Archive for Luglio, 2016
Il grande bevitore, Vincenzo Reda

 

«Quel vino faceva schifo: una vera ciofeca.

Aveva lo stesso colore, lo stesso naso, la stessa lingua di quello del nonno, quando riuscivo a berne ancora qualche gotto che egli non era stato capace, per chissà quale miracolo, di finire: a agosto, quando ragazzo scendevo in Sila, il vino della nostra grande vigna di Pietrafitta era già stato tutto bevuto dal nonno prodigioso.

Lo beveva fuori pasto, a bicchieroni come fosse tè o caffé alla francese: nonno poco mangiava e per quel poco non occorreva vino. Il vino egli lo tracannava come una bevanda qualsiasi.

Erano uve gaglioppo, malvasia, greco cresciute a 600 metri sui colli presilani sopra Cosenza, vendemmiate alla come viene e malamente messe a fermentare ai 1400 metri di Rovale, in Sila, a temperature che non permettevano ai lieviti di fare completamente il loro dovere.

E quel vino “aveva lo spunto”: una sorta di punta acidula, non proprio acetosa ma qualcosa di assai vicino, per la verità assai sgradevole.

Tornavo in Sila dopo anni, il nonno non c’era più: zio Vittorio aveva fatto apparecchiare sull’aia antica il tavolo solo per noi.

Avevo in bocca e dentro il naso i vini di Francia che Renzo mi faceva conoscere quando ci si trovava a Parigi per lavoro: i Bordeaux, i Bourgogne prodigiosi che mi insegnava sulle rare note di Monk; ricordo una meraviglia ventenne di Meursault goduta una sera davanti alla Tour….

Vittorio mi riempiva quei gotti fino all’orlo e bisognava mandarli giù alla brutta, cosa che almeno in principio non era proprio negativa, non da gustare perché c’era poco da gustare, per la verità.

Eppure, col passare delle ore, rompendo ogni tanto il ritmo dei gotti rubino chiaro con intermezzi di grappa, quel vinaccio cominciava a piacermi: coi funghi silani – i rusiti, i vavusi, i silli, i gallinazzi – col prosciutto saporoso, quasi allappante, dei maiali macellati in inverno, con le patate di montagna, con la selvaggina quel vino cominciava a essere gradevole.

Finimmo alle due, forse le tre di notte: avevamo cominciato verso le tredici e sette o otto litri di vino prima, con un paio di litri di grappa per rompere il ritmo ossessivo dei gotti rubini riempiti all’orlo.

Due giorni impiegai a ritornare normale.

E capii il nonno, e zu Pasquale, e zu Giuvanni u fallitu: quelli erano bevitori, bevitori veri, autentici, portentosi.

Sono tutti capaci di bere i vini buoni, i grandi vini, le grandi etichette: il vero bevitore beve tutto, tutto e tanto.

Un po’ come le donne, se mi è concessa la similitudine: sono tutti capaci di far l’amore con le giovani e fresche bellone, le veline, le attrici, le modelle; il grande amatore apprezza le impiegate, le casalinghe, le signore già avanti con gli anni, quelle apparentemente insignificanti, qualche cellulite qui e là.

E lo fa con amore, con dedizione, con trasporto.

Per il vino è uguale: oggi i veri grandi bevitori sono una razza in via d’estinzione. Anche perché non sono politicamente corretti e poco si curano di leggere le etichette. Sono uomini che non apprezzano le etichette: uomini, direi, senza alcuna etichetta.

Anni dopo, in Toscana, mi facevo riservare dai ragazzi macedoni addetti alla cantina un Montepulciano d’Abruzzo che si usava come vino da taglio per rinvigorire annate di Chianti scadenti: era un vinaccio color della pece, spesso e allappante che mi lasciava la bocca impastata, una meraviglia indicibile. Come certi Colorino o Rossissimo che non bisogna confessare e che pochi o punti sanno di cosa si tratta.

Certo che ogni tanto mi piacciono i Barbaresco e i Barolo e i Brunello di amici come Angelo, Vittorio e altri insigni costruttori di vino: ma il vino che sa di succo d’uva, pieno di difetti, mi esalta.

Lo so, non faccio testo e non voglio aver ragione e ogni tanto mi consolo rileggendo Soldati e ricordando mio nonno e quel suo vino fuori moda e zu Giuvanni che si faceva bagiare dalla boccuccia ditonda della botticella da quindici litri».

Da “Più o meno di vino”.





ENOTECA da E. M. HEMINGWAY: vini liquori distillati e altro

Il confronto col ber vino non è così lontano come potrebbe parere. Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo e una delle cose naturali del mondo portata alla massima perfezione, e offre un  maggior campo di gioia e apprezzamento di qualunque altra cosa puramente sensoriale che si possa acquistare. Si può passar tutta la vita con grande gioia a studiare i vini e a perseguire l’educazione del proprio palato, e via via il palato diventa più educato e capace di apprezzamento e si accresce continuamente la gioia e l’apprezzamento del vino anche se magari si indeboliscono i reni, incomincia a dolere l’alluce e a irrigidirsi le giunture delle dita fino a che, proprio quando lo si ama di più, il vino viene assolutamente vietato. Proprio l’occhio, che all’inizio è unicamente un sano strumento, diventa capace, anche quando non è più così forte ed è indebolito e logorato dagli abusi, di continuare a trasmettere al cervello una maggior gioia in virtù dell’esperienza e dell’abilità a vedere che ha acquistato. Tutti i nostri corpi si consumano in un modo o nell’altro e si muore, e io preferirei avere un palato che mi dia la gioia di godere pienamente un Château Margaux o un Haut Brion, anche se gli eccessi a cui mi sono abbandonato per conseguirlo mi hanno procurato un fegato che non mi consente di bere Richelbourg o Corton o Chambertin, piuttosto che avere i ferrei intestini della mia fanciullezza quando tutti i vini rossi mi riuscivano amari tranne il Porto, e il bere consisteva nel processo di buttar giù abbastanza roba da sentirsi eroici. Naturalmente si tratta di evitare di dover rinunciare completamente al vino proprio come, con l’occhio, si tratta di evitare di diventar cieco. Ma in tutte queste cose ha gran parte la fortuna, e nessuno può evitare la morte con questi sforzi, o sapere a quale uso può reggere una parte del suo corpo finchè non l’ha provato.

