Archive for Aprile, 2017
Barolo & Co: Vigne e orti dentro la città

La suggestione per scrivere questo articolo mi era venuta leggendo sopra una cartina di Roma l’elenco alfabetico delle sue strade; avevo notato che c’era un’abbondanza di riferimenti a orti e vigne: Via degli Ortaggi, Orti d’Alibert, Orti della Farnesina, Orti di Cesare, Orti di Galba, Orti di Mecenate, Orti di Trastevere, Orti Flaviani, Orti Gianicolensi, Orti Giustiniani, Orti Portuensi, Orti Spagnoli, Orti Variani.

Via Vigna Alvi, Vigna Bertone, Vigna Corsetti, Vigna Due Torri, Vigna Fabbri, Vigna Filonardi, Vigna Jacobini, Vigna Lais, Vigna Mangani, Vigna Pia, Vigna Pozzi, Vigna Rosati, Vigna Serafini, Vigna Stellati, Vigne Nuove….Via della Vite.

Ben conoscevo il fatto che durante il medioevo, e fino almeno ai primi anni del Novecento, nella Capitale era abbastanza diffusa l’abitudine di coltivare l’uva, ma un’abbondanza simile di riferimenti toponomastici è in verità sorprendente!

Ho cominciato così a svolgere alcune ricerche e fare relativi approfondimenti in materia.

In età repubblicana e nel successivo ipertrofico sviluppo imperiale non sono attestate testimonianze di coltura della vite dentro le mura di una città che doveva essere sovraffollata: Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) è il primo che parla di vino nel De re rustica e nel De agri cultura e sappiamo che possedeva una villa in Tuscolo, dove era nato e dove, come conferma Giunio Modesto Columella due secoli più tardi, si coltivavano vigne molto estese.

Il collasso dell’Impero e la disgregazione di Roma successivi  al IV e al V secolo della nostra era modificano completamente gli usi e i costumi dei sempre più rari e impauriti abitanti: è in questo periodo che, con l’aiuto soprattutto di conventi e monasteri benedettini e cluniacensi – per i quali il vino è un irrinunciabile elemento cultuale – piccole vigne cominciano a essere coltivate all’interno delle mura fortificate di palazzi e castelli romani. E’ molto probabile che, nell’ottica di un’economia di sussistenza, fosse prestata più attenzione all’orto che alla vigna e dunque la complessa e poco redditizia attività legata al vino fosse, durante i secoli bui dell’alto medioevo, una questione appunto di competenza dei monaci.

A cominciare però dall’XII secolo le vigne si diffondono nelle città e il Bacci e Sante Lancerio, bottigliere misterioso di papa Paolo III, ne testimoniano l’esistenza durante il rinascimento in zone come il Gianicolo e a Monte Mario. E’ questa ormai una pratica che si è diffusa in tutta Europa: in un progetto di ricerca di Katia Mori – Archeologia Medievale dell’Università di Siena – si attesta che nella città senese : “(i dati) che emergono da un registro della Biccherna relativo alla tassazione imposta nel 1454 a tutti i cittadini possessori di orti o vigne all’interno delle mura. Dalla Tavola delle possessioni si viene a conoscenza della presenza di 202 case con orto, 47 orti isolati e 14 vigne dislocati soprattutto nel popolo di Abbazia Nuova ed in quello di San Marco.”.

Ma succede che tra il XVIII e il XIX secolo le vigne cittadine si diffondono con uno sviluppo che va di pari passo con le tecnologie sempre più raffinate che viticoltura e enologia hanno raggiunto: ci sono vigne in tutte le città, grandi o piccole che siano; certo Roma è quella che vanta le più famose e numerose che alimentano le sempre più diffuse osterie.

Sulla via di Tor Pignattara, la vigna di Monte d’Oro; sull’Aventino, tra le terme di Caracalla, la vigna Guerrieri e le vigne della famiglia Torlonia; a Monte Mario la vigna del farmacista Alberto Langeli. Ma la più famosa, rimasta ancora oggi nella memoria collettiva, è la «Vigna dei frati»: nei pressi delle terme di Caracalla, appartenuta prima alla Compagnia di Gesù e visitata da S. Ignazio di Loyola, e poi – si chiamava vigna Antoniana – passata ai frati Minori Conventuali.

