Archive for Febbraio, 2016
In cosa crede chi non crede? Carlo Maria Martini, Umberto Eco

ecomartini

Oggi, 31 agosto 2012, se n’è andato Carlo Maria Martini, professione Cardinale. Un uomo grande, a prescindere. Tempo fa avevo recensito un librino stupendo, riporto quelle righe per onorare una grande mente, un grande uomo.

Questo librino è parte di una collana che il periodico Liberal di Ferdinando Adornato pubblicava nella seconda metà degli anni novanta. Quello qui riprodotto è la terza edizione del 1998 (la prima del 1996) di un magnifico carteggio tra il cardinale Carlo Maria Martini e Umberto Eco: contiene delle perle autentiche, riferibili soprattutto a temi di grande profondità trattati con l’acume, la cultura, la franchezza di due autentici giganti del pensiero dei nostri mala tempora.

Riporto una citazione del cardinale Martini e un intervento, struggente nella sua pulizia e franchezza, di Indro Montanelli.

 

“Ma vorrei ricordare una parola di Italo Mancini in uno dei suoi ultimi libri Tornino i volti, quasi un testamento: «Il nostro mondo, per viverci, amare, santificarci, non è dato da una neutra teoria dell’essere, non è dato dagli eventi della storia o dai fenomeni della natura, ma è dato dall’esserci di questi inauditi centri di alterità che sono i volti, i volti da guardare, da rispettare, da accarezzare»”. (giugno 1995 Carlo Maria Martini).

Raramente ho avuto la fortuna di leggere cose così semplici, così profonde, così vere da essere, come sempre, ignorate da quasi tutti.

“Lo confesso: io non ho vissuto e non vivo la mancanza di fede con la disperazione di un Guerriero, di un Prezzolini, di un Giorgio Levi della Vida (per limitarmi alle vicende dei miei contemporanei, di cui posso rendere testimonianza). Ma l’ho sempre sentita e la sento come un’ingiustizia che toglie alla mia vita, ora che ne sono al rendiconto finale, ogni senso. Se è per chiudere gli occhi senza aver saputo di dove vengo, dove vado, e cosa sono venuto a fare qui, tanto valeva non aprirli.

Spero che il cardinale Martini non prenderà questa mia confessione per una impertinenza. Almeno nelle intenzioni, è soltanto una dichiarazione di fallimento.”.

(febbraio 1996 Indro Montanelli).

Lui (il Barolo) e noi, di Giovanni Arpino

Giovanni-ArpinoIl testo, inedito per quanto so, me lo ha regalato Giuseppe Rinaldi (meglio noto, per gli addetti ai lavori, con il soprannome “Citrico“) produttore tra i sommi di Barolo in Barolo. Non so quando e perché fu stato redatto, ma il solo fatto che sia di Giovanni Arpino (Pola, 27 gennaio 1927/Torino , 10 dicembre 1987) lo rende prezioso.

«Un uomo è sempre in debito con quanto beve. E nei riguardi del Barolo (un vino, sì, ma anche un luogo mentale, una forma di iniziazione, un patto segreto tra esperienze di chi beve e sostanza di quello che sta nel bicchiere) il debito aumenta.

Bisogna essere adulti, cioè maturi, per riconoscersi, tra Barolo e noi. Coscritti e adolescenti, primi assaggi e sbornie giovanili sono cose e passaggi indispensabili anche se spesso grotteschi: ma il Barolo, lui, sta lontano, abita ancora in altri luoghi di conoscenza. Arriva più tardi, come un giudice dall’esperienza finalmente maturata.

I rapporti sono cauti, persino difficoltosi: ad una certa età non si rivolge più con il “tu” a nessuno, tantomeno a un vino. Il Barolo non consente il “tu” ad anima viva. Si sottopone a un esame, a un giudizio, ad assaggi e testimonianze, affronta paralleli con altri ricordi, accetta benignamente e pudicamente uno scontro dottorale, ma sempre su un piano nobile di corrispondenze rispettosissime, che eliminano la facile confidenza o l’aggressivo colloquio intimo troppo prolungato, troppo godereccio.img027

Lui è un signore che allevia, conforta il debole, consola il moribondo, solleva problemi di gusto, impone scelte accurate. Noi possiamo, al massimo, riconoscergli i pregi, assisterlo perché non ci manchi, pregarlo perché non si decida ad abitare in altri paradisi, presso altri palati, più dignitosi e signorili dei nostri.

