Archive for Marzo, 2015
Le parole lucide di Attilio Scienza

Riporto assai volentieri uno scritto di Attilio Scienza, tratto dal settimanale economico del Gamberorosso on-line del 26 marzo 2015 (anno 6, numero 13). L’intervento del Prof. Scienza è quanto mai lucido e opportuno; soprattutto, come al solito, indica una via: la sola perseguibile, fuori da mode illusorie e disinformazione mediatica.

vini&scienza.

SOSTENIBILITÀ, BENE COMUNE?

Attilio-Scienza-RiccagioiaL’Italia è in preda ad un incantesimo ideologico che esalta un passato dal quale siamo fortunatamente usciti grazie alla sofferenza ed al lavoro delle generazioni precedenti: si vuol far credere che i “contadini” possano costruire sulla nostalgia, la prospettiva economica del terzo millennio. Il cibo “narrato e naturale”, del quale non abbiamo nessuna prova sia migliore dell’altro, ci costa però molto di più. Mentre noi narriamo il cibo, il resto del mondo sta incrementando le rese per ettaro e ci fornisce le commodity necessarie per il nostro made in Italy. Serve innovazione, ricerca e sperimentazione per migliorare la qualità e la quantità delle nostre produzioni. Mentre i Paesi nordeuropei si aspettano per le grandi problematiche quali cambiamenti climatici, protezione ambientale e produzione di energia, che le innovazioni scientifiche e tecnologiche avranno un impatto positivo, l’Italia assieme all’Austria è il Paese dove ci si aspettano meno ricadute positive. Si ascoltano più le sirene nostalgiche che il parere dei ricercatori. Dall’ultimo dopoguerra ad oggi le persone a rischio della vita per fame è sceso di tre volte. Il cambiamento è avvenuto per le innovazioni portate nelle campagne: meccanizzazione, selezione dei semi, la chimica fine che ha aiutato a combattere funghi, insetti, etc. La nuova religione è la gastrolatria: meglio degustare che mangiare, meglio assaggiare che bere. Se oggi l’Italia marca un ritardo economico ed una stanchezza progettuale è perché ha smarrito le capacità organizzative del sistema. Resilienza non significa decrescita, piuttosto maggiore comprensione dei processi produttivi per individuarne i punti deboli ed introdurre innovazioni che consentono un migliore utilizzo delle risorse naturali. I progetti di sostenibilità non possono essere ricondotti ad un travaso passivo di norme dall’ente certificatore al viticoltore, come da un bicchiere pieno ad uno vuoto, nel nostro caso le teste dei viticoltori entro le quali versare il sacro liquido del sapere, ma quello di aprire in loro il vuoto. Nella pedagogia di un progetto di sostenibilità, la cosa più importante è creare nel viticoltore il vuoto, un luogo (in senso aristotelico) dove coltivare la curiosità e la voglia di imparare e capire.

Attilio Scienza Ordinario di Viticoltura Università degli Studi di Milano

 

Ristorante La Piazza, Piazza dei Mestieri a Torino

Te la trovi davanti alla cima di una piccola salita, ti si apre luminosa la corte quadrata della Piazza dei Mestieri, nel cuore del quartiere San Donato, le cui pietre raccontano storie di oltre 2 secoli.

I 7000 mq in puro stile liberty sono stati fabbrica e opificio, per poi trasformarsi in progetti e socialità. I portoni che nell’800 accoglievano gli operai e i lavoranti si aprono oggi a un plotone di studenti, oltre 500 giovanissimi avviati a un mestiere direttamente dai maestri della migliore tradizione culinaria e artigianale piemontese.

La Piazza dei Mestieri è prima di tutto un progetto che crea il futuro dei ragazzi, fatto di aule per le nozioni, laboratori per sperimentare, spazi condivisi per crescere: entrano allievi, ne escono cuochi, barman, cioccolatieri, pasticcieri, panettieri e grafici.

Dalla formazione alla tavola, ci si ritrova pochi metri più in là: alle tavolate del

Birrificio, dove il luppolo ambrato porta i nomi di Chagall e Renoir. Un capolavoro a

misura di boccale”.

Locale arioso, posto al secondo piano di un vecchio opificio ristrutturato con giudizio oltre dieci anni fa in zona San Donato (due passi da piazza dello Statuto). Aperto sette giorni su sette e gestito da circa un anno e mezzo da Maurizio Camilli e sua moglie Olga. Maurizio ha una bella carriera maturata in anni di lavoro con Teo Musso.

Servizio impeccabile,  arredamento, tovagliati, posate e bicchieri all’altezza di un locale fine/medio fine. Circa 50/60 coperti disposti con bella ariosità. Ottima carta dei vini (magari migliorabile, ma senza appunti gravi) con preponderanza, come si deve, per i nostri piemontesi.

Ho bevuto un Pelaverga di Alessandria, ottimo.

La cucina è davvero eccellente con una materia prima impeccabile a partire dalle carni, gli insaccati, i latticini, le verdure. Tra tutti i piatti gustati (nessuno meno che eccellente), davvero memorabili l’antipasto con la polpa di granchio (sensazionale) e il guanciale di patanegra (cotto a lungo a 60° e guarnito in maniera impeccabile con spinaci, carciofi e radicchio).

