Archive for Marzo, 2017
Focus Storia: I Càtari di Monforte

https://www.vincenzoreda.it/il-castello-dei-catari-di-maurizio-rosso/

I Càtari

La dottrina càtara, la cui origine è oscura, è una sorta di sintesi delle eresie sviluppatesi dopo il III secolo: manicheismo, arianesimo, paulicianesimo, bogomilismo… La parola deriva dal greco katharós: “puro” e fu coniata verso la fine del XII secolo. L’eresia si diffuse rapidamente in quel periodo tra la Francia meridionale, la Renania e l’Italia settentrionale.

Il papa Innocenzo III indisse una crociata contro di loro nel 1208.

A Béziers, il 22 luglio del 1209, i crociati, guidati da Simon de Montfort,  massacrarono tutti gli abitanti – quasi 20.000 persone – in maggioranza cattolici tra cui vi erano poche centinaia di càtari. Al legato papale, Arnaldo Amaury, si deve la celebre (ma assai dubbia) frase: «Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi».

Papa Gregorio IX istituì contro questi eretici la Santa Inquisizione nel 1233 e Domenico di Guzman, predicando nelle terre degli albigesi – altro nome degli eretici, derivato dalla città di Albi – fondò l’ordine dei Domenicani proprio in quegli anni.

In Italia, il 13 febbraio 1278, vennero bruciati a Verona i perfecti delle comunità càtare di Desenzano e Sirmione. All’inizio del XIV l’accurato lavoro di sterminio ebbe termine.

I Càtari credevano che tutto il mondo reale fosse opera del Demonio: perciò i perfecti non dovevano riprodursi e consideravano la morte (che si davano per fame) la loro massima aspirazione. Erano integralisti, vegetariani, praticavano la povertà e la comunione dei beni; riconoscevano il solo sacramento del consolamentum: un’imposizione delle mani che rendeva perfecto un semplice credente.

 

Autoritratto censurato su Facebook

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Questo non è un selfie, è un autoritratto (d’autore, 1973).
Fu realizzato con una rara Yashica 6×6 biottica (tipo Rolleiflex). Sviluppo e stampa a cura del soggetto.

L’autoritratto qui sopra è stato censurato da Facebook!!

Oda al Vino, Pablo Neruda

Vino color de día,
 vino color de noche,

vino con pies de púrpura 
o sangre de topacio, 
vino,

estrellado  hijo 
de la tierra, 
vino,  liso como una espada de oro,

suave 
como un desordenado terciopelo,
 vino encaracolado y suspendido,

amoroso,  marino, 
nunca has cabido en una copa,
 en un canto,

en un hombre, 
coral,  gregario eres, 
y cuando menos,  mutuo.

A veces 
te nutres de recuerdos 
mortales,
 en tu ola 
vamos de tumba en tumba,

picapedrero de sepulcro helado, 
y lloramos 
lágrimas transitorias,

pero 
tu hermoso 
traje de primavera 
es diferente,
 el corazón sube a las ramas,

el viento mueve el  día, 
nada  queda
dentro de tu alma inmóvil.

El vino 
mueve  la  primavera,
 crece  como  una planta la  alegría,
 caen  muros,

peñascos,
 se cierran los abismos, 
nace el canto.

Oh tú, jarra de vino, en el desierto
con la sabrosa que  amo, 
dijo  el viejo poeta.

Que el cántaro de vino
 al beso del amor sume su beso.

Amor mio, de pronto 
tu cadera
es la curva colmada 
de  la copa,

tu pecho es el racimo,
 la luz del alcohol tu cabellera,
 las uvas tus pezones,

tu ombligo sello puro
  estampado  en tu vientre de vasija, 
y tu amor la cascada 
de vino inextinguible,

la claridad que cae en mis sentidos, 
el esplendor terrestre de  la vida.

Pero no sólo amor, 
beso quemante  
o corazón quemado 
 eres,  vino de vida,
 sino
amistad de los seres,

transparencia, 
coro de disciplina,
 abundancia de flores.

Amo sobre una mesa,
 cuando se habla,
 la luz de una botella
 de inteligente vino.


Que lo beban, 
que recuerden en  cada 
gota de oro 
o copa de topacio

o cuchara de púrpura 
que trabajó el otoño 
hasta llenar de vino

las vasijas 
y aprenda el hombre oscuro, 
en el ceremonial de su negocio,

a recordar la tierra y sus deberes, 
a propagar el cántico del fruto.

Viva tutti i mercati: Antigua, Guatemala

Molti conoscono per fama mediatica il mercato guatemalteco di Chichicastenango. Io consiglio quello di una delle più belle città del mondo: quasi nessun turista, soltanto maya veri. Mercato di maya per maya. Colori, rumori, odori unici. Una delle tante meraviglie di Antigua, luogo di stupore, di fascino, di storie senza eguali. Parola mia.

