Archive for Novembre, 2015
Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara

Antonin Artaud nacque a Marsiglia nel 1896 e morì a Ivry-sur-Seine nel 1948. Morì a causa di un tumore al colon.

Nei nostri anni Settanta è stato uno dei riferimenti principali: Il teatro e il suo doppio uno dei testi fondamentali per chi come me e i miei compagni di allora facevamo teatro d’avanguardia. Un altro testo importante di Artaud è Van Gogh il suicidato della società.

A cavallo dei Venti e dei Trenta egli partecipò come attore a diversi film: rimane indimenticabile la sua parte nel Giovanna d’Arco di C. T. Dreyer. Nel 1936 abbandonò il teatro per recarsi in Messico alla ricerca del rito del Peyotl, il fungo allucinogeno che cresce nelle montagne del nord-ovest di quel paese e oggetto di culti iniziatici tra gli indios. Dopo un misterioso viaggio in Irlanda nel 1937, fu internato in manicomio fino al 1945.

Questo libro, uno dei primi della Biblioteca Adelphi, lo acquistai una ventina d’anni fa e ho appena finito di rileggerlo. E’ una raccolta di testi che accoglie, oltre quello che gli dà il titolo, scritti che abbracciano più di 20 anni, tra il 1923 e il 1946. E’ un libro inaudito, feroce, visionario, stravolto e stravolgente: soltanto in certi testi di Isidore Ducasse (il conte “impensabile” de Lautréamont, oggetto di uno scritto di questa raccolta) si possono ritrovare analogie, peraltro consapevoli.

Questo secolo non capisce più la poesia fecale, l’intestina malora, di colei, Signora Morta, che dai secoli dei secoli sonda la sua colonna di morta, la sua colonna anale di morta nell’escremento d’una sopravvivenza abolita, cadavere anche i suoi io aboliti, e che per il delitto di non aver potuto essere un essere, ha dovuto cadere, per meglio sondarsi essere, in questo abisso della materia immonda d’altronde così gentilmente immonda in cui il cadavere di Signora Morta, di signora uterina fecale, signora ano, geenna d’escremento dopo geenna, nell’oppio del suo escremento, fomenta fama, il destino fecale della sua anima, nell’utero del proprio focolaio…..Il nome di quella materia è cacca, cacca è la materia dell’anima, e ho visto tante bare spargere le loro pozze davanti a me…..Io rimprovero agli uomini agli uomini di questo tempo di avermi fatto nascere con le più ignobili manovre magiche in un mondo che non volevo, e di volere con manovre magiche similari impedirmi di farci un buco per lasciarlo. Per vivere ho bisogno di poesia, e voglio vederne attorno a me. E non ammetto che il poeta che sono sia stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché voleva realizzare in natura la sua poesia.”.

Questo stralcio emblematico di testo è parte della lettera scritta il 6 ottobre 1945 da Rodez a Henry Parisot: è uno dei momenti più alti, più disarmanti, più teneri pur nello sviluppo visionario e stravolto delle metafore di Artaud.

L’altro tartufo del Piemonte

Questa ultima pubblicazione di Sagittario Editore (Barolo & Co) è un lavoro di grande interesse che forse mancava nel variegato panorama di editoria cucinaria italiana.

Un libro di 317 pagine per 29 € di prezzo: soldi ben spesi da parte di chi, per passione o per professione, si occupa di civiltà, storia, caratteristiche e preparazioni della cucina italiana.

Coordinato da Elio Archimede, in collaborazione con il Centro Nazionale Studi sul tartufo e l’IPLA Spa (Istituto per le Piante da legno e l’Ambiente della Regione Piemonte) si avvale dei contributi di Cetta Berardo, Mauro Carbone, Mario Palenzona e Sergio Maria Teutonico: figure di professionisti che a vario titolo si occupano di cibo, agraria, comunicazione e marketing del territorio.

I sette capitoli di cui si compone il corpo editoriale esaminano in maniera sempre esaustiva la storia, le caratteristiche tecniche del tubero – ma anche dei suoli, del clima, delle piante, ecc… -, la letteratura, le possibilità di allevamento – con notevoli argomentazioni di tipo economico – il progetto messo in essere per lo sviluppo del “Nero Piemonte”, le potenzialità in cucina e, infine, un intero capitolo dedicato alle ricette per scoprire suggestioni cucinarie impensabili.