(……)una persona a misura che cresce la sua esperienza e la sua educazione sensoriale può derivare dal vino gioia sempre maggiore, come la gioia di un uomo davanti alle corride può aumentare fino a diventare una delle sue maggiori infatuazioni, e tuttavia una persona che beve – che non gusta o assaggia, ma beve – il vino per la prima volta sa, anche se non gli importa di gustarlo o di essere in grado di gustarlo, se il vino gli piace o no, e se va o non va bene per lei. Per il vino, la maggior parte della gente all’inizio preferisce uve dolci, Sauternes, Graves, Barsac e vini frizzanti, come champagne non troppo secco e Borgogna frizzante, a causa delle loro qualità pittoresche, mentre più tardi li darebbe tutti per un campione leggero ma ricco e buono di Grand Crus di Médoc, anche se è in bottiglia semplice, senz’etichetta, polvere né ragnatele, senza nulla di pittoresco, e soltanto la sua genuinità e finezza e il suo corpo leggero sulla lingua, fresco in bocca e caldo appena bevuto.”

E’, questa sopra, una bella pagina che Ernest Miller Hemingway, americano di Oak Park, regione dei Grandi Laghi, dedica al vino in quell’opera di scrittura affascinante e astrusa che è “Morte nel pomeriggio”.

Volume pubblicato nel 1932 a oltre trent’anni d’età, già ricco e famoso sia come scrittore sia come personaggio.

Nato il 21 lug1io 1899 da ottima famiglia borghese, era stato accolto come un eroe al ritorno dalla sua partecipazione volontaria e breve, seppur fortunata, alla Grande Guerra sul fronte italiano. Ferito, decorato per atto di eroico coraggio, curato da un nugolo di crocerossine americane a Milano ( c’erano più infermiere che infermi americani), innamorato corrisposto da una di loro: per questo bel figuro, ragazzo del ‘99, a vent’anni la vita non si prospettava poi malaccio. Oltretutto, l’esperienza della Grande Guerra in Italia gli aveva fatto mettere da parte un bel po’ di materiale per opere successive.

Non mi è mai piaciuto Hemingway: e tutti a dirmi, ma come? a uno come te che ama Melville e Conrad e Stevenson e London e Fante non piace Hemingway! ma se neanche lo conosci.

Sempre risposto: non ho bisogno di conoscerlo, per quel poco che ho letto, non mi piace, non mi racconta niente di interessante, non mi ci ritrovo.

E infine stufo, ho deciso di leggere tutto o quasi quello che il grande Ernest ha scritto ( non ho avuto il coraggio e  il masochismo di spolparmi “Per chi suona la campana”).

Ebbene? Hemingway continua a non piacermi: un buon scrittore di racconti, un bel racconto lungo ( “Il vecchio e il mare”, del 1952, suo ultimo romanzo pubblicato in vita); un’opera sorprendente, ma che è in sostanza una sorta di saggio autobiografico sul mondo delle corride: “Morte nel pomeriggio”; eppoi niente d’altro di interessante, dal mio punto di vista, va per inteso.

Partiamo da “Fiesta”, suo primo romanzo e immediato successo, del 1926: un librino esile che letto e riletto oggi non lascia nulla, se non l’odore di alcol, di svagato sesso, di noia: che sono gli ingredienti del suo successo negli anni venti: “La generazione perduta”. Mah.

Pubblicò successivamente “Addio alle armi”, decoroso ma diseguale e rozzamente autobiografico (1929); “Verdi colline d’Africa”(1935), un papocchio insignificante sulle cacce grosse di annoiati borghesi, anche questo autobiografico fino all’inverosimile; “Avere e non avere” (1937), una sorta di unione di tre racconti che hanno l’unica attrattiva di puzzare di ottimo rum rurale diluito a volte con cola, più spesso con nafta e sangue.

“I quarantanove racconti”  è una raccolta che Hemingway dà alle stampe nel 1938, insieme alla commedia “La quinta colonna”. Certo, alcuni racconti di questa raccolta, scritti nell’arco di una decina d’anni, sono più che buoni: ma il tutto è sopravvalutato, a cominciare dalla famosa tecnica di scrittura che Hemingway elaborò. Una scrittura scarna, priva quasi di aggettivi, poco descrittiva. Il punto è che a me non è mai piaciuta quella che io chiamo mancanza di ritmo, e non soltanto.

Alcuni di questi racconti sono celeberrimi, con fortunate riduzioni cinematografiche e tutto il resto: ai mie lettori consiglio “Vino dello Wyoming”.

Pubblica ancora “Per chi suona la campana” nel 1940, “Di là dal fiume e tra gli alberi”, secondo me il suo peggior lavoro, nel 1950 e, infine, “Il vecchio e il mare”, pubblicato su Life : 5.318.650  copie che vengono esaurite in 48 ore e che rendono nel 1952 Ernest Miller Hemingway una star internazionale, da quel momento in poi inseguito ovunque da turbe di ammiratori, ammiratrici, giornalisti, opportunisti, uomini politici di ogni fazione, fisco…..

Nel 1954, in gennaio, durante un ennesimo safari in Africa, gli capita l’ennesimo incidente, questa volta quasi mortale. Lo danno per morto, se la cava, gli conferiscono il Nobel – ho sempre pensato che gli Accademici di Svezia, in occasione delle riunioni nelle quali decidere il conferimento dei nobel per la letteratura, profittassero per alzare il gomito (certo vinacci da supermercato) o per sperimentare qualche nuovo allucinogeno, alcaloide o roba sintetica – che non ritira di persona perché a pezzi da qualche parte. In quel benedetto anno io nasco, per inciso, e lui comincia irrimediabilmente a morire: il fisico devastato dai mille incidenti della sua vita di coraggioso, generoso e maldestro ( aveva cominciato a piantarsi un pezzo di legno in gola a sette o otto anni), la mente annebbiata dagli abusi alcolici di ogni tipo, dalle ormai inefficaci medicine e, per ultimi ma certo non meno devastanti, dagli elettroshock che gli azzerano la prodigiosa memoria.