INAUGURATA AL WIMU LA WINE LABELS COLLECTION

COMUNICATO STAMPA – lunedì 20 marzo 2017

INAUGURATA AL WIMU LA WINE LABELS COLLECTION

LA COLLEZIONE FONDO CESARE E MARIA BARONI URBANI – OLTRE 282 MILA ETICHETTE DI OGNI EPOCA E LATITUDINE – DA OGGI E’ LA NUOVA ATTRATTIVA DI BAROLO E DEL MUSEO DEL VINO

Taglio del nastro ieri, domenica 19 marzo, per il WiLa, la Wine Labels Collection ospitata nelle pertinenze del WiMu di Barolo. Il museo del vino multimediale di François Confino ora ha anche le sue etichette, una straordinaria collezione personale di 282 mila pezzi singoli, diversi e autentici, datati dalla fine del Settecento in rappresentanza di tutti i Paesi produttori di vino riconosciuti dall’Onu (tranne l’Iraq), donata dal professor Cesare Baroni Urbani di Sirolo e la moglie Maria al Comune di Barolo, che l’ha messa a disposizione della Barolo & Castles Foundation.

La raccolta, consegnata ufficialmente dal professore a giugno 2016 durante la presentazione della nuova annata del Barolo, è stata collocata negli spazi della vecchia sezione femminile del Collegio Barolo, nell’edificio che già ospita la biglietteria del WiMu e che è stato oggetto di un ampio intervento di recupero, risanamento, abbattimento delle barriere architettoniche e un accurato restauro da parte del Comune con finanziamenti del Gal. L’intera collezione è conservata negli armadi. Mostre temporanee e permanenti nelle sale del WiLa, ma anche all’interno del WiMu, quale parte integrante del percorso di visita, sono finalizzate alla sua fruizione.

Durante la cerimonia inaugurale, dopo i saluti istituzionali del sindaco di Barolo, Renata Bianco, e del presidente dell’Ente Turismo Alba Bra Langhe Roero, Luigi Barbero, gli interventi moderati dal giornalista Roberto Fiori sono stati a cura di Cesare Baroni Urbani, la ricercatrice Simona Stano dell’Università degli Studi di Torino e International Semiotics Institute e Massimo Martinelli, curatore della collezione da quando è stata affidata al Comune di Barolo e alla Barolo & Castles Foundation.

Perché il professore marchigiano ha scelto proprio Barolo per donare un simile tesoro? «Se Barolo è il “re dei vini” è giusto che sia lui a occuparsi di tutti i suoi “sudditi” sparsi per il mondo» ha detto Urbani. Ha aggiunto il sindaco Bianco: «La Collezione Internazionale di Etichette Fondo Cesare e Maria Baroni Urbani è un appassionato e competente lavoro di raccolta e catalogazione. Un autentico capolavoro e un patrimonio che da oggi condivideremo con i visitatori del nostro museo: siamo lusingati che il professor Urbani abbia scelto Barolo e il WiMu

LA STORIA DELLA RACCOLTA

Le etichette sono state ottenute per lo più direttamente dai produttori. Ma alcune cantine, specie tra le più prestigiose, si rifiutano categoricamente di cedere le loro etichette. In questi casi, il professore ha comperato le bottiglie più interessanti per staccarne l’etichetta che, per i vini più famosi e costosi, è protetta da potenti colle al fine di impedirne la rimozione. «Ho cercato di raccogliere tutte le etichette da vino con la sola limitazione che fossero da vino d’uva – racconta il professor Urbani –. La mia maggiore attenzione, però, è sempre stata rivolta a quelle antiche oppure di qualche interesse storico o geografico. Per esempio, sono fiero delle mie etichette di vino iraniano (persiano), nonostante la loro apparenza insignificante, perché in Iran dopo la rivoluzione islamica degli anni Settanta non è più stato prodotto vino. Con Massimo Martinelli è parso pertanto naturale ispirare a tale premessa la selezione degli esemplari da proporre nella prima esposizione temporanea della collezione».

I primi contatti tra Cesare Baroni Urbani e il Comune sono iniziati circa sei anni fa con una mail scritta dal professore marchigiano, già docente all’Università di Basilea. Sono seguiti numerosi incontri e la donazione delle etichette già nell’ottobre 2012, con la costituzione del Fondo Cesare e Maria Baroni Urbani” e la sola condizione di “curare e far crescere la collezione che può costituire un importante supplemento all’esposizione museale”.