L’apparato iconografico è vasto e di grande interesse, con unico appunto: la bella carta avoriata uso mano, ottima per  la lettura dei testi, penalizza non poco la qualità delle riproduzioni delle pur belle immagini. E’ l’unico, piccolo e poco importante appunto che si può muovere a questo lavoro, ripeto, notevole.

Sator arepo eccetera – Umberto Eco

umberto-eco1Omonimi,omofoni e acronimi in questo gransasso originale e divertente.  I giochi linguistici del grande scrittore e semiologo. L’intelligenza e l’umorismo di Umberto Eco, e la leggerezza di un sasso in volo.

 

 

Vorrei ma non posso. Menu de la Tour de Bronze (Chez Minime).


Caviar du Nile

Salad Toulousaine

Anchois Fumée

Grand Plateau de Fruits de Fleuve

Coquilles St. Jean


Canard au Citron

Beef Stakanoff

Tournedos à la Mascagni

le betonniére

Steak Kirghiz

Steak à la Hindenburg


Quiche Alsacienne

Infime de Voilaille

Rocquefaible

Petit Belier

Vache qui Pleure


Marrons chauffés

Masoch Torte

Mont Ventoux

La Petit Madeleine trempée dans le Nescafé


Dom Dupont, Veuve Brambilla, Chateaneauf du Curé, Biondello di Montalcino, Blanc de gris, Spumante Berlusca.

Glen Arnold, Jonny Stumbling, Chivas Underdog, Carlos Tercero, Bracardi, Calcutta Gin.”

Jacques Le Goff: Il Dio del Medioevo

 

Sto rileggendo, con grande interesse, un piccolo libro di Jacques Le Goff: Il Dio del Medioevo.il-dio-copia

È un lavoro del 2003, pubblicato da Laterza in Italia nel 2006 ed è il risultato delle conversazioni effettuate con Jean-Luc Pouthier.

Il testo è tanto breve, cento paginette scarse, quanto di straordinario interesse: in maniera sintetica e di chiaro significato, Le Goff definisce i concetti chiave dell’idea di Dio che è venuta a definirsi durante il millennio del Medioevo. E quella stessa idea  è a tutt’oggi valida.

        “Il Dio dei cristiani viene invece rappresentato; i fedeli, dal più umile contadino sino all’imperatore, possono vederlo in forma umana. A mio avviso, la decisione di Carlo Magno di ammettere le immagini nel cristianesimo latino – l’occasione è il concilio di Nicea del 787 – costituisce un punto su cui non si insisterà mai abbastanza. Così facendo egli ha preso le distanze da due atteggiamenti egualmente estremi, la distruzione delle immagini nell’un caso, l’iconoclastia, e nell’altro, ed all’opposto, la loro adorazione, il culto delle immagini, l’iconodulia. Per i cristiani latini, romani, le immagini sono uno strumento di devozione, di omaggio a Dio, ma solo Dio è suscettibile di essere adorato; non esiste un culto delle immagini nel mondo del cristianesimo latino.

         “Nondimeno, la rappresentazione di Dio, quando riguardava Dio Padre, sembra aver posto per un certo periodo dei problemi. Si tratta infatti della persona della Trinità maggiormente vicina al Dio dell’Antico Testamento, dunque al Dio tanto degli ebrei quanto dei musulmani; infatti gran parte del Corano, della religione musulmana, deriva dall’Antico Testamento. Di conseguenza, in questo che è un mondo di simboli, per rappresentare Dio Padre si è fatto a lungo ricorso non a una figura umana completa, ma ad un simbolo. L’immagine è quella della mano che esce dalle nuvole, la quale esprime al contempo natura e funzione riconosciute al Dio feudale: funzione di comando, poiché è una mano che ordina; funzione di punizione, poiché è una mano che punisce; funzione di protezione, poiché è una mano che protegge. E nel corso del Medioevo, come abbiamo già indicato, quest’ultima funzione, rispetto alle altre, diviene preponderante: Dio diventa sempre più un Buon Dio, il Buon Dio. Una reazione quanto meno parziale si produrrà nel Cinquecento con le Riforme: i riformati ritroveranno in qualche misura il dio di collera dell’Antico Testamento, ma i cattolici erediteranno questa idea del Buon Dio”.


