Archive for Agosto, 2016
Shaikh Nasir: Masala Chef

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Shaikh Nasir è un Masala Chef, forse il migliore, o tra i migliori, dell’India. A un recente concorso nazionale è stato il vincitore con un en plein davvero eccezionale. Nasir ha 42 anni, è sposato e ha due figli. Da almeno 26 anni si occupa del magico mestiere di mescolare le spezie e creare con la sua sensibilità speciale Masala portentosi.

E’ originario del Maharastra, lo stato di Bombay (o Mumbay, come hanno deciso di rinominare, in maniera falsa, la città di origine portoghese): di Aurangabad, per la precisione. Ha incominciato nel ristorante dell’Hotel Leela di Bombay come aspirante masala chef. Oggi è un Master Chef e lavora per il Radisson di New Delhi.

La cultura del Masala, che in hindi significa semplicemente “spezie”, è una delle caratteristiche fondamentali della cucina indiana. Ogni famiglia, ogni villaggio, ogni stato ha le sue ricette particolari con cui vengono mischiate e polverizzate una quarantina di spezie – misture tritate di semi, radici e cortecce che costituiscono cumino, cardamomo, curcuma, cannella, zenzero, chiodi di garofano, finocchio, sesamo, zafferano, noce moscata, pepe, peperoncino, coriandolo, macis, papavero… – per insaporire verdure, carni (in India soprattutto pollo) e pesce.

Nasir ne usa, da fuoriclasse, circa 50/55 e i suoi preparati sono per davvero eccezionali. Più o meno “Garam” che vuol dire caldo, inteso come “hot” inglese, dunque il nostro piccante. Sono misture che hanno sentori e sapori di fantastiche suggestioni, create con lo scopo di vestire i cibi con abiti che attraggono naso e lingua in maniera sublime. Quando noi parliamo di “curry” possiamo paragonarci agli indiani che parlano di “wine”: è lo stesso discorso; ignoto a loro l’universo incredibile dei nostri vini, ignoto a noi l’universo strabiliante delle loro spezie.

Nelle foto qui sotto le 8 differenti misture che Nasir ha preparato per me e che sono indicate per le varie e diverse preparazioni cucinarie: non si possono descrivere, bisognerebbe avere la fortuna, quella che ho io, di provarle ogni tanto….

Giappone, appunti di viaggio by Angelo Gaja

Giappone, visitato nel maggio 2016.

Il mio primo viaggio lo feci nel 1980. Sembrava allora un paese triste nonostante l’economia a macinare successi, i servizi pubblici ad un livello di grande efficienza, l’organizzazione della società curata con minuzia. Le donne indossavano vestiti di un blu mesto, gli uomini in grigio o nero di ordinanza, era un paese che amava l’isolamento, non gradiva la presenza dei forestieri. A Tokyo erano allora 48 i locali che proponevano cucina italiana, svettava Sabatini originario romano. Da allora, il paese è molto cambiato. La grande rivoluzione l’hanno vissuta le donne, guadagnando considerazione nell’ambito familiare, rispetto, libertà e bellezza. Non è più l’uomo giapponese ad essere al centro del creato. Per osservare alcuni dei molteplici aspetti della Tokyo di oggi merita immergersi nella vivacità e nei colori di Omotesando, passeggiare nella quiete mistica del vicino parco di Meiji Jingu, godere del pullulare di gioventù e dei gradevoli luoghi di intrattenimento che sono nel complesso di librerie di Tsutaya, nel quartiere di Daikanyama. L’atteggiamento del paese ad isolarsi, a restare chiuso all’immigrazione si è modificato. L’accoglienza ai turisti è molto migliorata e gode di nuovi incentivi. E’ del 2016 la concessione ai cittadini di Tokyo di affittare le loro abitazioni ai turisti esteri anche per pochissimi giorni. Il che non toglie che ad un giapponese che scorge un mozzicone di sigaretta perso su di un marciapiedi immacolato venga da pensare che a buttarlo sia stato un cinese. Amici non lo diventeranno mai, ma i cinesi che arrivano spendono, riempiono i negozi ed i ristoranti, tocca sopportarli. Ora nella Tokyo metropolitana i locali che propongono cucina italiana sono più di 5.000, in larga maggioranza con cuochi di origine giapponese che vantano un percorso in Italia a praticare la nostra cucina. Il successo della cucina italiana ha contagiato Osaka ed altre città, e si è esteso gradualmente anche alla provincia. Si deve a questi ristoranti la diffusione e la conoscenza dei prodotti dell’agro-alimentare italiano, vino incluso.