Lui è un vino che viene “dopo”, cioè quando tutto è già stato consumato, conosciuto, ripetuto, analizzato, depositato, archiviato. E noi queste sue particolarità dobbiamo conoscerle e saperle in ogni sfumatura, perché il rapporto di dare e avere funzioni secondo le regole del rispetto.

L’anima antica del Barolo possiede scintille e sfumature che noi, a lungo andare, abbiamo perduto. È molto raro, ormai, trovare l’uomo degno per la bottiglia meritevole, mentre tempo fa si poteva sostenere il contrario.

L’anima del Barolo è sentenziosa e prudente, ricca ma pudica, esaltante ma entro le quinte di un giudizio che non esorbita mai. Noi, avvicinandosi a quest’anima, ci sentiamo scarsi di concetto, di esperienza, di calibrate virtù umane. Lui è una sintesi, e noi una sperequazione. Lui è un re autentico, e noi soltanto dei sudditi malconci, vogliosi, fracassoni e pieni di smanie rozze.

Dovremmo riconoscere una volta per sempre che il Barolo esiste, sì, ma non è mai stato inventato il suo autentico bevitore.

Medicinale e tonico, indispensabile alla pressione, raro come un principe e conoscitore di ogni linguaggio gastrico, il Barolo è come un fratello, col rischio grave di instaurare, tra lui e noi, un rapporto troppo poco dignitoso e rispettoso.

La gente che sa manipolarlo, ruotarlo, stapparlo, versarlo, tenerlo tra lingua e denti e palato, è una popolazione rarissima, una sétta di fedeli che sa come di Barolo si vive, e spregia coloro che semplicemente, grossolanamente, il Barolo si limitano ad usarlo.

Il sogno di chi conosce il Barolo è una mappa di gesti rituali e propiziatorii, un rito quasi magico, da consumare in segreto. Perché è questo rito che introduce alla conoscenza dell’oggetto – un bicchiere, mezza bottiglia, una bottiglia di vino – e alla sua pensierosa comunicazione.

Chi è fuori del rito, prima impari, s’inginocchi, preghi, compia atti di contrizione. E solo dopo cerchi contatto con lui, il re in quanto simbolo, il re in quanto giustizia dei giusti, il re che non promette, ma dona».

EMBERTO UCO/Umberto Eco

Sopra uno degli scorsi numeri del settimanale L’espresso, Umberto Eco, tra l’altro, ha scritto:

«…Sempre in data 18 aprile, una rivista on line dal titolo allettante, “La perfetta letizia, Rivista giornalistica cattolica d’informazione e attualità”, recensisce “Quisquilie e pinzillacchere” di Vincenzo Reda, “giunto alla sua seconda pubblicazione, introdotta dalla prefazione di Umberto Eco”. Come è facile intuire non ho mai prefato questo libro (né conosco il Reda) ma la cosa non mi stupisce perché una volta un signore ha pubblicato come prefazione alla sua opera una mia lettera, neppure esageratamente cordiale, in cui declinavo la richiesta di una prefazione.»

La questione è divertente assai, perché chi sa leggere e ha letto il mio libro sa che la prefazione l’ha scritta un certo EMBERTO UCO, mio amico che ha la fortuna, o la sfiga, di chimarsi QUASI come l’illustre professore, saggista, romanziere e tutto il resto…Il fatto, oltre a essere divertente, è la chiara dimostrazione che molte persone leggono quel che vogliono leggere, non quel che è scritto. O No? (Ma lo scherzo è stato concepito a bella posta, perché a me piace scherzare). E non deve volermene Umberto Eco, autore che leggo spesso e stimo tanto. Della persona nulla posso dire per la semplice ragione che non la conosco.

Salute a tutti. Ai belli e ai brutti.