“Il vino giusto” di Luigi Veronelli

Premessa

 

Se non ami li vino, se non sei disposto a riconoscerlo amico, non leggermi. Non puoi capirmi, ti stupiresti – sciocco sino a riderne – di frasi esatte: la scienza ha conquistato lo spazio e non ancora il “meccanismo” delle infinite metamorfosi del vino, vi è qualcosa che sfugge, che si sottrae ad ogni analisi, qualcosa che solo noi conosciamo, con cui solo noi comunichiamo, noi che amiamo il vino: la sua anima.

Ti stupisci; non noi.

Versiamo il rosso vino – amorosi, con infinite cautele – nel bicchiere panciuto che esige la tiepida carezza della mano; o, con uguali cure, il bianco del bicchiere alto, aristocratico e nervino, che la mano allontana; ne osserviamo in trasparenza i colori, godiamo già del giuoco allegro e balenante dei tonali riflessi; gli imprimiamo, al bicchiere, lieve il gesto, un accenno di rotazione: aumenta la superficie vinosa; si libera, e la aspiriamo, ogni nascosta suggestione, dal bouquet; in un bacio lo sorseggiamo per la lingua, per il palato; ci lasciamo invadere dai ricordi: mille e mille e mille; ogni vino bevuto ha il suo racconto.

Ogni vino bevuto ha il suo racconto. Mio proposito: renderne facile l’ascolto e la comprensione a te, lettore, che ami il vino – mi leggi -, o sei disposto a riconoscerlo amico.

 Il testo, magico, di Gino Veronelli è premessa al volume Rizzoli 1971: “Il vino giusto”. E’ un libro fatto bene: cartonato, in 8°, con i capitelli, le sguardie, una sovraccoperta plastificata – non semplicemente verniciata -, carta usomano da almeno 150 gr. e legatura a filo refe pregevole. Un libro non datato.

Se riuscite a trovarlo su qualche bancarella dell’usato, com’è capitato a me, non lasciatelo inutile sul banco.

Ci tenevo a mettere sul mio sito questo testo, omaggio a un amico Grande e inutile esempio per quella pletora di manovali della scrittura e industriali della comunicazione che oggi affolla i nostri tristi dintorni: per tutti i vari oni, ini, obrio, illi, elli… che il diavolo se li porti.

Vincenzo Reda

2 ottobre 2008

Igor Man

IGOR MANIl vecchio cronista, l’Inviato speciale è stato incaricato dell’ultimo, il più importante servizio: siamo certi che saprà ricavarne un pezzo dei suoi, uno di quei pezzi densi di umana semplicità, ma forti, diretti, che tutti sanno capire e apprezzare.

Giulio De Benedetti di meriti tanti ne ebbe: non certo l’ultimo fu quello di chiamare un non più giovanissimo giornalista catanese che lavorava a Il Tempo: Igor Manlio Manzella (nato a Catania il 9 ottobre 1922, figlio di un intellettuale siciliano e di una nobildonna russa in esilio).

Da quel lontano 1963 il cronista, l’Inviato speciale è invecchiato scrivendo guerre e personaggi per i lettori: Vietnam, Medio Oriente, Africa, America Latina e il Che, JFK, Krushev, Padre Pio, Madre Teresa, Gheddafi, Golda Meir…

Studioso di religioni, è stato uno dei massimi esperti di politica e cultura islamica nel nostro Paese. Questo librino, edito nel novembre 2001 (l’occasione di un classico instant-book – dovuta all’9/11 – che però diviene un piccolo classico) da La Stampa, direttore Marcello Sorgi, è uno dei miei volumi più consultati.

