Archive for Settembre, 2015
Caffè Elena in Turin

Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844/1900) trascorse qualche mese a Torino tra la primavera del 1888 e il gennaio del 1889. In via Carlo Alberto, 6 scrisse Ecce Homo, il suo libro più famoso, prima di impazzire.

Per certo, camminando i barocchi portici della via Po, ebbe modo di frequentare il Caffè Elena, locale storico in stile liberty, già attivo in quegli anni e ubicato nella magnifica piazza Vittorio Veneto, subito al termine della via, sulla sinistra guardando la collina al di là del fiume Po.

Più tardi fu un altro Grande a sedere le poltrone liberty del locale, a prendere appunti sui tavolini di marmo rosso e a godere della vista della splendida collina torinese: Cesare Pavese.

E ancora oggi tanti personaggi famosi, torinesi e non, amano frequentare questo locale, unico per davvero: unico per la sua storia, per la location, per la qualità del servizio, per la calda, eppur discreta, accoglienza.

Oggi è gestito da Antonella D’Arasmo e Matias Griffa, che hanno ripreso il locale, di loro proprietà fin dal 1989, da un paio di anni, dopo una serie di gestioni affidate ad altri.

Dal 1989 e fino al 2002, il Caffè Elena fu preso in gestione da Ivan Milani che lo fece diventare il primo, vero Wine Bar: un migliaio di etichette in carta per gli appassionati di vino che lo elessero a loro locale preferito e in Torino divenne un punto di riferimento per veri intenditori.

Il locale è aperto tutti i giorni, con orario 7.30-02.

Gli chef Davide Blanc e Francesco Cannatelli curano una cucina raffinata con proposte, a pranzo e cena, di grande qualità: la materia prima è eccellente, con preferenza per i prodotti piemontesi (salumi e formaggi soprattutto).

Eccellenti i cocktail, i dolci e le magnifiche tapas.

Una bella proposta è rappresentata dalle “Merende Reali del XIX sec.”: preparazioni che sono frutto di una ricerca specifica sulla cucina dei Savoia.

Un locale che, a prezzi di sicura convenienza, è da consigliare per il suo fascino indiscutibile e che offre, soprattutto nelle tarde mattinate – anche invernali –

le coccole del sole che spunta sulla sinistra a illuminare di una luce quasi accecante e calda la collina torinese e la maliarda piazza Vittorio: una vista unica per davvero.

Caffè Elena

Piazza Vittorio Veneto, 5/B – 1024 Torino

Tel. 011 8123341 /329 5767414

caffe.elena@gmail.com

https://www.facebook.com/pages/Caffè-Elena

 

Circa 40 etichette, soprattutto piemontesi (Ref: Antonella D’Arasmo e Matias Griffa)

Cocktail, Bicerin, tapas, dolci e cucina di qualità a pranzo e cena.

Calice di vino con piattino a 5/6 €.

Oltre 15 diverse tapas offerte tra i 2,5 e i 5 €.

Donna maya morta di parto gemellare.

morta di parto

Reperto di eccezionale interesse conservato presso il Museo di Guatemala City.

Una donna maya, di epoca classica, deceduta subito dopo aver dato alla luce, morti, due gemelli.

Fu ritrovata nella posizione esatta in cui è esposta al Museo .

Ho voluto mostrare questo reperto, che mi pare raccontare una storia di tenerezza tra le parentesi di una tragedia sconvolgente: non bisogna mai dimenticare che questi fatti erano letti in quelle culture e in quei tempi con sfumature diverse da come noi oggi, nel ricco occidente in cui la mortalità infantile è quasi inesistente, li interpretiamo: diversa lettura non significa né meglio, né peggio. Semplicemente  differente, un concetto a cui facciamo fatica ad accostarci, sempre intenti a fare paragoni e a stabile i più e i meno; le ragioni o i torti; le verità o le falsità. La Storia e la Realtà sono faccende molto più complesse e molto più semplici di come noi siamo stati educati a percepirle. Il progresso tecnologico ci ha tolto molte facoltà, in questo senso. Ma questo è un terreno minato.

Cazzeide/Cunneide di Duonnu Pantu

CAZZEIDE

[…]

Dunca, futtiti vue mo quatrarazzi,

scialativìla ccu’ ‘sti cunnarizzi,

sciacquativìli vue ‘sti cugliunazzi

e a Venere mannati li pastizzi,

‘nnarvulàtili e sparmatìli ‘sti cazzi,

chiantàti corna ppe tutti ‘sti pizzi;

jati gridannu ppe’ tuttu lu munnu:

Viva lu cazzu, lu culu e lu cunnu!

[…]

E mo curre nu sièculu puttanu,

ppe’ nun dire nu sièculu curnutu,

n’età chi nun se trova cunnu sanu

né culu chi nun sia statu futtutu.

le fimmine tè ‘mpàcchianu de manu

le ppigli’ lu diavulu pinnutu:

pigliàu de càudu forte la sajime

e curre cùomu jume la sparcime.

CUNNEIDE

[…]

Farrìa cchiù pieju de Sardanapalu:

ppe’ ‘sti chiani e sti margi le sversèra

e cùomu pùorcu mi cce ‘mbruscinèra,

chi ‘ngualu ‘ngualu.