Si mangia e si beve benissimo (citazione per la birra speziata offerta come aperitivo) spendendo meno di 40 euro, vini esclusi (vini che comunque hanno ricarichi più che onesti: si può bere un Barolo discreto spendendo 35 euro!!).

Locale che consiglio con convinzione: chi seguirà le mie indicazioni, sono certo, mi ringrazierà  (è sufficiente che lo faccia tra sé e sé: iddio sa ascoltare…).

Insalata di verdura, foglie aromatiche, frutta, maionese vegetale e quinoa soffiata  
 10 €


Sfilata di antipasti (tonno di coniglio, salsiccia di Bra, giardiniera, acciughe del  cantabrico)    
11 €


Carpaccio di Gambero rosso e burrata con frutta disidratata     
11 €


Farro risottato con carciofi e capasanta
    10 €


Strozzapreti al burro, acciugha e cavolfiore   
 9 €

Guancetta di patanegra    16 € 

 

011.197.09.679

331.889.72.92

ristorante@piazzadeimestieri.it

http://www.ristorantelapiazza.com/lacarta/

Via Durandi 13 – Torino

 

 

Barolo & Co 1/2015: il mio articolo sui grissini

 

https://www.vincenzoreda.it/lobelisco-anticlericale-di-torino/

https://www.vincenzoreda.it/ghersa-gherssin-grissino-un-po-di-storia-seria/

Postcards from Vinitaly 2015
Saper mangiare (e bere) a Peschiera del Garda

Una delle mie regole ferree nell’alimentazione è costituita dal seguente intendimento: in ogni posto bere e mangiare, se possibile, le specialità locali. In Italia è abbastanza facile e quasi sempre premiante.

Vinitaly significa fuggire da Verona al più presto possibile e rifugiarsi, la sera, nei magnifici posti seminati lì intorno nel raggio di pochi chilometri: Peschiera del Garda, per molti versi, è un’ottima scelta.

Quest’anno ho alloggiato all’Hotel San Marco, proprio in riva al lago: un tre stelle da consigliare senza indugi: rapporto prezzo/qualità eccellente, pulizia, servizio attento, location magnifica.

Ho mangiato due volte al ristorante (pizzeria) La Terrazza e una volta a La Plume: sono entrambi sul Viale del Risorgimento, distanti un paio di centinaia di metri uno dall’altro e poco di più entrambi dall’albergo.

Qui gli operatori turistici sono tra i migliori d’Italia: abituati da molti decenni a una clientela mitteleuropea esigente e assai educata. Si vede: nella qualità del servizio, dell’accoglienza e nell’onestà dei prezzi.

Bevuti due vini eccellenti e in bottiglia da 0,375 (pratica quando si è da soli a bere): Lugana Ottella (tra i migliori dei Trebbiano che qui si declinano come Lugana), complesso, fruttato, persistente; Chiaretto di Ca’ Maiol, un classico uvaggio del Garda (Marzemino, Sangiovese, Groppello e Barbera) vinificato in rosè, ottimo a far compagnia al Lavarello.

Specialità: il Lavarello in primis. Salmonide di lago (arriva nel XIX secolo dai laghi del nord), Coregonus Lavaretus (nei laghi del centro Italia si chiama Coregone), carni pregiatissime, si pesca soltanto con la rete. Consumato con una semplice griagliatura.

Capunsei: gnocchi tipici dell’alto Mantovano nella tradizione dei cibi poveri. Sono gnocchi di pane pesto impastati con uova, formaggio e brodo (anche vegetale). Cuoca Arleta e scelta deliziosa:per certo da provare.

Per il resto un po’ di mare: ottimi polipetti in umido con polenta e una classica frittura rivisitata con l’aggiunta di melanzane.

Il tutto con grande soddisfazione.

 

Come si vende un vino, raccontando il Territorio: il Cirò di Giuseppe Ippolito

https://www.vincenzoreda.it/ciro-du-cropio/

Una delle motivazioni per cui vengo volentieri al Vinitaly, malgrado la mia sempre più fastidiosa idiosincrasia per le folle le calche le cacofonie i cafoni – tutta roba che il Vinitaly sa dispensare con rara classe e grande professionalità – è rappresentata dalla possibilità di incontrare ogni anno gli amici e i loro vini. Tutte persone eccezionali, ognuna a modo suo: pare ovvio.

Tra questi, primus inter pares, Giuseppe Ippolito, Seppetto per gli amici cirotani, con i suoi tre Cirò, soltanto rossi: Damis, Serra Sanguigna e Dom Giuvà.

Quel che ogni anno mi stupisce è la sua capacità di coniugare i suoi vini con il territorio e le specialità, uniche di quella straordinaria parte ionica della Calabria. Giuseppe sa vendere storie, suggestioni, cibo, paesaggio, uomini.

E ogni anno, con sorprendente puntualità, nella sua rete intessuta con i suoi Cirò, la sardella, le confetture di peperoncino, ‘a sazizza, ‘e suppressate s’impigliano personaggi incredibili, storie improbabili.

E non a caso restano impigliati, attaccati a quei palamiti impostati con l’esca della passione e dell’unicità di prodotti straordinari e poco conosciuti: questo è saper vendere un vino, un posto, secoli di storia; suggerire sapori, indicare accompagnamenti insospettabili (pecorino e confettura di peperoncino o di cipolla di Tropea, per esempio…).

