Archive for Luglio, 2015
Argotec su Barolo & Co n. 2

Il 3 maggio scorso alle ore 12.44 GMT (tempo medio di Greenwich), qualche centinaio di chilometri sopra le nostre teste, nell’ovattata atmosfera priva di gravità della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), la nostra Samantha Cristoforetti – astronauta italiana dell’Agenzia Spaziale Europea, capitano dell’Aeronautica Militare, impegnata nella missione Futura, la seconda di lunga durata dell’Agenzia Spaziale Italiana sulla ISS – ha bevuto il primo caffè espresso e poi, presumo, lo ha offerto ai suoi colleghi: un prodotto nella più fulgida tradizione del Made in Italy, declinato per la volontà di offrire, anche nello spazio, la possibilità di gustare in qualche modo la piacevolezza di una delle nostre eccellenze alimentari.

Il progetto, frutto di un brevetto che ha richiesto una ricerca assai sofisticata, si chiama: “ISSpresso”.

Preparare un caffè nello spazio non è semplice: è necessaria una tecnologia assai raffinata. La prima macchina espresso a capsule è in grado di lavorare nelle condizioni estreme dello spazio, dove i principi che regolano la fluidodinamica dei liquidi e delle miscele sono diversi da quelli terrestri. Rappresenta un vero gioiello tecnologico in grado di erogare un espresso a regola d’arte in assenza di peso. Per questo è stato selezionato dall’Agenzia Spaziale Italiana: una piacevole “pausa-caffè” a bordo della ISS. Le operazioni di supporto all’esperimento sono state seguite dal centro di controllo di Argotec e monitorate dall’Agenzia Spaziale Italiana. La macchina ISSpresso – che utilizza le stesse capsule di caffè Lavazza che si trovano sulla Terra – è in grado di preparare non soltanto il tipico espresso italiano, ma anche il caffè lungo e le bevande calde, come tè, tisane e brodo, consentendo anche la reidratazione degli alimenti.

Un’altra importante ricerca riguarda il trasferimento del calore passivo: la tecnologia, detta heat pipe, sviluppata per sopportare le condizioni estreme dello spazio, è stata poi trasformata in un’applicazione terrestre per costruire sistemi di riscaldamento più efficienti e meno dispendiosi delle pompe di calore.

L’Argotec è un’azienda ingegneristica aerospaziale italiana, con sede in Torino, fondata nel 2008, che punta molto su ricerca, innovazione e sviluppo in diversi settori: ingegneria, informatica, integrazione di sistemi e “human space flights and operations” per conto dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) così come di altre industrie o agenzie europee.

La maggior parte dei dipendenti è italiana, ma ci sono anche diversi stranieri, per esempio da Olanda, Argentina, USA. L’età media del personale è 29 anni, perché la Argotec crede fermamente nei giovani: li forma e li responsabilizza, crescendo con le loro idee e con il loro spirito innovativo. Oltretutto, i progetti e gli investimenti, esclusivamente da fondi privati, hanno come target non solamente lo spazio, ma soprattutto la possibile ricaduta sulla vita di tutti i giorni.

Uno delle attività più importanti di quest’azienda consiste nell’addestramento  degli astronauti ESA presso l’European Astronaut Centre (EAC) di Colonia e nella formazione anche del personale di terra: si tratta dei cosiddetti “flight controllers”, il cui ruolo è fondamentale per la buona riuscita di una missione. In Argotec è stato anche ideato e realizzato un sistema per il controllo della telemetria in tempo reale utilizzato in vari centri spaziali, compresa una “mission-room” presso la NASA, a Houston. Nei suoi laboratori all’avanguardia, Argotec ha ideato e sviluppato numerosi prodotti e soluzioni ingegneristiche utilizzabili sulla ISS, ma anche in grado di avere un ritorno immediato sulla Terra. Per esempio, nella area di ricerca si stanno sviluppando soluzioni nel campo delle energie rinnovabili con utilizzo sia in ambito spaziale sia terrestre.

Un’area di particolare interesse scientifico è lo Space Food Lab guidato, da circa tre anni, da Stefano Polato, lo chef ufficiale della missione Futura, nel quale sono stati sviluppati i piatti di Luca Parmitano, Alexander Gerst e Samantha Cristoforetti. Il team formato da tecnologi alimentari, dietisti, nutrizionisti e chef di Argotec ha pianificato i menu in modo da garantire agli equipaggi un corpo sano e ben nutrito durante la permanenza e il duro lavoro nello spazio.