Ho goduto nel mio ultimo viaggio anche di una visita al mercato del pesce, Tsukiji, il più grande al mondo, frenetico, con moltissime varietà di pesci che gli europei non si sognano neppure di consumare, permeato dal profumo del mare. Occupa una vasta area a fianco della centralissima Ginza. Entro l’anno Tsukiji verrà trasferito per fare posto alle installazioni che dovranno accogliere le olimpiadi del 2020. I giapponesi, degli asiatici, sono quelli che hanno più gusto, per il bello e per il buono. All’Italia guardano con grande interesse, ammirano le nostre bellezze, il made in Italy e la nostra gastronomia, molti dei nostri scrittori sono tradotti, guardano con grande curiosità all’arte italiana.                                                                                                                                                 Il 13 maggio 2016, presso l’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA di Tokyo, su pregevole iniziativa del direttore prof. Amitrano, alla presenza del maestro Tullio Pericoli è stata inaugurata la mostra:

Il GIAPPONE che ho visto_27.05.16

Cosa dire del mercato del vino in Giappone? L’Italia nel tempo ha guadagnato posizioni, ottimamente sostenuta dai ristoranti di cucina italiana. In termini di volumi di importazione di vino in Giappone nel 2015 l’Italia è terza, incollata alla Francia ed al Cile che per la prima volta ha conquistato il primato. Mentre in termini di valore la Francia è prima e l’ultimo è il Cile. Il primato in volume del Cile è dovuto ai bassi prezzi, ai pochi nomi varietali indicati in etichetta (Cabernet, Chardonnay, …) in grado di facilitare le scelte dei consumatori occasionali che costituiscono la maggioranza, ad una promozione efficace ed al vantaggio imputabile ad una tassazione leggermente più favorevole. Cosa deve fare l’Italia per crescere l’export di vino verso il Giappone? Avere conoscenza che il vino italiano, così come molti prodotti dell’agroalimentare di casa nostra, gode già in Giappone di ottima immagine e non si fa un buon servizio al nostro paese proporlo di qualità modesta ed a prezzi svaccati; continuare a costruire domanda in favore del vino italiano, come già si sta facendo; favorire l’accesso su quel mercato dei produttori che ancora non ci sono arrivati, attingendo anche al vasto numero di importatori di dimensione medio-piccola, ideali per fare conoscere i vini di produzione artigianale; porre maggiore attenzione a penetrare nei ristoranti di cucina giapponese che hanno aperto al vino come soltanto 15 anni fa’ appariva improbabile; accogliere con cura i giapponesi che vengono in visita alle cantine italiane, affascinarli, fare affidamento sulla loro fidelizzazione. Con la consapevolezza che in Giappone il vino ha il vento in poppa. Il consumo annuale pro-capite è superiore a 3 litri e può soltanto crescere. Negli ultimi 15 anni la birra, la bevanda nazionale preferita dagli uomini unitamente agli spiriti, ha avuto un calo di consumo del 15%. Il saké è in caduta libera. Il whisky dà segni di lenta ripresa dopo anni di rallentamento dei consumi. Il vino è l’unico a crescere con tassi annuali superiori al 5% . Al vino si sono avvicinate le donne, che gli riconoscono la valenza di bevanda culturale. Le ditte giapponesi produttrici di birra, Asahi, Suntory, Kirin, Sapporo, da tempo hanno fiutato l’aria che tira ed investito acquistando aziende distributrici di vino. E’ successo anche per l’importatore Enoteca – www.enoteca.co.jp  – con il quale lavoro, acquisito da Asahi, che continua ad operare con elevata professionalità. Il Giappone è per il vino italiano il mercato asiatico più importante. I consumatori conoscitori sono numerosi, i sommeliers sono molto preparati. E’ stata una delle prime volte, nel mio recente viaggio, che ho raccolto critiche non più velate nei confronti di produttori che praticano l’uso molto limitato, se non anche l’eliminazione, di anidride solforosa per vini che storicamente godevano del riconoscimento di spiccata longevità. Perché longevi non lo sarebbero più, manifestando già nel primo decennio di vita i segni di una prematura ossidazione (premox), una maturazione accelerata. Anche gli importatori cominciano a diffidarne assumendo atteggiamenti di cautela.                                                                                                                     Ho imparato ad ammirarlo il Giappone, mi piace molto e confido di poterci ritornare.

