Archive for Ottobre, 2015
Ugo Tognazzi, L’abbuffone

Storie da ridere e ricette da morire.

Giuseppe Inzema (Il fischio al naso, 1967), Ugo (La grande bouffe, 1973), conte Raffaello Mascetti (Amici miei, 1975), Renato Baldi (Il vizietto, 1978): sempre Ugo Tognazzi, nato a Cremona nel 1922, scomparso a Roma nel 1990.

Ho citato non a caso alcuni dei suoi migliori personaggi in quarant’anni di cinema percorsi con i migliori compagni, esagerando nel bene e nel male, figlio irrefrenabile e incontrollabile della Provincia grassa e bassa che pasce attorno alle nebbie del Fiume tra Piemonte e Romagna o Veneto.

Non Mastroianni, né Gassman e tantomeno Sordi: Ugo Tognazzi, intellettuale e raffinato, pur debordante, suo malgrado; eppure, fra cotanti giganti, un attore (e non solo) italiano fino in fondo, dove per attore italiano si definisce qualcuno che affonda le radici del proprio mestiere, e talento, nella commedia colta del nostro prodigioso Cinquecento.

Ha lavorato con Monicelli, Pasolini, Risi, Ferreri, Scola, Bertolucci; ma anche con Mastrocinque, Mattòli, Simonelli, Corbucci. E dimentico Petri, Magni, i Taviani, Loy…

“Nella mia casa di Velletri c’è un enorme frigorifero che sfugge alle regole della società dei consumi. Non è un «philcone», uno spettacolare frigorifero panciuto color bianco polare. E’ di legno e occupa una intera parete della grande cucina.

Dalle quattro finestrelle si può spiarne l’interno, e bearsi della vista degli insaccati, dei formaggi, dei vitelli, dei quarti di manzo che pendono, maestosi, dai lucidi ganci.

Questo frigorifero è la mia cappella di famiglia.

Capita che ogni tanto, di mattina, mia moglie mi sorprenda inginocchiato davanti a quel feticcio, a questo totem dell’umana avventura. Me ne sto lì, raccolto in contemplazione, in attesa d’una ispirazione per il pranzo….

Ho la cucina nel sangue. Il quale, penso, comprenderà senz’altro globuli rossi e globuli bianchi, ma nel mio caso anche una discreta percentuale di salsa di pomodoro.

Io ho il vizio del fornello. Sono malato di spaghettite.

Per me la cucina è la stanza più shocking della casa.

L’attore? A volte mi sembra di farlo per hobby. Mangiare no: io mangio per vivere.

E mi sento vivo davanti a un tegame.

L’olio che soffrigge è una musica per le mie orecchie. Il profumo di un buon ragù l’adoprerei anche come dopobarba. Un piatto di fettuccine intrecciate o una oblunga forma d’arrosto, per me sono sculture vitali, degne d’un Moore”.

Ugo Tognazzi aveva cominciato la sua carriera lavorando nel salumificio Negroni di Cremona a quindici anni.

Il libro è del 1974, la mia copia è la prima edizione.

E’ un libro di storie, di ricette, di cucina grassa, esagerata come oggi usa solo più nella provincia felice: provate a cercarlo in giro, vi farete o farete un regalo sensazionale.

Curiosità: le ultime trenta pagine sono dedicate alle ricette de La grande Bouffe, il capolavoro (nella mia non modesta opinione, uno dei più grandi film della storia del cinema) di Marco Ferreri, altro genio smodato e senza ritegno, in tutti i sensi e letteralmente.

Da un’intervista di Giancarlo Dotto  a Paolo Villaggio, letta su La Stampa del 9 marzo 2009: “Definisce Ugo Tognazzi il più intelligente dei suoi amici.

‘Intelligentissimo e rallegrante. Figlio di un ferroviere, aveva la licenza elementare. Un grande attore, anche se il più grande di tutti era Gian Maria Volonté. Ugo era un pessimo cuoco. Una sera Mario Monicelli prese un sacchetto di plastica e ci mise dentro gli avanzi della cena.«Che fai Mario?», gli chiese Ugo, tutto vestito da cuoco. «Li porto all’istituto italiano di criminologia».’”.