Quest’anno nella rete portentosa di Seppetto s’è impigliato Dionigi (Dio, per gli amici) con la figlia Ines: Ristorante Italiano a Kygali, Rwanda, Africa Nera (ci vanno ospiti ogni tanto i grandi maschi alfa dalla schiena argentata che sono i leader dei Gorilla di montagna….). Storia straordinaria di un viaggiatore nato a Foggia che gira l’Italia, sposa una ragazza di colore e con lei tutto il suo paese: la bellissima Ines e il ristorante Soleluna ne sono i magnifici risultati.

E in piena Africa Nera si berranno i Cirò rossi dell’azienda Du Cropio di quell’adorabile bucaniere che si chiama Giuseppe Ippolito, Seppetto per gli amici cirotani.

Salute!

Riedel, giocando con i decanter, Vinitaly 2015

I decanter di Riedel sono per davvero di straordinario fascino: per eleganza, per creatività, per l’armonia di linee e volumi.

Esposti in una vetrina dello stand di Gaja Distribuzione non ho saputo resistere a giocare con la mia macchina fotografica e con il mio estro.

Il risultato credo sia quantomeno interessante. Certo, in studio (con controllo di luci e prospettive) si potrebbe fare ben altro…

Vinitaly 2015, Bilancio in sintesi

50ª edizione dal 10 al 13 aprile 2016

VINITALY 2015, UN’OTTIMA ANNATA

CRESCONO I BUYER ESTERI IN ARRIVO DA 140 PAESI. NEL 2014 ERANO 120.

I visitatori a quota 150mila. Oltre 2.600 giornalisti da 46 nazioni. Riprende il mercato interno con operatori horeca e Gdo.

Verona, 25 marzo 2015

Tutto il mondo a Vinitaly, con operatori professionali da 140 Paesi, ben 20 in più rispetto al 2014. «Il risultato centra l’obiettivo che ci eravamo prefissati. Grazie all’aumento del 34% degli investimenti dedicati all’incoming e alla collaborazione con il Ministero dello Sviluppo economico, l’Agenzia-ICE e il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, abbiamo aumentato la già alta partecipazione di buyer stranieri», ha affermato Ettore Riello, presidente di Veronafiere.

In totale i visitatori sono stati circa 150mila, ma rispetto al passato c’è più Far East, con Thailandia, Vietnam, Singapore, Malesia. Crescono il Messico e anche l’Africa, con new entry interessanti come Camerun e Mozambico. Bene pure il Nord Africa, con la ripresa di Egitto, Tunisia e Marocco sia per il vino che per l’olio extravergine di oliva di Sol&Agrifood.

«I grandi mercati di Usa e Canada da soli rappresentano il 20% degli oltre 55mila visitatori esteri. L’area di lingua tedesca, Germania, Svizzera e Austria, si conferma la più importante con il 25% delle presenze, il Regno Unito è al terzo posto con il 10%, seguono in termini numerici i buyer dei Paesi Scandinavi e quelli del Benelux – ha detto Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere –. Abbiamo registrato grande soddisfazione da parte degli gli espositori, per la capacità di Vinitaly di migliorare di anno in anno il numero di buyer esteri e la qualità dei visitatori, mantenendo alto il numero dei contatti, tanto che aziende private di grande rilevanza hanno già sottoscritto rinnovi triennali per le prossime edizioni».

Merito anche della nuova profilazione dei visitatori adottata quest’anno, con un ulteriore affinamento della selezione del target dei visitatori e con la registrazione di tutte le persone in ingresso: questo costituirà un data base di straordinario valore per le prossime iniziative di marketing e sviluppo internazionale.

Nella top ten dei Paesi, impressiona la crescita della Francia, che precede il Giappone, mentre Cina, Hong Kong e Taiwan si collocano all’ottavo posto. La Russia, nona, è l’unica in controtendenza come conseguenza della difficile situazione geopolitica in atto. Chiude al decimo posto il Brasile.

Sono in aumento le presenze da altri Paesi dell’Unione Europea, in particolare da Polonia e Romania.

Questo Vinitaly assiste anche al ritorno di un certo ottimismo per il mercato interno, con operatori interessati provenienti da tutta Italia, sia del canale horeca, sia della Gdo.

La manifestazione è stata seguita da oltre 2.600 giornalisti da 46 nazioni.

ALCUNE DICHIARAZIONI

Mastroberardino – Piero Mastroberardino

«Tanta clientela business con una copertura completa dei mercati classici e al lunedì grande partecipazione di clientela business nazionale. I numeri sono importanti e abbiamo meeting con operatori anche oggi che è l’ultimo giorno.

Abbiamo avuto contatti anche con operatori di mercati non maturi e in fase di sviluppo, che approcciano al vino con interesse. Siano riusciti a presentare alcune nostre nuove iniziative innovative e a veicolare messaggi più raffinati che in passato».

Umani Ronchi – Michele Bernetti

«Vinitaly è la fiera dove c’è il focus del vino italiano e dove tutto il mondo converge. Sono per noi giorni importanti e di grande soddisfazione».