LA COLLEZIONE

Sono 104 i Paesi da tutto il mondo rappresentati in questa formidabile raccolta, con pezzi storici che risalgono fino al XVIII secolo: oltre 11 mila etichette sono infatti datate tra 1798 e 1950. Dalle più antiche cantine di Borgogna alle etichette d’autore fatte realizzare a Picasso, Chagall, Mirò ed Andy Warhol dal Barone de Rothschild per festeggiare la fine della guerra, fino alla serie della californiana Nova Wines dedicata a Marilyn Monroe. Ogni etichetta ha una sua particolare storia e aneddoti legati al mondo del vino, del costume, della storia e delle tradizioni del luogo di provenienza.

Tra rarità e curiosità raccontate dallo stesso professor Urbani, spicca dalla Germania la famosa e antica etichetta di “Berncastler Doctor”: il vino è di Bernkastel, Doctor è il nome del vigneto e l’etichetta riproduce un imaginario Dottore arruffone che convince i villici a comprare il suo vino. Per quanto riguarda la Francia, le etichette stampate dalla ditta Labaume Ainé et Fils, la più antica casa vinicola della Borgogna. Questo fatto, unito al nome dei vini e alle caratteristiche della stampa, fanno supporre che tra queste ci sia la più antica etichetta di vino stampata su carta tuttora conservata. E poi, champagne dei produttori Lambry, Geldermann & Deutz, con etichette ottocentesche che raffigurano elefanti per l’esportazione in India e la vendita ai maragià indiani, e dallo Stato di New York il vino kosher (per ebrei ortodossi) degli anni ’30 e ’40, con immagini di cammelli e asini che dovrebbero ricordare la Terra Promessa. Una vera rarità è l’etichetta di Pinot Nero prodotto nella vigna più a Nord del mondo, in Norvegia: la ditta Sveler Hansen tra il 1995 e il 1999 ha imbottigliato 75 casse di vino e ogni annata porta un’etichetta che riproduce un’opera del pittore norvegese Edvard Munch e nella collezione ce n’è una datata 1997 con il ritratto di “Madonna” (1894-1895). Un vino oggi pressoché introvabile.

LA VISITA

Il WiLa, con la Collezione Internazionale di Etichette Fondo Cesare e Maria Baroni Urbani, è visitabile ogni sabato, domenica e giorno festivo a partire dal 18 marzo, dalle 10,30 alle 19.00 con ultimo ingresso alle 18.00. Il biglietto di ingresso costa 2 euro, mentre il ticket cumulativo WiMu + WiLa ha un prezzo di 9 euro.

Info: Tel 0173.38669 –  info@wimubarolo.it – Ufficio stampa press@wimubarolo.it

La confraternita dell’uva/ The brotherhood of the grape by John Fante

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“ Nick Molise…Era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte dell’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque…..Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato…. Ma le donne, quelle gli piacevano…Gli piacevano pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoriale…Il suo amore per la pietra rappresentava un piacere ancor più pregnante della sua passione per il gioco, o per il vino, o per le donne.”

The Brotherood of the Grape, titolo originale del libro, fu pubblicato per la prima volta a puntate nel 1975 sul settimanale di Francis Ford Coppola City Magazine, il regista avrebbe voluto farne un film, fatto che inorgoglì John Fante, una vita passata a lavorare con alterne fortune come sceneggiatore cinematografico. Fu pubblicato in volume nel 1977 e immediatamente ristampato col favore di critica e pubblico.

Per tutta la vita John Fante, nato a Denver (Colorado) l’8 aprile del 1909 e figlio di Nick, abruzzese emigrato in  America nel 1901, ha scritto di suo padre e della sua scombinata famiglia, a cominciare dal  romanzo d’esordio (1938) Aspetta primavera, Bandini.

La Confraternita è la storia del ricupero di una rapporto impossibile padre-figlio-famiglia, un ricupero che può consumarsi solo dopo la morte dell’ingombrante figura paterna: solo allora padre, madre e figli riacquistano i valori originari nella Famiglia.
Ma la confraternita è la storia del portentoso Chianti e del chiaretto di Angelo Musso, è la storia della dissoluzione nel lavoro, nel vino e nelle donne di Nick; è la storia di sua moglie, Mamma Maria, geneticamente disposta a sopportare ogni umiliazione, perché la sua vita ha senso solo vicino a quel figlio di puttana di Nick.

Ritorna di lontano, John, uomo fatto con moglie, figli e carriera sicura, ritorna a San Elmo per lasciarsi coinvolgere nell’ultima follia di suo padre: un’opera inutile e impossibile, almeno per l’avanzata età del genitore, che diventa il ridicolo testamento di una vita.