Angelo Gaja, 27 maggio 2016

E mentre Angelo Gaja era in Giappone, una troupe della televisione giapponese registrava un programma monografico sul mio lavoro con il vino. E il brindisi, in suo onore, è stato realizzato con il Barbaresco Gaja 2012.

 

 

Bagni Lido, ovvero della semplicità che si fa virtù

Avevo chiesto all’amico Luigi Bellucci – Tigullio vino – alcuni suggerimenti sui locali migliori di Bordighera, avendo deciso di trascorrere da quelle parti la ricorrenza dei vent’anni di matrimonio con mia moglie Margherita. Luigi, molto gentile e disponibile come sempre, aveva provveduto a mandarmi via e-mail alcune dettagliate informazioni, nel merito delle quali (mi pare ovvio) non desidero entrare. Avevamo scelto di soggiornare in un gioiellino che è l’albergo Piccolo Lido (3 stelle, ma ne vale 4): grazioso, pulito, direttamente sul mare, poco costoso.

Per pranzo avevamo deciso con mia moglie di fare una prova dal suo vecchio compagno di liceo (lo scientifico Piero Gobetti, in origine 6° liceo, di Torino: prima nel lontano 1971) Paolo Bisoglio: proviamo come si mangia, è sul mare, è un tuo compagno, ci tratterà come si deve; se poi non ci troviamo bene, per la sera andiamo in uno dei ristoranti che ci ha consigliato Luigi.

Il posto è piccino (neanche 50 coperti), direttamente sul mare, arredato con semplicità ma carino. Mia moglie, senza farsi riconoscere, prende una nicoise; io provo con un filetto di tonno alla griglia: rischiosissimo, ma se va bene…Lo accompagno con un Pigato di Feola.

Ci va benissimo: l’insalata è come si deve – ma qui non c’erano grandi dubbi – e il tonno è fresco, non stopposo (lo avevo chiesto di cottura media, non fidandomi: avrei dovuto mangiarlo con una cottura più leggera, sarebbe stato ancora più buono). Il Pigato di Feola, pur non essendo eccezionale, mi è parso corretto, discreto, magari con profumi scarsi ma in bocca un buon vino con una discreta persistenza.

Fattasi finalmente riconoscere, bevuto un bicchiere di Rossese insieme (un Rossese corretto, anche questo, pur non eccezionale: Feola, enologo di origine campana, vinifica in Diano Marina e da quelli di Dolceacqua non è gran che considerato – pur sempre un foresto!), decidiamo che la sera torneremo a cenare dal vecchio compagno Paolo Bisoglio.

E ci troviamo benissimo; Paolo non è uno chef di quelli stellati/stellari, ma ha una grande dote: cucina in maniera semplice una materia prima di grande qualità. Indimenticabili i gamberoni rossi (rarissimi, provenienti da secche al largo di San Remo) crudi; una specie di tartare di ombrina con zucchine, sempre cruda e delle alici marinate, con ricetta rubata alla tradizione, presentate sopra una foglia di radicchio e accompagnate con capperi. Poi, un delizioso fritto di pesci di scoglio freschi, passato in olio (non esaurito!) di palma: fosse stato olio di oliva extravergine ligure sarebbe stato il massimo, comunque, un signor fritto difficile da provare altrove.

Ecco la dimostrazione che se la cucina è semplice, di tradizione; se la materia prima è come si deve, non bisogna armeggiare malamente con sifoni, azoto liquido e stramberie di moda che hanno la sola caratteristica di rovinare i sapori del cibo, quando è buono.

Siamo stati bene, accompagnati dal rumore del frangersi delle onde che è un ingrediente fondamentale quando si mangia pesce, checchè se ne dica.

Grazie Paolo e per certo mi prenderò la briga di consigliare il tuo Bagni Lido di Bordighera a chi se lo merita. (Per inciso, abbiamo pagato un conto assai conveniente, ma al di là del fatto che si era tra vecchi amici, i prezzi sono nella media per un locale non pretenzioso ma assai accogliente).