Stefano Polato ha poco più di trent’anni. Di origine veneta, ha aperto da circa otto anni il suo ristorante Campiello a Monselice (PD), specializzato soprattutto in preparazioni tradizionali di pesce. Si è formato a Venezia.

In collaborazione con Samantha Cristoforetti, egli ha sviluppato un programma di ricerca per produrre cibo che ha forti origini nelle tradizioni del Made in Italy per poi declinarlo per lo spazio, dovendo attenersi a rigide specifiche tecniche che prevedono la totale assenza di conservanti e additivi di qualsiasi genere.

Confezionato in pacchetti protettivi di alluminio, durante la produzione del cibo sono stati applicati metodi innovativi di disidratazione e un processo di termostabilizzazione a temperatura tra i 70 e gli 80 gradi Celsius. Viene poi sistemato in contenitori particolari che devono garantirne la perfetta conservazione per almeno 18/24 mesi, sempre nel massimo rispetto delle qualità organolettiche e nutrizionali degli alimenti.

Le dosi di queste preparazioni sono realizzate con un dosaggio perfetto dei vari nutrienti che tengono conto delle particolari esigenze di atleti speciali che lavorano in condizioni di totale assenza di gravità che sono poi gli astronauti della stazione spaziale. Da puntualizzare che le preparazioni comunque conservano un certo sapore, in alcuni casi di sorprendente piacevolezza: preparare cibi che abbiano un loro valore di apprezzabile gusto fa parte delle ricerche della Argotec e dell’impegno di Stefano Polato e del suo staff.

Da  qualche tempo la Argotec ha avviato un programma di collaborazione con la Catena di Home Restaurant Gnammo per rendere queste ricerche disponibili anche per consumatori terrestri, magari atleti con particolari esigenze nutrizionali da soddisfare.

http://www.argotec.it/argotec/

http://gnammo.com/#2

http://www.ristorantecampiello.com/

 

 

Il lungo travaglio di un murale

Avevo dipinto la silloge di Von Hutten sotto i portici di piazza Vittorio Veneto per i miei amici del Caffè Elena nel 2010.

Avevo usato il Laccento di Montalbera, Ruchè modaiolo e stucchevole.

E d’aver usato quel vino m’ero poi pentito, pur se il murale nel frattempo era entrato in migliaia di fotografie e pubblicato su L’Espresso.

Nel 2013 i miei amici avevano ceduto, ahimè, lo storico caffè e chi lo aveva rilevato non era stato capace di opporsi all’ordine di cancellare quel murale, non riuscendo a spiegare che quella era un’opera d’arte e non un sgorbio qualsiasi.

E m’ero imbufalito!

Nell’agosto del 2014 quegli stessi amici rilevarono il centralissimo ristorante L’Osto Duca Bianco in La Morra e mi chiesero di rifare il murale.

Purtroppo, c’era un’immagine precedente fissata in affresco sopra una superficie ruvida e con delle dimensioni che non permettevano la riproduzione pari pari al lavoro torinese, oltretutto sopra un muro esposto alle intemperie.

Feci un lavoro faticoso e frettoloso, sotto la pioggia di un triste ottobre del 2014: era da poco scomparsa la cara Claudia Ferraresi, cui dedicai il lavoro effettuato con il suo Dolcetto d’Alba.

Lavoro venuto male sul quale mi ripromisi di intervenire ancora.

In questo luglio 2015, finalmente ho rimesso mano al murale, stravolgendolo. Ho finito, fissandolo per impedirne il degrado dovuto agli elementi atmosferici, venerdì 24 luglio scorso.

Adesso sono soddisfatto: il colore è dato sì dal Dolcetto delle Cantine Rocche di Costamagna, ma c’è del Barolo, della Barbera e addirittura il Sangiovese romagnolo e biodinamico di Tenuta Mara.

Ma è venuto un gran bel murale!

Collisioni: i miei millanta mah….

Scendevo domenica 19 luglio, verso le 19, dalla frescura di La Morra per la strada che taglia l’Annunziata e incrocia la provinciale 3 che unisce Alba a Barolo: andavo a incontrare l’amico Claudio Rosso con cui avevamo fissato una chiacchierata rilassante ai 700 metri di Albaretto della Torre, ospiti di Filippo Giaccone, della sua cucina, dei suoi vini, della sua calda amicizia, del suo riservo.