L’opera diventa un fallimento, il diabete distrugge l’ormai condannato Nick che conclude i suoi giorni ubriacandosi, e dunque suicidandosi, con una colossale sbronza coi vecchi amici della Confraternita.

A quel punto, però, John ha ritrovato definitivamente suo padre.

“Maestosamente piegato, il mio vecchio giaceva su una sedia di vimini, sbronzo fradicio, con le braccia abbandonate sui braccioli. Era come un patrizio dell’antica Roma in attesa che il sangue finisse di scorrere dai suoi polsi incisi. Uno davanti all’altro, seduti su panche, c’erano i quattro zoticoni del caffè Roma: Zarlingo, Cavallaro, Antrilli e Benedetti. Erano tutti strafatti, ma sotto controllo, e tracannavano da grossi boccali. Sul lungo tavolo erano sparsi boccioni di vino e vassoi di roba da mangiare: salame, salsicce, prosciutto, pane e pasticciotti all’anice. Avevano banchettato a lungo e bene nel gran caldo…..tra i grappoli troppo maturi di uva moscatello che pendevano dalla vigna.”

Gran libro, grande storia: la sola invenzione della signorina Quinlan, infermiera, merita tutto il libro, insieme al vino di Angelo Musso.

Ci ho ritrovato le mie origini: Zu Vicìenzu, Zu Pasquale, Zu Giuvanni u fallitu, Rollicchiu. Mio nonno, nannuzzu, Zu Vicìenzu: andavano a ricuperarlo strafatto, che piangeva e stramalediva l’universo mondo, dopo aver perso a carte, dopo aver sperperato gli ultimi soldi con gli amici, sapendo che l’indomani sarebbe bastato rompersi di nuovo la schiena nei campi o sugli alberi ( prodigioso potino, innestino con accette affilate come rasoi )…..

M’insegnò il valore del brindisi in rima, a braccio, quando la lingua scivola e l’occhio diventa vitreo……..

John Fante è morto nel 1983, cieco e con le gambe amputate a causa del diabete, come suo padre, quel figlio di puttana di Nick Fante, alias Molise, alias Bandini, alias…..

La confraternita dell’uva 

Di John Fante

Einaudi Stile Libero, pp. XXXII – 232, € 9,00

 

 

 

 

Aspetta primavera Bandini (Wait until spring, Bandini) di John Fante.

 Il libro costa 10 euro, è un  titolo Einaudi della collana Stile libero: è un bel regalo, per chi se lo merita, e costa anche poco.

Come mi compiaccio di dire, e vorrei urlare: non sprecate i soldi a comprare accozzaglie di fogli senza alcun significato, pubblicate solamente per compiacere mode che finiscono prima ancora di cominciare; non regalate i soldi a personaggi di nessun interesse che hanno per aggiunta anche la colpa di tormentarci in tanti altri modi e di farci pure un sacco di soldi.

John Fante è certo conosciuto, non è una novità: ma quanti lo ignorano, per quanti costituirebbe una scoperta e un piacere straordinario?

Ebbene, lo si regali, lo si faccia conoscere meglio: non sarà certo fatica sprecata e qualcuno potrebbe anche essere riconoscente per la vita.

Magnifica l’introduzione di Niccolò Ammaniti: un atto d’amore titolato Scrittori da tana e da prateria, da condividere in toto.

Il libro fu pubblicato nel 1938, quando l’autore aveva 29 anni; si trattò del suo esordio sul mercato editoriale, anche se qualche anno prima aveva scritto La strada per Los Angeles, pubblicato poi, postumo, nel 1985, due anni dopo la morte di Fante.

Di John Fante ho recensito per Barolo & Co La confraternita dell’uva, del 1977, romanzo straordinario che precede il suo ultimo lavoro, Sogni di Bunker Hill, pubblicato nel 1982.

Altri suoi titoli da citare, memorabili: Chiedi alla polvere, Dago red, Il mio cane stupido.

John Fante di professione svolgeva il mestiere, ben pagato ma mal sopportato, di sceneggiatore a Los Angeles, sua città di adozione: era nato a Denver, ma aveva trascorso la sua infanzia a Boulder, sempre in Colorado; figlio di quel Nick che sarà il vero protagonista della sua opera, un muratore abruzzese emigrato in America da un paesino della provincia di Chieti e che aveva sposato Mary Capoluongo, nata a Chicago da un padre di origini lucane.

Il romanzo è la storia della vita grama di Arturo Bandini, adolescente figlio di poveri immigrati italiani: la povertà, lo spaesamento, i problemi di identità di chi mai si sente a proprio agio…

“Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.

Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Era diretto a casa, ma che senso aveva tornare a casa? Anche da ragazzo in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado….”

