Archive for Gennaio, 2016
La Flor de la Canela di Gloria Carpinelli D’Onofrio

Allorché il sovrano prigioniero realizzò quanto grande fosse la cupidigia di quegli alieni riguardo, soprattutto, all’oro e all’argento, chiese di parlare con il comandante, un ignorante, figlio illegittimo – pur riconosciuto – di un ufficiale del Tercio e che da ragazzo aveva svolto la nobile professione di guardiano di maiali.

Aveva 36 anni, lo sguardo fiero, di corporatura robusta e statura media; fissò quell’uomo foderato d’acciaio, con la barba, il volto segnato da mille avventure, più vecchio di lui di quasi 25 anni. Si avvicinò alla parete della stanza della sua prigionia, stese in alto il suo braccio e fece capire a quel corvo, barbuto e torvo, che fin dove arrivava la sua mano avrebbe colmato quella stanza d’oro e d’argento, in cambio della sua libertà.

L’Inca Atahualpa mantenne la parola, Francisco Pizarro no: il sovrano venne garrotato pochi mesi più tardi, nella primavera del 1533.

168 spagnoli, messo da parte il quinto del bottino che spettava all’imperatore, si spartirono quell’incredibile tesoro e vergarono un documento – ancora oggi esistente – che testimonia di quel fatto.

A Cajamarca oggi si può visitare una casupola nota come “El quarto del rescate” che viene indicata – non è certo – come il luogo dove si svolsero i fatti sopra narrati.

L’espressione: “Vale un Perù” nasce, pare ovvio, da quell’episodio storico.

Ma l’Inca Atahualpa quella stanza avrebbe potuto riempirla con altri mille tesori di cui Viracocha, la Pachamama, il buon Dio, o chi per loro, ha reso il Perù un paese ricco, meraviglioso, generoso.

Vasto quasi 1,3 mln di chilometri quadrati (quattro volte l’Italia, e terzo per estensione del Sudamerica dopo Brasile e Argentina), questo paese ha una morfologia che comprende tipologie climatiche e di suoli che ha pochissimi eguali al mondo. Situato tra l’Equatore e il Tropico del Capricorno, è bagnato dalle fredde acque del Pacifico (l’influsso della corrente antartica di Humboldt è fondamentale) con ampie zone costiere desertiche, delimitate e protette dalla cordigliera andina che arrampica fino a quasi 7.000 mslm. Le Ande peruviane, oltre alle altissime cime, si sviluppano con estesi altipiani, valli, fiumi e laghi – il più grande, quasi quanto la Corsica, è il Titicaca, spartito con la Bolivia – che presentano climi, flora e fauna assai differenti. Verso l’interno le Ande cedono gradatamente il posto alla foresta pluviale amazzonica: il Perù genera con la confluenza dell’Ucayali e del rio Marañon il Rio delle Amazzoni, ovvero il più grande bacino fluviale del nostro pianeta.

Ovvio che con la sua straordinaria varietà di climi questo paese offre, in fatto di flora e fauna, una biodiversità difficile da reperire altrove.

La cucina tradizionale di ogni popolo testimonia in maniera sintetica ed emblematica della sua storia e del suo territorio.

E la cucina peruviana è l’espressione di un territorio ineguagliabile e di una storia che ha conosciuto, in fasi successive, la commistione di popoli i più diversi: agli originari quechua e aymara si sono mescolati spagnoli, neri africani, francesi, italiani, cinesi e giapponesi. Ognuna di queste etnie ha portato con sé le proprie tradizioni cucinarie, trovando un paese ospitale e generoso in cui le loro materie prime potevano essere coltivate e allevate con risultati sempre eccellenti.

Questa lunga introduzione merita il volume di Gloria Carpinelli D’Onofrio Il Fiore della Cannella, pubblicato da poco per i tipi dell’Editrice Il Punto – Piemonte in Bancarella di Torino.

È un bel cartonato – come si deve: con risguardie e capitelli – di formato quadrato 21,5×21,5; carta patinata opaca di almeno 130/150 gr, per 300 pagine ricchissime di fotografie a colori che presentano con efficacia le circa 90 ricette, sempre dettagliate e ricche di indicazioni, e curiosità.

Costa 23,00 €: un prezzo più che conveniente per quanto viene offerto.

È il primo libro pubblicato in Italia che si occupa della straordinaria cucina peruviana.

