Archive for Dicembre, 2015
Auguri 2013

https://www.vincenzoreda.it/il-glifo-maya-kan-per-i-miei-auguri-2013/

Downtown Turin by night by my sight
Il Conte Verde come lo vedo io (multicolore)
Il colore dei miei auguri: quest’anno Dolcetto Damilano 2015

E’ dicembre: ed ecco i miei auguri di quest’anno, dipinti con il freschissimo Dolcetto Damilano 2015, da poco vendemmiato e fermentato. Quelli mostrati qui sopra fanno parte di un’edizione speciale di 4 pezzi (su 73 totali) formato 25×35 su carta speciale Archer da 300 gr. Tutti gli altri 69 sono i classici 16×22 in carta Fabriano 50% cotone a grana fine da 300 gr.

(My traditional greetings painted with Dolcetto Damilano 2015 wine. on Archer paper – 4 special edition – and 69 on Fabriano paper 50% cotton 300 gr.)

Il glifo maya “Kan” per i miei auguri 2013

I miei auguri vinosi sono sempre una faccenda che mi impegna per mesi. Innanzi tutto, occorre scegliere il Dolcetto e non è cosa di poco conto. Quest’anno sono stato indeciso tra i vini di un paio di produttori e infine, non più di una ventina di giorni addietro, ho scelto il Dolcetto d’Alba 2011 di Gianni Gagliardo. L’ho scelto in primis perché mi è piaciuto, ci mancherebbe! Poi mi è piaciuta la famiglia e ho stabilito un contatto prezioso di sensazioni con Stefano Gagliardo: mica poco.

Scelto il vino, era necessario decidere il soggetto. Sapevo da tempo che dovevo andare a parare nei pressi dei Maya: il punto è che i glifi maya sono quasi tutti assai complicati e dovendo dipingerne 73 esemplari, la questione è piuttosto delicata. Sono riuscito a risolvere il rovello da pochi giorni: ho scelto un glifo abbastanza semplice dal punto di vista grafico, ma assai complesso per i significati intrinseci.

Tra le svariate centinaia di segni della scrittura maya (che è logografica-sillabica, come quella sumera e la geroglifica egizia), ho scelto il segno che si legge “kan” in yucateco e “chan” in cholan (la lingua dei maya classici): è uno dei glifi polivalenti (di diverso significato a seconda dei contesti indicati dai cosiddetti determinativi muti) più importanti e più significativi, oltreché positivi e di buon auspicio. Il glifo Kan identifica il Sole, la pannocchia di mais maturo, il serpente, il numero quattro, il quarto giorno del mese e poi indica il colore giallo che per i maya simboleggiava il Sud…

Ne sto dipingendo i soliti 73 esemplari di cui i primi 9  su carta Archer da 300 gr. e i successivi 64 su Fabriano F5 sempre da 300 gr. La particolarità dell’operazione di quest’anno consiste nel fatto che il glifo (secondo l’etimologia greca significa “Incisione“) lo incido letteralmente con un bulino dentro una macchia fresca di Dolcetto, così che il segno rimane più scuro e di ottima evidenza. E’ un lavoraccio, ma almeno soddisfo tutte le mie masturbazioni intellettuali.

Spero i miei amici gradiscano.

Auguri e salute.

Mercato del pesce a Porta Palazzo

Mi succede spesse volte di andare in questo luogo non tanto per comprare – cosa che faccio di frequente – ma per il piacere di passeggiare in mezzo ai banchi e osservare pesci, crostacei, cefalopodi e conchoglie. Amo il mare e tutte le creature che ci sono dentro. Mi piace osservarle e mangiarle. E non capisco perché una vacca debba essere considerata più rispettabile di un gambero o di uno squalo. Altresì, non capisco perché uccidere e mangiare un animale debba essere più grave che uccidere e mangiare una pianta. Per la verità, capisco bene assai quanto sopra…ma il mio è un altro metro di giudizio: né meglio né peggio. Altro.