Guatemala

Una Storia dal Guatemala.

E’ questa una storia raccontata in un volume pubblicato nei primi anni sessanta da un viaggiatore italiano, straordinario e non famoso. Non cito la fonte, preziosa: se qualcuno fosse interessato, lieto di soddisfare direttamente la curiosità.

“ …Alcuni giorni più tardi, accompagnato da Giuseppe Ogniben, mi recai a San José Pinula, a una ventina di chilometri dalla capitale, nella solitaria villa di Carlos Martinez Duràn, Rettore Magnifico dell’Università di San Carlos.

(…..) Carlos Martinez Duràn è una delle personalità più notevoli nel mondo intellettuale di Guatemala e non solo per il suo incarico. Laureato in medicina, egli è un dotto umanista, la cui aperta onestà morale mi fece spesso venire in mente quei galantuomini della vita politica milanese fin de siècle, che amavano riunirsi sovente in casa di mio padre, in Via Principe Amedeo, prima ancora che io fossi di questo mondo: Matteo Renato Imbriani, Leonida Bissolati, Andrea Costa, Filippo Turati, in compagnia di amici di passaggio, quali Giovanni Verga, Arrigo Boito, Alberto Franchetti e Umberto Giordano.

(….) Gente dabbene, insomma, della quale pare si sia proprio smarrito il seme, almeno per il momento. Ma nel Guatemala l’atmosfera politica e ideale degli anni sessanta può essere bene paragonata a quella dell’Italia al principio del secolo.

La ragione della mia visita a San Josè Pinula era di ottenere l’appoggio del Rettore Magnifico per partecipare a una spedizione attraverso la foresta tropicale a ridosso del fiume Usumacinta, tra il corso di quest’ultimo e quello del rio de la Pasìon, non lungi dalla località di Sayaxché, dove è stato segnalato un nuovo centro maya.

(……) Carlos Martinez Duràn fu ambasciatore del Guatemala a Roma subito dopo la seconda guerra mondiale e compì verso l’Italia un gesto di grande nobiltà. Quando fu pubblicato il testo del trattato di pace con l’Italia – anche il Guatemala non aveva potuto resistere alle pressioni nordamericane e aveva dichiarato la guerra -, egli non solo si rifiutò di firmarlo come era stato delegato a fare, ma ottenne dal suo governo che lo respingesse. ‘Come è possibile’ ebbe a dire, precedendo di non pochi anni la resipiscenza degli alleati occidentali, ‘trattare in questo modo un Paese tanto nobile, un popolo che tanto ha dato alla cultura, alla civiltà, all’arte e che, anzi, ha certamente dato più di tutti i popoli della terra? Noi non possiamo associarci a questi barbari anglosassoni e russi, che non hanno per niente il diritto di mettersi in cattedra’.

E la storia andò a finire che fra l’Italia e il Guatemala venne firmato un accordo di pace a parte, in base alle proposte di Carlos Martinez Duràn.

(…..) Ci eravamo conosciuti molti mesi prima, quando ero reduce dalle mie deludenti esperienze cubane ed egli, dopo aver ascoltato le mie soggettive impressioni, mi aveva narrato un episodio, avvenuto in una aula universitaria durante la « repubblica rossa » di Arbenz, e che aveva avuto per protagonista Ernesto Guevara, detto El Che, colui che doveva diventare il braccio destro di Fidél Castro.

Un giorno – raccontò – mentre stavo per iniziare una lezione, vidi entrare in aula il giovane Ernesto Guevara, che bazzicava nell’entourage di Arbenz e predicava il comunismo integrale. Quando vidi che portava alla cintura due pistole, io gli ordinai di uscire.

« Qui siamo in una aula d’umanesimo », gli dissi, « non di gangsterismo ».

Il Guevara rimase senza fiato, divenne pallidissimo. Poi, tremando di rabbia, mi rispose: « Ora lei mi caccia. Ma verrà il giorno nel quale io, con queste stesse pistole, la ucciderò ». Però uscì…E vuol sapere? Quel giorno uscì dall’Università anche il comunismo. Quella promessa di uccidermi non garbò a nessuno. Però questo non evita che mi si definisca un comunista.

Sospirò.”

Vincenzo Reda, 4 novembre 2008

Que maravilloso paìs, que gente amable, gentil, cortés….