Gonzalo Guerrero, lo spagnolo che si fece maya e per i Maya morì

https://www.vincenzoreda.it/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-a-prescindere-dalla-bufala-della-fine-del-mondo/

Lo scritto qui di seguito è un vecchio articolo: sul mio ultimo libro c’è un capitolo assai più documentato e approfondito, si intitola: “L’archibugiere rinnegato“, è la storia n. 32.

“Tutto quel che possiedo come documentazione diretta della vicenda di Gonzalo Guerrero è riportato fedelmente nel capitolo precedente.

Se io fossi uno scrittore, se poi fossi  anche uno scrittore di successo, potrei scrivere uno di quei magnifici romanzi, più o meno, storici sulla vicenda; non so se dire purtroppo: non solo non sono uno scrittore, ma meno che mai potrei ardire al successo. Dunque, niente romanzo storico.

Gonzalo me lo figuro uno dei tanti marinai di Palos e dintorni, un po’ affascinati dai racconti di quelli che tornavano da occidente, un po’ perché quello era il loro mestiere e forse perché le diarie più invitanti erano offerte da quei capitani e hidalgos che salpavano alla volta delle ricchezze e della gloria, verso le Indie occidentali.

Probabilmente Gonzalo era un popolano molto realista e pragmatico, ma con qualche caratteristica bizzarra: da Cabeza de Vaca a Hans Staden (si leggano sia le avventure di Cabeza, sia “La mia prigionia fra i cannibali-1553/1555” del tedesco), non pochi europei ebbero la ventura di passare periodi di tempo più o meno lunghi tra le popolazioni americane, eppure nessuno, almeno per quanto è dato sapere (io sono certo che nelle pieghe del passato si nasconde qualche altra storia analoga a quella di Gonzalo), ebbe l’ardire di dimenticare prima, rifiutare poi, infine combattere e morire contro il proprio popolo.

E’ lecito pensare che sulle prime il buon marinaio abbia agito più pensando a salvare la pelle che a altro; più oltre avrà pensato che su quella terra sconosciuta, tra quella gente che usava cucinare i nemici, occorresse adattarsi, perché chissà tra quanto tempo gli spagnoli, ammesso che ci fossero riusciti, sarebbero arrivati fin lì.

E poi egli non era un prete come Aguilar, dunque se qualcuno gli chiedeva qualcosa che  sapesse fare e se da ciò ne fosse venuto un qualsiasi favore, ebbene non c’era proprio ragione di rifiutare.

Io credo che di favore in favore, Gonzalo abbia cominciato a non star troppo male e gli alieni personaggi intorno a lui a scoprire che quell’essere estraneo di cose utili ne conosceva parecchie: che meritasse la pena  non trattarlo male; anzi, era conveniente cercare di farlo star bene, ché c’era forse da trarne buon utile.

Eppoi gli anni passano: vince il quotidiano se uno è un marinaio senza patria e attaccato più alle cose di questa terra che alle favole dei preti.

Volevano che si tatuasse, va bene: in fondo che male c’era a tatuarsi come loro! Tutti i marinai erano tatuati.

Quella vita dopotutto dovette cominciare a piacergli: i frutti tropicali, le tortillas, qualche gallina ogni tanto, un bel clima, la gente in fondo pulita e gentile; c’era, a volte ma non troppo spesso, da sopportare qualche disgusto come i sacrifici e l’odioso costume del cannibalismo rituale, ma tra i maya tutto ciò era assai meno frequente che tra i mèxica.

Forse la cosa che dovette inizialmente recargli maggior fastidio dovette essere l’ossessione maya per l’autosacrificio rituale, ma anche quella col tempo fu assimilata.

E poi venne il premio più grande di tutti: una donna, una donna maya, dolce, fedele, sottomessa, gentile, pulita e devota!