Emberto Uco non conosce Umberto Eco e né io

INTRODUZIONE

Di Emberto Uco

Conosco Vincenzo da una vita e da una vita cerco di spiegargli che sarebbe più opportuno, e per lui più proficuo, se trovasse una buona volta la forza di mettere fine a quella sua prodigiosa curiosità che lo porta a essere dispersivo.

Archeologia, vino, cibo, letteratura, poesia, musica, pittura: troppa roba per un uomo solo!

Ma non c’è verso: io sono così, mi dice e se non ti piaccio hai soltanto da frequentare altre corti.

Il punto non è però questo, benedetto uomo: uscire dagli schemi, e per i libri uscire dai generi, è pericoloso perché poi il lettore si ritrova spaesato, disorientato.

In ogni campo gli uomini hanno bisogno di riferimenti e se non li trovano vanno in confusione, è un fatto ovvio; e in tempi come quelli che stiamo vivendo la gente cerca, sempre di più, rifugi angusti, aree limitate, settori specializzati in cui sentirsi a proprio agio, anche come evidente reazione a quella globalizzazione – pessimo neologismo – che tende a rendere tutto incerto, relativo, effimero.

Vincenzo va esattamente verso la direzione opposta: il mio modello, dice, è Alberto Savinio; i miei esempi inarrivabili sono i grandi dell’Umanesimo e del Rinascimento, quando gli scenari si estendevano a tutto tondo intorno a intelligenze aperte e flessibili, per le quali parlare di categorie e di generi era impensabile e cita gente come Pietro Aretino, Ficino, Pico, Bembo o lo stesso Piero della Francesca, grande pittore e insigne matematico. Per pudore non nomina Leonardo….

Caro il mio Vincenzo… i tempi sono altri da quelli che a lui piacciono e son tempi grami: forse non è sbagliato pensare all’approccio olistico nel considerare le faccende che succedono e che ci circondano, ma bisogna mai dimenticare che il linguaggio che si sceglie per comunicare con gli altri, agli altri chiaro dev’essere; così come chiaro dovrebbe essere il messaggio che il linguaggio ha da traghettare.

In conclusione di questa mia premessa, che vuol essere anche una piccola tiratina d’orecchi e uno stimolo per il mio grande amico Vincenzo, è chiaro che il volume che si va a leggere è ben ripieno di molti di quei contenuti che a lui stanno a cuore e che i lettori che hanno avuta la ventura di leggere il suo volume precedente ben conoscono; ma c’è una prima parte, insolita per lui, che va considerata con molta attenzione.

Sotto la forma apparente di racconti, ma egli non è né vuol essere un narratore, si celano dei piccoli saggi che sono in verità punti di vista non propriamente soliti, direi desueti e di particolare interesse, rivolti verso questioni che nella norma vengono osservate e considerate in maniera affatto differente. Il lettore esperto e interessato faccia attenzione a quanto appena precisato: è probabile che riesca a meglio usufruire degli scritti, a volte in apparenza scombiccherati, del mio amico Vincenzo.

Buona lettura.

 

Se un giorno di Febbraio a Torino/Downtown Turin
I Barolo di Damilano 2012 en primeur da Massimo Camia

Sono due Barolo sempre eccelsi; il primo è un assemblaggio di uve provenienti da cinque vigne poste nei territori di Barolo (due), Novello, Grinzane Cavour e Monforte; il secondo è un classico che arriva da uno dei cru reali del Barolo, e di cui Damilano è indiscusso e tra i più importanti interpreti. Sono vini curati da Beppe Caviola che sceglie sempre processi di evoluzione in botti grandi e poi in bottiglia.

L’annata 2012 si presentò come assai calda con poche precipitazioni e la produzione fu  di quantità abbastanza scarsa, ma la qualità del vino, confermata dalle mie valutazioni, si dimostra di grande attenzione, anche rispetto alle due ottime annate precedenti. Millesimo che sarà eccellente: già pronti entrambi (per il Cannubi un po’ di pazienza in più); i tannini sono morbidissimi e l’armonia regna sovrana con una certa eleganza. Più sentori balsamici che spezie e frutti rossi che riempiono il palato. In bottiglia raggiungeranno a breve punteggi elevatissimi. Del Dolcetto 2015, quello dei miei auguri di quest’anno, ho già parlato: uno dei migliori gustati negli ultimi anni!