Lo sconosciuto, Torino on the road

Eccolo in queste immagini, Gaetano. Il protagonista di questo racconto, tratto dal libro Torino on the Road di Nico Ivaldi e Vincenzo Reda (Edizioni Il Punto-Piemonte in bancarella, Torino 2015).

 

«L’hai veduto passare stasera?

L’ho visto.

Lo vedesti ieri sera?

Lo vidi, lo vedo ogni sera.

Ti guarda?

Non guarda da lato

soltanto egli guarda laggiù,

laggiù dove il cielo incomincia

e finisce la terra, laggiù

nella riga di luce

che lascia il tramonto.

E dopo il tramonto egli passa.

Solo?

Solo.

Vestito?

Di nero è sempre vestito di nero.

Ma dove si sosta?

A quale capanna?

A quale palazzo?

La lirica qui sopra, di Aldo Giurlani – conosciuto dai più come Aldo Palazzeschi – è stata composta nei primi decenni del secolo scorso: uno sgangherato e improbabile figuro, che spunta tutte le sere verso le 18 dai portici di piazza dello Statuto e imbocca a passo svelto la via Garibaldi, pare quasi appropriarsene a pieno titolo.

[…] succede ogni tardo pomeriggio, estate e inverno, che piova che nevischi che il sole si attardi ancora a riscaldare le nostre anime: annunciato da una canzone sparata a tutto volume, spunta dall’angolo sinistro, sotto i portici guardando la piazza dalla via Garibaldi, un omino spelacchiato che pare sortito dalle fantasie nordiche di Tolkien.

Non arriva a toccare il metro e mezzo, è di quelli magri per missione: fuori e dentro; i radi capelli sono bianchi lunghi e stopposi; veste dei jeans larghi e lisi con sopra in genere una camicia e ai piedi grandi scarpe sportive chiare. L’incarnato è scuro, i lineamenti della faccia sono delicati con lo sguardo vigile e forse gli occhi pungenti.

Potrà avere cinquant’anni mal portati, o sessanta portati così così e, addirittura, settanta quasi buoni. Chissà.

Ma è quella benedetta appendice che trasporta sulla schiena che fa la differenza: uno zaino, non sempre dello stesso colore, che ai lati possiede due diffusori acustici da cui escono a tutto volume note delle canzoni degli anni Sessanta. E sono canzoni di tutti i generi, sempre italiane, a volte di quelle che tutti conoscono, a volte poco o punto sentite ma sempre di gradevole ascolto.

Con questo zaino acustico sulla schiena e sempre un sacchetto di plastica, di quelli voluminosi da supermercato, in mano a passo sveltissimo, con andatura quasi concitata imbocca la via Garibaldi. E non alza lo sguardo verso nessuno.

Tutte le sere.

E poi, dopo una mezz’oretta, lo si vede ritornare e svanire, di dove era venuto, sotto i portici di piazza dello Statuto.

Chi è, di dove viene, dove va; perché le canzoni degli anni Sessanta, perché a tutto volume; perché sempre lo stesso percorso e sempre lo stesso orario…

Sono almeno un paio d’anni che questa storia si ripete.

Forse basterebbe fermare un momento quel suo veloce procedere e rivolgergli delle domande, domande che potrebbero essere lecite, accettabili, sopportabili.

O invece è meglio così: non sapere nulla, non indagare; lasciare questa storia sospesa e immaginarne tutti i possibili risvolti formulando le ipotesi quelle più impensabili; e continuare a elaborare congetture: è piemontese, è sposato, ha figli, è povero, è ricco, è uno squilibrato, è uno snob, è un semplice appassionato delle canzoni degli anni Sessanta…

Chissà».

Danza coi Lupi, vino su carta

Lavoro complicato con un grande vino del Rodano: Gigondas Classique 2010.

Uvaggio di Grenache (80% almeno), Sirah e Mourvèdre per un bere di grandi tannini e notevole complessità, 14%vol. Sei anni d’invecchiamento sembrano ancora pochi per tentare di definirlo abbastanza maturo. Il colore, e dunque gli antociani, sono importanti: ideali per il mio lavoro. Per completare un lavoro come questo, usando il magnifico supporto Archer da 300 gr di circa 76×55 cm, mi sono occorsi circa 15 giorni, periodo a cui bisogna aggiungere almeno altrettanti giorni per elaborare il progetto nella mia immaginazione.