E i figli: il marinaio aveva finalmente trovato la sua patria e per quella sarebbe morto!

Ridicolo Aguilar che viene a proporgli di tornare tra gli spagnoli a fare dopo tutto lo schiavo di un padrone inflessibile che gli avrebbe solo riservato lunghe marce, fame, massacri, sporcizia di corpo e d’animo in cambio di qualche soldo.

Meglio i maya, molto meglio i maya.

E così Gonzalo sceglie, ma aveva già scelto da anni, forse da subito: semplicemente, non sollevando lo scudo dell’ostilità e della diffidenza verso il diverso, cercando di adattarsi e di capire senza nessun pregiudizio, qualità che solo un uomo semplice, dotato di sano buonsenso popolare, può, meglio d’altri, possedere: egli comunque non ha nulla da perdere.

Nel 1511 avrà avuto tra i venti e i trenta anni e probabilmente niente d’importante da ricordare in Spagna, forse neanche i genitori.

Arrivano i compatrioti, ma è tardi, ormai, per Gonzalo.

Ho ragione di crederlo impegnato in tutta la regione dello Yucatàn, che pure è molto estesa, tra il 1517 e il 1536, quando viene ucciso, a combattere, direttamente o indirettamente, contro gli spagnoli: certamente non dev’essere casuale che i Maya riuscirono a resistere quasi vent’anni alla conquista.

Ci dev’essere stata parecchia dell’opera del buonsenso, e della tradizione occidentale millenaria della guerra,  del Guerrero Gonzalo in molte tra le sconfitte degli spagnoli.”

I Maya continuarono a rivoltarsi fino a questo secolo contro gli spagnoli prima, contro il potere creolo poi: figure come Lempira, Tecùn Umàn e Canek sono esempi che oggi i Maya  hanno in  considerazione al pari di eroi, ma nessuno ricorda Gonzalo Guerrero.

Forse perché tutto sommato è un rinnegato, come la Malinche; forse perché comunque uno spagnolo venuto, anche se più o meno suo malgrado, a ficcare il naso in faccende non sue: io trovo profondamente e storicamente ingiusto tutto ciò, a maggior ragione da parte di un popolo che è oggi il risultato, e non si può discutere se la storia sia giusta o sbagliata, dell’unione, violenta quanto si vuole, ma pur sempre unione, di due culture.

I tre figlioletti di cui parla Bernal Dìaz sono i primi meticci di cui conosciamo con certezza l’esistenza, e sono meticci frutto d’amore, non di violenza: qualcuno oggi nello Yucatàn porta per certo un po’ di sangue di Gonzalo; allo stesso modo, qualche traccia del rude Droctulft sarà rimasta nei secoli nei dintorni di Ravenna.