Il poeta dialettale Francesco Possenti la celebra con un sonetto che vale la pena di ricordare:

Er vino de li frati a Via Baccelli,

straportato per fusto de coppella

da li vigneti attorno a li Castelli,

te ristora la gola e le budella.

 

Si te ne scoli un litro a garganella,

a sede’ sotto l’arberi gemelli

che l’estate funzioneno da ombrelli,

te pare che la vita sia più bella.

 

Vino de le campagne nostre care,

spisciolato dall’uve bianche e nere,

bono pe’ di’ la Messa su l’artare,

sei te lo sciuro, identico e preciso,

sversato da li frati ner bicchiere,

bevuto da li santi in paradiso!

Ma se a Roma fioriscono orti e vigneti, non si può dire che altrove questo costume sia inconsueto: è celebre il Vigneto di Leonardo che il duca Ludovico il Moro donò al Genio, appassionato di vino e di cucina, riportato in un documento ufficiale e datato 26 aprile 1499. Ubicato vicino al convento di Santa Maria delle Grazie, dove Leonardo aveva appena finito di dipingere il Cenacolo, si estendeva per circa un ettaro. Fu lasciato in eredità, nel testamento redatto il 23 aprile 1519, ai fedeli Giovanbattista Villani e Salaì. Vi sono testimonianze della sua esistenza fino agli anni 40 del Novecento: era un vigneto a pergola. Oggi all’interno del giardino di Casa degli Atellani, al numero civico 65 di corso Magenta, non se ne conserva più traccia: pare sia stato distrutto causa un incendio.

Ma non posso non menzionare il celeberrimo Clos Montmatre, vigneto impiantato nel 1929 da alcuni artisti che intendevano salvare le ultime testimonianze delle vigne parigine (nell’800 si calcola che dentro la città ci fossero almeno 20.000 ha di terreni coltivati a vigneto). Il vigneto è situato a due passi dal Moulin Rouge, 1.500 mq con circa 2.000 piante di Gamay e Pinot noir.

Orti e vigne cittadine sparirono quasi tutte con la fine del XIX secolo: a Roma la causa principale fu lo sviluppo edilizio e urbano dopo il 20 settembre 1870; altrove le ragioni della distruzione di questi terreni agricoli cittadini furono soprattutto dovute all’inurbamento selvaggio e alle speculazioni edilizie.

Vi fu una riscoperta, com’è ovvio, dell’agricoltura cittadina durante la guerra: a Roma, e non soltanto, rispuntarono i famosi «orti di guerra».

Ma è da qualche anno che ovunque, in Europa e negli Stati Uniti, si vanno riscoprendo le attività agricole e vitivinicole cittadine.

Da citare il progetto di ricerca Senearum vinea che ha permesso di identificare dentro la città di Siena vitigni autoctoni sconosciuti o di cui s’erano perse le tracce: Abrusco, Mammolo, Gorgottesco, Poverina, Rossone, Tenerone, Occhio di Pernice, Zuccaccio, Vaiano.

Da segnalare il  Vigneto della Pusterla, 4 ettari di vigna nel centro di Brescia curati da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

La Vigna di San Martino, centro di Napoli, all’ombra dell’omonima Certosa, è la creatura di Peppe Morra, gallerista partenopeo che nel 1987 acquistò 7,5 ettari di terreno incolto da cui ricavò una vigna di 4 ettari e un giardino impreziosito da alcuni superstiti olivi centenari e altre piante di particolare interesse: Falanghina dei Campi Flegrei (uno dei miei due vini bianchi del Sud preferiti, l’altro è il pugliese Fiano Minutolo), Piedirosso (in Campania chiamato Pér ‘e palummo, zampa di colombo), Catalanesca e Aglianico, tutti autoctoni e a piede franco, sono i vitigni che Peppe Morra e i suoi amici curano in questo gioiello nel centro di Napoli da cui la vista abbraccia Capri e il Vesuvio, Sorrento e tutto il golfo.

E infine bisogna parlare di Torino.