Cucina considerata oggi tra le prime tre o quattro del mondo, cucina fusion per davvero: i prodotti e le tradizioni andine si mescolano con le materie prime mediterranee e orientali, così come le preparazioni e le rispettive tecniche cucinarie.

«“È un pericolo, un enigma. È razza su razza in una miscela perfetta di cinque sapori di base. Bisogna prendere sul serio il cebiche. Un buon cebiche può far passare il cattivo umore. Può far sì che qualcuno s’innamori e finisca sposato, e anche che si dimentichi di una nottata e prenda per mano di nuovo la chitarra e il cajón. C’è da aver paura del cebiche. Può sprigionare ormoni e slegare quanto legato. Può rivoltare il mondo e farlo ritornare al suo posto. Un cebiche è il primordiale fatto piatto, il primario convertito in armonia. Un cebiche è un pericolo, provoca dipendenza”. Javier Wong (Javier Wong & el mejor cebiche del mundo)».

Cebiche (o ceviche: b e v in spagnolo hanno quasi lo stesso suono e dunque le trascrizioni sono relative e opinabili): in sostanza, pesce crudo marinato.

Piatto nazionale peruviano (se ne celebra la Giornata il 28 giugno): sintesi di una antica tradizione della cultura rivierasca mochica (periodo classico, V/X sec. d. C.) con l’innesto di prodotti mediterranei e tradizioni mediorientali e giapponesi.

Il termine forse deriva dalla parola quechua siwichi, che significa: “pesce tenero e fresco”.

Piatto che si può preparare con infinite variazioni, grandi o piccole, ma sempre di stupefacente gradevolezza. Gloria ne presenta diverse varianti.

Dovrei parlare di mais, di patate (papas), di yuca (manioca), di quìnoa (Chenopodium quinoa: non un cereale ma una chenopodiacea, come spinaci e barbabietole), di lùcuma, di camote, degli innumerabili arroz (il nostro riso che in Perù è usato come la pasta), e ancora: butifarras, empanadas, chupes

Dovrei poi parlare del Pisco: un distillato di mosto che è una delizia. Un intero capitolo con storia, caratteristiche, variabili e cocktail è dedicato a questa bevanda che i si identifica il Perù almeno quanto il cebiche.

Insomma, un universo che invito i miei lettori a conoscere: sarà una scoperta sensazionale; oltretutto, esistono in Italia ottimi ristoranti peruviani (vedi link) che sono l’espressione di una comunità di gente operosa e generosa.

Gloria Carpinelli D’Onofrio è una italo-peruviana residente a Torino, laureata in Lingue e Letterature Moderne con una tesi dedicata alla sua patria di nascita.

Questo suo primo lavoro non è soltanto il classico libro di ricette: comprende i contributi di celebri chef, una breve presentazione delle caratteristiche storiche, geografiche e culturali del Perù; comprende, inoltre, le esperienze dirette di Gloria, abile e appassionata cuoca; reca, infine, anche preziosi suggerimenti sul reperimento delle materie prime.

Il libro è intitolato – un vero omaggio – come la più famosa canzone popolare peruviana: La flor de la Canela della cantante Chabuca Granda (1920-1983, vedi link).

https://www.youtube.com/watch?v=PK8yy-S5lds#t=54

https://www.vincenzoreda.it/vale-un-peru-per-davvero/

Vale un Perù, per davvero…

https://www.vincenzoreda.it/focus-storia-linganno-di-cajamarca-by-vincenzo-reda

Il 16 novembre 1532 a Cajamarca, Ande peruviane, l’hidalgo spagnolo, ignorante e spietato, Francisco Pizarro catturò con un inganno indegno l’Inca Atahualpa. Un paio di centinaia scarsi di avventurieri, quasi tutti reduci del Tercio, lasciarono sul terreno circa 3.000 nobili, dignitari e guerrieri inca. Pizarro fondò Lima 3 anni più tardi e fu assassinato dai fedelissimi del suo socio Diego de Almagro nel 1541. L’ultimo Inca, Tupàc Amaru, fu decapitato il 24 settembre 1572 a Cuzco.

Il 28 luglio 1821, il generale argentino José de San Martìn, dopo aver liberato il Cile, dichiarò l’indipendenza del Perù.