Ernest Miller Hemingway riesce, dopo ripetuti tentativi sventati dalla quarta moglie, a piantarsi due pallottole di fucile in testa all’alba del 2 luglio 1961, nella sua casa di Ketchum (Idaho).

Suo padre s’era sparato un colpo di pistola in testa una trentina d’anni prima.

Hemingway, quattro mogli e tre figli, era un americanone grande e grosso, generoso, coraggioso, forse spaccone, pieno di sé, un poco balbuziente, malaccorto e maldestro, uno scrittore famoso per i suoi incredibili errori grammaticali eppure capace di una grande applicazione, di un metodo ferreo: comunque uno scrittore tragico i cui libri puzzano, tutti, di morte.

Il suo miglior romanzo è stata la sua vita: è questa che esce e entra in tutti i suoi lavori, quelli buoni e quelli brutti e che esalano tutti, invero, un insopprimibile profumo di alcol. C’è tutto l’alcol dell’universo dentro gli scritti di Hemingway, un alcol quotidiano, abituale, ritmico, mai rituale o mitico. A partire da Fiesta, si beve a ogni ora, ogni cosa, qualunque abbinamento, roba buona, anche ottima e roba semplice, spesso scadente: è importante che si beva e non poco, per favore. E mi pare che ogni suo titolo abbia una propria devozione alcolica: il vino di “Addio alle armi”, il rum di “Avere e non avere”, brandy e gin in “Fiesta”, champagne dentro quel brutto “Oltre il fiume e tra gli alberi”.

Nel “Il vecchio e il mare” niente alcol, solo sapore di sale, di umido, di ostinazione, di sconfitta, di morte.

Io non amo Hemingway, ma anch’egli qualche cosa me l’ha regalata.

(Il brano riprodotto è tratto dall’edizione Mondadori, collana I Meridiani: “Ernest Hemingway Romanzi” a cura e con traduzione di Fernanda Pivano, che consiglio vivamente a chiunque volesse conoscere o conoscere meglio l’opera di Hemingway. Ricordo che Fernanda Pivano ebbe modo di frequentare lo scrittore e fu da lui non soltanto assai stimata, ma anche coccolata e viziata, per certo fra i suoi traduttori prediletti – Fernanda era da giovane una gran bella ragazza, oltre che una grandissima esperta di letteratura nordamericana.).

Barbera Del Monferrato, Cantine Valpane 1994

Non mi piace granché parlare – altri direbbe recensire- di vini in particolare: io non sono un giornalista e non so occuparmi di cronaca e recensioni. A me piacciono le storie, ho bisogno di tempo; ho bisogno che un qualche strato di polvere si depositi sulle cose di cui m’interessa parlare, o scrivere. Bene o male che ciò possa essere giudicato: “tat tvam asi”, io sono questo, per dirla alla maniera hindu, in sanscrito.

Ma di questo vino mi necessita parlare, anche perché ne saranno rimaste più o meno una decina di bottiglie e che io ne scriva significa commercialmente poca cosa.

Mi è stato chiesto di fare un quadro con questo vino: un dipinto dedicato a una fanciulla nata proprio in quell’anno; quasi a perpetuare quella buona abitudine che usava in tempi passati di mettere da parte un certo numero di bottiglie, che potessero accompagnare i momenti migliori della vita futura del nascituro.

Il vino, lo conosco bene, esce dalle vigne del mio amico Pietro Arditi: ho usato molte volte i suoi vini, direi meglio le sue Barbera, per i miei quadri. Il fatto è che Pietro, a Ozzano Monferrato, ha la fortuna e la capacità di fare delle Barbera che tanto mi piacciono; Barbera dal grande corpo, di struttura e alcol importanti e gusto pulito, con un colore sempre rubino carico.

Il ’94 ricordo certamente d’averla bevuta e per certo mi è piaciuta: il punto è che per dipingere con un vino io, quel vino, debbo per necessità berlo, e mi deve anche piacere. Faccenda complicata per una Barbera di 14 anni….

L’ho aperta che sono tre o quattro giorni: bevuto un sorso, subito mi ha stupito; nel colore: granato, certo, ma ancora con riflessi di rubino, limpido, carico; naso schietto della famosa pietra focaia, senza le opulenze di cuoio e pelli di animali varii, intenso, fine, armonico; alla lingua, franco, leggermente secco, buona persistenza, corpo ottimo, una buona acidità. Sorprendente!

Ne bevo oggi, dopo alcuni giorni con la bottiglia appena scolmata alla spalla:

oggi mi colpiscono l’armonia, la persistenza e una certa secca e schietta eleganza: non un Barolo né un Barbaresco, ma un vino più secco, un poco più acido e direi di grande finezza. E molto, molto persistente, la caratteristica che più mi piace in un vino.

Che Barbera, Pietro: alla salute della piccola Eleonora, nata in quell’anno, sotto il segno dell’acquario.

Ci dipingerò un bicchiere-simbolo: le tre lettere – A,U,M – della sillaba-preghiera “OM”, capovolte, che quasi sembrano uno strano bicchiere. Quando sarà pronto, vedrò di riprodurlo in coda a questo piccolo scritto. Finalmente, eccolo (più altri 2):

Canone inverso 2006

Canone inverso 2005

Bicchiere "OM" dipinto con Barbera Cantine Valpane 1994

Barbera Cantine Valpane 1994

bicchiere dipinto con "Canone Inverso" Cantine Valpane 2006

Canone inverso 2005

Vincenzo Reda

Ottobre 2008

Conversazioni con Federico Zeri

senza-titolo-12“- Si ritiene ateo?