Cattive, maritate e schette io pigliu,

‘ncamate, ricche, nuobili e frabutte,

e giuvinelle, vecchie, belle e brutte,

cuòmu nu nigliu.

La nìvura, la brutta me cunforta,

la janca ccu’ la russa me ‘nnamura

e tante vote me minte ‘nnavannura

la faccie smorta.

L’àuta, la vàscia, la macra, la grassa,

la pietti sicca ccu’ la minnicuta,

la culi stritta, la cularinùta

‘st’anima passa.

‘St’anima passa e lu core me ‘nchiaga

la dissapita ccu’ la graziusa,

e la mudesta e la murriculusa

tuttu m’ammaga.

A mie fa fare due parmi de mazza

la calvanista ccu’ la luterana,

l’ebrea, la mora ccu’ la maumettana

ed ogni razza.

‘Ncipullu forte e fortemente arrittu

ccu’ cchi l’ha svanu e ccu’ chi l’ha pilusu,

ccu’ chi l’ha ‘nzaccanatu lu pertusu

o largu o strittu.

De primavera, autunnu, viernu e ‘state,

matìna e sira, de jurnu e  de notte

spànticu ppe’ chiavare quattru botte,

due strippunate.

Chiaverrìa, me cunfiessu, ppe’ ’ste vie,

ppe’ ’sti margi, ’sti chiani, e ’sti valluni,

ppe’ ’ste spinara e ppe’ ’sti cafarùni

farrìa pazzie.

[…]

Chine mantène la gente e le regna?

Chine fa tanti papi e cardinali,

tanti rre, ‘mperaturi e uffiziali cchiù ca la fregna?

[…]

Autore di questi due lunghi poemetti è il mitico e favoloso Duonnu Pantu, alias Domenico Piro, prete e poeta nato a Aprigliano il 14 ottobre 1660 e morto nel 1696.

Aprigliano è il paese più vicino a Pietrafitta, dove io sono nato.

Un posto di assoluto rilievo deve occupare, tra i miei poeti, questo prete svergognato e talentuoso.

A Pietrafitta c’era, e ancora c’è ma non più attivo, un convento di Frati Minori: tutti gli abitanti maschi di Pietrafitta erano comunisti e mangiapreti; quasi tutte le abitanti di Pietrafitta erano bigotte.

L’eroe era Duonnu Pantu: prete sacrilego perché amava e cantava “futtisteru, culu e cunnu”. E le storie su questo gran maialone e ubriacone di prete hanno condito la mia infanzia.

Rammento che cunnus, 4° declinazione latina, è il sostantivo che indica la topina, o come assai meglio la definiva il mio grande papà: “Lu tupinaru”, e tupinaru significa talpa: nera, pelosa e cieca.

La Cazzeide è un componimento in endecasibili composti in ventuno ottave e, in buona sostanza, canta un “secolo puttano”, decadente e corrotto in cui tutti fottono tutti, in tutti i posti e in ogni momento.

La Cunneide è un inno alla fica, un elogio colto, totale e svergognato; sono tutte fiche: quelle belle e quelle brutte, quelle alte e quelle basse, quelle giovani e quelle vecchie, quelle grasse e quelle magre. L’assunto, eterno e incontestabile, è che la fregna è motore del mondo. Ho messo in risalto la quartina in cui il prete svergognato dice a chiare lettere che lo eccitano tantissimo calviniste, musulmane, ebree, nere: purché siano fiche, che valgono razze e religioni (ricordo che siamo nella seconda metà del Seicento…)?

E pensare che questi luoghi sono quelli in cui visse e morì – 1202, in località Canale a Pietrafitta – Gioacchino da Fiore e, pochi decenni prima della vita di Duonnu Pantu, fu catturato a Celico Tommaso Campanella.

Per quanto mi riguarda, m’interessa meno la vicenda storica del prete libertino – di cui si conosce poco o nulla – che la sconfinata aneddotica che i compaesani hanno sviluppato nel corso dei secoli. Sono i racconti delle mitiche imprese del prete che mi attraggono: mio padre mi raccontava storie per davvero incredibili; purtroppo, mio papà non c’è più e, come succede quasi sempre, non ho fatto in tempo a registrare in maniera sistematica questi racconti favolosi. Se qualcuno è in grado di aiutarmi in questo senso, avrà la mia gratitudine perenne.

Fall in Turin, just a little bit
Prospettive torinesi

A volte basta poco: cambiare leggermente prospettiva, usare un’ottica diversa, aspettare un colpo di luce particolare. Basta poco per riuscire a ottenere immagini particolari, insolite, insospettabili. O forse no: forse non basta poco; forse occorre l’abitudine di tutta una vita a cercare prospettive insolite, luci diverse, ottiche desuete…..

Queste qui sotto sono alcune immagini di Torino riprese sul mio solito asse piazza dello Statuto-via Garibaldi-piazza Castello-via Po-piazza Vittorio Veneto.

Tatuaggio 1989 – Tattoo

 

Non andavano ancora di moda i tatuaggi, in quegli anni Ottanta: io, però, ne volevo uno, uno particolare che definitivamente – come dev’essere per ogni tatuaggio – mi marcasse, mi marchiasse; che mi permettesse di stabilire un punto, una linea di divisione: la vita prima e quella dopo.

