Archive for Maggio, 2017
Tra i miei preferiti

Questi sono alcuni dei miei lavori preferiti. Due sono stati venduti, gli altri due sono ancora miei.

Coprono un arco di quasi 15 anni.

La cucina futurista

Cuc. Fut.-1L’ho notato qualche mese fa esposto nella vetrina di una grande libreria antiquaria torinese. Sono entrato e ne ho chiesto il prezzo, sul serio intenzionato a acquistarlo: 1.500 €! Questa è la quotazione della prima edizione, Milano 1930 – editore Sonzogno, di questo volume esilarante di cui tanto e assai s’è parlato, in questo che è l’anno in cui ricorre il centenario della prima stesura del manifesto futurista di Marinetti.

L’edizione che sono riuscito a comprare è quella recente, in copia anastatica, di Viennepierre, molto bene introdotta da Pietro Frassica (docente alla Princeton University), e che costa molto più abbordabili 20 €.

Lo sciocco che legge questo volume dei due bellimbusti, Filippo Tommaso Marinetti e Luigi Colombo (Fillia), pensando di leggere un libro di cucina, sciocco si conferma.

Cuc. Tennis-1Non è un libro di cucina: questo volume è una esilarante sequenza di provocazioni, assurdità, ossimori, eresie, fantasticherie, barzellette, sogni, stravolgimenti che sono architettati nei dintorni di cibo e bevande. E’ una lettura strepitosa che necessita di approccio dialettico, storico, linguistico.

Non voglio dilungarmi oltre, cito soltanto la seconda parte del celebre Manifesto della cucina futurista, riportato nel libro ma pubblicato il 28 dicembre del 1930 su La Gazzetta del Popolo di Torino, città che ospitò, in via Vanchiglia, 2, la Taverna del Santopalato, inaugurata l’8 marzo del 1931 con il primo pranzo ufficiale futurista a base di: carneplastico, dolcelastico, aerovivanda, ultravirile, pollofiat e innaffiato con Vini Costa, Birra Metzger e Spumanti Cora. Ricordo, legato a Marinetti, il Sollazzo Gastrico di via Palazzo di Città che chiudeva nella stagione felice del Postino Cheval, alla fine degli anni settanta.

“Il pranzo perfetto esige:

1. Un’armonia originale della tavola (cristalleria vasellame addobbo) coi sapori e colori delle vivande.

2. L’originalità assoluta delle vivande.

Il Carneplastico. Esempio: Per preparare il Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte, si prende un bel salmone dell’Alaska, lo si trancia e passa alla griglia con pepe e sale e olio buono finchè è bene dorato. Si aggiungono pomodori tagliati a metà preventivamente cotti sulla griglia con prezzemolo e aglio. Al momento di servirlo si posano sopra alle trancie dei filetti di acciuga intrecciati a dama. Su ogni trancia una rotellina di limone con capperi. La salsa sarà composta di acciughe, tuorli d’uova sode, basilico, olio d’oliva, un bicchierino di liquore italiano Aurum, e passata al setaccio. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca). Esempio: Per preparare la Beccaccia al Monterosa salsa Venere, prendete una bella beccaccia, pulitela, copritene lo stomaco con delle fette di prosciutto e lardo, mettetela in casseruola con burro, sale, pepe, ginepro, cuocetela in un forno molto caldo per quindici minuti innaffiandola di cognac. Appena tolta dalla casseruola posatela sopra un crostone di pane quadrato inzuppato di rhum e cognac e copritela con una pasta sfogliata. Rimettetela poi nel forno finchè la pasta è ben cotta. Servitela con questa salsa: un mezzo bicchiere di marsala e vino bianco, quattro cucchiai di mirtilli, della buccia di arancio tagliuzzata, il tutto bollito per 10 minuti. Ponete la salsa nella salsiera e servitela molto calda. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca).

3) L’invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di forma e colore nutra gli occhi ed ecciti la fantasia prima di tentare le labbra.