Evoluzione Spontanea, Bruce Lipton e Steve Bhaerman

Di Bruce Lipton ho già letto, e ne ho scritto qui (vedi link a fondo), il libro La Biologia delle Credenze. Ho finito da poco di leggere quest’altro volume corposo (500 pp. per 20,50 € – Edizioni Macro) e impegnativo. Un’altra lettura sensazionale, un ulteriore passo in avanti verso la conoscenza di prospettive e angolature che illuminano lo svolgersi del quotidiano, ma che toccano problemi epistemologici, storici, sociali e addirittura ermeneutici: coniugare scienza e fede, mescolare sogni e calcoli matematici, esplorare la poesia della cellula e scoprire l’universo meraviglioso di geometriale frattale in cui siamo immersi  è assai eccitante per me.

Dovrei riportare una quantità enorme di citazioni, ma evito di farlo. Posso soltanto dire che l’orizzonte aperto da questo biologo illuminato, Bruce Lipton, mi ha permesso di valutare in maniera affatto differente, e sorprendente, alcune faccende che apparentemente nulla c’entrano con la scienza e la biologia: la preghiera e il perdono. Intuizioni che avevo, ma che la lettura di questo libro mi ha permesso di mettere a fuoco nella maniera dovuta.

E’ un libro che non può essere alla portata di tutti; è una lettura impegnativa, faticosa. Ma quanto ne vale pena!

Per finire: l’essenza del libro racchiusa in questo concetto: «E’ così! – E’ così?»……..

https://www.vincenzoreda.it/bruce-h-lipton-la-biologia-delle-credenze/

 

Pier Paolo Pasolini, sempre con me

Ebbi la grande fortuna di conoscerlo nel gennaio del 1975. L’occasione mi venne fornita da una proiezione del suo film Accattone nella sala del San Paolo in Via Santa Teresa all’angolo con Piazza San Carlo, in Torino. E parlammo, parlammo di cinema: mi raccontò che si ispirava alle composizioni di Masaccio; che le sue sceneggiature erano rigorose e che al momento di girare era tutto chiarissimo e che impiegava pochi metri di pellicola e poco tempo per realizzare le scene dei suoi film. Il tutto in un clima di contestazione, violenza, dissenso: incomprensibili. In maniera accorata mi disse che in quel clima era quasi impossibile, per lui, parlare di cinema, soltanto di cinema. Quasi mi ringraziò per il fatto di avergli consentito di rispondere a domande sul suo cinema. E lo fece con pudore, con discrezione; quasi chiedendomi scusa. Io avevo poco più di vent’anni, egli ne avrebbe compiuti 53 il 5 marzo del 1975.

Pochi mesi più tardi, ero a ospite in una casa borghese della prima collina torinese, al risveglio mi colpì un pungo allo stomaco che mi lasciò tramortito e in lacrime per molti giorni: Pier Paolo non c’era più: qualcuno lo aveva cancellato, con truce violenza, dalla nostra realtà. Non dalla nostra vita.

Mi manca, spesso: non il poeta, non il letterato, non il regista. Mi manca Quella Coscienza. Mi manca Quel Lucido Sguardo. Mi manca Quel Sudario Inquietante: quegli avvertimenti poco rassicuranti che richiamavano attenzione. Quanto mi manca….

Nacque il 5 marzo 1922 a Bologna, in maniera casuale, figlio di un ufficiale bolognese e di una maestrina friulana. Visse a Casarsa del Friuli e pubblicò i suoi primi versi in friulano. Studiò poi al liceo classico Galvani di Bologna e si laureò con una tesi sulla poesia di Giovanni Pascoli. E poi, dopo la tragedia della perdita del fratello più piccolo – partigiano trucidato in Istria nel 1944 – si trasferì a Roma. Ebbe modo di lavorare con Rossellini e, soprattutto, con Federico Fellini. Ho ricordi vivissimi del suo Vangelo, del suo Salò visto a Locarno nel 1976 con Plinio Martelli: in Italia era vietato. Imperversava Margherita di Cocciante e stavo per partire militare. Margherita, mia moglie, l’avrei conosciuta pochi mesi dopo. Accidenti, le cose della vita….