Volevo un tatuaggio, un tatuaggio speciale e in quegli anni erano pochissimi capaci di fare un tatuaggio come lo volevo io: lo scovai dopo averlo cercato per qualche mese.

Costui era un personaggio ancora giovane, non doveva avere più di trentacinque o quarant’anni, ma già sufficientemente malandato. Bruno, macilento, l’occhio incavato ma profondo, la pelle non propriamente levigata né scevra di chiazze e macchie varie, l’eloquio incerto, l’andatura sbilenca: anche per tramite degli abiti, sciatti e trasandati, comunicava tutta la sua esistenza di sbandamenti più incuranti e incurabili che deliberatamente devianti.

Aveva imparato l’arte del tatuatore a New York, o almeno così andava dicendo: me lo aveva presentato, completamente ubriaco, il mio amico Coniglio, una sera, una delle tante sere gettate via in una qualche squallida birreria stracolma di figuri, straripante di storie contorte, stipate in ore impossibili dentro il ripugnante lezzo di fritto e di fumo.

Coniglio, un idealista puro e ingenuo tipico dei tempi miei, conosceva tutti: erano tutti suoi amici, anche quelli che non lo erano, anche quelli che mai avrebbero potuto diventarlo, anche quelli che mai aveva conosciuto.

Non mi ricordo il nome del tatuatore e non mi ricordo neanche che cosa mi disse; certo, Coniglio fu al solito generoso di indicazioni circa lo sghembo e strambo  personaggio; fatto ovvio che si premurò di  avvertirmi che quello, se non gli fosse piaciuto ciò che volevo farmi tatuare, non si sarebbe prestato alla bisogna, ché per lui non era una questione di soldi.

Non era ubriaco quando mi recai all’appuntamento nel luogo convenuto per procedere al lavoro, c’era con lui un ragazzino che mi toccava continuamente i muscoli con evidente, gentile piacere. Allora ero in forma fisica smagliante, ancora in attività nelle mie interminabili corse a piedi: era comprensibile che avessi una bella pelle.

Piacque al tatuatore il soggetto, anzi ne fu entusiasta, non scordando di sottolineare la facilità di lavorare su quella pelle così bella.

E non c’era nulla di morboso in tutto ciò, affatto nulla di fastidioso.

Stese la velina sul deltoide sinistro e tracciò i contorni del soggetto.

Avevo ricavato questo da una moneta d’argento di 200 pesos che mi ero portato appresso l’anno prima dal mio viaggio in Messico: era il simbolo mèxica dell’aquila posata sul cactus che stringe tra gli artigli e il becco un serpente.

La mitica aquila la cui vista avrebbe segnalato alle genti di Aztec, guidate da Huitzilopochtli crudele, il luogo promesso in cui fondare la loro capitale: Tenochtitlàn, dopo secoli di stente peregrinazioni.

Attese al lungo e delicato lavoro con cura e passione, preoccupandosi di non farmi provare dolore eccessivo; lavorava con insospettabile perizia, manovrando la pistola a aghi con disinvolta abilità.

Impiegò circa tre ore e mezza, il risultato mi parve sublime; alfine, indolenzito e non poco estenuato, mi sentii per certi versi un’altra persona: avevo cominciato in quel marzo 1989 – oggi sono più di vent’anni – un capitolo nuovo del mio me.

 

(Altre strenne) Manuel Vásquez Montalbán, Contro i gourmet

Manuel Vázquez Montalbán, Manolo per gli amici, lo incrociai in una qualche edizione recente del Salone del Gusto: non alto, rotondetto, faccia occhialosa, baffo e pochi capelli, insomma fisicamente un anonimo impiegato. Ebbi l’impulso di fermarlo per stringergli la mano e proclamargli la mia ammirazione assoluta per le sue ineguagliabili storie di Pepe Carvalho, la sua puttana Charo e Biscuter e Bromuro e Vallvidrera e quei paesaggi urbani barcellonesi e non solo.

Non feci nulla.

Per rispetto: perché forse gli ammiratori che si disvelano ai propri idoli, spesso fanno solo la figura dei rompipalle.

Manolo se n’è andato improvvisamente a Bangkok (città teatro di un suo romanzo) nel 2003. Era nato a Barcellona nel 1939.

Giornalista e prolifico scrittore, deve la sua fortuna, appunto, all’invenzione del detective-gourmet Pepe Carvalho, che appare nel romanzo “Tatuaggio” del 1976.

Premio Grinzane Cavour nel 2000, era un grande conoscitore della Langa e frequentatore della cucina piemontese: la natura della sua opera merita, in un prossimo futuro, un articolo ad hoc su questa testata.

“Contro i gourmet” è un libro scritto circa vent’anni fa e solo oggi tradotto in italiano: sono vent’anni di cui non ci si accorge. Già allora l’Autore cita Ferran Adrià  e analizza in modo lucido l’evoluzione dell’alimentazione che gli ultimi vent’anni hanno visto.

E’ un testo alto, in cui antropologia, archeologia, etnologia e storia sono scienze chiamate in causa dall’Autore per testimoniare l’evoluzione dell’alimentazione umana dalla preistoria a oggi, nelle varie aree geografiche del mondo.