Ferrari – Camilla Lunelli

«Per quanto riguarda i buyer esteri il bilancio è positivo. Bene anche il mercato-Italia, con Gdo e ristoratori di alto livello. Ottima l’anteprima di OperaWine».

Marchesi di Barolo – Valentina Abbona

«In questo Vinitaly abbiamo avuto la conferma che, almeno per quanto riguarda il settore agroalimentare, quanto da tempo auspicato si sta rapidamente realizzando: un flusso continuo di operatori da ogni Paese del mondo. Australia, Malesia, Indonesia, Taiwan, Corea, Giappone, Kazakistan, Emirati e tanti altri: un interesse vero che coniuga cultura e passione con il business».

Peter Lundgard Schmidt – Buyer dalla Danimarca

«Le domande del mercato danese relativamente al settore vitivinicolo sono indirizzate verso la ricerca di vini fruttati e poco corposi. È proprio nella produzione italiana che il nostro mercato trova la risposta ideale a queste esigenze. Ho frequentato diverse fiere dedicate al settore, ma è la mia prima volta a Vinitaly. Ho scelto di venire a Verona con la consapevolezza di trovare nuovi produttori ed occasioni di business molto interessanti».

 

Clinton Ang – Corner Stone, buyer da Singapore (il principale importatore dal sud-est asiatico)

«Il mercato del vino italiano a Singapore sta vivendo una stagione molto positiva. Il nostro Paese ha scoperto da poco il cibo italiano e le qualità enogastronomiche dell’Italia intera. Tutte le regioni sanno offrire una produzione vitivinicola eccellente e in grado di rispondere a tutte le esigenze, nonché a sposare sapientemente qualsiasi pietanza.

La mia famiglia viene a Vinitaly da tre generazioni e per me è già il quinto anno. Solo qui troviamo tutti i produttori che ci interessano e riusciamo a fare business in modo efficiente e molto concentrato, è la fiera perfetta in questo senso ed ogni anno ci consente di stringere rapporti commerciali molto importanti.

Sono in questi giorni a Verona rappresentando circa 27 regioni del Sud-est asiatico da Singapore a Hong Kong: l’obiettivo che ci eravamo posti prima della partenza era quello di trovare un Prosecco che rispondesse a determinate caratteristiche. Non solo ho già trovato quello che cercavo, ma da questo incontro è nata una joint venture con l’azienda. Non posso che ritenermi soddisfatto».

Wong Yin-How – Managing Director Vintry, buyer dalla Malesia

«Il mercato del vino in Malesia sta crescendo di circa del 10% e anche i vini italiani stanno guadagnando nuove quote di mercato. Per il momento i vini più venduti sono quelli toscani, ma ho scelto di venire a Vinitaly proprio per cercare nuove cantine che producano vini bianchi e freschi. Posso definirla sicuramente un’esperienza costruttiva, ho trovato produttori del Piemonte, Sicilia, Umbria e Campania, davvero molto interessanti. La mia permanenza in fiera non è ancora conclusa, sono certo che troverò anche altri produttori potenzialmente interessanti per il nostro mercato».

Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole, agroalimentari e forestali

«Il settore vitivinicolo è un patrimonio fondamentale per l’Italia con oltre 14 miliardi di euro di fatturato e migliaia di aziende che rappresentano con passione, innovazione e professionalità la ricchezza dei nostri territori. Vogliamo aiutare queste esperienze a crescere, liberandole da lacci burocratici che le hanno appesantite in questi anni. In questi dodici mesi abbiamo messo in campo un’operazione di semplificazione che ha portato alla dematerializzazione di 64mila registri, al taglio di burocrazia inutile e che ha iniziato davvero a mettere la pubblica amministrazione al servizio delle aziende. Abbiamo anche approvato il tanto atteso decreto per i diritti d’impianto e siamo stati protagonisti del piano straordinario per l’internazionalizzazione che vedrà proprio l’agroalimentare al centro delle azioni».

Andrea Olivero, viceministro delle Politiche agricole, agroalimentari e forestali

«Questa edizione ha manifestato ancora più delle precedenti la grande voglia di internazionalizzazione del nostro Paese che nel settore del vino vede uno degli elementi di massima qualità. Qui abbiamo una straordinaria espressione di quell’Italia che vuole farsi conoscere nel mondo per eccellenza e innovazione.

Per questo abbiamo dato il via ad un grande progetto per l’agroalimentare made in Italy, che coinvolge Mipaaf, Mise e Affari esteri, con anche un Piano Fiere finalmente strategico. Se vogliamo arrivare ai 50 miliardi di export in questo comparto, dobbiamo mettere in campo tutto questo».

