Giovanni (1688-1775) furono violinisti virtuosi, direttori e compositori noti in Italia e in Europa.  Più tardi Villa Somis venne venduta e dopo alterne vicende ospitò un famoso albergo con ristorante annesso. Dopo un periodo di chiusura abbastanza lungo, Villa Somis è stata rilevata dalla famiglia Chiodi Latini e oggi Stefano la sta riportando agli antichi fasti: che merita un luogo di bellezza fuori del comune.                                                                                                                                                                                             Ci sarebbero ancora tante storie da raccontare: Il Monte dei Cappuccini e il Museo della Montagna, Cavoretto e il Parco Europa, l’Eremo con il Faro della Vittoria e il Parco della Rimembranza; e ancora, il Cari: vino ciularino di Cavour, l’Abbazia di Vezzolano…..

Purtroppo, lo spazio è limitato, dunque concludo con il consiglio più ovvio: il mio invito a zonzolare per le strade della Collina Torinese, una qualche emozione è li, dietro una curva, che vi attende.

 

Anteprima Vendemmia 2014, Palazzo Barolo

Piemonte anteprima vendemmia di Fiammetta Mussio (Da Millevigne)

Anteprima vendemmia 2014, l’annuale incontro promosso da Vignaioli Piemontesi, Regione Piemonte e Piemonte Land of Perferction per presentare dati e valutazioni sulla vendemmia e tracciare una previsione sull’andamento dell’annata, sarà ospitato lunedì 24 novembre a Torino, nelle sale di Palazzo Barolo, in via delle Orfane 7, in chiusura del congresso nazionale dell’Associazione nazionale sommelier. L’appuntamento è alle 10. Apre con un saluto Fabio Gallo, presidente Ais Piemonte. Intervengono l’assessore regionale all’Agricoltura Giorgio Ferrero (“Il Piemonte vitivinicolo e il suo contesto”), il presidente Piemonte Land of Perfection Giorgio Bosticco (“Aggregazione: fattore critico di successo del territorio e delle sue denominazioni”) e il presidente Vignaioli Piemontesi Giulio Porzio (“Ruolo delle organizzazioni dei produttori fra mercato globale e campanilismo”). L’agronomo Daniele Dellavalle e il giornalista Giancarlo Montaldo presenterà l’andamento della maturazione delle uve e la previsione sulla qualità della vendemmia 2014, assegnando le tradizionali “stelline” (da 1 a 5 a seconda della qualità che si prevede). L’annuale incontro sarà l’occasione per fare una riflessione sull’andamento del comparto vitivinicolo, di quali nuove sfide attendono il vino piemontese e quali strategie mettere in campo per vincerle. A orchestrare il dibattito sarà Fernanda Roggero, Food and Wine Editor de Il Sole24Ore. Il premio Piemonte Anteprima Vendemmia andrà alla memoria di Luigi Veronelli nel 10° anniversario della morte. Il premio sarà ritirato da Alberto Dragone, consigliere del Comitato decennale Luigi Veronelli.

Durante l’evento, si presenta il nuovo numero della rivista Barolo&Co diretta da Giancarlo Montaldo.

Aperitivo al vermouth e pranzo a buffet.

Info: 0173 210311, ufficiostampa@vignaioli.it

 

Torino, 48° Congresso Nazionale AIS

Comunicato Stampa

Ufficio Stampa: WELL COM srl
Comunicazione | Relazioni Pubbliche| Eventi
Marta Sobrino
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www.wellcomonline.com

Grande successo di pubblico per il 48° Congresso Nazionale
dell’Associazione Italiana Sommelier

Per due giorni la magia del vino ha “incantato” Torino 


Torino, 24 novembre 2014 – 2000 ingressi a Palazzo Carignano, 160 produttori piemontesi, 3 degustazioni guidate sold out, 200 partecipanti al Convegno sulle MeGA e 300 spettatori per il Gran Gala di Palazzo Reale: ecco i numeri del 48° Congresso Nazionale AIS di Torino.