“Quando il sole sparì dietro il Circeo, Mariarosa, gentilmente,  guidò una piccola visita alla casa. fino allo studio di igor, dove ancora troneggiava la mitica «lettera 22» dei grandi inviati e una serie di storiche foto, con Gheddafi, con i re del Marocco e di Giordania, nel deserto, a Camp David, in un bar libanese, in via Veneto con Fellini e Mastroianni, fino al trofeo più importante: Igor Man giovanissimo a Cuba con il «Che».                                                                                                                        

Caffè, tè, pasticcini zuccherosi e biscotti all’anice, serviti su preziosi vassoi e fazzoletti ricamati, conclusero la giornata. O almeno, pensammo noi, la concludevano. Era sera, facemmo per alzarci, salutare e ringraziare. «Ma come!», si sorprese Igor, «io pensavo che avremmo fatto una passeggiata, chiacchierato ancora un po’ in attesa di cena, e poi passato insieme la serata. C’è una splendida luna piena», aggiunse, per invogliarci. La luce pallida e lo splendido cielo stellato, invece, ci fecero compagnia sulla strada del ritorno…..”. Questo brano è tratto dall’introduzione di Marcello Sorgi (“Igor d’Arabia”) al librino di Igor Man “Islàm dalla A alla Z – Dizionario di guerra scritto per la pace” e dedicato “A Mariarosa: come sempre”.

Ogni volta che scompare una persona si perde un universo, ma certi universi sono più vasti e più preziosi di altri.

Troppo caldo nei vigneti by Angelo Gaja

Ricevo e pubblico con piacere.

TROPPO CALDO NEI VIGNETI

Anche i viticoltori e produttori di vino guardano in modo diverso al clima che cambia.

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E’ generale la percezione degli eccessi, delle temperature medie giornaliere più elevate, l’avvio precoce nel

vigneto della fase vegetativa, l’accelerazione della maturazione, le vendemmie anticipate. Quelli che

guardano ai benefici fanno osservare che, rispetto al passato, le vendemmie di buona qualità sono più

frequenti. Vini che si presentavano gracilini ed acidosi, appaiono oggi più strutturati ed armonici se non

anche propensi ad esibire i muscoli. Mentre per altri il clima che cambia è foriero di preoccupazioni: la

recrudescenza delle malattie parassitarie vecchie e nuove; la sofferenza dei vigneti a causa di periodi troppo

a lungo siccitosi; i grappoli esposti alle scottature ed alla luce solare troppo intensa; le uve che arrivano in

cantina troppo calde, con gradazioni zuccherine elevate, ancora coperte di antiparassitari che la siccità non ha

concesso di dilavare; i bassi livelli di acidità del mosto; la gradazione alcolica dei vini che mostra nel tempo

la progressione a salire. Il cambiamento climatico agisce allo stesso modo sul vigneto indipendentemente

dalla tecnica di conduzione: convenzionale, biologico, biodinamico. Un lungo articolo su LE MONDE del 7

novembre 2015 dedicato al “colpo di calore sui vigneti” evidenzia le forti preoccupazioni al riguardo, non

soltanto per le sorti della viticoltura del Sud della Francia. Il polo universitario di Bordeaux ha avviato da un

decennio progetti di ricerca scientifica volti ad individuare viti più idonee a fronteggiare gli effetti del

cambiamento climatico. E’ urgente dare maggiore impulso alla ricerca anche in Italia: per migliorare

l’adattamento dei portainnesti al mutamento del clima in atto e per cercare di mettere al riparo le viti

storiche italiane da alcune delle malattie più insidiose. Per fare ciò occorre che il nostro paese autorizzi i

ricercatori ad accedere alle nuove tecniche di incrocio, la cisgenesi ed il genome editing, attraverso le quali è

possibile trasferire geni (di resistenza a determinate fitopatologie) da viti che ne sono in possesso a viti che

sono carenti. Si metterebbe così ancora una volta a frutto il patrimonio unico di viti storiche italiane,

attingendo alle diversità che le caratterizzano.

Però occorre agire, utilizzando sia fondi pubblici che privati. Lo stallo attuale non serve al mondo del vino

italiano.

Angelo Gaja

novembre 2015

Barolo, tramonto d’autunno
Lights and colours in october, between La Morra and Barolo (Piedmont, Italy)

The lights and the fall colours in Langa at the end of october are gorgeous!

Visit now our wonderful country, in Piedmont, north of Italy.

VITE COLTE

Mani. Testa. Cuore.

