Archive for Agosto, 2015
Paolo Massobrio presenta il libro Il Peperone di Vincenzo Reda

Di grande soddisfazione la presentazione del mio libro curata da Paolo Massobrio, domenica 30 agosto 2015 in occasione della 66° Sagra del peperone di Carmagnola.

Sul palco c’erano: Walter Martiny (Editore delle Edizione del Capricorno di Torino), Francesco Carena (memoria storica di Carmagnola), Domenico Tuninetti (Presidente del Consorzio del Peperone), Igor Macchia (Chef stellato del ristorante La Credenza) e Sara Cordara (nutrizionista).

Ricordo che il mio libro, oltre che in edicola (fino al 23 settembre 2015) si può acquistare on line sul sito de La Stampa, il cui link è qui appresso:

http://www3.lastampa.it/shop/product_info.php?cPath=80&products_id=6150

66° Sagra del peperone di Carmagnola

Edizione – inaugurata giovedì 28 agosto scorso (chiuderà i battenti domenica 6 settembre prossimo) – di straordinario successo: le immagini qui sopra non hanno bisogno di alcun commento.

Il mio libro è in vendita con il quotidiano La Stampa in tutte le edicole di Val d’Aosta, Piemonte e Liguria. Per chi non lo trovasse (sta andando letteralmente a ruba) o risiedesse fuori da queste regioni, il link per acquistarlo on line è:

http://www3.lastampa.it/shop/product_info.php?cPath=80&products_id=6150

Nicodemo Librandi: camminando le sue vigne

http://www.librandi.it/

Era da lungo tempo che dovevo realizzare un incontro – la Vita è l’arte dell’incontro, come diceva il poeta – ma ho aspettato che se ne presentasse, quasi a caso – ma tutti sappiamo che il caso non esiste – l’0ccasione proficua.

E’ successo al bagno Nikos: Gianni Caparra mi ha presentato Nicodemo Librandi e, seduta stante, abbiamo combinato una visita alle vigne e alle cantine.

Con un pick-up fuoristrada e tre amici (dei quali un fotografo professionista romano e due semplici appassionati napoletani) Nicodemo ci ha guidati per una visita mozzafiato alle sue vigne situate tra Strongoli e Rocca di Neto, a pochi chilometri a sud di Cirò Marina, tra lo Ionio e le prime pendici della Sila, intorno alla foce del fiume Neto.

Emozionante per davvero questo panorama, unico in Italia, tra le arsure delle dolci alture ormai secche di stoppie e le chiazze geometriche del verde rigoglioso delle vigne in agosto, ormai gonfie di succhi sensuali, desiderosi di farsi vino. Le immagini che ho realizzato, a cui non metto volutamente didascalie, testimoniano di quanto affermo.

Nicodemo è una persona di alta statura, capelli canuti e sguardo penetrante, declinato in una nota sfumata di rilassato disincanto eppure fermo, sicuro, non scevro di una qualche dolcezza. Passione immensa, che trasmette senza alcun pudore ai suoi ospiti, per le sue vigne rigogliose, per i suoi 83 diversi tipi di agrumi (e su tutti i prediletti bergamotti), per i suoi olivi, per la storia della sua famiglia.

Azienda nata dalla passione contadina del papà Raffaele negli anni ’50, sviluppatasi a partire dai primi anni Ottanta con una acquisizione importante di 40 ha e poi esplosa negli anni Novanta con un altro importante investimento di oltre 200 ettari nella zona di Rocca di Neto. Guidata con saggezza dall’enologo pugliese Severino Garofano fino al 1997 e oggi nelle mani esperte del piemontese Donato Lanati, l’azienda, dai primi anni Novanta, ha investito con convinzione nella ricerca sperimentale sui vitigni autoctoni calabresi – oltre 250, di cui almeno 80 per certo senza parentele estranee al territorio – con l’autorevole guida di Attilio Scienza e il CNR di Torino.