Pochi sanno che nel XVII e XVIII secolo era abitudine diffusa dei nobili torinesi passare brevi vacanze nelle ville collinari i cui giardini ospitavano orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto. Oggi tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come mi testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora venti, trent’anni fa l’uva era coltivata regolarmente; mi cita anche una certa Vigna di Mongreno di proprietà di un tizio che distillava acquavite.

Negli orti, spesso coltivati abusivamente, ancora presenti lungo i fiumi e nelle zone periferiche della città, la vite è quasi sempre presente, come c’era nel suo terreno che mio padre coltivava al confine tra Beinasco e Torino: era uva fragola bianca e nera, frutti di piante che non dovevano avere meno di 50/60 anni.

Oggi a Torino è straordinario il vigneto ripiantato a Villa della Regina durante il ricupero e restauro della splendida dimora a due passi da Piazza Vittorio: è un appezzamento esposto a sud-ovest di circa 0,7 ettari (la vigna originale si estendeva per un ettaro e mezzo), piantumato a girapoggio con l’autoctona Freisa di Chieri (2.500 barbatelle di Freisa  e altre 200 barbatelle di vitigni rari come il famoso Cari, il Balaran, il Grisa roussa e il Neretto duro). La vigna è stata data in concessione all’Azienda Balbiano di Andezeno, storica cantina produttrice della migliore Freisa di Chieri che è un vino più fine, più delicato, più beverino della Freisa d’Asti.

Il titolare, Franco Balbiano, mi racconta che nel 2009 c’è stata la seconda vendemmia: in effetti, quella del 2008 dette soltanto una decina di ql che vennero impiegati nelle sperimentazioni di microvinificazione. L’anno scorso la vigna ha dato circa 34,40 hl – con una resa del 60/65 % – di un vino che presenta 13,60 % di grado alcolico e 5,5 gr/L di acidità totale: oggi riposa e matura in vasche d’acciaio, sarà imbottigliato a novembre di quest’anno e sarà il vino con cui si festeggerà il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

I vini di Papa Paolo III Farnese raccontati da Sante Lancerio

Tallone pubblicò questo librino ( in 32° con il preziosissimo Garamond corpo 9, fuso a Parigi da Deberny & Peignod) in 470 esemplari nel 1991. Bisogna ricordare, pur se il ricordo è un ben brutto ricordo, il giorno della presentazione in stamperia a Alpignano: un giorno maledetto….senza-titolo-11

L’introduzione è di Luigi Veronelli : “Mai quanto alla vista delle bozze di questo libro ho meglio avvertito la validità d’una mia affermazione: il vino è un valore reale perché ci dà l’irreale…..”. Il manoscritto originale fu ritrovato nella Biblioteca Ariostea di Ferrara e pubblicato a cura di Giuseppe Ferraro nel 1876, che lo accompagna con una prefazione assai interessante: “Paolo III fu uno dei papi più robusti, e uno dei vecchi tra i più vecchi. Forte per natura, aiutato, nella ricerca dei vini, da un Bottigliere di quella fatta, com’era Sante Lancerio, malgrado i pensieri dei figliuoli e dello Stato, visse fino a 82 anni. Segno e prova certa, che i giudizi, dati da lui e dal suo cantiniere, intorno ai vini d’Italia, erano fondati sul sodo. quindi io invito gli intendenti della materia a tenere conto di questa operetta del Lancerio, che ha tre titoli all’attenzione degli enologi italiani. Tratta dei vini nostrani, è antica di 3 secoli, ed ha la prova di un Sacro Bottigliere e di un Papa, gli anni del quale auguro a me ed ai miei lettori.”.

Poco o nulla si sa di Sante Lancerio, mentre molto si conosce di Papa Paolo III della schiatta nobilissima e potentissima dei Farnese: fu un personaggio di notevole statura politica che ebbe la capacità di pacificare, soltanto per poco, Francesco I e Carlo V; benedisse la nascita dei Gesuiti, avviò il Concilio di Trento…..