Sabato 22 novembre il Congresso si è aperto nella splendida cornice del Teatro Carignano con l’Assemblea Nazionale dei soci AIS che quest’anno è stata inaugurata dal presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino. A questo importante appuntamento associativo è seguito il convegno, organizzato dal Consorzio Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani, dedicato alle Menzioni Geografiche Aggiuntive, che ha contato più di duecento partecipanti tra autorità, produttori, stampa e associati.

Nei pomeriggi di sabato e domenica i produttori vinicoli sono stati i veri protagonisti del Congresso e hanno animato le sale storiche di Palazzo Carignano proponendo in degustazione al pubblico i grandi vini piemontesi:Barolo, Barbaresco, Roero, Alto Piemonte Nizza.

Sabato sera è andato in scena a Palazzo Reale il Gran Gala, organizzato in collaborazione con Masters of Magic. Sei artisti internazionali si sono alternati sul palco, allestito per l’occasione nel Salone degli Svizzeri, e per un’ora e mezza hanno incantato il pubblico con numeri ispirati alla magia del vino. Dopo lo spettacolo, la serata è proseguita con un’esclusiva visita in notturna a Palazzo Reale e con la degustazione di una selezione di champagne: Paul Bara, Alexandre Bonnet, Bouquin Dupont, Corbon, Pierre Gimonnet, Lamiable, Vesselle, Vilmart.

Il Congresso si è chiuso, nel pomeriggio di domenica, con la premiazione di Ottavio Venditto che si è aggiudicato il 10° Master del Nebbiolo, concorso che ha come scopo quello di contribuire a valorizzare la figura professione del Sommelier e incrementare la conoscenza e la divulgazione del vitigno Nebbiolo.

Corollario a questi eventi, si sono svolte a Palazzo Barolo tre degustazioni guidate d’eccezione, con vecchie annate di Barolo e BarbarescoBordeaux e Borgogna.

Siamo decisamente soddisfatti del risultato raggiunto. – racconta il presidente di AIS Piemonte Fabio Gallo – “Volevamo organizzare un congresso unico nel suo genere e ci siamo riusciti. Per due giorni i palazzi storici di Torino hanno celebrato il vino piemontese, regalando un’atmosfera magica ai numerosi appassionati che hanno potuto degustare più di 500 etichette di Barolo, Barbaresco, Roero, Alto Piemonte e Nizza e partecipare a interessanti momenti di approfondimento”.

Per la realizzazione dell’evento si ringraziano: Città di Torino, Albeisa, Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Piemonte Land of Perfection, Regione Piemonte, Assopiemonte DOP&IGP, Diam, Enolmac, Booking Piemonte, Bormioli, Feyles, Relanghe, Surgiva, Carlo Angela concessionario Winterhalter.

 

All’ombra eretica della Mole un Caffé visionario

Non v’è alcun dubbio che Alessandro Antonelli (1798/1888), professione architetto, fosse un eresiarca visionario: trasformare un tempio ebreo in un assurdo pinnacolo – il più alto in muratura per i suoi tempi – senza senso apparente ma dotato di un’eleganza quasi imbarazzante può essere soltanto opera di un pazzo visionario. Come, del resto, quello sconclusionato palazzo – a pochi metri dalla Mole – che i torinesi conoscono come: “Fetta di Torta“. L’Antonelli non riuscì a vedere ultimata la sua pazzia: morì nove anni prima dell’inaugurazione (1897). Né poteva prevedere che quell’inutile pinnacolo dopo oltre un secolo avrebbe ospitato il sogno di un’altra visionaria, Maria Adriana Prolo: il Museo del Cinema, inaugurato alla Mole nel luglio del 2000 e presto diventato tra i più frequentati musei italiani (oltre mezzo milione di visitatori all’anno). Anche la Prof.ssa Prolo non riuscì a vedere sistemata la sua creatura: tolse il disturbo terreno nel 1991.