Oggi è di moda usare e abusare di una sua poesia del 1968 piegandola ai propri bisogni, quali essi siano. Eccola qui: nulla c’entra con i No Tav e con qualsiasi altra faccenda che non sia rapportabile ai fatti e al tempo per i quali fu concepita e scritta. Oggi Pier Paolo chissà cosa saprebbe dirci: qualcosa lo aveva predetto, ma non tutto. Non Tutto.

Il Pci ai giovani!!

di

Pier Paolo Pasolini.

È triste. La polemica contro

il PCI andava fatta nella prima metà

del decennio passato. Siete in ritardo, figli.

E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi

quelli delle televisioni)

vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio

delle Università) il culo. Io no, amici.

Avete facce di figli di papà.

Buona razza non mente.

Avete lo stesso occhio cattivo.

Siete paurosi, incerti, disperati

(benissimo) ma sapete anche come essere

prepotenti, ricattatori e sicuri:

prerogative piccoloborghesi, amici.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte

coi poliziotti,

io simpatizzavo coi poliziotti!

Perché i poliziotti sono figli di poveri.

Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.

Quanto a me, conosco assai bene

il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,

le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,

a causa della miseria, che non dà autorità.

La madre incallita come un facchino, o tenera,

per qualche malattia, come un uccellino;

i tanti fratelli, la casupola

tra gli orti con la salvia rossa (in terreni

altrui, lottizzati); i bassi

sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi

caseggiati popolari, ecc. ecc.

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,

con quella stoffa ruvida che puzza di rancio

fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,

e lo stato psicologico cui sono ridotti

(per una quarantina di mille lire al mese):

senza più sorriso,

senza più amicizia col mondo,

separati,

esclusi (in una esclusione che non ha uguali);

umiliati dalla perdita della qualità di uomini

per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).

Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.

Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.

Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!

I ragazzi poliziotti

che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione

risorgimentale)

di figli di papà, avete bastonato,

appartengono all’altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento

di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte

della ragione) eravate i ricchi,

mentre i poliziotti (che erano dalla parte

del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,

la vostra! In questi casi,

ai poliziotti si danno i fiori, amici.

 

I fatti di Valle Giulia si riferiscono ai primi giorni di marzo del 1968, a Roma. Tra gli studenti contestatori c’erano, tra gli altri, Giuliano Ferrara e Ernesto Galli Della Loggia. Tra i celerini militava Michele Placido…..

 

Pier Paolo Pasolini, da Scritti Corsari

14 novembre 1974. Il romanzo delle stragi (Corriere della sera)

Ritratto di PPP fotografato al Salone del Libro di Torino 2009

“Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe ( e in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del «vertice» che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli «ignoti» autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della CIA (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato(del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della CIA, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.

Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine a criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani e no, che si sono messi a disposizione, come killer e come sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

[….]

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi i problemi morali e ideologici.

Se egli vien meno a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo…..”

Sono sufficienti pochissime correzioni per rendere attuale questo scritto straordinario, vecchio di 34 anni; qualche nome è mutato, forse neppure tutti. Ma lo schema è il medesimo. Purtroppo manca tanto, oggi, Pier Paolo Pasolini, o anche solamente uno che ne abbia raccolto il pesante fardello.

E’ troppo scomodo oggi essere scomodi.

Dicembre 2008

Sotto il sole giaguaro

E’ stato il primo libro postumo di Italo Calvino, pubblicato nel 1986, pochi mesi dopo la sua morte prematura. L’introduzione, sul risvolto di copertina, è di Giorgio Manganelli. La mia è la prima edizione, Garzanti del maggio del 1986. Il librino è composto da tre racconti dedicati ai sensi dell’odorato, del gusto e dell’udito.