No, l’ateismo è una forma di religione. Mi ritengo agnostico. Credo in un modo non ufficiale. Ho scoperto la natura della mia posizione, molto tempo dopo aver raggiunto un determinato punto di vista. Ciò in cui credo era già stato espresso nel tredicesimo secolo da un certo Amaury De Ben: sono un amauricense. Costui era un filosofo francese che venne mandato al rogo e i suoi scritti distrutti. Sappiamo di lui qualcosa attraverso i seguaci. Egli sosteneva che tutta la materia è intelligente ed eterna. Io credo che  la materia sia eterna; la materia è il Dio Padre dei cristiani, non ha principio né fine, non si distrugge né si crea: E’ pervasa da una intelligenza intima che è lo Spirito Santo dei cristiani. Tale Spirito Santo o intelligenza spinge la materia ad aggregarsi secondo modi sempre più complessi. Il più complesso di tutti è la mente dell’uomo che consente alla materia di riconoscere sé stessa. Tutti gli uomini sono figli di Dio, tutta la materia è divina ed eterna. non credo a redentori, o cose simili. La legge morale è andare d’accordo con il mondo circostante. Sia ben chiaro, questo non è panteismo.

[…] – Non si è mai posto il problema della morte?

– La morte è semplicemente un aspetto della vita. Come si viene al mondo così si scompare; ma poiché siamo fatti di una materia eterna come è l’intelligenza, ritorniamo al punto dal quale siamo venuti. Io non ho nessuna paura di morire. Del resto finché siamo vivi, la morte non esiste; il giorno in cui saremo morti non esisteremo più noi. Quindi è inutile porsi il problema. Quanto alle religioni rivelate e ai loro dei punitivi, mi sembra sintomatico che nei Dieci Comandamenti dettati sul Sinai, ce ne siano due contro la sessualità e uno solo contro l’omocidio…..” .

Greetings from Turin: Portapalazzo, the largest market in Europe

https://www.vincenzoreda.it/porta-palazzo-il-mercato-piu-grande-deuropa/

Kamasutra di Vatsyayana

kamasutraParte Quinta (Capitolo V)

Dell’amore degli uomini potenti per le mogli degli altri

I re e i loro ministri non possono entrare nelle dimore di altri, e come se non bastasse il loro modo di vivere è costantemente tenuto d’occhio, giudicato e limitato dal popolo nel suo complesso, esattamente come accade tra gli animali i quali, vedendo il sole sorgere, si destano con esso, e quando l’altro cala la sera, a sua somiglianza si coricano. Coloro che godono di autorità non dovrebbero pertanto commettere, in pubblico, atti riprovevoli, in quanto contraddittori con la loro posizione e che sarebbero meritevoli di censura. Ma, qualora ritengano che un atto del genere sia inevitabile, dovrebbero osservare le precauzioni del caso, qui di seguito indicate.

Il capo di un villaggio, il funzionario del re a esso preposto, e l’uomo che ha il compito di ammassare il grano, sono in grado di procurarsi le villane semplicemente chiedendo loro. E’ per tale ragione che le donne di questa classe sono definite poco caste dai licenziosi….

Questo testo indiano dei primi secoli della nostra era è una fonte di sorprendenti scoperte: tutt’altro da quanto è assimilato dall’immaginario collettivo – tutti lo citano, a sproposito, e pochi lo hanno letto . Ho riportato questo breve brano pensando alle miserie di casa nostra: a Silvio Berlusconi, in particolare, Il Grande Tanghero….

Vino & Jazz

ASCOLTIAMO IL BAROLO, SORSEGGIANDO JAZZ

Armonia è un sostantivo che accomuna il vino e la musica.

Quando un vino si presenta al palato con un certo equilibrio di sapori – acidità, tannini, alcol, giusti residui zuccherini – lo si definisce armonico.

L’armonia nella musica rappresenta lo studio degli accordi: la tradizione della musica classica occidentale è di carattere armonico, così come la melodia è propria dell’oriente e il ritmo ci arriva dalla primordiale sensibilità musicale di mamma Africa, la Terra che ha generato la nostra specie.

In America, nei primi anni del XIX secolo, armonia, melodia e ritmo hanno trovato la loro sintesi prodigiosa in una musica suonata da gente oppressa: schiavi e immigrati.

Una musica di dolore e di redenzione.

Senza scomodare i baccanali dionisiaci in cui si fondevano vino, musica e teatro, il vino trova la sua larga metafora nel jazz: ogni bottiglia è una sorpresa, ogni bottiglia una scoperta, ogni bottiglia una nuova interpretazione che dipende non soltanto dal fatto che il vino contenuto è, seppure impercettibilmente, differente; è diverso il suo sentire che dipende dalla compagnia, dall’ora, dall’occasione, dallo stato d’animo.

Proprio come il jazz.

E il Barolo, con i suoi tannini regali, il suo tenue colore, le sue spezie e l’eleganza che sa raggiungere quand’è maturo e grande, è il vino del jazz: quand’è giovane può essere un bebop nervoso e veloce di Parker, per trasformarsi in hardbop quando acquisisce invecchiamento e diventare cool raggiungendo la piena maturità.

Un grandissimo come Miles Davis può essere paragonato a un grande Barolo: con quell’eleganza e quelle pause da cui ogni nota pare sortire con raffinata cura, con colta e insuperabile tecnica, con estrema sensibilità.

Miles Davis più che ogni altro: Monk lo assimilerei a un Aglianico; Duke Ellington a uno champagne; Coltrane a un Barbaresco; Parker a una grande Barbera d’Asti; e Louis Armstrong a un meraviglioso Dolcetto d’Alba…..

E dunque, ascoltiamo jazz come gustassimo una sorprendente grande bottiglia di Barolo. E gustiamoci un Barolo come si ascolta uno stimolante brano, con le giuste improvvisazioni, di jazz.

Beviamo ascoltando, ascoltiamo bevendo.