Questa breve introduzione per tratteggiare lo straordinario contesto che ospita dai primi giorni di ottobre un magnifico luogo di ristoro – proprio così: né semplicemente bar, né banalmente ristorante – sistemato all’interno del piano terreno della Mole. Allestito e arredato con la filosofia di Eataly e la grande tradizione del Caffé Vergnano, è uno spazio in cui si può sostare per un semplice caffé, una colazione, un aperitivo, un pasto; e, nel contempo, si possono acquistare alcuni prodotti selezionati dai cataloghi delle due aziende. Lo spazio è luminoso e confortevole e offre almeno 30/40 coperti. Gli orari corrispondono a quelli del Museo del Cinema.

Sono stato ospite, insieme a una ventina di food-blogger, di una bella iniziativa che prevedeva un pranzo a base di caffé: pranzo in qualche modo eretico, ben sistemato in un luogo eretico e visionario per davvero.

Offerto da Museo del Cinema (rappresentato al tavolo da Veronica Geraci), Caffé Vergano (con Carolina Vergnano e Maria Garrone) e Eataly (nomino il bravissimo chef Marco Iozzolino), il pranzo si è rivelato per davvero ottimo.

Riso Carnaroli del Falasco con toma piemontese DOP, miele d’acacia e polvere di Caffé Vergnano; Tagliata di Fassona piemontese con riduzione al Caffé Vergnano e flan di patate; Semifreddo al Caffé Vergnano e mandorle. Il tutto innaffiato da un discreto Nebbiolo 2012 di Santa Vittoria e da un ottimo Grillo 2013 di Calatrasi & Miccichè (Vino libero). Le preparazioni cucinarie le ho trovate tutte equilibrate e di gusto piacevolmente stimolante, con una citazione speciale per la tagliata, davvero eccellente.

Che dire d’altro se non raccomandare senza alcun ritegno di frequentare questo posto speciale e magari sostare qualche momento – ma anche per un ottimo pasto – prima o dopo aver fatto un giro mozzafiato sulla Mole (e sullo straordinario panorama che offre Torino, città di speciale bellezza) o un colto zonzolare tra i magnifici cimeli e materiali vari che il Museo del Cinema mette in bella mostra per i visitatori curiosi e esigenti.

Tutto assai ben allestito e per certo gradevole: non fosse per il fatto che il termine food-blogger riferito a me stesso mi è simpatico come un riccio dentro gli slip….

Torino si veste d’autunno/Fall in Turin

Una passeggiata al Parco della Pellerina, angolo ovest della Città, un pomeriggio di novembre: per fissare i colori stupendi dell’autunno. I Ginko gialli, i Liquidambar quasi viola e le querce americane rosse come i faggi. Colori cangianti che si mescolano con i verdi eterni dei pini, dei cedri, degli abeti. Anche in città la Natura parla: bisogna ascoltarne le parole, intenderle; bisogna essere capaci e disponibili a investire al meglio il Tempo che troppo spesso si spreca e quando è speso malamente – magari con persone inutili, noiose, anche dannose – purtroppo non si ricupera più.

Burano

Burano fa parte di quel gruppo di isole a nord-est di Venezia (Torcello, Mazzorbo, Mazzorbetto e Isola dei Laghi) che costituirono i primi insediamenti fissi nella laguna veneta delle popolazioni in fuga dalle città romane (Altino, Aquileia) devastate da Unni e Longobardi, tra il V e il VII secolo. Il primo documento ufficiale che parla di Burano è dell’840. Fu comune fino al 1923, quando venne assorbito nella municipalità di Venezia.

Oggi conta circa 2.700 abitanti distribuiti su quattro isole separate da tre canali per un totale di 21 ettari. Una chiesa soltanto (San Martino, che ospita una tela importante del Tiepolo) con caratteristico campanile pendente. E una piazza dedicata al compositore (caro a Benedetti Michelangeli) buranese dell’XVIII secolo, Baldassarre Galuppi. Curiosità: a Burano è nato anche, nel 1941, il cantautore Pino Donaggio.

Burano è collegata a Mazzorbo da un ponte, mentre Torcello dista qualche centinaio di metri. Celebre per i suoi merletti, è caratterizzata dalle sue coloratissime case: se ne ignora il motivo. E’ possibile mangiare e dormire bene sia a Burano sia, soprattutto nello splendido resort Venissa della famiglia Bisol sull’isola di Mazzorbo.