4 novembre 2011 – Barolo

Vite Colte si presenta alla stampa con la partecipazione dei viticoltori e delle loro famiglie che hanno preso parte al progetto.

Da gennaio 2016 i vini di eccellenza dell’azienda Terre da Vino saranno firmati Vite Colte.

Questa decisione è frutto di un lungo percorso iniziato più di vent’anni fa quando si è deciso di produrre il primo vino con questa filosofia, la Barbera d’Asti Superiore “La Luna e i Falò”.

Da quando, nel 2000, sono state inaugurate le nuove e moderne Cantine a Barolo, si è completato il percorso che ha portato l’azienda a creare un modello che si è esteso e ha portato a produrre tutti i vini d’eccellenza con gli stessi parametri di qualità.

Le uve per Vite Colte nascono dai vigneti delle zone più vocate del Piemonte e dalle mani dei viticoltori più esperti ed attenti, che rappresentano la punta di diamante dei soci di Terre da Vino: al progetto Vite Colte partecipano centottanta viticoltori che coltivano trecento ettari, una parte dei quali in conversione a biologico, gli altri in gestione integrata.

Ogni viticoltore dedica solo una parte della sua proprietà al progetto Vite Colte, circa 1 o 2 ettari, in modo  da poter assicurare ad essa le cure più assidue, in un costante dialogo con l’assistenza tecnica agronomica. E’ un vignaiolo vero, che ci mette tutta l’abilità, la passione e la faccia.

La condivisione e la collaborazione tra le persone sono alla base di questo grande progetto, nessuno può fare da solo, l’unione fa la forza.

Vite Colte è l’arte di coltivare la vite. Una conoscenza che nasce dal dialogo tra mondi e generazioni diverse: da una parte i saperi contadini, l’esperienza, la tradizione, la passione tipicamente piemontese per il lavoro accurato; dall’altra la ricerca e la conoscenza scientifica. Mondi talvolta distanti che hanno richiesto tempo e impegno reciproco per trovare una sintesi.

Maurizio Gily, agronomo e direttore di Mille Vigne, ha moderato la presentazione. Il presidente, Piero Quadrumolo, ha raccontato “Abbiamo un vasto patrimonio di vigneti, che vuol dire poter scegliere il meglio; i viticoltori più bravi e  motivati del gruppo, con le loro famiglie; impianti enologici moderni, la tecnologia che serve a preservare e valorizzare la qualità dell’uva; una squadra tecnica di prim’ordine, coordinata da Daniele Eberle in campagna e Bruno Cordero in cantina; oltre alla grande responsabilità di sostenere l’economia di centinaia di famiglie”.

Daniele Eberle, agronomo e responsabile vigneti, è il coordinatore del progetto in vigna e ha voluto sottolineare: “Dobbiamo imparare insieme il linguaggio per leggere il libro della natura. C’è molta manualità in vigneto e l’impegno è costante tutto l’anno”.

Si vendemmia infatti alla data stabilita, si vinifica in vasca separata, si segue anche in cantina il vino che nasce secondo protocolli rigorosi e con tutte le attenzioni che la ricerca dell’eccellenza richiede, privilegiando il minimo intervento tecnologico.

Per Terre da Vino è un punto di svolta: la strada fatta è molta, quella da fare è appena cominciata.

 

Cristina Torrengo

VITE COLTE – Via Bergesia 6 – 12060 Barolo (CN) – Italy

Tel. 0173 564611 – Fax. 0173 564612

www.vitecolte.it

Piemonte Anteprima Vendemmia 2015

  UNA ANNATA ECCELLENTE PER IL VINO PIEMONTESE 

I dati e l’analisi di Piemonte Anteprima Vendemmia 2015.

Un’annata di grande eleganza, qualitativamente eccellente, che promette vini importanti e longevi. La vendemmia 2015 merita un 110 e lode. Dopo un 2014 avaro in sole e qualità, un bel riscatto.