 

Dicembre 2008

Magnolia Lilliflora

Fioritura primaverile di Magnolia Lilliflora nei giardini di piazza dello Statuto, a Torino.

Sibiriaki, cucina russa e vini piemontesi per Barolo & Co

SIBIRIAKI, via Bellezia, 8/g – Torino – tel. 011 4360738sibir@sibir.itwww.sibir.it

Questo ristorante, unico nel suo genere, occupa uno dei pochissimi edifici risalenti al Quattrocento, in pieno Quadrilatero di Torino. Attivo fin dal 2001, è un locale che offre oltre 100 coperti aperto tutte le sere e a pranzo dal lunedì al venerdì.

Lo avevo visitato diversi anni fa e mi era piaciuto. In questi giorni, dovendo redigere un articolo per Barolo & Co sulla cucina russa da accompagnare con vini piemontesi, mi ha fatto piacere ritrovarlo e interloquire con  Fulvio Griffa, titolare assai collaborativo e prezioso.

Ai piatti scelti abbiamo accompagnato con soddisfazione il Dolcetto d’Alba di Brezza, la Barbera d’Alba di Ratti, l’Erbaluce di Ferrando e il Langhe Nebbiolo Cascina Ca’Rossa. Di seguito il testo completo dell’articolo

«Seguendo quanto abbiamo pubblicato durante lo scorso anno,  suggerendo accompagnamenti di vini piemontesi alle cucine etniche sul nostro territorio (Perù, India, Cina e Argentina), questo primo articolo vuole ulteriormente approfondire tale suggestione. Con una leggera novità: intendiamo dare indicazioni ai nostri vignaioli affinché possano indirizzare la loro produzione verso le ristorazioni di quei paesi in cui i nostri vini sono esportati con maggior successo.

Di solito, i vini piemontesi sono proposti nei locali che offrono cucina italiana; ebbene, riteniamo opportuno che, esplorando e conoscendo le cucine di queste nazioni, si comincino a vendere i nostri vini anche per esaltare i piatti di quelle tradizioni.

Cominciamo con la Russia: un po’ perché in questo periodo ricorre il centenario della Rivoluzione di Ottobre, un po’ perche Eataly sta aprendo a Mosca la sua prima sede russa e, soprattutto, perché questo mercato, in crisi per le note questioni politiche, è comunque uno degli sbocchi più promettenti per i vini piemontesi.

Quella che oggi è la Federazione Russa è una democrazia semipresidenziale che si estende per oltre 17 mln di kmq tra Europa e Asia, abitata da circa 146 mln di abitanti appartenenti a varie etnie e lingue ma con preponderanza di slavi di lingua russa. Mosca (12 mln di abitanti) e la vecchia capitale San Pietroburgo (5,6 mln) sono le città principali.

La gloriosa storia di questa grande nazione si fa risalire alle orde nomadi degli sciti e dei sàrmati che scorrazzavano sui loro cavalli nei primi secoli della nostra era. Le fredde steppe del nord subirono diverse invasioni da parte di tribù sia asiatiche sia finniche, ma furono gli scandinavi variaghi a essere la prima élite che governò da Novgorod il primo vero stato della storia russa, intorno al IX secolo.

Dopo la conversione alla Chiesa Ortodossa (1054) e l’invasione mongola, fu Ivan IV, il Terribile, nella seconda metà del XVI secolo a essere nominato primo zar (parola che deriva dall’etimo latino Caesar). Pietro il Grande, che costruì San Pietroburgo, e Caterina II nel XVIII secolo portarono la Russia a essere tra gli stati più potenti del mondo. Nel febbraio del 1917 a San Pietroburgo scoppiò quella che sarebbe diventata la Rivoluzione di ottobre e avrebbe travolto la dinastia dei Romanov. L’ultima data importante della storia russa è il 1991: la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Con le premesse storiche e geografiche di cui sopra, si comprende come la cucina di questo grande paese possa essere la più varia e di complicato approccio. In verità, si tratta di un’alimentazione con caratteristiche contadine tutto sommato abbastanza uniformi.

Le preparazioni tradizionali offrono soprattutto insalate, zuppe e minestre con una forte componente di cereali.

Okroshka (a base di ortaggi, carne e salame con brodo kefir o kvas e panna acida), svekolnik (la barbabietola è l’ingrediente principale) e zuppa di acetosa (l’acetosa è una pianta assai diffusa) sono preparazioni fredde, tipiche dei giorni caldi.