Un consiglio personale: andateci in autunno e rimaneteci almeno tre giorni: saranno indimenticabili. Parola mia.

http://venissa.it/

Ah, Venissa Venissa….

http://venissa.it/

Dura ormai da qualche giorno il travaglio di scrivere queste righe dedicate alla  visita a Venissa: succede sempre quando il contenuto della scrittura va a toccare certe diaboliche cordicelle della mia sensibilità. Allora mi dilanio sulla forma con cui modellare la scrittura: in fondo, l’arte è pura forma, anche nelle sue espressioni più semplici, come questa.

Il motivo di questa premessa sta nel fatto che avrei dovuto scrivere una delle mie storie peculiari: partire dagli incontri – Ivan Garlassi a Arezzo, una tristissima sera di febbraio del 2004 e Gianluca Bisol, una magnifica sera di luglio del 2013 a Barolo – narrare del viaggio complicato e affascinante per guadagnare l’isola di Mazzorbo; raccontare della storia straordinaria di Altino, Attila, i Longobardi, Torcello, Santa Maria Assunta. E poi, ancora, raccontare di come Gianluca anni fa si metta a rovistare tra i giardini delle isole per raccogliere qualche decina di fossili di Dorona e delle microvinificazioni e dell’impianto di un ettaro scarso di vigna e di Roberto Cipresso e delle scarse 5.000 mezze bottiglie prodotte nel 2010….

Invece no!

Tutte queste notizie, e ben altro ancora, si possono trovare ben raccontate e illustrate sul web site di cui sopra ho riportato il link. E ci sono parecchie e ottime recensioni che illustrano tecnicamente le faccende che riguardano Venissa.

Io, invece, stavolta desidero soltanto scrivere del vino che ho bevuto, che ho gustato e a cui ho dedicato una piccola nicchia nella cattedrale gotica della mia memoria.

Matteo Bisol, dopo una visita alla straordinaria vigna di Dorona, mi ha introdotto in una sala dalla scarsa illuminazione: sala ampia e ben restaurata con numerose immagini alle pareti e un grande schermo. Dopo la proiezione di un filmato parecchio emozionale su Venissa, mi ha portato una bottiglia scura, tracagnotta, impreziosita da due lamine d’oro inserite a caldo nel vetro e l’incisione a mano del nome del vino e del numero progressivo della bottiglia.

Sopra un tavolo di magnifico legno grezzo.

E ho cominciato il rito della gustazione.

Nella penombra mi sono appartato con quel calice: lui e io.

Tutto il resto del mondo, la galassia, l’universo: inutili, inesistenti.

Dovrei descrivere il colore? Dovrei gettare lì i soliti, noiosi aggettivi più o meno tecnici? No, no: quel colore era una tinta calda, spremuta da secoli di stenti, acque alte, smadonnamenti e raggi stinti di sole in perenne battaglia con nebbie e brume. Forse, chissà, il riflesso abbacinante di un bronzo fuso a Cipro in età alessandrina.

E dovrei adesso raccontare le sensazioni inspirate nelle narici tuffate, svergognate, dentro quel pozzo sacro di cristallo a rubare l’essenza di quel concentrato di sogno?

Ho respirato resine di conifere che forse arrivavano dai monti dolorosi del Libano, ho sentito storie di fiori appassiti aspettando amori bugiardi; ho ascoltato l’ansimare leggero di una brezza salmastra.

Eppoi l’ho bevuto: un sorso, appena un sorso per non farmi stordire, invadere, conquistare da quel vino presuntuoso.

Un sorso è bastato per riascoltare tutte le storie della Laguna: ero circondato da pescatori, contadini, fanciulle sensuali che mi raccontavano stenti, miserie, amori sfortunati, grandi bevute…

Infine, un altro sorso, piccino, che ho lasciato a lungo in bocca, quasi a coccolare con dolcezza il palato.