Quelli qui sopra i fatti e le date fondamentali di questo grande Paese di cui da noi poco si conosce, malgrado le comunità di peruviani in Italia si vanno facendo sempre più numerose: a Torino sono ben oltre le 10 mila persone.

Il Perù è una Repubblica presidenziale che copre quasi 1,3 milioni di chilometri quadrati (4 volte l’Italia) con circa 30 milioni di abitanti. Si estende tra l’oceano Pacifico, le Ande e l’alto bacino del Rio delle Amazzoni che qui nasce dall’unione dell’Ucayali e del Rio Maranon.

Nazione dalla  storia ricca e importante, cominciata almeno un paio di millenni prima dell’era cristiana; Chavin, Paracas, Ica, Nazca, Mochica, Chanca, Wari: sono alcuni orizzonti culturali che precedettero il Tahuantinsuyo (il Regno delle quattro Regioni) Inca, fondato dopo il XIII secolo. Oggi questa nazione è composta da quasi il 50% di etnie indigene (quechua e aymara), il 30% di meticci e per la restante parte da un incredibile miscuglio di razze arrivate da tutto il mondo.

La varietà dei climi e la sua complessa morfologia, che si può definire unica, rendono la cucina peruviana una delle più affascinanti del mondo: il Pacifico con la Corrente di Humbolt e una ricchezza di fauna marina straordinaria, le regioni andine (con picchi di oltre 6.000 mt.), i deserti incredibili, la regione amazzonica… E siamo debitori verso questo paese soprattutto per la più importante solanacea del mondo: la patata, che qui è coltivata in centinaia di varietà differenti.

Da pochi anni (2012) anche a Torino è possibile gustare e apprezzare la tradizione cucinaria di questo Paese: il mio ristorante preferito si chiama Vale un Perù (via San Paolo, 52) di Miguel Bustinza e Patricia Trujillo. Li ho conosciuti grazie a Gloria Carpinelli,  che ha appena pubblicato un libro (il primo in italiano) sulla cucina peruana, edito da il Punto: Il fiore della cannella.

Locale arioso, pulito, accogliente e preparazioni cucinarie per davvero eccellenti a cominciare dai Ceviche – pesce crudo marinato di origini precolombiane e considerato piatto nazionale – e poi il formidabile polpo anticucho, le papas rellenas, il cuore di vitello, le molte ricette a base di riso… e ancora il delizioso rocoto, peperone piacevolmente piccante (Capsicum pubescens), grosso come un bel pomodoro e dai semi neri. Si beve ottima birra e, soprattutto, si deve bere il Pisco (bevanda nazionale distillata da mosto di vino); si spende una cifra più che onesta e si conosce una tradizione per davvero unica.

Io ho un desiderio da molti anni, poter gustare una Pachamanca: carni, verdure e tuberi cotte con pietre roventi dentro una fossa! E’ una tradizione peruviana che risale a molte migliaia di anni fa.

Ps: ci sono due scrittori peruviani per i quali nutro una stima immensa. Se non li conoscete, il mio è un consiglio prezioso e privo di qualunque interesse che non sia la curiosità culturale. Parlo di Cesar Vallejo (cercate il romanzo El Tungsteno) e di Manuel Scorza (tutta la sua opera incredibile, ma soprattutto Rulli di tamburo per Rancas).

 

Jack London, La Sfida (The Game)

Tre racconti lunghi che narrano storie di boxe raccontate da uno che fu buon pugile dilettante: tre storie magnifiche (purtroppo tradotte malissimo) scritte tra il 1905 e il 1911. La prima, The Game, racconta la storia di un vincente – Joe Fleming – a cui il destino riserva un’orrenda sorte per mano del bruto John Ponta Londone a causa di un banale imprevisto. E’ anche la storia d’amore tra Joe e Geneviève: prima fulgida, poi funesta.

A Piece of Steak (Una bella bistecca) – il mio preferito, tra i tre racconti – è la storia del vecchio bucaniere, Tom King, che incontra il Giovane di belle speranze, Sandel. E Tom, che combatte il suo ultimo match per incassare la borsa con cui pagare i debiti e sfamare la famigliola, nel momento di finire il suo giovane e sprovveduto avversario, sente la mancanza di quella bistecca che non aveva potuto mangiare perché il macellaio non gli aveva fatto credito.