Se n’è discusso a Piemonte Anteprima Vendemmia 2015, l’annuale incontro promosso da Regione Piemonte, Consorzio Piemonte Land of Perfection e Vignaioli Piemontesi per presentare dati e valutazioni sulla vendemmia appena passata e per fare una riflessione sull’andamento del comparto vitivinicolo. Quest’anno l’evento è stato ospitato al Centro incontri della Regione Piemonte, a Torino, con la partecipazione di Giorgio Ferrero, assessore regionale all’Agricoltura, Giorgio Bosticco, presidente Piemonte Land of Perfection, Giulio Porzio, presidente Vignaioli Piemontesi, Gianni Marzagalli, presidente Consorzio dell’Asti, Filippo Mobrici, presidente Consorzio Barbera d’Asti Pietro Ratti, presidente Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Roero.

L’agronomo Daniele Dellavalle e il giornalista Giancarlo Montaldo, direttore di Barolo&Co, hanno illustrato i dati sulla vendemmia 2015: è stata una annata caldissima, con scarse precipitazioni e uve perfettamente sane e mature. Tra i vigneti del Piemonte, la produzione di vino è di 2,47 milioni di ettolitri, (+ 2,7% sul 2014). In Italia si stima una produzione di circa 46 milioni di ettolitri, con un aumento del 10% sul 2014. Dunque, una vendemmia di alta qualità per il Piemonte; infatti dalle analisi e valutazioni svolte tutti i vitigni sono collocati nella vetta della classifica, ovvero le 5 stelle dell’eccellenza a Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, Grignolino, Cortese ed Erbaluce. Gli altri vitigni stanno nella sfera dell’Ottimo, con 4 Stelle.

Il comparto vitivinicolo rappresenta la punta avanzata dell’agricoltura piemontese che si dimostra una realtà solida e vitale; un settore caratterizzato da fenomeni di rinnovamento, innovazione e di ricambio generazionale, soprattutto con l’inserimento di  migliaia di giovani agricoltori e una crescita della componente femminile (sono 22.000 le aziende agricole condotte da donne); 1/3 dei 64.000 occupati in agricoltura sono donne.

A prezzi agricoli di base, il valore del vino raggiunge i 386 milioni di euro (circa il 10% della produzione agricola regionale). Le aziende vitivinicole sono 19.100 su 67.000 totali, mentre gli ettari vitati sono circa 43.000.

Sono 54 le cantine cooperative che, con circa 12.000 soci, rappresentano 1/3 della produzione vitivinicola regionale.

Di grande rilievo i dati sull’ export, che continua il trend positivo, nel 2014 si attesta su 1,04 miliardi di euro su un export agroalimentare complessivo di 4,7 miliardi di euro. Il valore dell’export di vino rappresenta circa il 22% dell’export agroalimentare piemontese e circa il 20% dell’export vini nazionale.  Il Piemonte esporta circa il 60% della sua produzione, che in bottiglie sono: 56 milioni di Asti su 66 milioni totali; 23,8 milioni di Moscato d’Asti su 28 milioni totali; 10 milioni di Barolo su 13; 3 milioni di Barbaresco su 4,5 totali; 11 milioni di Barbera d’Asti su 22; 10,88 milioni di Gavi su 13,6; 2,2 milioni di Roero Arneis su 5,5; 1,8 milioni di Brachetto d’Acqui su 4,4 milioni. Il 70% viene assorbito dai Paesi UE, il restante 30% dai Paesi extra UE.

Cresce anche il sistema delle strutture cooperative (circa 200 cooperative con 30.000 soci), e dei Consorzi di tutela e Associazioni di produttori che hanno contribuito a concentrare e rafforzare l’azione di marketing e soprattutto della promozione commerciale sui mercati esteri. L’esempio è Piemonte Land of Perfection, costituito dal 2011 da: Consorzio per la Tutela dell’Asti, Consorzio Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Consorzio Tutela della Barbera d’Asti e dei Vini del Monferrato, Consorzio Tutela del Gavi, Consorzio Tutela Brachetto d’Acqui e la Vignaioli Piemontesi. Quest’anno hanno aderito altri cinque Consorzi di tutela vini piemontesi: Il Consorzio Roero, il Consorzio Caluso Carema e Canavese, il Consorzio Freisa di Chieri e Collina Torinese, il Consorzio Alta Langa, il Consorzio Colli Tortonesi. Tutti insieme rappresentano oltre il 90% della produzione vitivinicola del Piemonte.