Oggi, pur con la dolorosa e recente perdita del fratello Antonio, Nicodemo Librandi guida una realtà che produce oltre 2,5 milioni di bottiglie – con una quota export del 50% – che si estende su  360 ettari, di cui  232 vitati e un centinaio piantati a oliveto. Pochi anni fa è stata creata un’associazione che raccogli 42 vignaioli che conferiscono i loro prodotti a Librandi e che Nicodemo accudisce con grande attenzione alla cultura del territorio e alla sensibilità dell’evoluzione globale del mondo del vino.

In un prossimo articolo mi riservo di trattare delle circa trenta etichette che la Cantina produce.

Che altro dire se non suggerire una visita a questa realtà, vero orgoglio (assai più che un’eccellenza, come usa dire spesso a sproposito oggi) calabrese; a ascoltarne la storia, a berne i suoi vini eccellenti.

Salute.

PS: questo articolo lo dovevo, soprattutto, a Gino Veronelli, innamorato di quest’azienda.

 

 

Colors from mountains of South Italy: Sila, Calabria

August flowers from the mountains of Sila in Calabria, south of Italy.

Il Peperone by Vincenzo Reda per La Stampa

Questo lavoro mi è stato commissionato nel dicembre del 2014 dalle Edizioni del Capricorno di Torino, con più precisione dall’editore Walter Martiny, persona che conosco assai bene e di cui sono orgoglioso della stima che mi ha sempre dimostrato.

Ho cominciato a scriverlo nel gennaio di quest’anno, frequentando Carmagnola con assiduità: è importante mettere in rilievo la appassionata, preziosa, insostituibile collaborazione delle istituzioni carmagnolesi e di numerosi personaggi depositari di notizie, storie, saperi che ho cercato di mettere in rilievo nel mio lavoro. Ho avuto la disponibilità di un paio di fotografi di Carmagnola per le immagini storiche e di repertorio. Quasi tutte le altre, esclusa la copertina e alcune immagini di chef non operanti in Italia, sono mie.

Il libro è dedicato a Renato Dominici, mio amico e grande chef di Carmagnola.

Ho consegnato il manoscritto alla fine di maggio, come concordato.

Roberto Marro si è occupato della redazione, Giulio Steve della grafica.

Il lavoro mi pare sia venuto assai bene: La Stampa, bisogna riconoscerlo, sta spingendo il volume con molta pubblicità, sia locale sia nazionale.

Il libro verrà presentato da Paolo Massobrio domenica 30 agosto, tardo pomeriggio, in occasione della 66° Sagra del Peperone di Carmagnola, che sarà inaugurata due giorni prima.

Spero che i lettori siano numerosi e che possano apprezzare un lavoro unico nel suo genere.

Il Peperone, Vincenzo Reda, 128 pp. – Edizioni del CapricornoAbbinato a La Stampa a 9,90 €. dal 26 agosto 2015 in tutte le edicole di Piemonte, Val d’Aosta e Liguria (si può richiedere in qualsiasi libreria, direttamente all’Editore e a La Stampa, sui rispettivi siti commerciali).

 

L’Aquila D’Oro

Trattoria Pizzeria L’Aquila D’Oro – Via Sant’Elia, 7 – Cirò Sup. (KR) – Tel. 0962 3855o/333 5893021

Be’, che dire: in questo posticino, situato a poche centinaia di metri dal centro storico della gloriosa Krimissa greca (VIII/VII sec. a.C.,oggi: Cirò) sulle alture di Santu Liu, si mangia (poi si gusta…) la nostra strepitosa cucina tradizionale calabrese.

Aperto dal ’90, con 30/40 coperti – sempre pieno, si consiglia di prenotare – Elisabetta in cucina, il giovane e bravo Giuseppe – diplomato all’alberghiero – e Salvatore in sala: questo è un localino pulito, accogliente, piacevole e, soprattutto, con una qualità per davvero eccellente.