The Mexican, scritto nel 1911, è l’assurdo racconto che mescola boxe, idealismo, rivoluzione, razzismo. Il taciturno e giovane messicano Felipe Rivera, contro tutto e contro tutti, abbatte l’eroe invincibile Danny Ward. E vince perché i soldi della borsa li ha promessi ai ribelli della Revolucion: serviranno per comprare le armi…

Io amo, si sa, Jack London: è fra i miei romanzieri preferiti con Melville, Kipling, Conrad, Stevenson, Verne, Calvino, Francisco Coloane, Alvaro Mutis, Manuel Scorza, John Fante e  Osvaldo Soriano. Non ho mai avuto gran trasporto per i grandi romanzieri russi (a parte Bulgakov e Gogol), né per i francesi: di queste due magnifiche culture ho sempre preferito i poeti. E poi ho sempre letto per conoscenza e mai per passare il tempo. In London ritrovo la capacità di descrivere le pulsioni primordiali, le leggi immutabili della natura, l’essenza dell’esistenza. Forse, in London come in nessun altro. E ho sempre ritenuto The Call of the Wild (Il richiamo della foresta) una delle massime opere della letteratura mondiale. Qui sotto il link di un mio articolo più dettagliato sulla vita e l’opera di Jack London (pubblicato su Più o meno di vino).

Il libro è del 1994, 1000 lire per 100 pagine di Newton Compton: La sfida e altre storie di boxe.

https://www.vincenzoreda.it/jack-london/

Rillke, Dai Sonetti a Orfeo

Rainer Maria Rilke (Praga, 4 dicembre 1875 – Montreux, 29 dicembre 1926)

Dai Sonetti a Orfeo (Aus den Sonetten an Orpheus)

I,7

RilkeEcco, esaltare! A esaltare egli venne,

sgorgò così come sgorga dal muto

sasso il metallo. Il suo cuore è il caduco

filtro d’un vino agli umani perenne.

 

Non mai la polvere spegne la pura

voce se l’eco del dio la trascina.

Tutto diventa grappolo e vigna

che il suo sensibile agosto matura.

 

Non il marcire dei re nella tomba

muta in menzogna il suo canto, non l’ombra

che da figure divine si posa.

 

Perché egli è uno dei messi più forti

che ancora oltre le soglie dei morti

levano coppe di frutti gloriosi.

 

(Rühmen, das ists! Ein zum Rühmen Bestellter,/ ging er hervor wie das Erz aus des Steins/ Schweigen. Sein Herz, o vergängliche Kelter/ eines den Menschen unendlichen Weins.// Nie versagt ihm die Stimme am Staube,/ wenn ihn das göttliche Beispiel ergreift./ Alles wird Weinberg, alles wird Traube,/ in seinem fuhlenden Süden gereift.// Nicht in den Grüften der Konige Moder/ straft ihm die Rühmung Lügen, oder/ dass von den Göttern ein Schatten fällt.// Er ist einer der bleibenden Boten,/ der noch weit in die Türen der Toten/ Schalen mit rühmlichen Früchten halt.)

Fu l’ultima opera di Rilke (1923), splendida. La traduzione, ineguagliabile come ebbe a scrivere Franco Fortini, è di Giame Pintor, dei primi anni Quaranta. Il libro lo acquistai negli anni Settanta: Collezione di Poesia, Einaudi, a 800 lire (!).