Valutazioni fatte il giorno di San Valentino e accompagnate ad alcuni piatti di Massimo (tra l’altro, gli ho portato bene: il Suo Toro ha anche vinto in trasferta, finalmente).Tra questi abbiamo gustato  i  suoi formidabili classici (agnello alla piastra con cottura secondo il gusto del commensale; risotto al Barolo, tagliata di Fassone) e poi un paio di preparazioni che non conoscevo ma che tanto mi sono piaciute: la crema di bietole e uno strepitoso fegato con gamberone sopra un bel letto di patate.
Un giorno mi piacerebbe tanto scrivere un libro sull’estetica del cibo: bicchieri, tovagliati, posate, contenitori, impiattamenti, colori…

Vincenzo Reda’s show at the Carpaccio restaurant, Hanover (New Hampshire, USA) on thursday 28 august 2008.

With Bhavnesh, Giovanni and Charlie

Giovanni with his wife MelbaGiovanni with his wife Melba

Giovanni Leopardi cookingGiovanni Leopardi cooking

In the kitchen with the Chef, John, Corina and PerryIn the kitchen with the Chef, John, Corina and Perry

In bar with Alison, Milton, Gina and the ChefIn bar with Alison, Milton, Gina and the Chef

Painting a glass of “OM”, with wine, in the“India Queen” restaurant, by my friend Bhavnesh

Jacques-Ives Cousteau: un vino di 2200 anni

“Sotto uno dei tappi di pozzolana trovammo un rivestimento interno di sughero ermeticamente sigillato con pece resinosa. E si sentiva del liquido sciaguattare nell’interno. Avevamo trovato lo «strato del vino» nei nostri scavi. Dissi, «Come faremo a non ubriacare il Calypso con le migliaia di ettolitri che dovranno venire a bordo?». Travasammo un litro circa di liquido trasparente, appena rosato, in un fiasco. Non seppi resistere alla tentazione di bere del vino vecchio di 2200 anni. Sentii la muffa dell’antichità del mondo in quel vino fantastico. Aveva perduto tutto l’alcool, ma non sapeva per niente di salmastro. Un compagno di bordo vide l’espressione del mio volto e domandò, «Un secolo di cattiva vendemmia?». Sul fondo della giara trovammo una feccia resinosa, porporina. Originariamente, l’interno delle anfore era stato rivestito di pece per impedire l’evaporazione attraverso le pareti d’argilla porosa. Questa consuetudine diffusa tra gli antichi mercanti di vino dava al vino un gusto di resina.

Fra tutte le migliaia di anfore che ritrovammo nel relitto, non ne capitò più nessuna contenente vino. Era chiaro che la nave aveva a bordo un carico di vino rosso quando la mala sorte l’aveva ghermita, ma, eccettuata quella sola anfora, il mare se lo era bevuto tutto.”

Il brano qui sopra è tratto dal volume Vita nel mare (The living sea), pubblicato da Garzanti nel 1963 e scritto da Cousteau con James Dugan. Si tratta di una delle prime imprese di archeologia subacquea: una nave da carico romana, lunga circa 30 mt. e larga 9, ritrovata su un fondale di una quarantina di metri al largo di Marsiglia nell’estate del 1952. Era una grande nave da circa 10.000 anfore naufragata intorno al III secolo a. C.

Gli enigmi peruani di Hayu Marca e Marcahuasi

Il Perù è un paese dal fascino unico e straordinario, per molti versi. Dal punto di vista archeologico, quello che più m’interessa, oltre agli aspetti della sua eccellente offerta cucinaria. Ebbene, tutti o quasi conoscono Macchu Picchu (significa: Grande Montagna) e le incredibili linee di Nazca: entrambi i luoghi che hanno visto la formulazione, quasi sempre a vanvera, delle più incredibili e fantascientifiche speculazioni di gente che ci ha marciato mica male; in pochi però conoscono due luoghi dello stesso fascino enigmatico e che costituiscono un vero rompicapo, pur senza scomodare alieni e Atlantide (che sono un po’ come il prezzemolo: vanno bene dappertutto). Qui di seguito le descrizioni – di cui non mi assumo alcuna responsabilità (Pachacamac me ne guardi bene) e che ho soltanto corretto nei toponimi sbagliati e in certi errori di grammatica e di punteggiatura, di Hayu Marca e Marcahuasi.