Cito di seguito alcuni punti chiave nello snodo di questa evoluzione.

La preistoria.

“Assimilazione e sintesi di svariati prodotti e utensili per cucinarli in uno spazio presieduto dal fuoco. Fuoco e spazio danno origine al focolare umano, che dagli accampamenti all’abitazione contadina tradizionale, passando dalla caverna, si organizza intorno alla cucina e, pertanto, intorno al fuoco. Il passo seguente sarà il recipiente per la cottura, la ceramica, scoperta evolutiva a partire dall’utilizzo si sostanze terrose malleabili in modo da ottenere lo spazio concavo in cui depositare le vivande.”

Si arriva a Roma, alla sua cucina che per prima diventa globale e sublime, con veri cuochi artisti come il mitico Apicio.

 “E’ probabile che i romani imparassero a cucinare e a mangiare da altri popoli, ma lo fecero in fretta e arricchirono il sapere ereditato raggiungendo estremi mai superati dalle più speculative cucine contemporanee…fin dall’incontro delle legioni romane con lo splendore asiatico, nel corso delle guerre contro il re Antioco III il Grande. ’L’esercito d’Asia’, scrisse Tito Livio,’ introdusse in Roma il lusso straniero; fu allora che i pasti cominciarono a richiedere più ingredienti e una dispensa più capiente…Il cuoco, ritenuto e usato fino allora come uno schiavo a basso prezzo, divenne molto costoso: quel che era solo un mestiere stava diventando un’arte.’.

Un altro snodo fondamentale è costituito dalla nascita del ristorante e della ristorazione.

“Grimod de La Reynière, nel suo fondamentale Almanacco dei buongustai, seguito dal Manuale dell’anfitrione, compie una lucida analisi, all’inizio del XIX secolo, su questo passaggio della cucina aristocratica francese a quella borghese: ’In altri tempi, essere cuoco era soltanto un mestiere: concentrati in un piccolo numero di case opulente della corte, delle finanze, della moda, i cuochi esercitavano occulti i loro utili talenti. La Rivoluzione, privando delle loro proprietà gli antichi padroni, lasciò i bravi cuochi in mezzo alla strada e, per continuare a praticare le loro arti, divennero commercianti del buon cibo e presero il nome di ristoratori. Prima del 1789 a Parigi non erano più di cento e gli eruditi del buon cibo  ricordano che il primo ristorante pubblico della città, chiamato Champ d’Oiseau si aprì in rue de Poulies nel 1765. Oggi ce ne sono tra i cinque e i seicento.’.”

L’ottocento francese, con i vari Brillat-Savarin, Careme, Escoffier e via dicendo, viene illustrato come meglio non si può.

Naturalmente, oltre a capitoli dedicati alla cucina del Nuovo Mondo, all’India, al Giappone, una parte consistente racconta della gastronomia spagnola.

“Il prosciutto è qualcosa di più di una zampa di cadavere mummificata e commestibile, è addirittura qualcosa di più di una zampa gloriosamente mummificata di un glorioso maiale iberico. Il prosciutto fa parte dell’immaginario spagnolo dell’abbondanza e si dimentica spesso che fu determinante nel provare che si era cristiani da lungo tempo durante l’Inquisizione. Poiché musulmani ed ebrei lo rifiutavano, per dimostrare la propria fede bisognava addentarne un pezzo, trasformato in una delle infinite prove di Dio in tempi in cui queste erano utili. Si chiamava marrano (porco) il convertito sospettato di non esserlo del tutto.”.

Per finire, com’è ovvio, con quanto accade oggi.

“Questa cucina viene dagli Stati Uniti e un ottimo riassunto di ciò che significa è pubblicato dalla rivista Gourmet nel suo numero speciale intitolato «Mangiare negli Usa»: ’Molti esempi di americani che realizzarono il sogno di diventare milionari partendo da zero fanno parte dell’ampio mondo dell’alimentazione. Sono entrati ormai nella leggenda dell’american dream il farmacista di Atlanta John Pemberton, inventore di una pozione contro il mal di testa che venne poi commercializzata come Coca-Cola; il colonnello Sanders, inventore del pollo fritto alla maniera del Kentucky; l’emigrante  bavarese Anton Feuchtwanger, che presentò alla fiera mondiale di Saint Louis un wurstel infilato in un panino quasi privo di mollica immortalato con il nome di hot dog; Ray Kroc, il commesso viaggiatore che rimase affascinato dagli hamburger dei fratelli McDonald, comprò la loro ricetta e mise in piedi una catena di locali che già nel 1980 aveva venduto tre miliardi di hamburger in tutto il mondo’.”

Ho voluto citare con abbondanza per la semplice ragione che in queste poche righe Manuel Vàzquez Montalbàn ci regala alcuni concetti fondamentali e assai sintetici dell’evoluzione dell’alimentazione umana.

Cos’altro aggiungere: è un testo fondamentale per chi, a qualsiasi titolo, si occupa di alimentazione, con un solo, piccolo neo. Il capitolo dedicato al vino, pur esauriente, è trattato con eccessiva fretta.