 

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Alejandro Jodorowsky – “La danza della realtà” e altri libri

Sono nato nel 1929 nel nord del Cile, in terre conquistate al Perù e alla Bolivia: Tocopilla è il nome del mio paese natale. Un piccolo porto ubicato, forse non per caso, all’altezza del ventiduesimo parallelo. Nei tarocchici sono ventidue arcani maggiori. Ciascunodei ventidue arcani dei Tarocchi marsigliesi è disegnato all’interno di un rettangolo composto da due quadrati. Il quadrato superiore può simboleggiare il cielo, la vita spirituale, mentre quello inferiore la terra, la vita materiale. Al centro del rettangolo s’iscrive un terzo quadrato che simboleggia l’essere umano, unione tra la luce e l’ombra, ricettivo verso l’alto, attivo verso la terra….In lingua quechua Toco significa ‘doppio quadrato sacro‘ e Pilla ‘diavolo‘. Qui il diavolo non è l’incarnazione del male ma un essere della dimensione sotterranea che si affaccia da una finestra fatta di spirito e materia, il corpo, per osservare il mondo e apportarvi la propria conoscenza. Presso i mapuche, Pillàn significa ‘anima, spirito umano giunto allo stadio definitivo‘.” Questo è l’incipit del libro “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky, scritto nel 2001 e pubblicato in Italia per i tipi di Feltrinelli nel 2004.Quando illustro ai miei lettori un autore o un libro, alle essenziali note biografiche e alle scarne, ma quanto più chiare possibile, mie riflessioni sono solito accompagnare ampie citazioni che ho avuto modo di scegliere con cura e che forniscono una sorta di spiraglio su quel che l’autore o l’opera hanno da comunicare al potenziale lettore. In buona sostanza, il mio compito non è quello di spiegare in modo esauriente, bensì cercare di incuriosire e portare alla conoscenza di chi lo desidera un nuovo, piccolo brandello di sapere, o semplicemente un nuovo punto di vista.

Per la conoscenza di questo personaggio straordinario, il percorso deve necessariamente cominciare dal libro sopra citato. E’ la sua biografia, la storia di una vita per certo unica e stravolgente.

Alejandro Jodorowsky nasce appunto in Cile da una famiglia di profughi ebrei ucraini. Si trasferisce a Parigi nel 1953, forte di un’esperienza teatrale e poetica dovuta a un’intensa attività assai innovativa svolta in patria. A Parigi fonda con Arrabal e Topor il movimento di teatro, che diventerà anche cinema, “panico”.

In Italia viene conosciuto a metà degli anni settanta come autore del film “La montagna sacra”, una pellicola cult, oggi di difficile reperimento. Dopo il successo, soprattutto in ambienti artistici e culturali d’elite, di quell’opera, venne distribuito anche “El Topo”, film che in realtà Jodorowsky aveva girato prima ( 1971 questo, 1973 “La montagna sacra”) e sempre in Messico, paese che egli considera magico per eccellenza.

Oltre a un altro film, egli è autore teatrale, sceneggiatore e collaboratore dei più grandi disegnatori di fumetti, mimo, scrittore e grande esperto di tarocchi.

Il secondo libro di cui consiglio la lettura è proprio “La via dei Tarocchi”, scritto nel 2004 e pubblicato in Italia sempre da Feltrinelli nel 2005. E’ senza ombra di dubbio il più esauriente, interessante, straordinario libro dedicato ai tarocchi mai scritto: un volumone di quasi 600 pagine di lettura impegnativa, da rileggere e consultare per sempre. Importante perché, a prescindere dall’interesse verso l’argomento, vi si trova la genesi della sua ricerca sulla psicomagia.

Citerò di seguito alcuni passi da “La danza della realtà”.

“.. L’albero genealogico si comporta, con tutte le sue componenti, come un individuo, un essere vivente. Ho chiamato lo studio di questi problemi “psicogenealogia” (così come ho chiamato lo studio dei tarocchi “tarologia”. Nel giro di pochi anni i “tarologi” e gli “psicogenealogi” si sono moltiplicati). Alcuni terapeuti che hanno compiuto studi genealogici hanno cercato di ricondurre tale albero a formule matematiche, ma non è possibile ingabbiarle nella razionalità. L’inconscio non è scientifico, è artistico. Lo studio delle famiglie va condotto diversamente. Di un corpo geometrico si conoscono perfettamente le relazioni fra tutte le parti, per cui non è modificabile. Un corpo organico sviluppa relazioni misteriose….

…..Il paziente deve fare la pace con il suo in coscio, non deve liberarsi di lui, ma trasformarlo in un alleato. Se impariamo il suo linguaggio, si mette a lavorare per noi. Se la famiglia che vive dentro di noi ancorata alla memoria infantile è alla base del nostro inconscio, allora dobbiamo far evolvere ogni nostro parente trasformandolo in un archetipo….

……I clienti continuavano ad aumentare, quindi fui costretto a effettuare sedute di gruppo durante i fine settimana. Per curare la famiglia ho deciso di drammatizzarla.

……Questi esercizi ci avevano convinti che, divenendo consapevoli delle relazioni malate, le avevamo guarite. Eppure ritornando dalla situazione terapeutica alla normalità, i sintomi dolorosi erano di nuovo presenti. Per risolvere un problema non bastava identificarlo! Una presa di coscienza, un confronto drammatizzato, un perdono immaginato se non venivano seguiti da un atto nella vita quotidiana, alla fine erano sterili.”

Ancora.

“Perché un atto magico sortisca buoni risultati, il ciarlatano popolare deve per forza presentarsi come un essere superiore che conosce ogni mistero. Il paziente accetta i suoi consigli in modo superstizioso, senza capire come né perché agiscano sul suo inconscio. Invece lo psicomago si presenta come il semplice conoscitore di una tecnica, come un istruttore, e si preoccupa di spiegare al paziente il significato di ogni atto e la sua finalità.