Sotto il sole giaguaro è il secondo racconto, dedicato al gusto. E’ quasi il resoconto di un viaggio in Messico e, allo stesso tempo, un viaggio negli intricati e affascinanti percorsi dei sapori, di certi sapori…fino al sapore estremo: la carne umana.

Questo racconto è fra i capolavori di Italo Calvino, come pure gli altri due che fanno parte di questo piccolo libro dimenticato,  pur tra i tanti memorabili suoi.

Ne cito alcuni passi che trovo straordinari.

“Ecco, ero insipido, pensai, e la cucina messicana con tutta la sua audacia e fantasia era necessaria perché Olivia potesse cibarsi di me con soddisfazione, i sapori più accesi erano il complemento, anzi il mezzo di comunicazione indispensabile come un altoparlante che amplifica i suoni perché Olivia potesse nutrirsi della mia sostanza. «Può darsi che io ti sembri insipido», protestai,«ma ci sono gamme di sapori più discrete e contenute di quelle dei peperoncini, ci sono aromi sottili che bisogna saper cogliere!». «L cucina è l’arte di dar rilievo ai sapori con altri sapori». replicò Olivia, «ma se la materia prima è scipita, nessun condimento può rialzare un sapore che non c’è».[…] Discesi, risalii alla luce del sole-giaguaro, nel mare di linfa verde delle foglie. Il mondo vorticò, precipitavo sgozzato dal coltello del re-sacerdote giù dagli alti gradini sulla selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese, l’energia solare scorreva per reti fittissime di sangue e clorofilla, io vivevo e morivo in tutte le fibre di ciò che viene masticato e digerito e in tutte le fibre che s’appropriano del sole mangiando e digerendo. Sotto la pergola di paglia di un ristorante in riva a un fiume, dove Olivia m’aveva atteso, i nostri denti presero a  muoversi lentamente con pari ritmo e i nostri sguardi si fissarono l’uno nell’altro con un’intensità di serpenti. Serpenti immedesimati nello spasmo d’inghiottirci a vicenda, coscienti d’essere a nostra volta inghiottiti dal serpente che tutti ci digerisce e assimila incessantemente nel processo d’ingestione e digestione del cannibalismo universale che impronta di sé ogni rapporto amoroso e annulla i confini tra i nostri corpi e la sopa de frijoles, lo huacinango a la veracruzana, le enchiladas….”.

Senza parole!

La Marinera

La Marinera è un ballo figurato di coppia che simboleggia il corteggiamento e l’innamoramento. Fondamentali sono i fazzoletti bianchi che vengono agitati dai due ballerini. La fanciulla danza sempre a piedi scalzi.

La sua origine  è da ritenersi datata ai primi decenni del XIX secolo, in relazione alle guerre con Cile e Bolivia. Vi erano molti balli che venivano designati come cileni e fusi con la tradizionale Zamacueca peruviana, intorno agli anni Sessanta e Settanta dell’800 acquisirono il nome di “Marinera”, danza dedicata alla Marina peruviana che fu determinante nelle guerre suddette. Nel 1879 il giornalista e scrittore Don Adalberto Gamarra Rondó fu il primo a codificarla.

Poi si diffuse rapidamente: attualmente è una danza che si pratica in tutto il paese acquisendo in ogni regione caratteristiche particolari; la Marinera limeña o canto di jarana (baldoria), la Marinera norteña (settentrionale), la Marinera serrana (montanara) – con varianti in ogni regione – la Marinera arequipeña o pampeña. È evidente che in tutte esistono elementi di diverse origini culturali. Ma è nella Marinera Limeña  che si constata una partecipazione speciale della popolazione nera che praticava la Zamacueca.