Esempio: Il Carneplastico creato dal pittore futurista Fillìa, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani, è composto di una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro disposto verticalmente nel centro del piatto, è coronato da uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salsiccia che poggia su tre sfere, dorate di carne di pollo. Equatore + Polo Nord. Esempio: Il complesso plastico mangiabile Equatore + Polo Nord creato dal pittore futurista Enrico Prampolini è composto da un mare equatoriale di tuorli rossi d’uova all’ostrica con pepe sale limone. Nel centro emerge un cono di chiaro d’uovo montato e solidificato pieno di spicchi d’arancio come succose sezioni di sole. La cima del cono sarà tempestata di pezzi di tartufo nero tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista dello zenit. Questi complessi plastici saporiti colorati profumati e tattili formeranno perfetti pranzi simultanei.

4) L’abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che possono dare un piacere tattile prelabiale.

5) L’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda (deve essere preceduta da un profumo che verrà cancellato dalla tavola mediante ventilatori.

6) L’uso della musica limitato negli intervalli tra vivanda e vivanda perchè non distragga la sensibilità della lingua e del palato e serva ad annientare il sapore goduto ristabilendo una verginità degustativa.

7) L’abolizione dell’eloquenza e della Politica a tavola.

8) L’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda.

9) La presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei convitati, di alcune vivande che essi mangeranno e di altre che essi non mangeranno, per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia.

10) La creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contengano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi. Questi bocconi avranno nella cucina futurista la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella letteratura. Un dato boccone potrà riassumere una intera zona di vita, lo svolgersi di una passione amorosa o un intero viaggio nell’Estremo Oriente.

11) Una dotazione di strumenti scientifici in cucina: ozonizzatori che diano il profumo dell’ozono a liquidi e a vivande, lampade per emissione di raggi ultravioletti (poichè molte sostanze alimentari irradiate con raggi ultravioletti acquistano proprietà attive, diventano più assimilabili, impediscono il rachitismo nei bimbi, ecc.), elettrolizzatori per scomporre succhi estratti ecc. in modo da ottenere da un prodotto noto un nuovo prodotto con nuove proprietà, mulini colloidali per rendere possibile la polverizzazione di farine, frutta secca, droghe, ecc., apparecchi di distillazione a pressione ordinaria e nel vuoto, autoclavi centrifughe, dializzatori. L’uso di questi apparecchi dovrà essere scientifico, evitando p. es. l’errore di far cuocere le vivande in pentole a pressione di vapore, il che provoca la distruzione di sostanze attive (vitamine, ecc.) a causa delle alte temperature. Gli indicatori chimici renderanno conto dell’acidità e della basicità degli intingoli e serviranno a correggere eventuali errori: manca di sale, troppo aceto, troppo pepe, troppo dolce.”

Altro che Ferran Adrià: ma questi erano Artisti veri!

Amin Maalouf, Un mondo senza regole

Senza titolo-1Ho appena finito di leggere questo saggio dell’autore libanese: costituisce una riflessione, direi da una prospettiva privilegiata, sul momento sociale, politico, economico che stiamo vivendo. Riflessione sullo scontro che è in atto tra Occidente e paesi di cultura islamica, ma anche tra Occidente e tutti gli altri paesi.

L’autore vive in Francia da molti anni, è certo una persona equidistante e sopra le parti: con questo lavoro egli fornisce una analisi attenta, lucida, basata su precise motivazioni storiche che troppe volte dimentichiamo o addirittura non conosciamo.

Una lettura che consiglio a tutti quelli che hanno l’ansia, la necessità, la cultura di capire il momento storico cruciale che stiamo vivendo. E chi sta nel ricco Occidente in piena decadenza, più di tutti gli altri.