Chi viene a chiedere un consulto sa che cosa sta facendo. Ogni superstizione viene bandita: eppure non appena si mettono in pratica gli atti prescritti, la realtà inizia a danzare in un modo diverso, nuovo.”

Per finire con “La danza della realtà”: “… Fondamentalmente, ogni malattia è una mancanza di consapevolezza impregnata di paura. Tale incoscienza nasce da un divieto imposto senza fornire spiegazioni……Lo psicosciamano, così come il guaritore primitivo, mentre opera deve eludere non soltanto le difese del paziente ma anche le sue paure…..Se la realtà è come un sogno, dobbiamo agire senza subirla, così come facciamo in un sogno lucido, ben sapendo che il mondo è quello che crediamo che sia. I nostri pensieri attraggono i loro simili….”.

L’atto finale, per concludere questo sentiero non facile, ma certo assai interessante, è la lettura di un libro tutto sommato non ponderoso all’apparenza ma al contrario di non facilissima comprensione e interpretazione: “Psicomagia – Una terapia panica””, è in buona sostanza il testo di alcune conversazioni avute da Gilles Farcet con Jodorosky tra il 1989 e il ’93, pubblicato in Francia nel ’95 e in Italia, sempre da Feltrinelli, nel 1997.

Un testo di grande fascinazione su cui non voglio pronunciarmi, anche per lasciare a chi ne ha voglia l’incanto di questa scoperta. E’ un libro che si può leggere anche solo per curiosità, senza lasciarsi trascinare in analisi approfondite che devono riguardare soltanto chi volesse andare oltre la superficie del gusto delle storie, pur incredibili.

Cito solamente alcuni brani che sono in conclusione del volume.

“…Gilles, esiste una sola cura globale: incontrare Dio. Non ne esiste altra. Soltanto la scoperta del proprio dio interiore può curarci per sempre. Il resto è solo un arrampicarsi sui vetri. Qualsiasi terapia è solo parziale……..Se insegno qualcosa, quel qualcosa è proprio l’immaginazione………Per la maggior parte del tempo, non abbiamo la minima idea di quello che può essere l’immaginazione, non ci lasciamo toccare dall’ampiezza dei suoi registri. Perché, oltre all’immaginazione intellettuale, esiste l’immaginazione sentimentale, sessuale, corporale, economica, mistica, scientifica…L’immaginazione è presente in tutti i campi, compresi quelli che consideriamo ‘razionali‘. E’ ovunque. Quindi bisogna svilupparla per affrontare la realtà, non partire da una prospettiva unicama da molteplici angoli visuali….pensare e sentire partendo da prospettive diverse…..Mi piacerebbe che i lettori del nostro libro ammettessero, perlomeno, l’idea del potere terapeutico dell’immaginazione, della quale la psicomagia, in fin dei conti, non è altro che una modesta applicazione.”

Segnalo ancora “Quando Teresa si arrabbiò con Dio”, sempre reperibile nella UE di Feltrinelli.

Avvertenza: i libri citati si trovano assai facilmente. Ho la speranza di aver suscitato qualche curiosità e magari aperto qualche nuova prospettiva.

Vincenzo Reda

Primavera 2007

Chile Comapeño

http://comapeno.com/

http://www.bizjournals.com/baltimore/print-edition/2014/10/03/joao-noro-a-imports-a-rare-heirloom-chili-pepper.html?page=all

Peperoni e peperoncini sono originari delle foreste pluviali del Centroamerica, lì crescono endemici. La pianta appartiene alla famiglia delle solanacee (patate, melanzane, pomodori ma anche tabacco), e il genere è Capsicum, con la specie più importante che è la Annuum, una piantina annuale (si deve seminare ogni anno in primavera e muore in inverno dopo aver fruttificato tra giugno e settembre, a secondo dei climi). Da questa piantina si ricavano più o meno tutti i peperoni e peperoncini conosciuti, piccanti e non.

Il gusto piccante è dato da una sostanza alcaloide (vera e propria droga tossica) che si chiama capsaicina che pura, in dosi di 10/15 grammi, uccide un uomo di taglia media per arresto cardiaco. Esiste una scala, empirica non scientifica, che si chiama Scoville (dal nome dell’americano, Wilbur Scoville, che la mise a punto nel 1912) che misura il grado di piccantezza dei peperoni: la capsaicina pura secondo questa scale vale 16.000.000 di punti SU (o SHU), i peperoncini più piccanti (Carolina Reaper, Scorpion di Trinidad, Naga Morich) variano tra 1.000.000 e oltre 2.000.000, valori questi che arrivano a ustionare la pelle! Un peperoncino di media piccantezza sta tra i 50 e i 100.000 punti SU, l’Habanero arriva a 600.000. Quasi tutti i peperoncini più piccanti sono della specie Chinense o Frutescens (a volte ibridati), le altre specie più comuni, oltre al ‘Annuum, sono la Pubescens e la Baccatum.

Il nome messicano (lingua nahuatl) era Chilli o Xilli, da cui derivano le specie Chilitecpintl e Chiltelpin (Capsicum Anuum); in lingua quechua (Inca del Sudamerica) il peperoncino si chiama Uchu, mentre i sudamericani odierni lo chiamano Ajì (dalla parola antillana Asci).