Hugo von Hofmannsthal, Le parole non sono di questo mondo

«…La gran parte degli uomini non vive nella vita, ma in una pura apparenza, in una sorta di algebra dove nulla è e tutto soltanto significa. Io vorrei sentire forte l’essere di tutte le cose, vorrei stare immerso nell’essere, nel vero e profondo significato di tutte le cose. L’intero universo infatti è colmo di significato, è senso divenuto forma. L’altezza delle montagne, la vastità del mare, l’oscurità della notte, il modo in cui guardano i cavalli, il modo in cui sono fatte le nostre mani, il modo in cui profumano i garofani, il modo in cui il terreno si dispiega in colli e vallate, o in dune oppure in scogli severi, il modo in cui appare una regione vista da una montagna, e la sensazione che si prova quando in un giorno molto caldo si cammina sul selciato umido nel fresco androne di una casa, o quando si mangia un gelato: in tutte le innumerevoli cose della vita, in ogni singola cosa e in modo imparagonabile, è espresso qualcosa che non si lascia riprodurre per mezzo delle parole, ma che parla alle nostre anime. L’intero mondo è allora un discorso fatto alla nostra anima da ciò che è incomprensibile, oppure è un discorso della nostra anima a sé stessa. La tristezza è un concetto nella lingua vera e propria, ma nel linguaggio della vita ci sono migliaia di tristezze: la tristezza che si prova nel non vedere altro che rocce, mare, cielo; la tristezza di quando, magari sentendo l’odore di fragole fresche, si pensa a certi giorni d’infanzia; la tristezza negli occhi stanchi di certe scimmie, la tristezza affatto diversa di quando il sole tramonta in un certo modo; e ancora così tante altre tristezza, no? Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé stante, un mondo del tutto indipendente, come il mondo dei suoni. Si può dire tutto quello che c’è, così come si può musicare tutto quello che c’è. Ma non si potrà mai dire qualcosa proprio così come è. Per questo le poesie suscitano lo stesso sterile struggimento che producono le note. Molti però ignorano tutto questo e quasi soccombono nel tentativo di dire la vita. La vita però dice sé stessa. Parla attraverso i fenomeni. C’è però sempre un fenomeno, una combinazione di parole, una concatenazione di note che toccano la nostra anima cose se fossero la stessa cosa. Sono qualcosa di assolutamente analogo, la triplice espressione di una cosa ignota, una vibrazione divina. Dapprincipio questo ti meraviglierà, poiché in noi è radicata molto profondamente la convinzione – certo una fanciullesca convinzione – che se solo riuscissimo a trovare le parole giuste noi potremmo raccontare la vita, allo stesso modo in cui si mettono da parte, una sull’altra, delle monetine. Non è vero però, e i poeti fanno in tutto e per tutto come i compositori, esprimono cioè la loro anima per mezzo di qualcosa che si trova sparso per l’intera esistenza – poiché l’esistenza ha in sé la totalità di tutti i suoni possibili – ma tutto dipende da come li si combina. Così fa anche il pittore con i colori e le forme, che sono solo una parte dei fenomeni e per lui però sono tutto, e attraverso la loro combinazione gli riesce d’esprimere l’intera anima sua (oppure, ed è lo stesso, l’intero gioco del mondo). In fondo ci si può immaginare anche un meraviglioso giocoliere che lanciando sfere produce attraverso i mezzi espressivi della gravità e del movimento (piuttosto simile, in questo, ad un architetto), colmandoci di ogni struggimento di commozione e di molteplice eccitazione. Perciò, vedi, io penso questo: non vi è nulla di scritto a cui si possa credere. Tutti i grandi libri, i grandi poemi, la bibbia e gli altri sono mondi di sogno, affini al mondo reale e anche tra di essi solo in modo simbolico, e non sono mai da mettere in fila avvitandoli l’uno sull’altro come se fossero tubi. I discorsi che in genere fanno gli uomini (anche i tanti discorsi che si scrivono) sono però simili a quello che si ottiene quando della vera musica viene riprodotta in modo sbagliato e risuona assieme al rumore delle carrozze e a molto altro rumore di strada. Così al massimo potrà venirti in mente per caso qualcosa. Diventare maturi significa forse solo questo: imparare ad ascoltare dentro se stessi in modo tale da dimenticare tutto questo frastuono e da non riuscire infine più nemmeno a sentirlo…».

Ringrazio l’amica Sonia per avermi fatto conoscere il testo di questo grande scrittore austriaco (Vienna, 1 febbraio 1874/15 luglio 1929) che non ho mai frequentato prima. L’intero testo, da cui ho estrapolato le preziose parole qui sopra riprodotte, si può trovare sul seguente link:

http://aubreymcfato.com/2009/04/01/hugo-von-hofmannsthal-le-parole-non-sono-di-questo-mondo/

Giovanni Arpino e il vinum acutum

Janusz-Włochy-Arpino-2-1“…Il vino piemontese vero ormai si nasconde.

Nella sua interezza, sa di non poter essere accettato da un fegato moderno. Perché lui ha da essere solenne, impone riposi, sonni, abbandoni. Non esalta, ti sopprime. Non concede entusiasmi, ma solo spessi pensieri…

Una volta pareva indispensabile una buona e legale classificazione dei vini: dulce,  suave,  nobile,  pretiosum,  molle,  lene,  tenue,  imbecille,  fugiens,  forte,  solidum,  firmum,  validum,  austerum,  severum,  durum asperum,  acre,  acutum,  ardens,  indomitum,  generosum,  pingue,  grassum sordidum,  vile,  li chiamavano gli haustores (assaggiatori) romani.”