Gennaio 2006 (per Barolo & Co)

 

 

 

Focus Storia: l’inganno di Cajamarca by Vincenzo Reda

https://www.vincenzoreda.it/blas-valera-f-pizarro-conquista-il-peru-col-vino-avvelenato/

https://www.vincenzoreda.it/laura-laurencich-minelli-la-memoria-dell’-impero-degli-inca-appesa-ad-un-filo/

IMG_9457 iQuesta fotografia è stata ripresa circa quattro anni fa, in Aosta. Sono in compagnia dell’archeologa e antropologa Laura Laurencich Minelli, la studiosa dell’Università di Bologna che ha studiato i codici redatti dal gesuita Padre Blas Valera, di proprietà di Maria Miccinelli.

Sono orgoglioso assai di avere avuto l’opportunità di conoscere Laura, una ricercatrice che ha riportato alla luce la verità storica, che Pizarro e i suoi avevano in tutti i modi cercato di nascondere, di una conquista vergognosa realizzata con un vile inganno.

Di questi fatti mi sono più volte occupato e li ho pubblicati sia su questo sito sia su alcune delle mie pubblicazioni.

Chiaro che è motivo d’orgoglio essere riuscito a pubblicarli anche nell’ambito di una Testata autorevole come Focus Storia che, peraltro, aveva già ospitato nel novembre 2012 uno speciale dedicato alla cultura maya, da me firmato. In quell’occasione la rivista veicolò il mio libro sui Maya, scritto per Newton Compton e pubblicato nel 2011. Per tutto questo devo sempre un grande ringraziamento a Marco Casareto, già direttore di Focus Storia e a Aldo Carioli, oggi caporedattore della rivista in questione.

Laura Laurencich Minelli: LA MEMORIA DELL’ IMPERO DEGLI INCA APPESA AD UN FILO

Con malcelato orgoglio, ho ricevuto il permesso di pubblicare sul mio sito un estratto dell’intervento, nel recente convegno di Aosta – Restituire la memoria – della Prof.ssa Laura Laurencich Minelli: si tratta delle sconvolgenti novità che riguardano la conquista del Perù, legate alla scoperta di documenti redatti nel ‘600 dal gesuita Blas Valera.

(Lo scritto della Prof.ssa Laurencich sarà pubblicato nella versione completa sul volume “Restituire la memoria” che Giunti Editore pubblicherà in autunno a cura di Piero Pruneti e che costituirà la raccolta degli atti del convegno di Aosta).

 

Laura Laurencich Minelli (Università di Bologna): LA MEMORIA DELL’ IMPERO DEGLI INCA APPESA AD UN FILO

 

 

“Il recente ritrovamento di due documenti gesuitici del primo ‘600, Exsul Immeritus Blas Valera populo suo del gesuita meticcio Blas Valera e Historia et Rudimenta linguae Piruanorum, dei gesuiti italiani Anello Oliva e Antonio Cumis ci sta restituendo il filo della memoria sia dell’ Impero degli Inca, distrutto dalla conquista iniziata dagli spagnoli nel 1532 al comando di Francisco Pizarro, sia della vita e degli scritti del  cronista meticcio detto il gesuita fantasma perché di lui si conosceva l’ esistenza ma le  cui  opere erano inspiegabilmente sparite.

La nuova scoperta rivela fatti inauditi circa l’ impegno che ebbe il gesuita meticcio assieme ai due gesuiti italiani nel contestare la conquista del Perù e  la distruzione dei nativi e, come conseguenza, nel tentare di creare in seno alla colonia spagnola,  uno stato neo-inca ma cristiano: il che spiega la ragione che avrebbe portato alla distruzione degli scritti di Blas Valera.  Infatti  i due nuovi documenti narrano che il P. generale Acquaviva avrebbe imposto al P. meticcio Blas Valera o di uscire dall’ Ordine o l’ esilio in modo da tappargli la bocca dato che aveva creato seri problemi alla Compagnia presso l’ Inquisizione con il suo aperto indigenismo e con le sue dichiarazioni che la conquista era nulla dato che era stata realizzata con l’ inganno del vino avvelenato propinato da Pizarro allo stato maggiore dell’ Inca Atahualpa[i]: ciò sulla base della Relazione di denuncia  che lo stesso conquistador Francisco de Chaves aveva scritto al Re nel 1533 ma, pur bloccata dalla censura di Pizarro, era rimasta nelle mani prima dello zio di P. Blas, il conquistador Luis Valera che l’ avrebbe passata quindi al nipote che, nonostante le  traversie subite, l’allega al manoscritto  Exsul Immeritus [ii].  Entrambi i documenti riferiscono inoltre che P. Blas non solo non aveva accettato di abbandonare la veste ma, pur dall’ esilio in terra di Spagna, continuava ancora a parlare: pertanto, nel 1597, il Padre Generale Acquaviva  gli impose morte fittizia in modo da tappargli definitivamente la bocca. Fatto ancor più inaudito è che i due documenti rivelino che il P. Valera, dopo la sua finta morte e grazie alla complicità di alcuni gesuiti, fra cui l’ italiano P. Vitelleschi, nel 1598 avrebbe raggiunto nuovamente il Perù dove, aiutato da un gruppetto di confratelli e dalla mano del meticcio F. Gonzalo Ruiz in qualità di scriba e disegnatore, avrebbero composto una sorta di lunga lettera illustrata al Re di Spagna in cui lamenta la distruzione anche culturale che aveva subito il mondo indigeno a causa della conquista e gli propone la costituzione, all’ interno del Viceregno del Perù, di uno stato neo-inca ma cristiano. Lettera che si intitola Nueva Coronica y Buen Gobierno,  in cui Blas Valera, dato che era ufficialmente morto, cioè bandito dal mondo, si nasconde dietro al nome dell’ indio Guaman Poma de Ayala che vi funge anche da informatore principale[iii]. Fatti che oggi sarebbero ritenuti già correnti se Exsul Immeritus e Historia et Rudimenta avessero visto la luce prima del 1937 quando la Nueva Coronica venne pubblicata e il suo contenuto acquisito dagli studiosi ma che hanno creato un certo qual sconcerto essendo stati dati alle stampe  settantanni dopo, cioè nel 2007[iv].