Concluso, mannaggia!, quell’attimo di sensazionale stordimento, sono ritornato tra i tormenti del mondo: avevo bevuto una delle ultime bottiglie del 2010, la prima vendemmia di quella vigna impiantata nel 2007.

Con Matteo Bisol – figlio primogenito di Gianluca e responsabile in prima persona del progetto Venissa – ho poi gustato il Venissa 2011 e il Rosso Venissa (Merlot 85% e Cabernet 15%) 2011: sono entrambi vini straordinari, pur se ancora, per molti versi, sperimentali. Il Venissa 2011 sarà per certo ancora più complesso del 2010: la resa è stata minore (38 ql/Ha…) e il lavoro in cantina, forti dell’esperienza dell’anno precedente, ancora più accurato. E per questi vini occorre avere tanta pazienza e saper aspettare qualche anno.

Pare ovvio che vini del genere impongono di venire qui, in Laguna, a gustarli: a Venissa, isola di Mazzorbo collegata con Burano, si trova tutto quanto occorre per appartarsi con questi vini e goderne al massimo grado. Chiaro poi che con la compagnia giusta si condividono sensazioni e emozioni.

Ah, dimenticavo il prezzo: assai meno di quel che valgono e comunque non esiste miglior modo di investire i propri denari.

Il mio consiglio?

Partire da qualunque angolo della galassia e venire a respirare la luce umida e torbida di quest’angolo di Laguna: da soli, per assaporare il piacere della propria compagnia esclusiva; in compagnia di persone sensibili, per condividere suggestioni e emozioni.

Qui si trova tutto quel che serve, condito di sensibilità, cultura, discrezione.

Salute!

Si fa presto a dire Prosecco – 2

 

Era soprattutto per conoscere in loco il Progetto Venissa che avevo concordato questo viaggio in Veneto, però non potevo, una volta giunto lì, non visitare l’azienda Bisol in Valdobbiadene.

Devo ringraziare Michela De Bona, responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne, che mi ha organizzato alla perfezione le varie e complicate faccende logistiche.

Finito il magico momento a Mazzorbo e affidato ai ricordi un tramonto sulla Laguna indimenticabile, mi sono recato in treno a Cornuda – uno dei 17 comuni della DOCG Asolo – dove mi aspettavano Desiderio Bisol con Elisa, sua moglie. Siamo andati a cenare in un bel locale in Valdobbiadene (Dobladino, vedi link sotto).

Qui ho avuto modo di bere il Private Cartizze 2009, il Crede 2013 e un interessante Prosecco Brut senza solfiti aggiunti (NoSo2): distratto dalla conversazione che a un certo punto ha preso una piega di estremo interesse per me – il racconto di Elisa dell’occupazione austriaca di Valdobbiadene durante la Grande Guerra: non ne sapevo nulla e poco di questi fatti si conosce – che mi ha distratto da una valutazione attenta dei vini che stavo gustando.

Il giorno appresso, dopo un sonno ristoratore nello storico Bread&breakfast della famiglia di Elisa, Desiderio mi ha accompagnato in uno straordinario giro in alcuni dei 177 ha. gestiti direttamente da Bisol.

Al ritorno Valentino Radaelli, in compagnia di Michela De Bona – con la quale avevo fatto una visita nelle cantine fino a rimanere incantato dentro quella storica nicchia che risale al 1875! – mi ha fatto gustare ulteriori 4 vini: il Prosecco del Fol e il Cartizze (metodo Martinotti) a base Glera; due Metodi Classici Millesimati a base di vitigni classici (Pinot bianco e nero e Chardonnay): il Talento 2003 Brut e l’Eliseo 2004 Pas Dosé Brut.

Ho trovato, in un contesto di qualità altissima, eccezionale l’Eliseo: non mi considero un esperto di vini spumanti, né questa tipologia mi appassiona in maniera particolare, però quando bevo dei vini eccellenti, quale che sia la tipologia, riesco ancora a entusiasmarmi. A questo proposito ho deciso che una bottiglia di Eliseo 2004  festeggerà l’anno nuovo al posto del solito Alta Langa con cui in genere accompagno questo rito.