La realizzazione di questo progetto ha visto prevalere più del solito quel che avevo in testa (almeno per il 70%): di solito lascio molto a quello che il Vino mi suggerisce quando lo spargo sulla carta in prima stesura e spesse volte il Vino vuol fare di testa sua e non sempre ha ragione….

Questa volta il risultato mi soddisfa in pieno.

Salute.

Enoteca (piola) Brosio, dal 1922 in via Del Carmine

Luigi Brosio, Gino per gli amici, classe 1938, ha gestito la Piòla di famiglia dal 1952 al 2001, in quell’anno il vecchio locale ha chiuso i battenti per trasferirsi esattamente dall’altro lato della strada (via Del Carmine angolo via Piave) e diventare “Enoteca Brosio”.

La storia della Piòla Brosio comincia nel 1922, quando i nonni di Gino si trasferirono da Montegrosso, poco lontano da Asti, a Torino.

Erano commercianti di commestibili, con un allevamento di un centinaio di maiali (allora chi faceva e chi vendeva assai spesso era la stessa figura, eliminando gli oneri dei passaggi successivi che fanno crescere a dismisura il prezzo finale al consumatore); l’afta gli sterminò le bestie in un amen e si videro così costretti a tentare, in un dopoguerra pieno di problemi e di incertezze, l’avventura nella Grande Città, costituendo, in buona sostanza, la prima avanguardia di immigrazione verso Torino (astigiani e cuneesi precedettero semplicemente le ondate successive, e non ancora concluse, di veneti, meridionali, magrebini, albanesi, nigeriani, romeni….).

Avrebbero voluto un negozio in via Barbaroux, allora il cuore commerciale della città, ma  lì gli affitti erano troppo onerosi, ripiegarono così per quel locale del Convivio Umbertino, in via Del Carmine, 7 angolo via Piave.

Non era il meglio ma si trovavano nel regno delle piòle, alimentate dal vicino distretto militare di corso Valdocco, dove i giovani venivano “a tiré ël numer “, cioè a passare la visita di leva con qualche soldo in tasca che le famiglie provvedevano a fornir loro per i tre giorni da trascorrere a Torino.

Quel locale aveva una caratteristica unica: le cantine, immense, erano state attrezzate con grandi vasconi per la vinificazione. I Brosio compravano le uve, sempre e solo Barbera, e vinificavano in via Del Carmine tre o quattrocento ettolitri di vino che poi alimentavano la mescita in piòla.

Mi racconta Gino che questa attività è proseguita fino ai primi anni settanta, quando venne sospesa perché non più conveniente.

Servivano quasi esclusivamente vino sfuso e soltanto Barbera, girava qualche “bota stopa” o “1/2 stopa”, ma solo per le grandi occasioni; i fiaschi non esistevano e si cercava di riciclare le fiaschette di Chianti, già famose allora.

Naturalmente si serviva da mangiare la classica cucina piemontese e naturalmente si cantava e , soprattutto, si giocava a Tarocchi e a Tressette.

La Piòla restava aperta fino a mezzanotte o l’una.

Gino mi racconta di un certo Fioretta, artigiano vetraio, che abitava in via Piave al numero 9: smetteva di lavorare nel primo pomeriggio (come quasi tutti gli artigiani di quei tempi) e si piazzava in piòla verso le 16; “soa fomna” gli portava da mangiare all’ora di cena e, continuando a rimanere in piòla a bere e giocare a Tarocchi, tirava mezzanotte.

Tutti i santi giorni.

Trecentosessantacinque giorni all’anno!!

Oggi all’Enoteca Brosio è cambiato tutto, però si respira ancora un’aria diversa da quella che si percepisce nei moderni locali che, da metà anni novanta, hanno infestato i dintorni nel cosidetto “Quadrilatero romano”.

Enoteche e Wine-bar tra via Bellezia, via Sant’Agostino, via San Domenico e piazza Emanuele Filiberto attirano la movida nelle sere e nelle notti specialmente dei fine settimana: si beve molto, anche molto vino insieme a bevande assai più esotiche (sarebbe più appropriato “globali”, ma questo neologismo mi fa venire l’acetone – parola che letta al contrario suona: enoteca(!).