Allo stesso tempo i due nuovi documenti e in particolare Exsul Immeritus che è un documento biculturale scritto in latino per il mondo colto europeo e in quechua ma con fili e tessuti per i discendenti degli Inca, scoperchia la pentola di come funzionava il sistema di scrittura per mezzo di fili e di  cordicelle annodate dette quipu che rendeva  coeso l’ Impero degli Inca.

 

L’ impero degli Inca detto del Tahuantinsuyu (che significa “dei quattro cantoni”) (Fig.1), è l’ ultimo degli imperi precolombiani, cioè appartenenti all’ evo antico, costretto al duro contatto  con il mondo moderno dalla conquista (1532-1534). Era un vasto impero teocratico  governato dall’ Inca, il Sole il terra, di cui i conquistatori prima e i cronisti poi narrano che non possedeva la scrittura pur rimanendo sorpresi come usasse  delle cordicelle annodate pendenti da una corda più grossa, detto quipu.

E’ un impero teocratico e ambientalista allo stesso tempo in cui l’ ambiente stesso dai grandi contrasti esprime il dualismo tra l’ Alto e il Basso che ne caratterizza la filosofia e la religione: le Ande innevate apparentemente più vicine al sole sarebbero l’ Alto ma anche il Sole stesso  le  stelle mentre il deserto costiero e nebbioso sarebbe il Basso  ma anche la Terra, Pachamama. Fig.2. Su questo ambiente  gli Andini sono sempre intervenuti con estrema delicatezza ordinandolo secondo le principali figure della loro geometria derivate dal quadrato= terra ordinata dall’ uomo, Pachamama e dal cerchio= Sole= cielo ordinato dal Sole e dagli dei  (Figg.3,4)

Non deve sorprendere  che nelle Ande, che sono la patria delle lane di alpaca,  di vigogna e dei cotoni multicolori, in epoca precolombiana si usassero i filati anche come sistema di scrittura, intendendo qui per scrittura non solo la nostra alfabetica- fonetica come facevano i cronisti ma qualsiasi forma di registrazione del pensiero: scrittura che pertanto va vista secondo un codice tridimensionale proprio dei fili, delle cordelle e delle corde. Scrittura che era considerata sacra e racchiudere in sé stessa non solo il paesaggio circostante ma anche il dio Sole  di cui  le cordelle sarebbero una rappresentazione dei suoi stessi raggi.

I cronisti che pur consideravano scrittura solamente la nostra, cioè quella fonetica alfabetica,  riferiscono che  il quipu, era basilare per registrare non solo dati numerici, ma anche poemi, leggi e cerimonie del Tahuantinsuyu. Nessuno di essi però ha saputo o potuto spiegarci  né quanti tipi di quipu esistessero né il loro funzionamento tranne il meticcio Garcilaso de La Vega (1609) che ci spiega in modo dettagliato ma confuso, solo un tipo di quipu: quello per registrare numeri. Egli però  afferma genericamente che i colori delle cordelle indicavano la qualità dei materiali contati per cui, per es. il color rosso  delle cordicelle avrebbe indicato che in quei quipu si contava tutto quanto era rosso come per es. il peperoncino e il cinabro il che è impossibile nell’ ambito di una contabilità matura quale era quella che aveva retto un grande impero (Fig.5).  All’ inizio del secolo scorso, il matematico Leeland Locke (1912) sulla base delle spiegazioni di Garcilaso, ha risolto la lettura dei numeri registrati sul quipu numerico ( che tanto per intenderci chiamo numerico di posizione) che, come la matematica degli Inca, è a base dieci (Fig.6).

Nessuno degli studiosi era ancora riuscito a venire a capo della lettura extranumerica, cioè delle qualità delle cose registrate su questo tipo di quipu ma purtroppo, presi dall’ entusiasmo per la scoperta di Locke, avevano tralasciato di ricercare come si potessero scrivere poemi, leggi, calendari testi di lettura insomma con solo quel tipo di  quipu essenzialmente numerico. Ora però i due documenti segreti Exsul Immeritus (1618) e Historia et Rudimenta, dei due gesuiti italiani Antonio Cumis e Anello Oliva (1600 ca – 1638), recentemente ritrovati chiariscono entrambi i problemi (Figg. 7,8).