Ristorante e Foresteria Conti Roero a Monticello d’Alba
Piazza San Ponzio, 3 – 12066 Monticello d’Alba (CN)
Tel. 0173 466626
Ho incontrato Monticello d’Alba e il suo prodigioso castello nella scorsa primavera: presentavamo Sulle Ali del Barolo, il libro di Gianni Gagliardo da me curato e illustrato. A leggerne i brani era Remo Girone, attore raffinato e persona di grande sensibilità. Fu a causa sua che conobbi Elisa, padrona di casa: Remo mi suggerì, con una certa insistenza, di lasciare uno dei miei quadri dipinti con il vino come omaggio alla contessa Elisa. Fu così insistente che, a malincuore lo confesso, dovetti cedere. Per la verità quel posto – oggi quelli “bravi” scrivono “location”…- mi piacque tanto per davvero: il castello, di proprietà dei conti del Roero fin dal XIV secolo, occupa una posizione panoramica di rara bellezza, con una vista da fare invidia a posti di Langa assai più mentovati e fa tanto bene l’amico Gianni Gagliardo a tenere in grande considerazione questo suo paesino di nascita.
In breve, di quel posto mi sono innamorato e con il passare del tempo ringrazio Gianni per avermi permesso di conoscerlo e Remo Girone per aver obbligatomi, quasi, a regalare un mio bel quadro alla contessa Elisa.
Che poi ho conosciuto meglio ed è persona che mi piace: per la semplicità d’approccio, per la sensibilità, la cultura e la rara discrezione.
Mi ero ripromesso di fare una visita con lo scopo di verificare l’opportunità di una mia mostra e di provare la cucina del ristorante, attiguo al castello, e già assai noto dai tempi in cui lo chef era Fulvio Siccardi (oggi a Milano, ristorante Da Noi) con la sua ovvia stella Michelin.
Oggi il ristorante è gestito dalla famiglia Arone: Gregorio, Loredana e il figlio Matteo, appena diplomato in cucina all’IPSAR G. Giolitti di Mondovì.
Per la verità è Loredana l’anima di questo ristorante: torinese, esperienze importanti (dalla Ciau del Tornavento alla irripetibile stagione con Siccardi in questo stesso locale), personalità spiccata, passione quasi debordante seppure con la proverbiale discrezione sabauda.
Il locale si trova sotto la foresteria (8 camere eleganti, discrete e accoglienti con vista mozzafiato) in una costruzione di epoca medievale restaurata con grande cura. Una cinquantina di coperti ben disposti dentro un ambiente che fa del calore e di una certa aria di familiarità le sue principali suggestioni.
Le proposte cucinarie sono di assoluta tradizione e territorio: le verdure arrivano per davvero dall’orto di famiglia e il resto è scelto con meticolosa cura da Loredana. Qui il cibo è saporoso, quasi contadino: siamo nel Roero e qui si viene innanzi tutto per “mangiare” bene ancor prima che “degustare”. E bene si mangia, a cominciare dagli antipasti: giardiniera fenomenale, acciughe di quelle che non ti scordi, peperoni con bagna caoda di rara delicatezza (senza snaturare l’essenza della bagna caoda); strepitosa la carne di Fassone e ottimo lo stinco di maiale come pure i classici bonet e panna cotta. Ci ho bevuto un eccellente Roero 2012 di Correggia.
Con una nota: avrei dovuto bere il mio diletto Nebbiolo San Ponzio di Gianni Gagliardo, vino formidabile che nasce a due passi da qui e questo sensazionale Nebbiolo a tutti consiglio; ebbene, non l’ho bevuto perché lo stesso giorno, a cena, sapevo che ne avrei esagerato…
Aperto a pranzo (con alcune limitazioni e proposte ad hoc per pasti leggeri) e cena, è un locale in cui si può essere più che soddisfatti con una spesa di 25/40 €: rapporto qualità-prezzo di assoluto rilievo.
Monticello è a pochi chilometri da Bra, in quel Roero che è forse più intrigante di una Langa che sta diventando troppo affollata, internazionale e un poco…stucchevole.
Suggerimento: fate una bella gita, magari in un fine settimana d’autunno, e visitate il castello (aperto sabato e domenica) provando il ristorante Conti Roero e sostando in una delle camere della foresteria. Sono certo: mi ringrazierete (ovvio: se appartenete a un certo tipo di persone “di buona volontà”…).
Ps: ho deciso che farò qui la mia mostra!
Camilla’s Kitchen by chef Riccardo Ferrero, in Turin (Italy)

www.camillaskitchen.it/

Via Maria Vittoria, 49 – 10123 Torino
011 817 0253

Conosco Riccardo da qualche anno, fin da quando era lo chef del Cambio: l’occasione fu dovuta a un mio articolo per una rivista di food romana ora scomparsa, Horeca Magazine. Mi piacque il suo rapporto morbido con la professione: un ottimo cuoco di territorio e di tradizione, privo di tutti quei fastidiosi orpelli da guru che oggi decorano malamente le figure di certi “chef”, la cui principale preoccupazione pare soltanto quella di curare la propria immagine mediatica.

Ci si dimentica spesse volte che la principale attività di un cuoco consiste nello stare in cucina a cucinare per bene, armonizzando materie prime di qualità.