Tschi (cavolo o acetosa) e bortsh (di origine ucraina, molto famosa:  gli ingredienti principali sono le barbabietole e la carne, con mille possibili varianti) sono le principali zuppe calde. I più diffusi piatti di carne sono il golubtsy (involtini di cavolo ripieni) e il kholodets (o studen’): carne o pesce in gelatina; panna acida, senape e cren sono i condimenti più usati. Il filetto alla Stroganoff è un piatto conosciutissimo: sono pezzi manzo saltati in salsa smetana, ovvero una specie di panna acida più delicata.

Molti sono i dolci tradizionali a base di farina, spesso ripieni e con abbondante uso di semi di papavero, sesamo, cumino e vaniglia: kuleblaka, vetrushka, karaval (pagnotta decorata), kulitch (una specie di panettone) e poi ancora sushky, baranki, bubliki (ciambelle). I bliny sono celebri cialde rotonde a base di farina e lievito e , come le crêpes, possono essere farcite da qualunque ingrediente: caviale, uova di salmone, aringhe ecc.

I russi usano bevande particolari: kvas (linfa di betulla fermentata), kisel (gelatina di frutta), mors (frutti di bosco fermentati) e vodka (distillato di grano ma che nelle sue caratteristiche più povere può anche essere distillato dalle patate).

Un discorso a parte meriterebbe l’insalata Olivier, meglio conosciuta come insalata russa. Lucien Olivier, francese, la proponeva (con ingredienti differenti da quelli oggi usati) ai clienti del ristorante Hermitage, a Mosca (tra il 1864 e il 1917). La questione sarebbe lunga e complessa da trattare, basti per questo articolo sapere che la cucina russa ne propone una versione più delicata di quelle che da noi sono diffusissime.

Abbiamo scelto quattro piatti che il ristorante Sibiriaki (significa: gente della Siberia, è in via Bellezia, 8/g a Torino; assolutamente da provare) ci ha scelti apposta per questo articolo.

1) zakuski bol’shoj: caviale di merluzzo affumicato, caviale di salmone, crostino con salmone affumicato su pane di segale Borodinsky, paté di pesciolini spratti su crostini di pane bianco, filetto d’aringa, fettine di pesce burro crespella di grano tenero e saraceno ripiena di carne e patate, gamberi marinati e flambati alla vodka , salsa smetana bianca e rossa, insalata olivier (russa).

2) pel’meni: agnolottoni ripieni di carne di vitello, carne di maiale e cipolla, serviti con pancetta croccante e salsa smetana.

3) stroganoff: filetti di scamone flambati alla vodka con patate lesse, champignon croccanti e salsa smetana alla senape.

4) kisel: flan di mele e uvetta su salsa di mirtilli con smetana dolce.

Con l’antipasto abbiamo bevuto un Erbaluce di Caluso la cui acidtà si sposa benissimo con le varie componenti (segnalo i filetti di aringa su patate lesse); con gli agnolottoni un magnifico Dolcetto d’Alba; con il manzo abbiamo optato per una Barbera d’Alba di bella struttura e un Nebbiolo di Langa giovane. Il dolce lo abbiamo gustato ancora con l’Erbaluce e, accompagnamento eretico ma di sorprendente piacevolezza, con il Nebbiolo 2015.

In conclusione, date le caratteristiche di origine prettamente contadine della cucina russa, tutti nostri vini ( e penso in particolare alla Freisa, al Grignolino, alla Barbera d’Asti, al Ruché, al Cortese, alla Favorita, al Moscato e ai nostri passiti) sono ottime opzioni. Non ho, volutamente, citato Barolo e Barbaresco (anche il Barolo chinato) per la semplice ragione che ritengo siano vini capaci di accompagnare qualunque piatto di qualunque cucina, prestando soltanto attenzione agli anni di invecchiamento e alla temperatura di servizio»