Blas Valera in Exsul Immeritus, rivela infatti che i cronisti parlano in modo confuso dei quipu non solo perché non li capirono ma anche perché, essendo i quipu considerati idolatri, se ne poteva parlare solo come qualcosa di infantile e approssimativo se non si voleva incorrere in serie difficoltà con il governo coloniale. Specifica quindi che esistevano vari tipi di quipu, oltre al quipu numerico di posizione: quipu che, tanto per intenderci, divido in due grandi gruppi: quipu numerici e quipu di scrittura.

La Vita di Blas Valera (nota n. 1 al testo)


Traccio per sommi capi la vita di Blas Valera quale risulta dalle fonti ufficiali in modo da permettere il confronto con quanto rivelano questi polemici documenti segreti, cioè scritti non per essere diffusi: il P. gesuita Blas Valera nasce a Chachapoyas nel 1545, figlio di Alonso Valera (come afferma Garcilaso de La Vega e lo stesso Blas Valera in ExsuI) o, secondo le fonti gesuitiche, del fratello Luis Valera (Exsul aggiunge che chi gli fece da padre fu lo zio Luis, essendo Alonso un violento e sanguinario del tutto indegno di essere chiamato padre). Nel 1570 Blas Valera pronuncia i primi voti e nel 1571 è destinato a Huarochirì, nel 1573 è a Lima e a Cuzco dove, nel 1573 è ordinato sacerdote. Durante la sua opera a Cuzco (1575-1577) vi fonda, con i PP. Barzana, Santiago e Ortiz, la confraternita Nombre de Jesus. Nel 1576 si verifica la prima accusa contro il P. Valera di aver violato la castità. Fra il 1577 e il 1578 è inviato a Juli e nel 1582 lo troviamo a Potosì da dove il P. José Acosta lo chiama a Lima per lavorare alla traduzione quechua del Catechismo del Terzo Concilio Limense. Dal 1583 la persecuzione contro il P. Valera scoppia in tutta la sua intensità ma la colpa di cui è accusato era tanto grave da non venire mai scritta nero su bianco pur riferendo che si prende come scusa l’ accusa contro la castità per farlo uscire dall’ Ordine. Nel febbraio del 1588 è invece sospeso a divinis e condannato all’ incarcerazione dal P. Generale Acquaviva pena che, nel novembre 1588, è commutata con l’ esilio in terra di Spagna. L’ 11 dicembre 1592 inizia il viaggio verso la Spagna accompagnato dal P. Diego de Torres imbarcandosi per Quito dove rimane con relativa libertà fino al 1593 quando lo imbarcano via Panama e Cartagena  ma si ammala e appena il 31 luglio 1595 giunge in Spagna, a Cadice, dove è affidato al P. provinciale Cristobal Méndez. Il 3 giugno 1596 il P. Méndez scrive al P. Generale che il P. Valera era redento tanto che gli aveva permesso di insegnare grammatica nella scuola gesuitica di Cadice. La notizia irrita il P. Acquaviva che il 29 giugno ordina che il P. Valera sia ritirato da qualsiasi insegnamento. Nel 1597 muore si dice a seguito della distruzione di Cadice per mano dei pirati inglesi. Secondo Exsul e Historia et Rudimenta, dal 1597 al 1619, anno della sua morte reale ad Alcalà de Henares, P. Blas avrebbe trascorso la sua vita da persona giuridicamente morta facendo fatto ritorno in Perù, con nome fittizio e protetto da un gruppo di gesuiti fra cui il P. Muzio Vitelleschi. Per le fonti ufficiali cfr. Egaña (1954-1981); Garcilaso de la Vega, Inca, (1963 [1609]); per la ricostruzione della vita di P. Blas secondo le fonti ufficiali cfr. Borja de Medina, 1999; per la ricostruzione della vita di Blas Valera comprendendo pure le fonti dei doc. Miccinelli e il suo vivere da persona morta, cfr. L. Laurencich-Minelli,(2001), 247-272, L.Laurencich-Minelli, Premessa ( 2007) pp.,24-25; S. Hyland (2002).

https://www.vincenzoreda.it/blas-valera-f-pizarro-conquista-il-peru-col-vino-avvelenato/

 

 

 

Art & Wine Club Exhibition in Barolo: Vincenzo Reda by Nerio Griso

http://www.art-wine.eu/

Due Maestri per il mio Peperone

Sono stato assai fortunato a conoscere e frequentare per qualche anno (97/2005) Luigi Veronelli che ho stimato assai più come persona (immenso, indescrivibile, di straordinaria sensibilità, cultura, semplicità) che in quanto esperto di vini e cucina.

Non conosco personalmente, purtroppo, Gualtiero Marchesi che considero comunque il cuoco italiano più importante di sempre (a parte Cesare Giaccone che più che un cuoco è un artista, di quelli veri).

Per il mio libro ho scelto due ricette, altrove già pubblicate, di questi due personaggi straordinari: due ricette semplici, di tradizione. Semplicità e Tradizione sono, per quanto mi riguarda, le due caratteristiche irrinunciabili per un grande piatto. Poi viene tutto il resto.

I miei dodici cuochi per Il Peperone

Qui sopra le pagine d’introduzione ai 12 cuochi che ho scelto per le ricette “d’Autore”, con il peperone di Carmagnola come ingrediente irrinunciabile.