Peperoni (pipi) fritti con ogni accompagnamento possibile: polpettine di carne, polpo (prupp) e patate – per me, il meglio ; salumi silani, strepitosi maccheroncini al ferretto con sugo di salsiccia o melanzane. E, infine, il delizioso capretto stufato con patate. qui occorre soltanto fare attenzione alle quantità…

Ci siamo bevute due bottiglie, a metri zero (la cantina Brigante è quasi adiacente) del formidabile rosato di Gaglioppo Manyarì dell’amico Enzo Sestito. Ottimi gli infusi di mirto, ciliegio, alloro e finocchietto (questo davvero sorprendente) che prepara Elisabetta, insieme con la pasta e il pane fatti in casa, come si deve.

Prenotate e andateci senza perdere altro tempo. E sono certo che mi ringrazierete per il suggerimento.

Buon appetito e salute!

 

Una vita inventata- Giancarlo Fulgenzi

una-vita-invertita1Questo non è un libro di carta o di grammatica o di sintassi: non c’è lavoro di editing e non c’è un publisher. Difficile da leggere perché scritto da chi con la parola scritta ha poca dimestichezza, pur se qui e là antiche parole toscane brillano nella loro desuetudine in tempi in cui la parola preziosa poco o punto vale.

Questo è un libro di legno o di pietra, forse di ceramica, magari di paglia intrecciata.

Non è scritto: è inciso, è scolpito, forse è intrecciato.

Ma in mezzo a questo intrico di materia antica spuntano personaggi quasi epici, epici di racconti orali – quelli che ci tramandavano i vecchi intorno ai focolari antichi – e colori e sapori e odori lontani.

La Giannina e Berto; Beppe il calzolaio, l’avvocato Calderini, la Luigina…

Non trovate questo libro in libreria: bisogna recarsi a Marciano della Chiana, nella Valle in provincia di Arezzo, presso il ristorante Lo Steccheto e chiedere di Giancarlo Fulgenzi, dopo che egli vi avrà preparato delle buone cose da mangiare in quel suo ristorante che è unico per la miriade di oggetti i quali, ognuno, raccontano storie di tempi e posti lontani.

Giancarlo Fulgenzi e il suo Steccheto

Patrick è un americano, un americano di Sacramento, California. Un americano per così dire diverso: figlio di un diplomatico, europeo d’adozione, italiano per amore.

Sta in Toscana, in un posto che divide ( o unisce? ) la Val di Chiana, il Chianti e le Crete senesi.

Patrick lavora in un’azienda agrituristica, parla correttamente molte lingue, è un grande appassionato di jazz, è un mio amico.

Un personaggio famoso, per meriti propri e mediatici, usava dire che l’importante non è mai dove, ma con chi; ho recentemente scoperto che è importante né il dove, né il con chi, ma ( scoperta dell’acqua calda ) la tua disposizione d’animo: vale a dire, se stai bene con te stesso, stai bene ovunque e con chiunque.

Quando ho conosciuto Patrick ero assai ben disposto: nondimeno stare a cavallo tra Arezzo e Siena non è per certo un brutto posto in cui essere di buon umore.

Tutto questo po’ po’ di introduzione per raccontare che è stato il buon californiano Patrick a portarmi, una sera d’inverno, a mangiare al ristorante Lo Steccheto, dal suo amico Giancarlo.

Giancarlo Fulgenzi….Ti ricordi, anni sessanta/settanta i negozi di Fulgenzi……. Sìììì, Fulgenzi, quello degli oggetti strani, dei regalini. Certo che mi ricordo!

Bene, ora si è ritirato qui, fa il cuoco e, ti assicuro, il posto lo devi vedere, oltretutto si mangia davvero bene e si beve bene altrettanto.

Va bene, Patrick ( ok, Patrick ), proviamo e che Dio ci accompagni.