«Quasi a 1300 km a sud-est di Lima, in Perù, presso le rive del lago Titicaca, si trova un sito che confonde i visitatori di tutto il mondo.                                                                                

Gli sciamani frequentano ancora questo luogo per compiere rituali e offrire preghiere alla parete rocciosa situata sull’altopiano, come fanno da generazioni.                                    

Il sito è conosciuto come la Puerta de Hayu Marca, o anche come la Porta degli Dei. A vederla, si rimane perplessi: una porta gigantesca, scavata nella solida roccia. Sembra davvero un accesso, ma non porta da nessuna parte!                                                                    

Il sito si trova in mezzo al nulla, a oltre 4000 metri di altezza, eppure quella roccia ha un gigantesco rettangolo intagliato e al centro del rettangolo, in basso, c’è un incavo che pare proprio una porta.                                                                                                                          

I nativi peruviani la chiamano la “porta degli dei”. Ma perché creare una porta nella roccia che non conduce da nessuna parte? C’è un modo per attraversare questo accesso?   Le antiche leggende peruviane raccontano che tutte le Americhe un tempo erano unite sotto un unico capo e sotto una comune tradizione spirituale.                     

Il nome “America” deriverebbe da “Amaru-ca-ca” o “Ameru”, “Ameri-ca”, che significa “Terra del Serpente”, così denominata dopo l’avvento di un portatore di cultura e tecnologia conosciuto storicamente come Aramu Muru o Amaru (serpente/saggezza)».

 

«Marcahuasi è un altopiano della cordigliera delle Ande, situato a est di Lima, sulla catena montuosa che sale dalla riva destra del fiume Rìmac.

Ore di cammino, da San Pedro de Casta, per giungere a Marcahuasi.

È un altopiano di origine vulcanica, di superficie pari a circa 4 kmq, situato a quasi 4.000 metri di altitudine nella provincia di Huarochiri, a est di Lima in Perù, sede di un insieme unico di enormi rocce granitiche. Tali formazioni rocciose e la loro particolare forma hanno origine dalla millenaria azione erosiva di vento e pioggia.

Sull’altopiano di Marcahuasi si trovano anche rovine preincaiche in vari stadi di rovina; secondo l’archeologo Julio César Tello appartengono alla cultura Wanca

L’esoterista Daniel Ruzo sostenne nel suo Marcahuasi: la historia fantástica de un descubrimiento (1974) che le formazioni rocciose erano opere scultoree di una civiltà prediluviana (sic), i Masma, discendenti diretti di Atlantide».

Divin Tarocchi

Dopo molti anni ho ripreso a maneggiare, a leggere, a comporre i miei vecchi Tarocchi Marsigliesi. E a riceverne stimolanti segnali.

E ho ripreso a leggere il libro, straordinario, del Maestro Alejandro Jodorowsky (e Marianne Costa): chiunque voglia occuparsi, a qualsiasi titolo, di Tarocchi non può non leggere questo libro unico.

E mi sono venute delle suggestioni, come al solito.

Prossimamente ci saranno sviluppi operativi, spero anche stimolanti. Metterò insieme Tarocchi, astri, numeri e….vino: i miei vini per brindare e divinare!

E, come sempre, al “mio” Caffè Elena, tutti i martedì sera, in quella splendida piazza che si chiama Vittorio Veneto. A Torino, tra la via Po di Castellamonte e il ponte Napoleonico che unisce la Città alla Collina, con il benestare della chiesa della Gran Madre di Dio.

Sovraesposizione, sfocatura, mosso: tecniche fotografiche diverse

Questi ritratti di mia figlia Geeta li ripresi durante la Pasqua del 2007 in Toscana. Apparentemente sono completamente sbagliati. Invece ho usato certi errori tecnici (sfocature, mossi e sovraesposizione) per realizzare delle immagini vive, significative, emotive. Anche questa è la fotografia.