Sono dodici persone che conosco bene, che stimo sia come cuochi sia, soprattutto, come persone.

Di ognuno mi sono occupato su questo sito con ampie trattazioni, come meritano tutti. Molti lavorano in Piemonte, un paio in altre regioni d’Italia e tre di loro sono impegnati in altri paesi. Tutti, comunque, veri fuoriclasse: per come intendo io questa espressione.

Con alcuni di questi sono legato da antica amicizia (Gianni Leopardi, Gegè Mangano), con altri (Stefano Fanti, Stefano Malvardi, Riccardo Ferrero, Igor Macchia, Massimo Camia) la conoscenza è vecchia di qualche anno. Alcuni sono scoperte e frequentazioni più recenti  (Manolo Murroni, Stefano Polato, Stefano Chiodi Latini).

Un discorso a parte meritano Cesare Giaccone e Luigi Ferraro. Cesare è un vero Maestro, un fuoriclasse ma, allo stesso tempo, un personaggio unico e un cuoco indescrivibile: non è possibile raccontare Cesare e la sua cucina in sintesi. Cesare è un fenomeno abbastanza unico nel panorama della cucina italiana d’autore: chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, si prenda la briga di prenotare da lui (lavora soltanto su prenotazione) in quel magnifico borgo dell’Alta Langa che si chiama Albaretto della Torre. Posso garantire che sarà un’emozione irripetibile, a patto che gli siate simpatici…

Luigi Ferraro è un mio compaesano, un calabrese di Cassano Ionico che lavora in uno dei migliori ristoranti di Mosca: un altro fenomeno e un’altra persona (come tutti quelli che ho scelto per il libro) di grande disponibilità, semplicità, competenza.

Che squadra, signori! E ne sono orgoglioso, per davvero.

Torino on the road, again

Personaggi famosi e non; protagonisti delle nostre storie; presentazioni, interviste, amici….Insomma: Torino on the road!

https://www.vincenzoreda.it/torino-on-the-road/

https://www.youtube.com/watch?v=6smtAY8dXSI

Torino On The Road

(QUASI UNA) PREFAZIONE

L’hai incontrata una sera tardi per caso, era quasi anonima rispetto a tante altre che sfolgoravano le loro attrazioni accurate di smalti, fondotinta, ciglia finte, acconciature elaborate e piccanti scollature.

Ti ha colpito la sua semplicità e forse uno sguardo dalla profondità insondabile che ti ha scagliato addosso quasi con noncuranza: e quell’occhiata è stata come un colpo di zagaglia. E hai scommesso, al buio.

Al mattino presto la guardi mentre dorme a fianco a te e realizzi che quella scommessa scriteriata l’hai vinta. Pensi: che fortuna ho avuto, mentre segui il taglio delle sue labbra socchiuse e noti la bocca piccola, sensuale. E poi ti soffermi sugli zigomi e i capelli e quella pelle così liscia, senza trucchi, senza creme bugiarde che sanno mentire così bene nelle penombre rumorose delle sere e delle notti artificiose, false, poco credibili.

Notti affollate di mala gente in mali affari indaffarata.

E lei, invece, così bella al mattino.

E questa Donna come larga metafora di una Città che non sa portare trucchi e belletti e scollature vertiginose e acconciature studiate da parrucchieri barocchi.

Torino che è bella alle sette di mattina: con i rosa pallidi della giogaia delle montagne che la imbellettano di luce irreale.

Torino che rivela i suoi sguardi furtivi ma profondi che feriscono come lame assassine tra i portici e le prospettive di certe piazze e di certe vie.

Torino che parla lingue sconosciute dalle pietre antiche dei suoi palazzi che sembrano anonimi e invece raccontano storie inaudite d’amore, d’odio, di morte.

Storie che si rivelano a chi sa intendere le lingue che parlano le pietre.

E poi, tra quelle pietre, ecco spuntare fantasime, geni, jinn, folletti, spiritelli, forse financo putti.

E allora fluiscono racconti di vite sballate, di vite vissute fino all’ultima goccia, di vite gettate via, di vite impossibili, di vite svitate e riavvitate mille volte.

Ma bisogna frequentare posti strani o posti normali in ore strane; e ancora posti conosciuti in apparenza con persone strane che sanno scovare e dar voce a certi racconti altrimenti muti, incastrati nelle pietre che li custodiscono come ineffabili secondini.

Di queste voci, di questi racconti, di queste vite squinternate, di queste esistenze nomadi – nomadi nel tempo, nomadi nello spazio – questo libro è narrazione.

Narrazione appassionata, narrazione faticosa, narrazione estratta quasi a forza dall’oblio cui i Giusti, i Belli, i Colti, i Famosi, i Potenti avevano affidato il compito criminoso di occultare tra i portici, le strade, le piazze e i loro porfidi e i loro basalti.

E il portone atroce di questo oblio i nostri due eroi, senza macchia e senza paura, hanno avuto l’ardire di scardinare.

E l’hanno divelto semplicemente per amore, l’hanno sventrato con la forza immane che dà l’Amore.

L’amore per questa Città che sa parlare una lingua straordinaria che occorre prima imparare ad ascoltare e poi a capire.