Un piccolo omaggio a Sante Lancerio: Il Vino di Montepulciano. E’ perfettissimo tanto il verno quanto la state, et meglio è il rosso la state, io ne sono certo. Tali vini hanno odore, colore et sapore, et volentieri S.S. ne beveva, non tanto in Roma dove gli erano portati in fiaschi, ma ancora in Perugia. Marcello Cervino, poi papa et domandato Marcello II, che non regnò se non 20 giorni, et  Tarugio Tarugi, Senatore Romano, faceano a concorrenza di chi di loro donava meglio. Volendo conoscere la bontà di questo vino, vuole essere odorifero, polputo, non agrestino, né carico di colore. Volendolo per la state alli caldi grandi, sia crudo, et di vigna vecchia…”. Formidabile il vino polputo e non agrestino….

Il Darmagi di Gaja

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“APRILE 2017

Primavera in fiore a DARMAGI, primo vigneto di Cabernet Sauvignon in Piemonte, proprio nel cuore di Barbaresco. Piantato nel 1978. Giovanni Gaja, 1908-2002, che pure amava il pensiero diverso, si lasciò allora scappare: “Darmagi!” = che peccato. La stessa parola, in dialetto piemontese, diede nome al vino. Quarant’anni dopo il vigneto è ancora là. Tutte le primavere si copre di verde e di fiori: quest’anno sono gialli, di Senape, a rallegrare la folta compagnia degli insetti succhiatori di nettare”.

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Ho ricevuto il testo sopra dai miei amici della Cantina Gaja. Lo pubblico volentieri perché con il Cabernet Sauvignon Gaja del millesimo 1995 feci due lavori per me indimenticabili e tra i miei migliori e, tra l’altro, fu l’occasione della conoscenza di Angelo Gaja, era la primavera del 1999.

Dipinsi le etichette di due bottiglie di quel gran vino usando una piccola parte del contenuto delle bottiglie senza aprirle.

Fu un’operazione di estrema difficoltà per effettuare la quale fui costretto a escogitare alcuni accorgimenti dei quali non parlo: roba segreta, frutto di miei studi e intuizioni.

Di quelle due bottiglie una la donai a Angelo, l’altra la tengo io ma finirà, probabilmente a breve, in una collezione dei miei lavori con il vino presso una sede pubblica prestigiosa.

 

 

Curzio Malaparte: Maledetti Toscani

Non è, in tutta franchezza, un libro che si possa consigliare a chicchesia. E’ un libro difficile, sgembo, scorrettissimo: toscano fino alle più recondite budella.

Libro di cui soltanto in pochi possiamo goderne il fascino e la scrittura sinistri, diversi, fuori luogo, fuori d’ogni convenienza.

Kurt lo scrisse nel 1956, un anno prima di defungere in maniera improvvisa, inaspettata, crudele dopo un viaggio in Asia.

I passi memorabili da citare sarebbero tanti in questo libro; cerco di limitarmi e propongo un brano, quasi alla conclusione del volume,  che mi pare possa bene rendere in sintesi tutto il resto:

Imparate dai toscani a stimare un onore il male che dicon di voi. E tutti dicon male di noi toscani, e non ci vogliono, e ci tengono a bada, sol perché siamo, e a ragione, crudeli e faziosi, cinici e ironici; perché abbiamo il sangue caldo e la testa fredda; perché siamo nati proprio e soltanto per dire quel che agli altri non piace sia detto; perché non ci pentiamo delle nostre cattive azioni per non doverci pentire anche delle buone; perché godiamo nel mettere a nudo i fìgnoli, i bitorzoli, i bubboni, le ossa storte, gli occhi guerci, e non tanto quelli degli altri, quanto i nostri; perché siamo i soli, in Italia, che pur nel vivo delle fazioni, delle sommosse, delle mischie, degli ammazzamenti, non perdiamo mai la testa, i soli che ci scaldiamo a freddo, e a un certo punto ammazziamo non per la ragione che non ne possiamo fare a meno, o che ci piaccia ammazzare, ma per la ragione che è ora di farla finita, e di andare a desinare; perché siamo pallidi e non chiediamo perdono a nessuno, e dimentichiamo più presto i beneficii che le offese, e non perdoniamo chi ha paura di noi. E sopra tutto perché noi toscani siamo la cattiva coscienza d’Italia.

Ribadisco: un libro per pochi. Ma che piacere leggere certi passi, anche per la lingua!

https://www.vincenzoreda.it/kurt-erik-suckertcurzio-malaparte-uno-fuori-moda/