“La prima cosa che i periti di Sotheby’s videro aprendo la porta della palazzina di Andy Warhol a New York, al 57 della 66th Street, fu un gigantesco busto di Napoleone che li fissava da un tavolo antico al centro dell’altissimo salone d’ingresso……….Si resero subito conto che quello che si presentava ai loro occhi era solo la punta di un sorprendente iceberg. Sotto il materasso del letto a baldacchino trovarono nascosti gioielli femminili. In ogni armadio o comò, nelle stanze degli ospiti, al terzo e al quarto piano, nella cucina al piano terra, trovarono ancora più roba di quanta ne avessero vista nella sala da pranzo: sacchetti per la spesa e scatoloni ancora chiusi, cassette e pacchi, roba e ancora roba. Tutti i cassetti erano zeppi di gioielli, orologi, stecche di sigarette, aggeggi, ninnoli e bric-à-brac. Capolavori a contatto con robaccia. Le cose impacchettate avevano spesso più valore di quelle spacchettate.”

Non ho trovato niente di meglio per spiegare la meraviglia che mi suscitò il primo contatto con il ristorante di Giancarlo Fulgenzi: da un saggio di Victor Bockris ( “Il tesoro di Andy Warhol” Edizioni Skira ) che introduce un bel testo dedicato al grande Andy, coetaneo di Giancarlo e, guarda caso, baciato dal successo nei primi anni sessanta, proprio quando il nostro, straripando dalla troppo stretta Arezzo, era approdato a S. Francisco tra i primi figli dei fiori, con il gusto dell’oggetto e con l’urgenza che gli mettevano due mani d’oro e un’intelligenza assetata di scoperte.

In quegli anni sessanta Giancarlo aveva già un negozio di oggetti artigianali a Ponte Vecchio e, lui in S. Francisco, l’alluvione del ’66 gli fece un gran male; passò solamente un mese e il 10 dicembre di  quell’anno funesto Fulgenzi Giancarlo, aretino, riapriva il suo negozio a Ponte Vecchio.

Testone, aretino vero, ariete del 29 marzo; l’argento che colora i suoi capelli rimpiange per certo storie e passioni e memorie e sogni e colori che hanno portato la lontana gioventù, durata si capisce a lungo, in giro per il mondo.

L’ha girato in lungo e in largo il mondo, Giancarlo Fulgenzi, prima di ritirarsi, i capelli bianchi, a fare il ristoratore nella Valle di Chiana, a due passi da Monte S. Savino, in un casale del ‘700 che la sua creatività ha reso una specie di opera d’arte.

Cucina bene, Giancarlo: molto bene il pesce in una Val di Chiana in cui domina la grande carne; la sua è una bella cucina creativa a costi più che adeguati: ma a me piace il posto, piace lui.

Entrare in un delirio di oggetti, di pezzi d’antiquariato, di sculture, di raccolte di ogni cosa: manichini, crocefissi, macchinine, fotografie, acquasantiere, campane, finimenti, statue………

Non posso descrivere quel posto: bisogna andarci.

Ho passato una vita a sopportare le torture di ristoranti con le pareti deturpate da quadri orripilanti; ho patito ingiurie inenarrabili procurate da croste assassine che mi rovinavano le pupille e che non si curavano di guastare anche l’attività di degustazione e la conseguente digestione, faccende in cui li senso della vista gioca un ruolo fondamentale. Quell’intrico di stanze e stanzette stracolme di ogni sorta di oggetti, con le luci soffuse che t’invitano a scoprire ogni particolare nascosto, ogni oggetto, il più strano, ogni angolo, il più sorprendente, con i tavoli bene apparecchiati che paiono essere lì solamente per distrarti: quasi bestemmio se dico che mangiare da Giancarlo Fulgenzi diventa un fatto secondario….Sono certo che a lui una simile affermazione non fa piacere, ma per me è un po’ così.

Eppoi io non sono un critico cucinario ( si usa quasi sempre l’aggettivo culinario, che è una parola entrata nella consuetudine della lingua assai più tardi e a me non piace perché mi pare una parolaccia ) o uno sciagurato compilatore di guide: sono uno strano intreccio tra artista e intellettuale in cui spesse volte  faccio fatica a districarmi.

Ovviamente, il ristorante Lo Steccheto di Fulgenzi Giancarlo, aretino, non lo trovate citato su alcuna guida: nelle guide le uniche cose che contano sono quelle non citate, quale che sia la guida e l’editore che la pubblica.