Terra Madre

 

COMUNICATO STAMPA:

Terra Madre Salone del Gusto: la generosità del Piemonte, 
casa di tutti nei giorni dell’evento
Raggiunto il traguardo dei 1000 posti letto messi a disposizione dalle famiglie torinesi e piemontesi per ospitare i delegati di Terra Madre Salone del Gusto 
«Tempo fa, in un momento terribile per l’ospitalità in Europa, ho chiesto ai torinesi e ai piemontesi un grande favore. Ho chiesto loro di rinnovare e di superare il grande impegno con cui hanno sempre accolto i delegati di tutto il mondo durante gli eventi organizzati da Slow Food. Oggi, a pochi mesi di distanza, in un momento in cui si ergono muri invece di costruire ponti, e in una situazione in cui dominano ancora la diffidenza e l’odio verso lo straniero e verso l’estraneo, come sottolineato dai tragici fatti di queste ore, ecco che io sento di poter dire che sì, come si suol dire, “la paura fa 90″: ma la gentilezza, l’accoglienza, la condivisione, fanno 1000».Sono queste le parole con cui il Presidente di Slow Food Carlo Petrini fa il punto sulla situazione dell’ospitalità per i delegati che saranno ospitati dalla popolazione del capoluogo piemontese e della provincia durante l’edizione 2016 di Terra Madre Salone del Gusto. Proprio alle famiglie lo stesso Petrini si era rivolto lo scorso primo marzo, durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento, per chiedere un impegno particolare sul tema dell’ospitalità nell’anno in cui la manifestazione abbandona per la prima volta la storica sede del Lingotto e si allarga ad abbracciare buona parte del territorio urbano. La risposta non si è fatta attendere, e il numero 1000 non è citato casualmente: tanti sono infatti i posti letto messi a disposizione dei delegati delle famiglie, 150 nel territorio cittadino e circa 850 nelle province limitrofe.«Si tratta di un risultato enorme, che testimonia ancora una volta l’affetto dei torinesi e dei piemontesi verso Terra Madre Salone del Gusto e verso la grande rete delle Comunità del cibo, una grande famiglia fatta di storie, di volti e di mani che, in 170 Paesi in tutto il mondo, lavorano e combattono per garantire cibo buono, pulito e giusto non soltanto a noi, ma soprattutto ai nostri figli. Una famiglia di cui tutti facciamo parte, perché il diritto al piacere del cibo vero è un diritto che ci rende tutti fratelli, e fa di tutti noi i protagonisti di un cambiamento necessario».

Grazie alla generosità delle famiglie ospitanti, al lavoro dei referenti sul territorio e alla collaborazione del Comune di Torino e della Regione Piemonte i delegati di Terra Madre potranno dal 22 al 26 settembre presentare e rappresentare il meglio della biodiversità della loro terra nel Parco del Valentino e dell’area dedicata ai Presìdi internazionali Slow Food, raccontare le tradizioni ereditate dalle passate generazioni nei Forum di Terra Madre, discutere problematiche e progetti futuri nel corso delle Conferenze e soprattutto condividere con i visitatori e con gli altri delegati le proprie esperienze, i propri sogni, le proprie paure e le proprie speranze, gettando semi destinati a crescere e a durare ben oltre il termine dell’evento. Al loro rientro nei rispettivi paesi d’origine, il ricordo dei giorni della manifestazione sarà un tesoro da condividere con tutti i membri della Comunità, per migliorare le tecniche di lavorazione della terra, allargare gli orizzonti tecnici e culturali, e rinsaldare i legami tra produttori, trasformatori e consumatori. E, ne siamo certi, anche i cittadini potranno dire di sentirsi arricchiti.

Tutte le informazioni sull’evento su www.slowfood.it

Sapori di Calabria

Ecco perché il capocollo di Domenico Timpano, imprenditore e fondatore dell’azienda commerciale di qualità Sapori di Calabria, è straordinario: le parti magre sono marezzate di grasso come il celebre Manzo di Kobe. La marezzatura del grasso rende il magro di particolare delicatezza. Garantisco la qualità eccelsa. Mi sono arrivati alcuni prodotti che distribuisce il mio amico Domenico Timpano: sono profumi e sapori autentici, selezionati con cura, della Calabria. Finalmente un’azienda seria e affidabile che diffonde con amore e professionalità la conoscenza di una Terra difficile e tanto affascinante: una Terra Eretica (non a caso dette i natali a Gioacchino da Fiore e Tommaso Campanella).

Domenico Timpano così si definisce: «Spirito libero. Testardo e selettivo, meticoloso nello scegliere soltanto il meglio per i propri clienti, anche i più esigenti. La scommessa è quella di riuscirci. E sono certo di vincerla!».

Qui di seguito il profilo dell’azienda e il link che permette anche di ordinare i prodotti, tutti di qualità ottima. Garantisco.

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QUALITÀ MADE IN CALABRIA

CHI SIAMO

Azienda nata nell’ottobre del 2015 con l’obiettivo di esportare il Made in Calabria nel mondo. Ci occupiamo di promuovere e distribuire le Eccellenze della nostra Terra. La CALABRIA vanta numerose aziende di livello qualitativo nazionale e internazionale e altre poco conosciute che meritano la giusta rappresentanza per lo standard eccelso delle loro produzioni.                                                                                                                                                                 La nostra formazione è quella  di agenti di viaggio, specialisti in tour enogastronomici. Vogliamo far viaggiare i nostri clienti attraverso i sapori della nostra Terra: siano essi gustati nelle loro città e nazioni, sia offrendo loro un servizio turistico di in-coming in Calabria per apprezzarne direttamente la sua millenaria Cultura, l’Arte, la tradizionale e affascinante Cucina.  Ci occupiamo di organizzare eventi culinari durante i quali, oltre a presentare i nostri prodotti, facciamo rivivere il percorso produttivo, associandolo alle tradizioni popolari della Calabria. Siamo presenti in numerose fiere durante il corso dell’anno, sia in Italia sia all’estero. Presto sarà aperto un nostro punto di rappresentanza in OLANDA, dove siamo già presenti con i nostri prodotti, definiti da esperti del settore FUORI DALLO STANDARD.