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Osvaldo Soriano, Fùtbol

«[…] el Mìster Peregrino Fernàndez ricordò senz’ombra di pentimento che più di una volta aveva messo in campo dodici giocatore, e nessuno l’aveva scoperto. E tredici, nello  Standard di Melbourne, mi confessò: – Nessuno se n’è accorto e abbiamo vinto per sei a due. Certo, giocavamo in casa -. C’è stato un tempo in cui el Mìster ha fatto scuola con il calcio superoffensivo e ha guadagnato un sacco di soldi. Inventava mille cose: la punta fantasma, lo stopper a quattro zampe, il libero gentile, il marcatore assente; schierava la squadra così avanti che le rimesse lunghe ci mettevano cacciavano nei guai e le partite finivano in goleada. Giunse a tale sfrontatezza, a Melbourne, che mise un omosessuale dichiarato al numero otto, libero sulla destra. –  Un tecnico deve saper sfruttare tutto il potenziale dei giocatori. Quando ero in Australia, andavano di moda gli africani, la gente non veniva allo stadio se non mettevi in squadra due o tre negri che sgambettavano. Be’, siccome il club non aveva soldi per comprarne uno, ho chiamato un nigeriano senza documenti che dormiva in strada, davanti a casa mia, e gli ho detto: questa è la tua occasione, va’ e fai vedere quello che sai fare. – Ha segnato qualche goal, Mìster?  – Nemmeno uno. Per il goal c’è un angelo particolare. Un non so che. O ce l’hai o non ce l’hai. Tu l’hai visto: ci sono un sacco di attaccanti che non segnano più di cinque goal a campionato, non è serio! – Nel San Lorenzo c’è stato uno che è rimasto quasi tre anni senza metterla dentro.- Lo vedi? Invece tu eri come Scotta: ogni pallone era goal, o stendevi un cane. – Cercavo di fare del mio meglio, è vero. – Hai segnato un goal a Barda del Medio dov’era proibito farlo, e siamo finiti tutti in galera.- Me lo ricordo, Mìster. Chiedo scusa. – E ti sei lesionato laggiù, nel culo del mondo…Cazzo, che merda che è la vita. Guarda me: con un piede nello spogliatoio e l’altro nel forno crematorio, io che ho inventato l’attaccante elettronico. – Questo non ha giocato con me, però, Mìster– No, è stato in Francia. Gli abbiamo messo un circuito stampato e dei dissipatori nei tacchi delle scarpe. Quando correva mandava scintille come un petardo di Natale e nessuno gli si avvicinava…Sai qual era la fregatura? Non segnava. Portami fino al laghetto, ti va? Se mi compri un altro gelato ti racconto quella del portiere senza mani. In una finale a Barcellona ho messo in campo un portiere senza braccia. Che ti sembra?».

Chi ama il calcio, e sa leggere, non può non conoscere l’agentino El Gordo Osvaldo Soriano, mitico centravanti mancino che o segnava o stordiva qualche cane in tribuna. E poi, infortunatosi gravemente, diventato suo malgrado portentoso scrittore.

Osvaldo Soriano, Fùtbol – 217 pp., Lire 16.000 – Einaudi Tascabili, Torino 1998.

Non Avrai Altro dio, Jan Assmann

Jan Assmann, tedesco, professore di Egittologia a Heidelberg, in questo magnifico librino tratta delle origini della violenza religiosa inscritta tra le caratteristiche principali delle tre religioni monoteiste. Il tutto a partire dalla Bibbia (Esodo e Deuteronomio, soprattutto) e dalla fuga di Mosè e del suo popolo dall’Egitto della XVIII dinastia verso la terra promessa di Canaan.

Librino complesso ma di estremo interesse.

Non avrai altro dio, Jan Assmann, 147 pp., 9 €, Il Mulino, Bologna 2007

Il mio Che di vino

Questo è il mio Che, dipinto con il Borgogno 2009 No Name, Nebbiolo (in verità è un Barolo, ma non per la legge).

Questo lavoro è stato eseguito sulla mia Arches 300 gr. in formato 35×50. L’ho fatto per me, ma poi successe che di questo lavoro se ne innamorò Oscar Farinetti e me lo comprò per pochi euro, da par suo….

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Capoliveri: la prima esposizione in pubblico

Era il 30 maggio del 1998 e in una piazzetta del centro di Capoliveri, paese stupendo dell’isola d’Elba, esponevo per la prima volta in pubblico i miei quadri.

Il giorno appresso venne Vittorio Fiore che molto apprezzò i miei lavori e m’invitò nella sua dimora, uno splendido casale medievale ristrutturato con sensibilità e cultura, in Chianti.

Dipinsi per lui, con il suo Carbonaione, alcuni quadri: posso affermare, non senza orgoglio, che Vittorio Fiore è stato il mio primo collezionista.

Dei 18 pezzi presentati a Capoliveri, 3 fanno parte della mia collezione privata – e sono i più estremi, quelli che mi piacciono di più: in pratica delle macchie di vino. 2 sono in India, uno è a San Damiano d’Asti e tutti gli altri sono stati venduti a prezzi oggi ridicoli.

Non so chi sia la bimba che mi siede a fianco, era una bimba cui ero simpatico e a cui piacevano i miei lavori: curiosamente, mia figlia Geeta sarebbe arrivata dall’India quello stesso anno in novembre.

Pedro de Alvarado, raccontato da Bartolomé de Las Casas
A proposito di Pedro de Alvarado – Tonatiuh, per gli indigeni – conquistatore del Guatemala, ecco cosa racconta il domenicano Fray Bartolomè de las Casas nella sua “Brevissima relazione della distruzione delle Indie”, scritta intorno al 1542 e pubblicata dieci anni dopo. Il Domenicano, si noti, non nomina mai il personaggio di cui parla.