Non c’è alcun dubbio che questa impasse storica del mondo musulmano sia uno dei sintomi più palesi della regressione verso cui sta dirigendosi l’intera umanità, con gli occhi bendati. E’ colpa degli arabi, dei musulmani, e del modo in cui vivono la loro religione? In parte sì. Non è ugualmente colpa degli occidentali, e del modo in cui hanno gestito, per secoli, i loro rapporti con gli altri popoli? Sì, in parte. E negli ultimi decenni non c’è stata una responsabilità più specifica degli americani, come anche degli israeliani? Senza dubbio. Tutti questi protagonisti dovrebbero modificare radicalmente il loro comportamento se si vuole porre fine a una situazione che, partendo dalla piaga aperta rappresentata oggi dal Medio Oriente, comincia a fare incancrenire l’insieme del pianeta, minacciando di rimettere in discussione tutte le acquisizioni della nostra civiltà.

E’ questa una evidenza che suona come una pia speranza, ma non la si può scartare con un’alzata di spalle. E’ già troppo tardi per attuare un compromesso storico che prenda in considerazione al tempo stesso la tragedia del popolo ebraico, la tragedia del popolo palestinese, la tragedia del popolo musulmano, la tragedia dei cristiani d’Oriente, e anche l’impasse in cui si è smarrito l’Occidente?

Anche se l’orizzonte appare oscuro in questo inizio di secolo, bisogna ostinarsi a cercare qualche soluzione.”

Peccato che la traduzione lasci molto a desiderare, ma queste 300 pagine circa di Amin Maalouf (18,00 €, Saggi Bompiani) sono per davvero una lettura illuminante.

Ristorante Il Cascinalenuovo di Isola d’Asti (Piemonte)

http://www.walterferretto.com/

Il Cascinalenuovo l’ho inserito tra i locali di cui ho scritto nel mio libro sul tartufo. Il servizio lo realizzai a fine 2015 e Walter Ferretto mi preparò un magnifico filetto insaporito con salsa di Barbera, erbe e tartufo bianco. Mi ripromisi di rivisitarlo con calma. L’occasione è stata il 60° compleanno di mia moglie. Un poco nauseato da quella che sta diventando RETORICA di LANGA, per me ormai priva di sorprese e attrattive (fatti salvi quei 4/5 che stanno al di fuori dello scontato e del trito), ho scelto questo ristorante nel basso Monferrato che conosco da oltre vent’anni. E non ho sbagliato, come mi succede quasi sempre.
Assente Walter (lo sapevo) Roberto Ferretto, mio coetaneo che guarda caso compiva anch’egli i suoi anni proprio ieri, ci ha accolti da par suo: leggerezza, disincanto, mestiere e esperienza da vendere.

Allora parliamo di cibo, di piatti, di quel che INNANZITUTTO SI MANGIA…

Di scontato, ma qualità d’eccellenza, soltanto la battuta di piemontese. Io ho scelto i tacos di baccalà: semplicità geniale (sono ghiotto di baccalà e di cucina messicana). I primi: formidabili i tajarin alle erbe e indimenticabile il risotto verde con anguilla. Per i secondi, anatra per me (preparata in maniera impeccabile e senza arzigogoli strambi) e un polpo in cui mi ha sorpreso l’armonia della crema di melanzane (c’era anche la provola affumicata che io non mangio) invece che le solite patate.
                                                                                                                       Cucina inappuntabile, realizzata con passione, esperienza, mestiere. Priva di voli pindarici ma gustosa e a volte sorprendente. Per mangiare, da gustare innanzi tutto con il palato: gli occhi e le suggestioni vengono dopo, parecchio dopo.
                                                                                                                                                                                   A tavola, prima di tutto, si mangia. E, pur se importanti, le STELLE non si mangiano (come, ahimè, in tanti pensano)….

E ora parliamo di roba da bere.

Se per quanto riguarda il cibo sono uno abbastanza complicato, quando si parla di bere sono per davvero uno parecchio complicato (ma è questione di punti di vista).