Nelle vecchie piòle la bevanda più strana era il vino chinato (antenato di vermouth e martini), che veniva prodotto soltanto dalla Riccadonna e consegnato in damigiane.

Da Brosio, ancora oggi, trovi qualche strano figuro dalle guance rubizze che inaugura la giornata con un bel bicchiere di Barbera.

LA CANSON DËL VIN

Da’n téra an pianta

òh che bela pianta

pianta, pianton, piantin,

col ciribiribin ch’am pianta ‘l vin

òh che bon vin dë pianta.

 

Da’n pianta an rapa

òh che bela rapa

rapa, rapon, rapin,

col ciribiribin ch’am pianta ‘lvin

òh che bon vin dë rapa.

 

Da’n rapa an bote

òh  che bela bota

bota, boton, botin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë bota.

 

Da’n bota an boca

òh che bela boca

boca, bocon, bochin

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh bon vin dë boca.

 

Da’n boca an pansa

òh che bela pansa

pansa, panson, pansin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë pansa.

 

Da’n pansa an tèra

òh che bela tèra

tèra, teron, terin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë tèra.

 

LA CANZONE DEL VINO

Dalla terra alla pianta/oh che bella pianta, /pianta, piantona, piantina,/quel ciribiribin che mi pianta il vino, /oh che buon vino di pianta! /Dalla pianta al grappolo,/ oh che bel grappolo,/ grappolo, grappolone, grappolino,/ quel ciribiribin che mi pianta il vino,/oh buon vino di grappolo! /Dal grappolo alla bottiglia,/ oh che bella bottiglia,/ bottiglia, bottiglione, botticino,/ quel ciribiribin  ce mi pianta il vino,/ oh che buon vino di bottiglia!/Dalla bottiglia alla bocca,/ oh che bella bocca,/ bocca, boccone, bocconcino,/ quel ciribiribin mi pianta il vino,/ oh che buon vino di bocca!/Dalla bocca alla pancia,/oh che bella pancia, pancia, pancione, pancino,/ quel ciribiribin mi pianta il vino,/oh che buon vino di pancia!/Dalla pancia alla terra,/ oh che bella terra,/ terra, terrone, terrino,/ quel ciribiribin mi piantail vino,/ oh che buon vino di terra!

 

Voglio concludere questo piccolo contributo alla tradizione della piòla con l’aiuto, ancora una volta di Piergiorgio e Roberto Balocco.

Nel loro ultimo lavoro, un CD come al solito prodotto da Mùsica Nòsta (Libreria Piemontese Editrice – Via S. Secondo, 11 – Torino), “Cheur giojos ël ciel l’agiuta – Omaggio a Ignazio Isler”, si trova una canzone straordinaria, “Il testamento di Giaco Tross”.

Due parole per dire che l’Abate Ignazio Isler, di origine svizzera ma nato a Torino nel 1702 e ivi morto nel 1778 (seppellito tra le mura della chiesa della Crocetta), è considerato il padre della canzone della piòla, pur essendo un prelato ci ha lasciato dei veri capolavori di arguzia e poesia popolare (già pubblicato dall’amica Giovanna Viglongo nel 1968).

La canzone è del 1748 e ne riporto le ultime strofe:

 

Cogeme drinta a un arbi

Ch’am servirà për cassia,

ma fàit con bon-a grassia,

e ch’a sia bin vinà.

E për cussin im lasso

mè car barlat ëd frasso

Ch’a l’è tant nominà.

         Ch’a l’è tant nominà.

I veuj, për compagneme,

dosent drindor an gala

con la soa brinda an spala

e so pongon an man,

e sent bronson për banda

ma tuti bin d’Olanda

E cioch tant ch’a podran.

         E cioch tant ch’a podran.

Për strà mi i veuj ch’am canto

A tuta gran ganassa,

massimament an piassa,

cola bela canson.

Cola che noi cantavo

Ant ël mentre s’anciocavo

Veuidand bote e pinton.

         Veuidand bote e pinton.

Buteme su la tampa

Cost’iscrission bin scrita:

a l’ha perdù la vita

col pòver Giaco Tross,

përchè na sola vòta,

anvece d’andé an cròta

L’é andàit a bèive al poss.

L’è andàit a bèive al poss

 

Povero Giacomo, morto stecchito perché una volta, una sola volta invece di bere vino in piòla, bevve acqua dal pozzo……..