…Con altre successive devastazioni e carneficine hanno desolato e distrutto un regno vasto più di cento leghe in quadro, una terra delle più ricche, per fertilità e popolazione, che sian mai state al mondo. Lo stesso tiranno ha scritto che era più popolosa del regno di Messico, e diceva il vero. Egli e i suoi fratelli, con tutti gli aguzzini, vi hanno fatto perire in quindici o sedici anni, dal 1524 al 1540, più di quattro o cinque milioni di anime. Oggi continuano a uccidere e a distruggere quelli che restano, e a questa maniera finiranno per estinguerli del tutto.

Quando andava a portar guerra in certi villaggi o province, quel capitano usava condurre con sé quanti più indiani poteva, già sottomessi agli spagnoli, perché facessero guerra agli altri. E siccome a quei dieci o ventimila uomini che si portava appresso non dava da mangiare, lasciava che divorassero gli indiani catturati. Si teneva così nel suo accampamento un vero e proprio macello di carne umana, dove in sua presenza si uccidevano e arrostivano i bambini, e si ammazzavano gli uomini talvolta solo per averne le mani e i piedi, ch’eran considerati i bocconi migliori. Quando le popolazioni di altre terre ricevevano notizia di questi fatti inumani, prese dal terrore non sapevano più dove andare a nascondersi…..

…Oh, quanti orfani fece, quanti genitori depredò dei figli loro! Quanti uomini privò delle lor donne, quante donne lasciò senza mariti! Quanti adultèri, quanti stupri e violenze cagionò! Quanti per colpa sua persero la libertà! Quante lacrime fece versare, di quanti sospiri e gemiti fu causa! Quante solitudini in questa vita per i suoi peccati, quante eterne dannazioni nell’altra!….

…Voglia ilcielo che, placato dalla mala morte che infine gli fece morire, Dio abbia avuto misericordia della sua anima.”

Pedro de Alvarado morì a causa di un calcio sferrato dal cavallo di un suo compagno nei pressi di Guadalajara, nel luglio del 1541. La sua agonia, terribile, durò due o tre giorni. Poco dopo, la capitale che aveva fondato (per la seconda volta, dopo un primo disastro nel 1527), Antigua Guatemala, venne rasa al suolo da una tremenda valanga di acqua e fango precipitata dal sovrastante vulcano Agua.

Nel 1543 venne rifondata“ La muy Noble y muy Leal Ciudad de Santiago de los Caballeros de Goathemala”, capitale fino al 29 luglio 1773, anno in cui fu devastata da un terremoto che la rase al suolo. La città però non fu mai abbandonata e dal 1830 riprese a crescere lentamente. Oggi La Antigua Guatemala è uno dei luoghi più affascinanti del mondo, dal 1979 Patrimonio dell’Umanità per l’UNESCO.

Dicembre 2008

Guido Cavalcanti, “Perch’i non spero di tornar giammai”

Perch’i’ no spero di tornar giammai

    

Perch’i’ no spero di tornar giammai,

     ballatetta, in Toscana,

     va’ tu, leggera e piana,

     dritt’a la donna mia,

05   che per sua cortesia

     ti farà molto onore.

 

     Tu porterai novelle di sospiri

     piene di dogli’ e di molta paura;

     ma guarda che persona non ti miri

10   che sia nemica di gentil natura:

     ché certo per la mia disaventura

     tu saresti contesa,

     tanto dal lei ripresa

     che mi sarebbe angoscia;

15   dopo la morte, poscia,

     pianto e novel dolore.

 

     Tu senti, ballatetta, che la morte

     mi stringe sì, che vita m’abbandona;

     e senti come ‘l cor si sbatte forte

20   per quel che ciascun spirito ragiona.

     Tanto è distrutta già la mia persona,

     ch’i’ non posso soffrire:

     se tu mi vuoi servire,

     mena l’anima teco

25   (molto di ciò ti preco)

     quando uscirà del core.

     Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate

     quest’anima che trema raccomando:

     menala teco, nella sua pietate,

30   a quella bella donna a cu’ ti mando.

     Deh, ballatetta, dille sospirando,

     quando le se’ presente:

     – Questa vostra servente

     vien per istar con voi,

35   partita da colui

     che fu servo d’Amore – .

 

     Tu, voce sbigottita e deboletta

     ch’esci piangendo de lo cor dolente

     coll’anima e con questa ballatetta

40   va’ ragionando della strutta mente.

     Voi troverete una donna piacente,

     di sì dolce intelletto

     che vi sarà diletto

     starle davanti ognora.

45   Anim’, e tu l’adora

     sempre, nel su’valore.