Conosco Roberto Ferretto e sapevo benissimo in quali mani mi cacciavo: è riuscito a stupirmi e a soddisfare le miei manie di qualità rare, difficili da trovare, lontane dalla retorica di moda imperante e insopportabile.

Ho cominciato con un buon Arneis di Pescaja: gente professionalmente affidabile e con un prodotto, pur non eccelso, di qualità incontestabile. Poi mi ha portato una bottiglia di un Sauvignon monferrino ormai introvabile: 2010, una roba pazzesca che mi ha riportato a certi miei bianchi francesi di quando a Parigi ero di casa. Eccellente la Barbera d’Asti Superiore 2012 di Sciorio, piccolo produttore di Costigliole. L’apoteosi è stato il Moscato (2003!!!) di Marco Bianco: un’ossidazione leggera, corretta e gradevolissima che raccontare è francamente impossibile. Il finale: un cognac 1995 e, se pur io preferisca Single malt e rum, sono rimasto assai soddisfatto.
      Ho finito fumandomi il mio solito mezzo Garibaldi sul bordo della piscina.                                                                        Avanti Savoia!

Sangiovese biodinamico Mara Mia 2014/2015

 

https://www.vincenzoreda.it/tenuta-mara-painting-in-the-cellar/

https://www.vincenzoreda.it/botti-concettuali-e-concetto-di-botti/

Venerdì 28 aprile scorso, onorati da uno splendido tramonto che illustrava la magia della Tenuta Mara sulle colline riminesi, Leonardo Pironi (enologo e padre del Sangiovese Mara Mia) e il sommelier Gennaro Buono hanno presentato le annate 2014 e 2015 del Mara Mia. È un vino che conosco bene assai e devo puntualizzare che il millesimo 2015 raggiunge una qualità organolettica di livello assoluto: la complessità e la persistenza ne sono le caratteristiche peculiari.

Un Grande Vino.                                                                                                                                                                                          Gustato ascoltando il suono meraviglioso di uno strepitoso pianoforte a coda lunga suonato da un pianista virtuoso, Marco Vitaliti, riminese classe 1991, formatosi al Conservatorio di Pesaro. Il pianoforte, oltre a essere uno strumento prodigioso, è anche un’opera d’arte unica con la sua insolita e affascinante tinta profondo blu: proprietà di Giordano Emendatori che, oltre al vino e all’arte, è un grande appassionato di musica.                                                                                                            Marco ha interpretato con gran tocco alcune composizioni di Brahms e di Chopin.                                                                           I ragazzi del catering Summertrade di Rimini hanno proposto tra gli altri un piatto sensazionale: trancio di ricciola marinato insaporito da ortaggi e verdure di stagione per accompagnare in maniera sorprendente questo rosso fenomenale.         Complimenti a tutti.

Scrittura Maya, Maria Longhena

Ho letto e riletto questo libro di Maria Longhena e ne rimango sconcertato.

Sconcertato perché in un impianto generale ben documentato, qui e là sono seminate sviste clamorose che non sono accettabili da parte di un divulgatore serio e, a maggior ragione, da parte di chi si definisce studioso.

Yuriy Valentinovich Knorozov (o Knorosov, come scrive M. Coe, da anglofono), personaggio chiave nell’opera di decifrazione della scrittura maya, viene citato più volte come: Knorosof, che è una trascrizione senza senso. L’abate francese Charles Etienne Brasseur de Bourbourg viene citato come: Brasseur de Bouburg; e la grande Tatiana (Tania, per gli amici), anch’ella perde una vocale e da Proskouriakoff diventa Proskuriakoff….

Ma ci sono sviste ben più gravi. A pagina 102 si legge: «..una sorta di “anno zero” che per noi corrisponde al 2 agosto del 3114 (per alcuni 3113) a.C.»!!! Quasi tutti gli studiosi accettano l’11 agosto e alcuni (Coe e Schele, per esempio) insistono sul 13 agosto, non ritenendo attendibile la correzione di due giorni della correlazione GMT: il 2 agosto è un arbitrio senza senso della Longhena.