La Zamacueca divenne la Marinera limeña: il canto in contrappunto è il fondamento di questo genere musicale la cui struttura letteraria e musicale, abbastanza complessa, è unica nel canzoniere popolare peruviano; viene chiamato più propriamente canto di jarana.

Uno degli studi più seri realizzato da Don Fernando Romero prova come la Marinera limeña attuale proviene dalla Zamacueca. Valorizzando il contenuto africano benché non dimentichi quello ispanico e quello indigena, lo storiografo si esprime così:

La marinera è un ballo della costa del Perù e ha le carte in regola per essere nazionale, creola, o meticcia: tutto sommato conferma di essere autenticamente peruviana. Come il Perú, ha preso elementi che appartennero al bianco dorato e conquistatore, allo schiavo d’ebano africano e al quechua ramato sentimentale. C’è un indubbio passato nero nella marinera: in una certa parte della melodia allegra e incitante: l’inseguimento sessuale con cui il maschio persegue la femmina. E nel sinuoso garbo con cui lei macina, mediante le sue anche, promesse e speranze. Ma di fronte a tale eredità africana si alza una spagnola e un’altra indigena. Certi movimenti del piede femminile e la soave eleganza con cui la donna maneggia il fazzoletto, ci ricorda la jota vivace e aragonese. Nonostante la tenuta colorista del ritmo rapido come un’allegria, in ogni marinera suona un ahi! dolorante con cui la voce indigena si lamenta ancora dei secoli di sfruttamento e disprezzo” (Rosmarino, 1930).

Dal 1960, l’ultima settimana di gennaio a Trujillo, sulla costa nord, si svolge un grande festival con migliaia di coppie, provenienti da tutto il mondo, che si sfidano per decretare i vincitori di ogni categoria d’età e di provenienza.

Il 7 ottobre di ogni anno si celebra, per decreto governativo del 2012, la Festa della Marinera.

Osservare due bimbi o due adolescenti danzare in costume questo ballo tradizionale costituisce uno spettacolo di grande piacevolezza.

Fiorfood della Coop in Galleria San Federico a Torino

Mi preme, ancor prima di entrare nel merito, mettere in evidenza il fatto che, mentre il presidente di Nova Coop, Ernesto Dalle Rive, enunciava strategie e cifre di questa importante e innovativa intrapresa, alle sue spalle uno schermo raccontava con preziose e inedite immagini la storia della riqualificazione urbana che ha rappresentato in Torino la realizzazione e le successive trasformazioni architettoniche della elegante e prestigiosa Galleria San Federico. In essa ebbero accoglienza importanti aziende e istituzioni torinesi (La Stampa, Juventus, Finpiemonte..) e si può affermare che questo luogo costituisce quasi una sorta di scrigno di quel che si può definire “Torinesità”, la più autentica.

L’apertura di questo concep store rappresenta il simbolo della palingenesi, della rinascita dell’affascinante complesso architettonico.

Le cifre sono importanti: 2 milioni di investimento per realizzare un modello di locale innovativo disposto su due piani e 1.300 mq. – con circa un centinaio di

addetti – in cui acquistare, a prezzi di assoluta convenienza, oltre 2.500 articoli (di cui il 70% a marchio Coop), fare colazione, consumare un rapido spuntino nella pausa pranzo e cenare in un locale condotto dai cuochi stellati del ristorante La Credenza.

Inoltre, una libreria con almeno 5.000 titoli e la possibilità di acquistarne altri 100.000 tramite la struttura di e-commerce  delle Librerie Coop e un impegno importante per realizzare eventi e presentazioni a carattere editoriale e culturale.

Ma forse il fatto più importante è l’annuncio che l’impegno della Coop non si esaurisce con questa inaugurazione: sono previsti altri importanti investimenti con la prospettiva di impiegare almeno altri 500 addetti diretti, e altrettanti nell’indotto, per continuare una riqualificazione innovativa da offrire ai cittadini e ai sempre più numerosi turisti che visitano e apprezzano la nostra Città.