Due parole bisogna che le spenda a proposito della cantina: 10.000 bottiglie, quasi tutte di vini italiani, accatastate in un altro locale in cui trovi gli oggetti più strani che vigilano e proteggono le bottiglie, alcune fra queste davvero incredibili.

Bello il giardino con animali che pascolano e starnazzano allegri tra le alte siepi.

Io non ho altro da dire: se qualcuno ama le cose e le persone che io amo, ebbene, provi a passare allo Steccheto, certo vedrà un posto unico.

Parola mia.

Ristorante Lo Steccheto

Via dell’Esse, 6

52047 Marciano della Chiana ( AR )

Tel. 0575/845222

www.fulgenzi.com

Chiedete di Giancarlo Fulgenzi e dite che vi mando io.

Vincenzo Reda

maggio 2008

 

Una bella Sagra nel Borgo Antico di Cirò Superiore (KR)

Cirò – Superiore dopo il 1951 quando fu istituito il comune di Cirò Marina – era una volta un paese vivo, magari non ricchissimo di soldi  ma di storia, tradizione, vino certamente sì. Negli anni ’50 e ’60 serbatoio di operai delle grandi fabbriche tedesche, cominciò a spopolarsi. Le tendenza, con lo sviluppo del sottostante paese rivierasco e più attraente per le nuove abitudini turistiche e consumistiche degli anni ’70 e ’80, è andata consolidandosi e la gloriosa Krimissa fondata dai greci è diventato quasi un paese morto: dai quasi 6.000 residenti di 30/40 anni fa si è passati ai bugiardi 3.000 di oggi. Bugiardi perché molti hanno tenuto la residenza ma non abitano più a Cirò: oggi non ci sono più di un migliaio di abitanti, quasi tutti assai anziani.

Eppure un paese con un centro storico così affascinante e, malgrado tutto, neanche troppo degradato merita di non morire : anzi, di rinascere.

La Sagra organizzata per le viuzze subito a fianco alla vecchia porta, oltre il bellissimo balcone di Mavile, è una delle possibili soluzioni: animare i vicoli medievali con esposizioni d’arte e d’artigianato, accompagnate da offerte della ricchissima enogastronomia locale può essere la giusta direzione per fare conoscere questo borgo e contribuire alla sua valorizzazione e rinascita.

Ieri sera, 13 agosto, l’iniziativa ha avuto un successo clamoroso e meritato. Mi ha fatto un sacco di piacere.

Purtroppo, l’urbanistica di questo paese richiederebbe alcune soluzioni logistiche particolari che eviterebbero l’impossibile ingorgo di auto in una situazione che rende eccezionale già l’incrocio di due veicoli nell’unica strada del borgo vecchio. Basterebbe, come si fa in un sacco di altri posti simili – e tanti ce ne sono in Italia – organizzare in basso i parcheggi e portare con navette i turisti nel borgo.

C’è tempo, l’importante è cominciare e affidarsi a persone appassionate e competenti.

A me piace essere propositivo e positivo, costa meno….

PS: non mi spiacerebbe organizzare una mia personale l’anno prossimo, magari con alcuni quadri dipinti con certi Cirò che so io.

Fortunato da Fortunata…

14 agosto 2105, interno sera: abitazione di Totonno (Tom Jones…) e Fortunata. Dovevamo essere in 6 o 7, siamo diventati 11 e abbiamo cominciato a cenare verso le 22.

E la mia grande cuginetta Fortunata s’è data da fare da par suo.

Trofie con un ragout di pesce (coda di rospo, spigola e orata con pomodoro e gusti): deliziose.

Calamaretti stufati: formidabili.

Pesce spada (di pezzatura da galera…) in umido con erbe mediterranee: da urlo.

Pipi e triglie, ormai un classico: spettacolo.

Zucca dolce, lunga in umido: una chicca.

E, giusto per non patire la fame, fichi d’india (i primi, finalmente), fichi, prugnette gialle, anguria…

Battuta finale: “Volete del gelato?”. “No, grazie: non ci entra più niente!”.