L’assessore regionale all’Agricoltura Giorgio Ferrero: “Una vendemmia eccellente in un contesto virtuoso e di forti potenzialità per il comparto vitivinicolo che, per il suo peso economico-produttivo e per i suoi valori aggiunti, si conferma un elemento di punta e di traino per il Piemonte. Ogni bottiglia di vino che va all’estero porta con sé, oltre alla qualità del prodotto, l’immagine di un territorio che viene così proiettata in paesi lontani, portando nel mondo la bellezza di paesaggi modellati dalla vite. Tutto ciò lo si deve al lodevole lavoro svolto dai nostri produttori vitivinicoli e dalle loro organizzazioni economiche e professionali. Ad essi va il ringraziamento della Regione Piemonte e l’impegno nel dare continuità all’opera di sostegno del comparto vitivinicolo, in particolare con il Programma 2014-2018 dell’ OCM Vino, che anche nella campagna 2016 prevede un intervento finanziario di oltre 20 milioni di euro. Un sostegno che sarà ancor più forte con il nuovo Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020 del Piemonte, appena approvato dalla Unione Europea, con una dotazione finanziaria complessiva di 1.093 milioni di euro, dal quale si apriranno i bandi delle misure sulle quali potrà concorrere  il comparto vitivinicolo, ovvero quella sui “Regimi di qualità delle produzioni”, quella sugli “Investimenti in immobiliazzazioni immateriali”, quella sui “Pagamenti agro-climatici-ambientali” e quella sulla “Agricoltura biologica”.

Il presidente del Consorzio Piemonte Land of Perfection Giorgio Bosticco: “Il vino è un comparto a più voci. Nel 2015 abbiamo ottenuto un importante risultato: tutti i Consorzi del vino riconosciuti sono entrati a far parte di Piemonte Land. È un segnale di unione importante. Chiediamo ora di assumere un ruolo di cabina di regia di tutte le risorse pubbliche spese nel campo promozione. Dal prossimo anno cambieremo anche la formula di Anteprima Vendemmia: mantenendo il fondamentale patrimonio di dati, che da vent’anni si raccolgono, vogliamo dare all’evento un respiro anche nazionale e internazionale”.

Il presidente di Vignaioli Piemontesi Giulio Porzio: “Fare un vino è come fare un bambino: ci vogliono 9 mesi. S’inizia a gennaio con la potatura e si finisce a ottobre con la vendemmia. Bisogna tenerne conto per avere, alle fine, dei prezzi remunerativi. Non vanno dimenticati le piccole perle dell’enologia piemontesi, i vitigni minori come Grignolino Erbaluce e Ruché, che si ritagliano una loro piccola ma significativa nicchia di consumo. Negli anni abbiamo perso ettari di vigneti: dobbiamo chiederci come sarà il patrimonio di vigne UNESCO tra dieci anni e dobbiamo trovare gli strumenti da mettere in campo per creare reddito e far restare qui i giovani”.

“Scritti Corsari”, Pier Paolo Pasolini, Garzanti 1975

pasolini-199x300Scritti Corsari”, Pier Paolo Pasolini, Garzanti 1975

Questo libro, la cui copertina è riprodotta qui a sinistra e rappresenta la prima edizione del maggio del 1975 – Garzanti, lire 4.000 -, è una raccolta di articoli, recensioni e interviste dell’ultimo scorcio della vita di Pier Paolo Pasolini, scomparso nel novembre di quello stesso anno e che io ebbi la fortuna di conoscere personalmente qualche mese prima.

E’ un volume di straordinaria lucidità intellettuale che ogni giorno grida la propria attualità.

Non starò a sprecare parole inutili, pleonastiche, riduttive: non so quale sia l’ultima edizione reperibile sul mercato, ma cercatene una, anche sulle bancarelle dell’usato; non arrendetevi finché non ne troverete una copia e leggetelo con avidità e rileggetelo una, due, tre volte.

Sono certo: qualcuno mi sarà grato per il consiglio. Qualcuno, beninteso; qualcuno mi basta e mi avanza. Non siamo noi popolazioni di sterminati auditel e di qualsivoglia inutlili classifiche e premi.