Eliseo perché dedicato al fondatore dell’azienda Eliseo Bisol (1855/1923), 1.990 bottiglie prodotte di questo millesimo con tiraggio nel maggio del 2005 e sboccatura in ottobre 2014. 12,5%vol., giallo paglierino medio, al naso un delicato e complesso florilegio di sentori che vanno dalla crosta di pane ai fiori bianchi; al palato risulta morbido, sapido e con una eccezionale acidità (oggi va di moda definirla mineralità). Gran vino, tra i migliori che io abbia memoria di aver gustato tra gli spumanti italiani.

Una speciale nota di merito a Valentino: classe, competenza, discrezione. Mica poco!

Nelle valutazioni che ho avuto modo di fare con calma a casa mia – gustazioni che prendono anche due/tre giorni per valutare il vino della medesima bottiglia – sono rimasto impressionato dal Relio 2009 e, soprattutto, dal Private Cartizze 2012.

Sono entrambi vini a base Glera 100% con uve selezionate e vinificati con metodo classico. Il Relio è un dosato Extra Brut di 12%vol. dedicato a Aurelio Bisol, fratello di Antonio e dunque zio di Gianluca e Desiderio. 5878 bottiglie per uno spumante eccellente che dimostra la capacità del Glera, coltivato e vinificato come si deve, di competere con vitigni assai più blasonati: una vera sorpresa per me.

E infine il Private Cartizze 2012, non dosato, Brut per 2657 bottiglie prodotte di questo millesimo con tiraggio nel maggio 2013 e sboccatura nel marzo del 2014.

Fra tutti i vini di Bisol che ho bevuto – a parte il Venissa, pare ovvio – questo è quello che preferisco: 12,5%vol., giallo paglierino intenso con sfumature calde; al naso una straordinaria complessità che dai primari intensi di crosta di pane si va via via a percepire sentori di fiori di prato, frutta bianca, fieno. Al palato risulta sapido, armonioso e con una bella acidità che rimane a lungo con un piacevole e particolare retrogusto che non sono riuscito a riconoscere con certezza.

Gran vino che mi costringe a riformulare le mie valutazioni sul Prosecco!

Ovvio che i prezzi di questi vini ballano intorno ai 35/40 €: ma sono per certo di qualità assai migliore di un qualsiasi Champagne industriale, senza fare nomi e con prezzi spesse volte superiori.

Questo Private Cartizze 2012 l’ho accompagnato con un delizioso baccalà mantecato – ristorante da Ugo, vedi link sotto – e, a casa mia, con i cibi più vari, come da immagini qui sopra; il mio consiglio, però, è di berlo senza accompagnarlo con nulla: compagno straordinario per quelle coccole che ogni tanto ci meritiamo.

Salute.

https://www.vincenzoreda.it/si-fa-presto-a-dire-prosecco/

www.dobladino.it

www.daugo.net

 

 

Si fa presto a dire Prosecco

http://www.bisol.it/

«Prima di passare alle schede tecniche, mi concedo un ricordo personale che testimonia di come il Prosecco sia uno di quei vini che possono risolvere, con semplicità e eleganza, qualsiasi situazione: uno di quegli amici sicuri che c’è quando ti occorre; una di quelle donne, amiche o amanti, la cui compagnia è un balsamo privo di controindicazioni.

La piramide dell’isola di Montecristo si ergeva al nostro traverso indorata da un sole basso che pareva un’arancia. Il mare latteo ristava senza un’onda e le vele erano silenziose e mosce: lo sconforto di una bonaccia, il peggio per una barca a vela. Ma avevamo appena pescato un tonnetto che era stato immediatamente stufato. Ci bevemmo in abbondanza un Cartizze, anonimo, che uno di noi aveva portato in cambusa. E chi se lo dimentica più quel Cartizze bevuto al tramonto davanti a Montecristo!».

In questa maniera concludevo un articolo pubblicato sul n.59 (settembre 2011) del mensile Horeca Magazine: si trattava di un articolo dedicato a una delle più importanti case produttrici di Prosecco DOCG Conegliano-Valdobbiadene.