Riccardo, uscito dall’esperienza annosa e assai produttiva del Cambio (dopo anni di collaborazione con Gualtiero Marchesi), ha trovato finalmente il suo ristorante con i soci, in sala, Francesca (Titti) Alecci e Alberto Ramondetti. Il locale si trova in via Maria Vittoria angolo via Bonafous, proprio due passi dalla magnifica Piazza Vittorio. Ambiente di sobria eleganza, assai luminoso e arredato con gusto: 40 coperti scarsi dislocati in due sale con cucina a vista dietro la reception.

Cucina di tradizione piemontese con adeguata cantina.

L’ho visitato con mia moglie e ci siamo trovati assai bene: servizio accurato e discreto, tempi di attesa consoni ai piatti, cucina tradizionale con materie prime di assoluta qualità, preparazioni cucinarie non banali ma impeccabili, sapori ben delineati e di gusto marcato. Buona la scelta delle etichette, seppur non ridondante (non mi piacciono le “enciclopedie”) con un preciso indirizzo verso il territorio.

Si cena spendendo 40/50 € a testa e sono soldi ben spesi.

Consiglio personale: andate a provarlo, vi troverete bene. E magari dite a Riccardo che avete letto la mia recensione: gli farà piacere. E farà piacere anche a me.

Salute.

My nudies 1975-1980

Queste fotografie sono state riprese nel periodo 1975/80. Usai Minolta 101, Nikon F2 e Hasselblad 500/C con pellicola diapositiva Kodak Ektachrome. Le location sono varie: Torino, alta Valle Susa, Sapri, Gargano.

I soggetti sono tre, oggi ancora magnifiche cinquantenni. Ma i miei nudi non hanno identità: sono soltanto linee e volumi e colori. Null’altro.

In una compare anche un personaggio maschile. Un mio grande amico che oggi non c’è più: svanì per sua volontà un triste giorno di luglio, vent’anni fa. Era una persona speciale.

Eugenio Montale…e il vino

Nacque a Genova, bilancia, il 12 ottobre 1896 e se ne andò a Milano il 12 settembre 1981. Ragioniere, autodidatta, le lauree le ricevette onoris causa. Per campare fece il redattore e poi il giornalista, per lunghi anni al Corriere della Sera. Era un poeta, forse il più grande italiano del secolo scorso: a lui il Nobel nel 1975, con assai più merito di altri nostri premiati per la Letteratura, prima e dopo di lui. Ebbe il merito di scrivere pochissimo, il primo suo libro fu Ossi di seppia pubblicato nel 1925.

Questi versi sono tratti da Xenia, del 1966, poi pubblicati nel 1971 con la raccolta Satura.I versi di Xenia sono dedicati alla moglie Drusilla Tanzi, deceduta qualche anno prima.

 

Da Xenia II

6

Il vinattiere ti versava un poco

d’Inferno. E tu, atterrita: « Devo berlo? Non basta

esserci stati dentro a fuoco lento?».

 

10

Dopo lunghe ricerche

ti trovai in un bar dell’Avenida

da Libertade; non sapevi un’acca

di portoghese o meglio una parola

sola: Madeira. E venne il bicchierino

con un contorno di aragostine.

 

Le sera fui paragonato ai massimi

lusitani dai nomi impronunciabili

e al Carducci in aggiunta.

Per nulla impressionata io ti vedevo piangere

dal ridere nascosta in una folla

forse annoiata ma composta.

La ragazza che vendicò Che Guevara

ErtlAmburgo, 1 aprile 1971: nel suo ufficio, il console generale della Bolivia in Germania viene ferito a morte con tre colpi di una Colt Cobra 38 special a tamburo. A sparare è stata una giovane donna che viene affrontata dalla moglie del console che non riesce a fermarla; nella breve colluttazione la donna perde la parrucca, una borsetta e la pistola. Sono circa le 10.30 del mattino, il console spirerà poco più tardi per una devastante emorragia interna procurata dalle pallottole corazzate.