Dal comunicato stampa:

«Giovedì 3 dicembre alle ore 08.00 apre al pubblico Fiorfood  il  primo concept store di Coop in Galleria San Federico, dove si respirano i fasti della storia e dell’architettura torinesi. Sono 8 le vetrine,  4 gli ingressi e due i piani a due passi da Via Roma, le piazze San Carlo e Castello e la stazione di Porta Nuova. Fiorfood, ad ingresso libero, sarà aperto tutti i giorni dalle 8.00 alle 23.00 al pubblico dal 3 dicembre (12.30-14.30 e 19.30-22.30 la ristorazione). Una liaison, quella tra la Coop piemontese, con 62 punti vendita sul territorio e un solido piano strategico che guarda alla convenienza, all’innovazione e al consolidamento,  e  i partner di progetto che fa pensare a come i valori fondanti della cooperativa di consumatori trovino una via per sposarsi con le  nuove tendenze sull’acquisto e  il consumo del Cibo.

Nova Coop ha colto la sfida, anche economica, che questa iniziativa racchiude in sé. Prendersi cura di un luogo così carico di storia e significato e ridargli vita attraverso attraverso un Concept Store innovativo”.  (Ernesto Dalle Rive, Presidente Nova Coop)…

Si tratta sicuramente di una grande e bella sfida – commentano gli chef Igor Macchia e Giovanni Grasso -. Siamo nel cuore di Torino, città che è cresciuta moltissimo dal punto di vista della cultura e dell’offerta legate al cibo. Noi non vogliamo inventare nulla, cercheremo di riproporre in questo luogo, che è davvero unico e meraviglioso, esperienze legate alla cucina, agli ingredienti, alla scelta delle materie prime. Lo faremo in modo coerente con quelli che sono il nostro spirito, la nostra esperienza, la nostra attenzione e il rispetto per la qualità, i valori del territorio e delle persone”.

Lo staff è guidato da Paolo Clerici e Sergio Vai  di Nova Coop che con la supervisione  degli chef stellati, hanno lavorato in questi mesi per affiatare uno staff professionale, giovane e motivato, per primi lo chef Giovanni Spegis e il sous-chef Silvano Ilardo, e tanta voglia di creare ed emozionare attraverso l’uso sapiente di ingredienti per la maggioranza Coop e competenza…

Questa innovazione deve essere chiara già dal nome:  per Cucina, prodotti a marchio Coop, territorio  e innovazione sono  temi al passo con i tempi, che  portiamo però in una location fino a poco tempo fa inimmaginabile per questo tipo di attività. Per questo il negozio di Galleria San Federico sarà in qualche modo unico.

È un atto d’amore verso una Città – spiega ancora Dalle Rive – che tanto ha dato e dà alla cooperazione. A pochi metri di lì nasceva nel 1854 la prima Cooperativa di Consumatori. Nova Coop è ormai una delle principali cooperative del paese e una delle primissime imprese della nostra regione. Per questo è giusto che questa prima sperimentazione si realizzi, a Torino: la città che vide muovere i suoi primi passi alla cooperazione di consumatori e che oggi assiste alla moderna evoluzione di quel modello”.                                                                                                                                                                         Come insegna è stato scelto Fiorfood, per esplicitare il legame con la linea di prodotti Fiorfiore Coop e comunica, in maniera sintetica, il concetto di ristorazione di alta qualità e di eccellenza enogastronomica. L’offerta di un’esperienza, come da tradizione Coop, accessibile a tutti».

In bocca al lupo!

Fiorfood di Nova Coop s.c. Galleria San Federico 26, 10121 Torino

Fiorfood.torino@novacoop.coop.it

t. 011511771

www.fiorfood.it

FB Fiorfood

Instagram #Fiorfood #ciboedemozioni