Un paio di anni fa Joao Noroña (di Baltimora, ma nato in Mexico) e  sua moglie Renee, vennero a conoscenza di una varietà rarissima di peperoncino endemico delle foreste pluviali situate sulle pendici del vulcano Orizaba (Chitlaltépetl, in Nahuatl, 5.610 mslm, la montagna più alta del Mexico)). La pianta stava per estinguersi e decisero di salvarla e di promuoverne la produzione aiutando i contadini locali a coltivarla. La pianta cresce a oltre 1.200 mslm nella foresta pluviale e i suoi frutti, piccoli e di media piccantezza, posseggono una straordinaria varietà di sentori davvero complessi e abbastanza unici. I coniugi Noroña, decisero così di commercializzare questa deliziosa bacca , confezionando vari tipi di prodotti, come illustrato nelle fotografie e che si possono apprezzare e comprare sul loro sito (vedi link sopra). La loro storia è magnificamente raccontata in un articolo che si può leggere nel link evidenziato sotto quello precedente.

Io, che posso ritenermi un ottimo esperto (essendo anche di origine calabrese e conoscendo la cultura e la civiltà messicana) ho assaggiato questo peperoncino particolare (di cui si ignora la specie, pur essendo comunque del genere Capsicum) spalmandolo in dosi notevoli (se non siete abituati, evitate) su tranci di polenta grigliati e l’ho trovato davvero delizioso. Così com’è deliziosa la salsa si peperoncino e albicocche, ideale per i nostri bolliti.

Fidatevi di me e provate il  Chile Comapeño, un’emozione unica. E poi anche un modo per aiutare poveri contadini messicani e contribuire a preservare un poco di biodiversità!

Un grazie speciale a Giovanni Leopardi che questa storia me l’ha fatta conoscere.

L’obelisco anticlericale di Torino

Dopo un’epico scontro nel Parlamento sabaudo, il 9 aprile 1850, furono aboliti nel Regno di  Sardegna i tribunali speciali ecclesiastici, su proposta del ministro della Giustizia, conte Giuseppe Siccardi (1802/1857). Il punto fondamentale stava nel fatto che fino ad allora il clero era sottoposto soltanto alle leggi ecclesiastiche e ai loro tribunali, sottratti così alla giustizia civile e violando palesemente l’articolo 24 dello Statuto sull’eguaglianza dei cittadini.

L’arcivescovo di Torino, monsignor Luigi Fransoni (1789/1862) protestò e invitò i parroci alla disobbedienza. Gli fu comminata una multa di 500 lire e fu condannato a un mese di carcere. La multa fu pagata  tramite sottoscrizioni polemiche promosse dai giornali cattolici che aizzarono anche i fedeli a schierarsi contro la legge. Di contro, la stampa liberale promosse una sottoscrizione per riconoscere un omaggio simbolico al conte Siccardi. Ebbene, ebbe così tanto successo che si decise di erigere un monumento in quella che allora era piazza Paesana, sede del  marcà dle pate (mercato delle pulci), e oggi piazza Savoia. Fu scelto l’obelisco dello scultore Luigi Quarenghi di Casalmaggiore (1810/1882) su cui vennero incisi i nomi degli 800 comuni sottoscrittori.

Quando venne posata la prima pietra, il 17 giugno 1852, si decise di murare sotto l’obelisco quelli che erano considerati i simboli del monumento stesso e della città che lo ospitava: una copia della legge Siccardi, i numeri 141 e 142 de La Gazzetta del Popolo, alcuni semi di riso, delle monete, una bottiglia di Barbera e….una scatola di grissini!

Peppers: lights & colors by Vincenzo Reda
Vinolibero & Nomacorc, Eataly Lingotto

 

VINO LIBERO AND NOMACORC TASTING CHAMPIONSHIP

 

Serralunga d’Alba, 24 febbraio 2015 – Dalla partnership stipulata lo scorso Vinitaly tra l’Associazione Vino Libero e Nomacorc, leader mondiale nel settore dei tappi per vino, nasce l’idea del Vino Libero & Nomacorc Tasting Championship, un vero e proprio campionato di degustazione che vede protagonisti i vini senza concimi di sintesi, senza diserbanti e senza almeno il 40% di solfiti rispetto al limite previsto per legge realizzati dalle 12 cantine d’Italia che hanno aderito al Disciplinare dell’Associazione.

A seguito della scelta di Vino Libero di adottare su alcune referenze i tappi Select Bio di Nomacorc, realizzati con materiale bioplastic derivante dalla canna da zucchero che, oltre ad avere un’impronta di carbonio assente, grazie all’uso di polimeri rinnovabili di origine vegetale, consentono di ridurre lo spreco di vino causato dal sapore di tappo o da alterazioni dovute al passaggio non ottimale di ossigeno, è sorta infatti l’esigenza di comunicare tutti gli evidenti e soddisfacenti risultati positivi che si sono sviluppati a seguito della collaborazione. E quale miglior modo per abbattere le diffidenze verso una chiusura sintetica se non un vero e proprio test sul campo, con la possibilità di esprimere un voto?