A sparare, ormai fatto assodato – ma non assolutamente certo – è stata Monica Ertl, militante tedesca dell’ELN boliviano: doveva vendicare gli assassinii di Che Guevara (9 ottobre 1967) e del suo luogotenente – compagno di Monika – Inti Peredo. La questione ha enormi implicazioni internazionali: il tutto è stato architettato assai probabilmente tra Cuba, Bolivia, Italia e Germania Est e con la non trascurabile collaborazione degli estremisti della Germania Federale. La pistola è stata fornita nientemeno che da Giangiacomo Feltrinelli (che salterà per aria il 14 marzo 1972 accanto al celebre traliccio di Segrate), Monika è stata supportata da un giornalista danese e nella fuga ha avuto l’appoggio di alcuni personaggi legati alla sinistra estremista tedesca occidentale.

Il console generale della Bolivia in Amburgo era il famigerato colonnello Roberto Quntanilla Pereira, aguzzino e torturatore efferato: a lui sono attribuiti la cattura e l’ordine di eliminare il Che (tagliandogli poi le mani); egli è l’assassino di Inti Peredo a fianco al cui cadavere posa con pomposo orgoglio.Ertl 1

Ma è tutta la tragica, complessa vicenda di Monika Ertl – nata a Monaco di Baviera il 7 agosto 1937 – a costituire una storia straordinaria e affascinante che si svolge avendo come scenografia i fondali più  tragici del XIX secolo. Figlia di Hans Ertl, geniale cameraman di Leni Riefenstahl si trasferisce in Bolivia nel 1952 per evitare i problemi del post-nazismo tedesco del padre, colluso pesantemente con il regime. In Bolivia collabora con Hans per i bellissimi documentari girati da questi negli ambienti selvaggi della Bolivia. La sua famiglia frequenta “zio Klaus”: Barbie, il boia di Lione. Si sposa, malamente, a venti anni e entra in clandestinità tra il ’68 e il ’69. E’ una donna bellissima, atletica, di fascino straordinario e coraggio fuor del comune.

Dopo l’eliminazione di Quintanilla è braccata dai servizi di sicurezza boliviani legati alla Cia; malgrado ciò, si rintana negli slum di La Paz: qui viene sorpresa e giustiziata il 12 maggio 1973.

Tutta questa vicenda è narrata in un volume complesso e di difficile lettura di circa 400 pagine, pubblicato e ben tradotto in Italia dall’editore Nutrimenti di Roma nel 2011 (19,50 €), è un lavoro del giornalista tedesco Jurgen Schreiber, pubblicato in Germania due anni prima.

Lo consiglio con convinzione a chi è appassionato di storia ma con una buona formazione: è un testo complicato, di non facile lettura.

Bolle di sapone
Luigi Lilio

Se ripenso che, adolescente, andavo a veder i film nel cortile del Castello Carafa di Cirò e che la platea era poggiata sul pavimento che ospita il mosaico che è il probabile testamento di Luigi Lilio, mi viene quasi da piangere. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta passavo a Cirò le vacanze estive e ho nella memoria le canzoni dei Creedence Clearwater Revival che i miei cugini, emigrati in Germania, mi facevano ascoltare in anteprima sui prodigiosi mangiadischi: Proud Mary,  Have you ever seen the rain, Up around the bend, Down on the corner.

Mai avrei potuto immaginare che quaranta anni dopo, conoscendo Salvatore Costa (per tramite dell’amico archeologo garganico Francesco Colletta, allievo del mio maestro Silvano Borrelli), avrei saputo che il grande Luigi Lilio su quel pavimento aveva, con molta probabilità, lasciato i simboli delle sue ricerche sul tempo e sul calendario.

Le ricerche di Salvatore Costa sono pubblicate sui due testi che riporto nelle immagini: sono analisi straordinarie sulla complicatissima simbologia del mosaico, essenzialmente basata sull’enneagramma (figura geometrica elaborata sul numero 9). Non entro nel dettaglio che questo spazio non mi consente, ma invito gli appassionati a consultare questi testi che sono unici nel loro genere.