Questi siamo noi.                                                                                                                                                                                        Siamo diversi. Portiamo la qualità e vogliamo la soddisfazione del nostro cliente, sia esso individuale sia esso un’azienda. Ci auguriamo, in tempi brevi, di entrare a far parte della prestigiosa ACCADEMIA della DIETA MEDITERRANEA di RIFERIMENTO che sancirebbe PROFUMI e SAPORI di CALABRIA come un azienda leader nel settore della distribuzione di Prodotti Tipici di Calabria e del  Turismo Enogastronomico.

 

 

 

 

 

La cucina indiana con i vini piemontesi (Barolo & Co 2/16)

BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdfLe spezie sono la chiave di volta per descrivere la cucina indiana: di qui si parte e qui si arriva. Curry (mistura) è una parola inglese che in India dice poco o nulla; masala, letteralmente: spezie, è il termine che definisce l’universo dei miscugli di spezie indiane. Garam Masala: spezia calda, hot nel senso di piccante, è l’altra espressione comune con cui vengono identificate le mille e mille misture tritate di semi radici e cortecce che costituiscono cumino, cardamomo, curcuma, cannella, zenzero, chiodi di garofano, finocchio, sesamo, zafferano, noce moscata, pepe, peperoncino, coriandolo, macis, papavero. Alle spezie si deve sempre accostare lo yogurt o il ghee, burro chiarificato della tradizione già in epoca vedica. Spezie e latticini introducono un’altra delle caratteristiche della cucina indiana: il celebre tandoor. Tandoor è una parola di lontane origini forse semitiche o iraniane (tanur, tandir, tannur: termini che si ritrovano nell’arabo, nell’urdu, ma anche presso turchi e azeri), certo è che questa sorta di giara in terracotta, cilindrica e aperta sul fondo per ospitare le braci di cottura, è stata rinvenuta per la prima volta presso le rovine delle civiltà di Harappa e Mohenjo Daro, siti risalenti al terzo millennio avanti Cristo e situati tra India e Pakistan sul fiume Indo. In origine, questo manufatto era usato per cuocere, spalmati sulle pareti interne calde, i sottili impasti di acqua e farina non lievitati da cui si svilupperà la tradizione dei vari tipi di pane come il chapati e il naan, quest’ultimo mescolato al ghee e leggermente lievitato. Soltanto intorno al XVIII secolo, nelle aree intorno a Peshawar in Pakistan, il forno tandoor cominciò a essere usato per la cottura delle carni, tramite spiedi infilati direttamente nelle braci. È chiaro che si tratta di una cottura a secco che richiede una lunga marinatura, a base appunto di ghee, yogurt e spezie, che permette alla polpa di cuocere in modo uniforme, essendo morbida e ricca di liquidi; questo tipo di cottura rende il cibo leggermente affumicato e molto secco, da ciò l’uso di salse per ammorbidirne e caratterizzarne il gusto. Oggi le esigenze della ristorazione hanno richiesto la trasformazione di quelle antiche giare in più semplici forni metallici che sono simili a pentole a pressione: i gusti, è chiaro, non sono più gli stessi. Inoltre, e questo fatto ai puristi è inviso, con le caratteristiche della cottura tandoori si cucina di tutto, pesce e crostacei inclusi.

L’altro pilastro della cucina indiana è costituito dalle innumerevoli ricette con cui si prepara il riso basmati (varietà indica, i nostri sono di tipo japonica), sia come contorno, sia come piatto principale, mescolato a carne, pesce e, soprattutto, verdure e leguminose.BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdf

Non si possono, infine, dimenticare le famose salse chutney, fredde o calde, a base di latte, yogurt, cocco, limone e sempre con abbondante uso di aglio, cipolla e spezie varie. Tikka, dhal e fugath sono altrettanti modi di cucinare: allo spiedo, stufati, al vapore, ecc..

Quando si parla di carne si tratta in genere di pollame e di agnello, poco diffuso il maiale e proibito il manzo; per pesce s’intende quasi sempre il pomfret, il grande pesce castagna con polpa e gusto simili alla nostra ricciola, e poi scampi, gamberi e gamberoni propinati in tutti i modi e con tutte le salse e sempre, comunque, deliziosi.

In India il cliente è sacro! Il cliente viene sempre trattato con deferente rispetto, a volte con gradevoli attenzioni e servito come fosse un principe, in qualsiasi posto e senza distinzione di classe, etnia o provenienza.

La comunità indiana a Torino conta non più di qualche centinaio di persone ma la ristorazione offre da almeno due decenni alcuni ottimi ristoranti nei quali la tradizionale cucina indiana viene offerta con sufficiente credibilità e buona qualità. Gandhi è un locale situato in corso Regio Parco, due passi dal centro storico torinese, aperto da Kumar, originario del Punjab, nord-ovest del sub-continente indiano, e dai suoi familiari nel 2001. È un locale che offre circa 85 coperti, arredato in maniera assai tipica con statue, suppellettili e luci calde e soffuse che permettono di sentirsi un poco in India. Pulizia, cortesia e accuratezza del servizio sono peculiari dei costumi di questo grande e coltissimo paese. Mi hanno preparato due piatti a base vegetariana: i classici Chana Samosa, sfoglie ripiene di crema di patate e piselli; e un Mix Pakora, verdure servite con farina di ceci; due piatti di pesce: Fish Tikka Tadoori (pesce spada condito con una salsa di spezie di leggera piccantezza e assai gustosa) e Jhinga Balchao, che sono gamberoni marinati in una salsa di pomodori e spezie, saporosissima ma non troppo piccante. Ho chiuso con un classico pollo al masala, tipico della zona di Nuova Delhi e un delizioso agnello al tamarindo, parecchio piccante, peculiare di Madras. Con i primi due piatti ho gustato un eccellente metodo classico 100% uve Nebbiolo della zona di Barolo. Ai piatti di pesce ho accompagnato un delizioso, tra i miei preferiti, Chardonnay 2013 con passaggio importante in barrique, vinificato da una storica famiglia di vignaioli dell’Annunziata di La Morra; è stato un incontro di grande intensità… Per il pollo al masala ho scelto uno dei vini piemontesi che, per le sue caratteristiche note olfattive di pepe, meglio si presta ad accompagnare le spezie indiane: il Pelaverga di Verduno, di cui ho scelto un 2015 del produttore che ritengo il migliore. Ovvio che un sontuoso Nebbiolo 2014, zona Barolo e vignaiolo tra i migliori, è stato capace di intrattenere una relazione eccellente con l’agnello di Madras.                   Nota finale importante: rispetto ad altre cucine etniche, nei ristoranti indiani è abbastanza normale bere vino, soprattutto piemontese; quando si tratta di rosso; per i bianchi i clienti chiedono di solito vini friulani, dell’Alto Adige e campani.      Kumar, buon intenditore, ha in carta una trentina di etichette di livello discreto e offre un ottimo Nebbiolo del Roero che i clienti, anche dato il buon rapporto prezzo/qualità, mostrano di assai gradire.