Giovanni Arpino (I vini d’Italia di Luigi Veronelli)

Vien fatto di chiedersi come poteva essere un vinum imbecille, o un vinum fugiens o ancora un vinum grassum sordidum….mi piacerebbe poter fare un viaggio nel tempo e capitare in una gaupona della Suburba e bere qualche terracotta di vino in compagnia di Marco Valerio, ascoltando pettegolezzi, dicerie e voci di popolo.

Vertigine della lista, Umberto Eco

Ho finito di leggere questo ennesimo lavoro di Umberto Eco, al solito ricco non soltanto di nuove e stimolanti conoscenze ma stimolo anch’esso verso aperture e prospettive attraenti, insolite. insondate.

E’ più che un libro un’antologia con un apparato iconografico almeno pari alla qualità delle citazioni scritte; una lettura impegnativa, non per molti.

Oltre 400 pagine per 40 euri scarsi bene assai spesi se da questa lista di liste si sappia estrarre l’elenco quello che più è nostro o la comparazione più ardua, quella cui mai s’era pensato; o compilare una lista di omissioni, di dimenticanze e, tra queste, una lista di liste omesse per scelta e un’altra lista di liste per necessità dimenticate.

Si trovano liste di angeli e dèmoni, di fiori e di gioielli, di libri e di condottieri, di animali. Liste omogenee, liste disomogenee, liste strampalate, liste surreali, liste poetiche. Brilla, com’è ovvio, tra le altre la lista degli animali di Jorge il cieco e su quella lista Eco chiude al meglio, non senza aver citato anche sé stesso – Il nome della rosa e l’irresistibile Baudolino.

Mi è rimasta una curiosità: Eco cita il cimitero di Edgar Lee Masters ma non accenna mai a quelle liste di caduti che in tutte le città e i paesi d’Italia, e del mondo, testimoniano di guerre, eccidi, massacri, eccetera. E non v’è traccia di quella lista straordinaria, per molti e molti versi, che costituisce il monumento, in Washington, ai caduti americani del Vietnam: mi piacerebbe sapere se è una omissione voluta oppure no.

Capodanno 2016 all’Osto Duca Bianco di La Morra

https://www.vincenzoreda.it/vincenzo-reda-al-duca-bianco-di-la-morra/

Non capita spesso di passare la fine di un anno e il principio del nuovo in compagnia d tua moglie, di ottimi amici, bevendo una magnum a te dedicata (in etichetta, Nebbiolo Agrestis Marrone 2010, per la nascita di Sofia), un Dagromis Gaja 2010 e uno champagne Gosset. Con le preparazioni semplici e piacevolissime di Sandra, consumate tra i tuoi quadri e gente tranquilla.

Magnifico, semplicemente magnifico.
Per alzarsi a fumare un buon sigaro e tornare a Torino, tra nebbie leggere con lo stomaco leggero e, soprattutto, la mente leggera e lo spirito pacificato.
E poi, che il prossimo anno sia quel che ha da essere, né più né meno. Con il Fatalismo del nostro rigoglioso Sud che ci fa pronti a prendere di buon grado ogni cosa che ci tocca.

Salute e auguri a tutti.

Ladri di cotolette di Diego Abatantuono

Dopo 1.500/2.000 pagine di ponderosi saggi storici, mi sono concesso questo relax.

E ne sono rimasto avvilito: Diego è mio coetaneo, attore completo (soprattutto drammatico, malgrado la macchietta che gli ha dato il successo) ed è senza dubbio quello che oggi preferisco.

Questo esile (circa 180 pp. assai poco dense) librino è un’occasione perduta. Vuoi per la caratura del personaggio, vuoi per l’interesse potenziale delle vicende. Invece ne esce una roba mal concepita, mal raccontata e anche abbastanza mal scritta. Peccato, perché Diego Abatantuono meriterebbe ben altro.

Pubblicato nel 2013, costava 16,90 €. Io l’ho trovato sopra una bancarella, nuovo, a 3 €…: pare ovvio che il pubblico non abbia gradito.