Da poco tempo, in pratica dalla ricorrenza del mezzo millennio della nascita (1510, data comunque malcerta) del medico e matematico cirotano Luigi Lilio (Aloysius Lilius in latino), finalmente, il suo paese natale e la Regione Calabria stanno tributando i meritati omaggi a questa immensa figura: a lui e al fratello Antonio si deve la riforma voluta da Papa Gregorio XIII del vecchio e impreciso Calendario Giuliano. Nel 1580 fu istituita una commissione per la riforma del vecchio calendario: Luigi era scomparso qualche anno prima (1574, forse), ma il fratello Antonio ne portò avanti le intuizioni e gli studi. Nel 1582 il 5 ottobre venne spostato in avanti di 10 giorni al 15 ottobre e da allora si adottò lo schema degli anni bisestili: oggi in tutto il mondo la scansione del tempo è quella elaborata da Luigi Lilio da Psycròn, oggi Cirò Superiore, paese natale della mia famiglia materna.

Nel 2010 il Comune di Cirò ha inaugurato un edificio che racchiude il Museo dedicato a Lilio e che, al piano inferiore, ospita anche un piccolo museo contadino e del vino che ha una sua decorosa dignità e che merita di essere visitato. Cirò è paese antichissimo, situato sopra un’altura di 3/400 metri che domina il capo Punta Alice. Vi sono testimonianze archeologiche già in epoca neolitica che, senza soluzione di continuità, videro poi sovrapporsi genti brettie, greche, romane, normanne…

Tra le varie curiosità legate a Luigi Lilio, giova citare il vino, sia bianco sia rosso, che l’Azienda Zito ha dedicato al grande astronomo a partire dal 2010. Mio cugino Pasquale Gallo me ne ha omaggiato una di Bianco 2008 (non ne conosco l’uvaggio) che fa parte della mia collezione di bottiglie particolari. Curiosamente, la retro-etichetta contiene una piccola svista: si parla infatti di figura a OTTO punte a proposito del mosaico del Castello Carafa, quando tutta la simbologia è basata sul numero NOVE; ma a chi beve il vino questo poco importa, credo.

Langa, i colori dell’autunno
La cena “geografica” per i miei 22280 giorni

Per una volta non ho festeggiato il mio compleanno in un ristorante .
Abbiamo realizzato una cena partendo da un concetto geografico: le due regioni e i due stati a me più cari (Calabria, Piemonte, Messico e India).

Dunque, per gli antipasti: battuto di fassone con insalata di porcini (ovviamente, per la carne ho scelto il meglio e i porcini erano piccolissimi, compatti e di profumo straordinario); soppressata e salsiccia tradizionali calabresi (la soppressata tradizionale è dolce, stagionatissima e grani di pepe nero; la salsiccia è meno compatta, piccante e con semi di finocchio).

Come primo piatto, il classico e messicano chili con carne (sempre di fassone ma spezzatino a pezzi piccoli)  fagioli borlotti e tanto peperoncino (sia cotto sia crudo).

Secondo piatto: gamberi rossi di Mazzara del Vallo e gamberoni del Tirreno con masala indiano originale (mistura preparata da Shaik Nazir apposta per il pesce).

Frutta di stagione: fichi d’india siciliani e melograno sgranato.

I vini: Foglino metodo classico (100% Pinot Nero), Damis 2005 (Cirò superiore Du Cropio) Brume 2011 (Nebbiolo di Vincenzo Munì, sempre portentoso), Barolo Bricco Sarmassa 2009 (Enzo Brezza), Le Formelle 2014 (Caparra & Siciliani) per fichi d’india e melograni a chiudere.

Fondamentale, come sempre, la scelta di materie prime eccellenti ( e i prezzi sono di conseguenza…).

Cena per tre persone costata, esclusi i vini, circa 90 euro. Comunque: formidabile!

Fantastico!