Il coniglio grigio di Carmagnola (Barolo & Co 2/16)

BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdfA fronte di circa 58 miliardi di polli e 1, 4 mld di suini (che, dato il peso, rappresentano la quantità di carne più consumata al mondo: 114 mln di tonnellate, mentre i polli toccano, in aumento, 106 mln di tonnellate), i conigli macellati in un anno sono circa 1,2 miliardi, in aumento nei paesi orientali e in diminuzione del 20% in Europa.                                              L’Italia alleva il 7% dei conigli del mondo e il 25% dell’Europa, con 43 razze riconosciute dall’Anci e distinte in leggere, medie e pesanti.                                                                                                          Il coniglio (Oryctolagus cuniculus) è un mammifero roditore appartenente all’ordine dei Lagomorfi. È allevato in molte decine di razze che si differenziano per taglia, colore, lunghezza e forma delle orecchie. I ricoveri per conigli devono avere gabbie in materiale lavabile e disinfettabile, quindi preferibilmente in metallo. L’ANCI gestisce le attività istituzionali (Libro Genealogico e Registro Anagrafico) sotto la vigilanza del MiPAAF, promuove lo sviluppo della coniglicoltura nazionale e svolge attività di assistenza tecnica a favore delle aziende cunicole.

Il coniglio raggiunge  la maturità sessuale dopo i 4 mesi nella femmina e dopo i 5 nel maschio; in linea generale, le razze giganti tendono a essere più tardive rispetto alle razze commerciali. Nell’allevamento del coniglio da carne si tende, in media, a far accoppiare la femmina intorno ai 4,5 mesi e ai 5,5 il maschio.
                                                                                                           Il coniglio è una specie a ovulazione indotta il che significa che l’ovulazione è indotta dal coito.
La monta naturale prevede che sia la femmina a essere portata dal maschio e, se è ricettiva, si lascerà coprire con facilità. Si preferisce fare accoppiare la coniglia quando i genitali assumono un colore che varia dal rosso al bluastro; una femmina può partorire fino a 14 piccoli. L’adozione è una pratica molto diffusa che prevede lo spostamento di coniglietti da una fattrice a un’altra in modo da pareggiare le nidiate e renderle omogenee per numero e dimensione dei piccoli.
Lo svezzamento avviene intorno ai 28-35 giorni, togliendo i piccoli alla madre e mettendoli in una gabbia separata.                                                                                                                  Il coniglio Grigio di Carmagnola ha avuto origine da una popolazione locale di conigli comuni a mantello grigio, molto diffusa nelle aziende piemontesi alla fine degli anni Cinquanta e poi quasi completamente scomparsa agli inizi degli anni Ottanta, almeno come razza pura.
Nel maggio del 1982 un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Zootecnica Generale (ora Dipartimento di Scienze Zootecniche) della Facoltà di Agraria dell’Università di Torino ha dato il via a un’indagine su una popolazione di conigli a mantello grigio, costituendo un primo nucleo operativo di femmine acquistate sul territorio in cui tale popolazione risultava abitualmente presente: i comuni di Carmagnola, Piobesi e Vigone. La popolazione venne denominata “Grigio di Carmagnola” causa il colore e perché diffusa soprattutto nel territorio di questo comune della provincia di Torino, sede del Centro di Allevamento.
In assenza di uno standard di razza, i ricercatori ne stabilirono uno, sulla base delle caratteristiche tradizionali di questi conigli.                                                                                                                Razza media con muscolatura asciutta e soda, corpo allungato con spalle e lombi carnosi, dorso forte e ben curvato, bacino ampio, arti mediamente lunghi con cuscinetto plantare rivestito da pelo forte e folto.
Il peso varia, nei maschi da 3,5 a 5,5 kg; nelle femmine da 3 a 4,5 kg.                                                                                                                                                                      Dal 2008 è Presidio Slow Food, voluto dal compianto Renato Dominici che ha sempre creduto nell’eccezionale qualità delle carni del Grigio di Carmagnola, di gran lunga superiori a quelle degli altri conigli.

L’area di produzione è nel
Comune di Carmagnola e nelle aree limitrofe in provincia di Torino.

Gli allevatori sono riuniti nel Consorzio di Tutela delle razze 
avicunicole piemontesi
 Bionda, Bianca, Grigio
 Carmagnola (To)
via Papa Giovanni XXIII, 2
- Tel. 338 9317319.BAROLO&CO_02-2016_WEB.pdf

Gli allevatori sono: 

Pier Luigi Anfossi, 
Cavallerleone (Cn)
Via Nosca, 2 – 
Tel. 0172 88075
valerio.anfossi@gmail.com
;
Cascina Lisindrea
di Claudio Voarino,
Vicoforte (Cn)
Via Santo Stefano, 7 – 
Tel. 0174 563644,
331 7454799
 cascina.lisindrea@tiscali.itwww.cascinalisindrea.it; 

La Cerea 
di Ermanno Panero,
Pralormo (To)
Regione Roncaglia, Cascina Cerea, 7 – 
Tel. 011 9481265,  333 5742594, lacerea@libero.itwww.lacerea.com;

 Adriano Delù,
Murisengo (Al)
Via Rivo, 35 – 
Tel. 339 1218119,
331 2574195,
 agri.adri@gmail.com.