Prosecco oggi significa oltre 300 mln. di bottiglie, una gran parte delle quali esportate in tutto il mondo (nel 2013 per numero di bottiglie esportate ha superato Sua Altezza Reale lo Champagne), oltre 8.000 produttori che operano in circa 600 comuni di 9 province tra Veneto (5) e Friuli 4).

Il Prosecco ottenne la DOC nel 2009, stesso anno in cui Conegliano-Valdobbiadene guadagnò la DOCG; due anni più tardi fu riconosciuta la DOCG Asolo.

Valdobbiadene è oggi un comune, addossato sulla riva sinistra del Piave, di circa 11.000 abitanti; nel suo territorio 107 ha. di vigne costituiscono il Sancta Sanctorum del Prosecco: Cartizze, distribuito nelle frazioni di Santo Stefano, San Pietro di Barbozza e Saccol. La denominazione esatta è: “Prosecco di Valdobbiadene Superiore di Cartizze”, oltre 100 diversi vignaioli ne producono 1,4 milioni di bottiglie. Vale la pena ricordare che oggi un ettaro di vigna in Cartizze è forse il terreno agricolo più costoso del nostro Paese (si arriva anche a 2,5 mln. di euro!).

Ho avuto la fortuna di camminare le vigne di Cartizze accompagnato da Desiderio Bisol, enologo diplomato al celebre Istituto G.B. Cerletti di Conegliano, prima scuola enologica italiana fondata dal chimico Antonio Carpené, nel 1876.

Desiderio è il fratello più giovane di Gianluca, che si occupa di gestione e amministrazione: è ancora in gran forma il papà Antonio, figlio di quel Desiderio Bisol che nel dopoguerra trasformò una storica famiglia di vignaioli – presenti sul territorio fin dal XVI secolo – in una moderna azienda che esporta i suoi vini in tutto il mondo e che può essere considerata al vertice qualitativo del Prosecco, e non soltanto. Oggi la famiglia Bisol, con diversi marchi, produce oltre 1,5 mln. di bottiglie di cui circa 400.000 commercializzate con il marchio Bisol, ovvero l’apice della piramide della qualità.

Ma desidero ritornare alle vigne, a camminare le vigne, come soleva scrivere Gino Veronelli. Perché camminando per le sue vigne ti accorgi che cosa significa una certa bottiglia di vino, quale che sia.

Gustare un calice di Cartizze, vinificato con il metodo classico, dopo aver visitato – una mattina luminosissima di fine ottobre – queste vigne piantate su pendii impossibili (le famose Rive) che permettono soltanto faticose lavorazioni manuali, accompagnato da chi conosce le sue viti una per una,  significa che quel calice di Cartizze avrà tutt’altro gusto, tutt’altro valore.

Delle faccende organolettiche dei vini Bisol tratterò a parte, qui mi preme spiegare quanto il lavoro in vigna che si fa da queste parti non viene abbastanza raccontato, quando del Prosecco si ha un’immagine di vino industriale, facile, che tutto sommato vale poco.

Desiderio lavora con un agronomo, con un botanico e, addirittura, con un entomologo e non sproloquia sul bio o sul biodinamico: la serietà, la competenza, la ricerca, l’impegno non seguono slogan modaioli. Poi, alla resa dei conti, i vini sanno raccontare le storie giuste. A chi queste storie sa prestare orecchio.

A chi, in fondo, se le merita.

https://www.vincenzoreda.it/si-fa-presto-a-dire-prosecco-2/

 

Venissa by Mattia Mionetto

http://venissa.it/

mattia@bisol.it

Qui sopra alcune immagini descrittive di Venissa a cura di Mattia Mionetto. Il resort, strepitoso, è disponibile durante l’inverno ma il ristorante stellato di Antonia Klugmann è chiuso, anche se sono disponibili pasti deliziosi a cura dello staff con gli ortaggi e il pesce di stagione. E il vino, anzi: IL VINO! pare ovvio..

I link sopra per saperne di più e l’indirizzo e-mail per prenotare.