Mi limito a citarne ancora una. A pagina 164 si legge che Huitzilopochtli, divinità tribale degli aztechi, significa “Colibrì del sud” oppure “Colibrì sulla sinistra“. Orbene, bisogna precisare che le genti precolombiane si orientavano rivolgendo la faccia verso il sole nascente, dunque l’est era di fronte, l’ovest dietro, il nord a sinistra e a destra il sud. Huitzilopochtli significa, più o meno, “Colibrì di sinistra, che viene dalla sinistra”: ovvero, colibrì del nord!! E del nord perché dal nord i mexica (aztechi o tenochca) invasero l’atipiano messicano tra il XII e il XIII secolo.

Eliminate le molte sviste, il libro illustra abbastanza bene circa 200 glifi maya, tra quelli fondamentali. La scrittura è semplice e comprensibile; purtroppo, si fa spesso molta confusione tra usi, costumi e credenze delle diverse culture mesoamericane e, come non bastasse, ogni tanto  si trova qui e là un poco di Perù, che non guasta…

Che dire? Come lavoro divulgativo è tutto sommato poco organico e non molto fruibile; dal punto di vista scientifico, ci troviamo davanti a troppe imprecisioni e si ha l’impressione di trovarsi al confronto con un’autore che non soltanto non ha una preparazione specifica (almeno per quanto attiene all’epigrafia maya), ma ha svolto un lavoro non abbastanza accurato.

Il volume è una riedizione aggiornata (vista l’attualità) nel 2011 di Mondadori Arte di un libro edito nel 1998 da Mondadori. Costa 24 € (mal spesi se proprio non si è addentro alla materia) e si compone di 180 pagine  con una veste abbastanza pretenziosa (non brutta, comunque) e la solita carta patinata opaca a occhio di 135 gr. con stampa a due colori.

Per finire, e per la cronaca, Maria Longhena è quella bella figura di esperta che aveva sostenuto che la fine del mondo (l’ennesima, che noia!) sarebbe avvenuta lunedì 5 giugno 2012, sulle basi di sue ricerche….Mah.

Pacal il Grande

https://www.vincenzoreda.it/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-a-prescindere-dalla-bufala-della-fine-del-mondo/

La lastra che ricopre il sarcofago di Pacal («scudo») il Grande è un monolito di 220×380 cm., pesa 5 tonnellate ed è interamente scolpito in bassorilievo.

Fu scoperta nel 1952 da Alberto Ruz Lhuillier, archeologo messicano di origini francesi, che non sapeva ancora chi fosse il sovrano di Palenque (nome spagnolo che significa «palizzata») che giaceva, coperto da una splendida maschera di giada, nel sarcofago sottostante, all’interno del Tempio delle Iscrizioni.

Occorsero decine di anni per decifrare le iscrizioni che narravano le gesta di questo grande personaggio nato nel 603 d.C. e morto a 80 anni, dopo 68 anni di regno.

Le immagini incise mostrano la complessa cosmogonia maya che simboleggia il passaggio dalla vita alla morte. Chissà cosa avrebbe pensato Pacal se avesse potuto prevedere che gli uomini del XX secolo ne avrebbero fatto l’archetipo di un astronauta: forse gli sarebbe piaciuto. In fondo, i Maya vivevano quasi in simbiosi con il cielo stellato e nei misteri delle luci del cosmo erano certi di decifrare precisi messaggi che gli dèi inviavano loro. Dèi crudeli che i sacrifici li richiedevano innanzi tutto agli uomini di rango più elevato. Erano, infatti, sovrani, dignitari e sacerdoti che si pungevano la lingua e il pene per offrire il loro sangue prezioso alle crudeli divinità. Presso i Maya i sacrifici si richiedevano innanzitutto ai potenti, forse consapevoli che i più umili e i più deboli i sacrifici già li compivano ogni giorno….