Il progetto, che  mira a coinvolgere non solo i maggiori esperti del mondo del vino in tutta Italia, tra cui Sommelier, Assaggiatori e giornalisti del settore ma anche semplici appassionati e clienti incuriositi all’interno degli store Eataly, ha l’obiettivo di arrivare a definire quale, tra le otre 50 referenze Vino Libero, identificate dalla tipica bandierina sul collo della bottiglia, sia la loro preferita, prescindendo da ogni giudizio legato alla tipologia di chiusura utilizzata.

 

In ciascuno dei tre appuntamenti previsti, a partire da quello di Torino, cui seguiranno le tappe di Roma e Milano, i partecipanti potranno testare innanzitutto due campioni di diverse tipologie di vino, ciascuno chiuso con tre diversi tappi, e capire così come il processo di ossigenazione in bottiglia sia influenzato dalla chiusura utilizzata. Solo allora inizierà la competizione, incentrata su sei referenze tra le più rappresentative.

 

Tema di Torino saranno i vini rossi, mentre a Roma si esplorerà il mondo dei vini bianchi, per arrivare alla finale di Milano, dove vini bianchi e rossi saranno messi a confronto ed analizzati per le loro caratteristiche organolettiche. Tutti i risultati ed i contributi saranno raccolti in una pubblicazione.

 

Il comunicato stampa qui sopra è a cura dell’Ufficio stampa di Eataly:                                                                      Chiara Destefanis – destefanis@fontanafredda.it – +39 342/6696519                                                                     Andrea Di Curzio – a.dicurzio@winedreamers.com – +39 335/1041358

E’ stata una serata assai interessante. La prima parte ha visto le valutazioni di due vini differenti con tre diverse tipologie di tappi Nomacorc (diversa permeabilità all’ossigeno esterno): molto interessante le differenze, comunque quasi impercettibili, rilevate sul Sangiovese Inno di Gianna Nannini, bene illustrate dall’enologo Manuel Pieri. Presente, per Nomacorc il Direttore Commerciale Filippo Pieroni. Certo, si tratta di questioni di grande complessità e sulle quali non c’è perfetta concordanza tra i veri esperti e ricercatori, ma la serietà dell’esperienza Nomacorc va comunque evidenziata nel giusto risalto.

La seconda parte della serata ha visto la valutazione di cinque vini rossi scelti tra quelli facenti parte del brand Vinolibero: Barolo No Name di Borgogno, Nebbiolo Filari corti di Brandini, Dolcetto di Dogliani Superiore Vigna del Pilone, Già di Fontanafredda e Rosso dell’Abazia di Serafini & Vidotto. Pur non amando in particolare il classico uvaggio bordolese, devo dire che la mia preferenza è andata, tra questi vini, al Rosso dell’Abazia, che ben conoscevo e che si presenta sempre come un prodotto di grande interesse e di qualità superiore (tralascio i dettagli di valutazione organolettica).

Serata come sempre, quando organizza Eataly, di interesse e soddisfazione.

https://www.vincenzoreda.it/vinolibero-by-oscar-farinetti/

https://www.vincenzoreda.it/innno/

http://it.nomacorc.com/

 

 

 

La Sicilia non delude mai….

GOWINE

MARTEDI’ 3 MARZO 2015
Star Hotel Majestic **** – Corso Vittorio Emanuele, 54 – Torino

VIAGGIO NELLA SICILIA DEL VINO
Focus su una grande regione del vino

Go Wine a  Torino con i vini della Sicilia:

In gustazione  i vini delle seguenti aziende:
Armosa – Scicli (Rg)
Castellucci Miano – Valledolmo (Pa)
Donnafugata – Marsala (Tp)
Duca di Salaparuta – Casteldaccia (Pa)
Fausta Mansio – Siracusa (Sr)
Fenech – Malfa (Me)
Ferracane  – Marsala (Tp)
Giasira – Rosolini (Sr)
Gulfi – Chiaramonte Gulfi (Rg)
Planeta – Menfi (Ag)
Spadafora – Palermo
Valenti – Castiglione di Sicilia (Ct)
Vinifer-Tranchida – Marsala (Tp)
Wiegner – Castiglione di Sicilia (Ct)

Conosco bene i vini siciliani e mi piacciono soprattutto i bianchi del trapanese (in testa il Grillo) e i rossi dell’Etna (Nerello Mascalese in primis), ma stavolta sono stato colpito da due personaggi davvero particolari, e dai loro vini, pare ovvio.

Francesco Fenech e Peter Wiegner: uno siciliano, l’altro svizzero. Fanno vini strepitosi in Sicilia. Il primo a Salina (Eolie), il suo Maddalena (nome della figlia) è una Malvasia delle Lipari secca da togliere il fiato, 2014, imbottigliata da 3/4 giorni: un portento! Detto tra di noi, anche la Malvasia passita non è male…
Peter lavora sull’Etna e i suoi tre vini (un Fiano, un Nerello Mascalese e un Cabernet Franc in purezza) sono tutti eccellenti, con una citazione speciale per il Cabernet, si chiama Artemisio. Fino di grande finezza, poco alcol (12.5%vol), davvero ottimo (e con una personalità lontana parsec dai “soliti” vini…).

Fidatevi di chi giudica facendo riferimento soltanto ai propri sensi, alla propria esperienza, alla propria onestà intellettuale, prima ancora che deontologica.

www.fenech.it

www.wiegnerwine.com

www.gowine.it