Subito dopo la cantina di Piero Ratti, addossate alle vigne di prezioso Nebbiolo in incipiente invaiatura, notavo file di automobili appiccicate l’una a l’altra, senza soluzione di continuità. Automobili di ogni tipo quasi a assediare i filari che parevano ritrarsi orripilati da queste presenze invadenti che li costringevano in una stretta mortale. E da queste automobili sciamavano verso Barolo, distante qualche chilometro, genti d’ogni tipo: giovani perloppiù e, data l’afa, poco o punto vestiti.

Ripensavo a quanto si diceva, neanche tanto tempo fa, da queste parti: «Abbiamo bisogno di quelli che vengono qui con le Mercedes, ma specialmente quelle con le ruote larghe…». E cercavo d’indovinare cos’avrebbe detto quel mio amico, antico lombardo, filosofo, giocatore di calcio, buon intenditore di musica classica, che usava e conosceva il Battaglia; che sapeva di vino e tanto ne scriveva e ne beveva e, soprattutto, che sapeva di uomini e era un gran conoscitore di anime semplici. Cosa ne avrebbe detto il Gran Gino di ‘sta roba qui?

Partecipai a Collisioni 2012, la prima a Barolo, dopo i tre anni di Novello. La prima edizione si tenne il 2 e il 3 maggio 2009, con Jovanotti e pochi altri; l’anno dopo ci fu Lucio Dalla con Capossela e Gino Paoli il 4 giugno; quello successivo – 27, 28 e 29 maggio –  vide la partecipazione di Salman Rushdie, Caparezza, Ligabue e Michael Cimino.

Il 2012 fu la consacrazione – 13, 14, 15 e 16 luglio – con la scelta di Barolo e il grande concerto di Bob Dylan. Io, su invito di Francesca Tablino, tenni una lectio magistralis su vino e letteratura, con una piccola mostra dei miei quadri. Ne fui entusiasta.

L’anno successivo fui affiancato a Lorenzo Tablino per una massacrante maratona di gustazioni: quell’anno ci fu il flop di Elton John, ma anche le presenze di Gianna Nannini, Elio e le storie tese, Fabri Fibra. E comunque il successo fu discreto.

Lo scorso anno ero responsabile dell’ufficio stampa di Made in Piedmont e lavorai come un asino, rimettendoci quasi la salute. Fu l’anno in cui si toccarono, nei quattro giorni, le 100.000 presenze: un’enormità per la realtà di Barolo. Malgrado un terribile acquazzone non ci furono eccessivi disguidi e i due concerti principali – Deep Purple e Neil Young – andarono esauriti.

Alla resa dei conti si ebbe la netta sensazione che l’evento andava ripensato.

Invece non c’è stato alcun ripensamento: più convegni, più cantine e consorzi che cacciano soldi – non pochi – e che sono presentati a cottimo dentro le sale esauste del Castello davanti a un pubblico scarso e poco interessato; concerti d’ogni tipo a mescolare diavolo e acquasanta; ospiti disputati, a volte in maniera imbarazzante, dai vari grandi produttori di Barolo (evito di fare nomi). E un muro di pubblico accaldato e consumatore soprattutto di acqua e birra – pare ovvio – che cerca i selfie con i numerosissimi vip ambulanti. E poi un sacco di ragazzi che lavorano gratis: perché lavorare a Collisioni è comunque tanta roba…

No, non mi piace più Collisioni così com’è diventata. E non mi piace ancor più perché quest’anno, non essendo stato coinvolto, ho potuto effettuare le mie osservazioni con distanza dialettica. Tutto subito mi ero anche arrabbiato per non essere stato chiamato e la faccenda mi aveva dato non poco fastidio; poi, invece, sono stato contento di non aver partecipato e me ne sono tenuto accuratamente distante anche come giornalista o semplice fruitore.

Così com’è Collisioni non rappresenta un valore aggiunto per Barolo: non è dei grandi numeri che qui si sente il bisogno. Barolo, ricordo, è un paesino di 700 anime, un solo albergo, qualche B&B e 5 o 6 ristoranti. Qui necessita la qualità, necessitano i tempi giusti, necessitano gli incontri di alto livello che, pare ovvio, non possono consumarsi tra i selfie, le birre, le caudane e i sudori rumorosi e fastidiosi di folle barbare. E nessuno pensi che queste faccende sono investimenti sui consumatori di domani. Non così, non tracannando qualsiasi vino in calici di plastica a 36°!