Il tutto innaffiato con rosato di Librandi e Volvito dell’amico Gianni Caparra.

Abbiamo finito, satolli e felici, verso mezzanotte. Giusto per preparare con dignità e professionalità la scofanata di Ferragosto.

Che fortuna avere una cugina come Fortunata! Io la adoro, e sono ricambiato con altrettanto affetto.

Un pensiero speciale: che iddio – o chi per lui – abbia un occhio di riguardo per Totonno, ne ha bisogno e noi siamo tutti con lui.

 

Du Cropio, le vigne di Gaglioppo a Cirò Marina
Ristorante La Torre

RISTORANTE LA TORRE

 Via S. Maria – 87020 Bonifati (CS)

Numero di Telefono:  0982.95361

La Calabria (ma anche in Basilicata la situazione è più o meno la medesima) rappresenta un’eccezione nel panorama dell’enogastronomia e della ristorazione italiana: se si vuole gustare la grande cucina di tradizione occorre andare presso le famiglie. Non esiste ancora una proposta valida che presupponga locali pubblici diffusi in cui sia possibile questo tipi di esperienza.

Ma qualcosa comincia finalmente a cambiare: ho visitato questo ristorante, posto in un angolo di Calabria (uno dei tanti, per intenderci9 di bellezza abbacinante, sulla costa tirrenica a pochi chilometri da Paola, sotto Diamante nel nord di questa regione tanto travagliata quanto di raro fascino (storico, paesaggistico, enogastonomico…).

Agostino Briguori, con la moglie Anna, è un giovane imprenditore che ha avuto il coraggio di restaurare (con l’intervento di professionisti seri e capaci) un locale in disarmo e di trasformarlo in un ristorante-pizzeria che potrà essere un riferimento emblematico per l’evoluzione della ristorazione calabrese.

Agostino ha avuto l’ardire di chiamare un professionista della ristorazione internazionale, Giovanni Leopardi (sul mio sito ne ho largamente trattato, essendo egli un mio amico di lunga data), e commissionargli l’impostazione concettuale del menù del suo locale.

E Giovanni s’è comportato da par suo, mettendo talento ed esperienza al servizio di una tradizione ricca e unica nel suo genere. I risultati, come mostra la documentazione fotografica (che, ahinoi, non trasmette né sentori, né sapori, ma soltanto colori…) di cui sopra.

IL locale – circa 200 coperti – è assai curato con un ottimo servizio. I vini sono affidati a un giovane sommelier del posto ( Luigi Ritacco, nato a Luzzi e con già una buona esperienza) che mi ha proposto un bianco autoctono e un ottimo rosato di Ippolito 1845. Mi sono permesso di portargli alcune bottiglie di tre grandi produttori di Cirò: ‘A Vita (Francesco De Franco), Du Cropio (Giuseppe Ippolito) e Caparra & Siciliani (Gianni Caparra); tre cantine con numeri e offerte diversificate ma oggi senza dubbio tra il meglio che offre la rinnovata enologia calabrese.

Una nota d’obbligo per il pizzaiolo, Moreno Occhiuzzi (di Cetraro, ma con vent’anni di esperienza consumata in locali importanti di Roma e Firenze): pasta lievitata per 40 ore (!), forno a legna e proposte per davvero di qualità eccellente (segnalo la strepitosa pizza con gamberone crudo e ‘nduja: una delizia!).

Lo staff è completato dagli chef Giampiero Vennera e Giorgio Salvadori.

Ovvio che starò attento alla futura evoluzione di questo locale – che consiglio con grande convinzione, anche per l’ottimo rapporto qualità/prezzo – e degli altri che Agostino Briguori intende aprire, sia in Calabria sia in altre zone italiane (Roma e Milano in primis).

Auguri e…salute!

Nel giardino delle meraviglie
Viterbo, some shots
Nerio Griso: definitivo

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Con l’ambientamento in cantina, è vero, è tutt’altra cosa.

Grazie Nerio! E salute.