                                                                                    Fanno inoltre parte del Consorzio
Valeria Demonte e Carlo Alberto Ferrero.                                                                                                                  Ho avuto modo di visitare la Società agricola La Cerea, in Pralormo e di interloquire con Massimo Panero che, con i fratelli Ermanno e Valerio e le rispettive famiglie, conduce l’attività, ereditata dal padre Spirito, da circa vent’anni. Fu proprio Renato Dominici a spingere questa famiglia, e Massimo soprattutto, ad allevare il coniglio grigio, oltre alle vacche da latte e alle galline bionde piemontesi.                                                                                                              Oggi macellano circa 5/6.000 conigli all’anno, allevati in ambienti tenuti con estrema cura e isolati per evitare il pericolo di contagi e le conseguenti, sconsigliabili, terapie veterinarie. L’alimentazione consiste in orzo, erba medica e girasoli per le fattrici, mentre dopo lo svezzamento ai coniglietti viene tolta l’erba medica e aggiunti i semi di lino che contengono gli antiossidanti naturali omega 3.                                                                                                                                                                                                           Gli animali vengono macellati a un’età compresa fra i 105 e i 140 giorni e un peso lordo di circa 3,5/4 kg che al netto si riduce a 1,9/2,3 kg.                                                                                                                                                                                      Oltre a servire direttamente ristoranti e macellerie di qualità, La Cerea vende direttamente presso la propria sede di Pralormo (la quota sul totale è di circa il 15%) dopo almeno 12 ore di frollatura.                                                                             La carne di coniglio grigio si differenzia da quella degli altri conigli per la sua totale assenza di stopposità e per la delicatezza del gusto. In 100 gr contiene 0,5 gr di carboidrati, 5,3 gr di grassi, 22,1 gr di proteine e un valore energetico di 138 kcal. A fronte dei 5/6 € di prezzo al kg del coniglio normale, per il coniglio grigio occorre spenderne 8 o 9: ma ne vale per certo la pena.

 

Giancarlo Cara e il suo Centralino

Il testo qui sotto è tratto dal libro Torino on the Road (Il Punto, Piemonte in bancarella, 2015, Torino). E’ il ritratto che ho scritto per il mio amico Giancarlo Cara.

«Poi, e siamo nel 1977, a Torino succede un fatto storico che cambierà in maniera epocale l’orizzonte dello spettacolo italiano. E non è un caso che succeda proprio a Torino, proprio in quegli anni bui del terrorismo e delle tremende lotte sociali; proprio alla fine di quei benedetti anni Settanta.

La Rai si decise finalmente a cercare strade alternative e a sperimentare nuovi generi di spettacolo fuori dei soliti canoni ancora legati a decrepiti schemi teatrali: è di Pippo Baudo l’idea di lanciare volti e talenti nuovi che possano essere inglobati in un contenitore senza presentatore che riunisca musica, ballo e cabaret. L’idea viene suggerita al dirigente Bruno Voglino che la fa sua e incarica Marcello Marchesi di occuparsi della ricerca di gente fresca e giovane. Marchesi però fallisce e gli subentra un giovane che risolve da par suo la situazione: si chiama Giancarlo Magalli.

La trasmissione viene titolata: Non Stop (Ballata senza manovratore); il regista è Enzo Trapani e vanno in onda 6 puntate, trasmesse dal 27 ottobre al 30 novembre 1977 e registrate negli studi Rai di via Verdi, a Torino.

In quella prima serie esordiscono in TV, tra gli altri: Massimo Troisi con La Smorfia, I Gatti di Vicolo Miracoli, Enrico Beruschi, Marco Messeri, Jack La Cayenne, Boris Makaresko…

“Arrivano una sera tre perfetti sconosciuti: si chiamano Massimo Troisi, Enzo De Caro e Lello Arena e mi chiedono di provare il loro numero che dovranno poi registrare in Rai. Mi sta bene, organizzo lo spettacolo immediatamente e faccio girare la voce tra amici. Si esibiscono in un numero da scompiscio, di quelli che oggi sono veri cult: davanti avevano un pubblico estasiato di… dieci spettatori”.

La seconda serie di Non Stop, altre 6 puntate, va in onda dal 28 dicembre 1978 al 1° febbraio 1979. Di questa seconda infornata fanno parte: Carlo Verdone, I Giancattivi (Alessandro Benvenuti, Athina Cenci e Francesco Nuti), Zuzzurro e Gaspare, Stefania Rotolo, Massimo De Rossi….

“In quel periodo ero un po’ come un fratello maggiore, li avevo tutti da me. Gli facevo da balia, quasi. Mi sono legato in maniera particolare a Carlo Verdone con cui è rimasta una grande amicizia anche se mi tocca di sopportare tutte le sue superstizioni, le manie, le medicine…”.

La stagione, magica e irripetibile, del Centralino dura dieci anni. Tra la tarda sera e la notte inoltrata, in quegli anni, in quel locale – unico per davvero e in tutti i sensi – si può incontrare la logorrea divina e straripante di Walter Chiari, la lucida intelligenza sicula di Pino Caruso, il talento primordiale e dirompente di un giovanissimo Piero Chiambretti che prova a fare i primi spettacoli con il suo ingombrante socio Erik Colombardo. E poi ancora: una abbagliante Anna Oxa nei suoi formidabili 20 anni, uno spaesato Abatantuono e un già diabolico Beppe Grillo e, sempre alle prime armi, Beppe Faletti, Teo Teocoli, Massimo Boldi, l’astemio (!!) Lino Toffolo… E sempre con gente come Gianni Basso, Franco Rava, Mondini e Cerri come degno contorno.

Stagione che si concluse verso la fine del 1985: dieci anni di magie ma anche di nessun ritorno economico; legate a quella decisione anche le conseguenze che il terribile evento del cinema Statuto aveva avuto sulle nuove regole che riguardavano la sicurezza dei locali pubblici, e il Centralino, per come era strutturato, qualche problema lo avrebbe avuto e dunque sarebbero occorsi degli investimenti che Giancarlo non poteva sostenere.

E allora si arrese a chi voleva fare di quel locale prodigioso una semplice sala da ballo o da…. banale sballo».