Qualità, cultura – cultura del territorio che sanno i patriarchi di qui, non i Master of Wine di Hong Kong, che sono utili, certo, ma non utilizzati in questo modo – tradizione, sensibilità, curiosità.

E qui mi fermo. Basta e avanza, sperando che Collisioni – idea comunque magnifica – lasci le autostrade a 8 corsie e riprenda certi magnifici sentieri che sono unici e impagabili (e che il provincialismo debordante sappia essere orgoglioso di questi nostri sentieri).

Salute.

Ps: intanto, nel mio prossimo volume di racconti (Racconti Alticci) ci sarà una storia straordinaria ispirata da Collisioni. A modo mio, pare ovvio.

 

 

Da Filippo, mentre un po’ più sotto infuria Collisioni

https://www.vincenzoreda.it/da-filippo-in-albaretto-della-torre/

Era un bel po’ che non andavo a trovare Filippo e Silvia; l’occasione mi è stata fornita dal caldo di questi giorni, da fuggire l’assedio di Barolo dalle orde barbariche, da una chiacchierata con Claudio Rosso e, infine, dal consegnare ai freschi sposini un mio quadro (Dolcetto di zona) a loro dedicato.

E scopro che Dog, il cagnino egizio, più non è ma ha lasciato una prole numerosa!

Scopro che Filippo è stato abbandonato dalla sua cuoca Michela Bruno e ora sta in cucina: e quanto ci sta bene!

E poi incontriamo Cesare con un suo amico cuoco da Brescia: Claudio Mombelli.

E ben mangiamo e ben beviamo: tra amici, come si conviene tra i Giusti.

Salute.

Quanto Basta: la continuità

https://www.vincenzoreda.it/quanto-basta-per-star-bene-in-via-s-domenico-12b/

Era un fine febbraio del 2011 quando, su suggerimento di Stefano Fanti, andai a trovare questi due baldi giovanotti ventitreenni che avevano aperto un piccolo locale davanti al Mao, in via San Domenico, due passi da casa mia.

A distanza di quasi cinque anni, Alessandro e Stefano lasciano nelle buone e affidabili – la passione neanche si discute – mani dei loro collaboratori Anduela e Walter il prosieguo dell’ottimo percorso del Ristorante Quanto Basta.

Mentre scrivo queste note, fine luglio 2015, il Ristorante è chiuso perché è in arrivo Sofia: il semplice risultato dell’amore che lega Walter e Anduela. E’ una storia bella questa qui: nemmeno trentenni, hanno lavorato – lei in sala e lui in cucina – per circa un anno con Stefano e Alessandro, assimilandone bene lo spirito e ereditando i clienti particolari di questo ristorante assai sui generis. Anduela è una bella ragazza di origini albanesi (Scutari), da 17 anni in Italia e ormai cittadina italiana a tutti gli effetti. Walter è uno di quelli che il mestiere l’ha imparato non nelle scuole classiche ma girando tante cucine e partendo proprio dal basso; comunque: Mago Rabin, Golden Palace, Hotel Boston, diversi altri locali del Quadrilatero.

La cucina di Walter è semplice, con la materia prima rispettata e esaltata: consiglio – vedi fotografie sopra – la crema di spinaci, gli ottimi spaghetti al ragout di piccione (amo la selvaggina, poco diffusa da noi) e l’anatra preparata con tre differenti tagli.

La carta dei vini è il risultato delle ricerche e della passione di Alessandro Gioda che Anduela continua a rispettare: tra quelli proposti, segnalo lo strepitoso – e finissimo – Barolo Chinato di Barale, una vera sorpresa.

Che altro dire? Andateci quando vi occorre una serata rilassante, coccolosa, con persone per cui ne valga davvero la pena.

PS: entrando mi ha accolto, a giusto volume, un pezzo famoso di Nina Simone. E anche la musica conta, ah se conta!

Salute di Nerio Griso

Salute - Vincenzo Reda

La considero una delle più belle gratificazioni della mia vita: senza che ne sapessi nulla, il pittore Nerio Griso ha realizzato questo mio ritratto a olio su tela (60×60). Si è ispirato a un video girato in occasione di una mostra collettiva di Art & Wine dell’amico Fabio Carisio. Mi piace perché in questo quadro c’è il mio sguardo. E poi l’eterno, immancabile calice di vino…

Nerio Griso è stato allievo di Ottavio Mazzonis, grande figurativo torinese (1921/2010), nato tra l’altro in via S. Domenico, 11: due passi dietro casa mia.