Archive for Ottobre, 2017
Fichi d’india (nopàl) alla calce

Pensare che si crede, a cinquant’anni suonati, di sapere se non tutto almeno un sacco di cose e intorno a certe faccende davvero tutto, o quasi. Nessuno mi aveva ancora detto che i fichi d’india, debitamente passati nella calce e staccati con un pezzo di pianta, si conservano fino a natale e a tutto l’inverno inoltrato. C’è voluto Vincenzo Vita per spiegarmi questa tradizione pugliese, siamo nel Salento tra San Vito e Manduria: a Natale potrò gustarmi i miei meravigliosi fichi d’india, magari bevendoci insieme un bel Primitivo di Manduria (Il Trullo?)!

Civiltà

Piazza degli Zingari, a Roma, è situata in quel dedalo meraviglioso tra via Cavour e via Nazionale: lì ci sono piccole e splendide strade di ciottoli incise in una struttura per lo più barocca, pur se spuntano qui e là gli insopprimibili avanzi di muri d’epoca romana. Via Baccina, via dei Serpenti, via Leonina: una angolo di Roma da passeggiare, da respirare, da ascoltare, da annusare.

E qui, in piazza degli Zingari, si trova questa lapide: a ricordare che le tragedie sono di tutti, come il dolore e la solidarietà.

La cultura e la civiltà, purtroppo, non appartengono a tutti. Come la sensibilità.

Paolo Monelli: Alessandro Tassoni e il vino omerico

“…narra infatti il poeta (Alessandro Tassoni) che Venere Bacco e Marte scesi in terra per dare manforte ai modenesi in guerra con i bolognesi per la faccenda della secchia, la prima sera a Modena « a un’osteria si trassero in disparte – ch’avea un trebbian di Dio dolce e rodente; – e con capponi e starne e quel buon vino – cenaron tutti e tre da paladino ». (Il trebbiano di cui parla il poeta è quello che si fa sulla collina di Sassuolo; un altro trebbiano si fa in piano nel forlivese, asciutto, di colore paglierino, piuttosto leggero). E la canina (uno dei rari vini di genere femminile, come l’albana, la barbera, la freisa e la dôle del Vallese), che bevvi a Terra del Sole ospite del dottissimo Giovanni Giulianini, che lodava quel vino, mescendolo con aggettivi omerici, erythrós, eúphros, aíthops, vermiglio, giosioso, vivace; certo non vidi mai  un rosso più pieno e sfavillante. E sarebbe eresia confondere questa linfa robusta con il canina che piace ai faentina ed ai ravennati, innocuo vinello di scarsa gradazione e dagli aliti di violetta.”

Paolo Monelli (I vini d’Italia di Luigi Veronelli)

Massimo Camia e le sue Lasagne al ragout di coniglio con peperoni

https://www.vincenzoreda.it/massimo-camia

Massimo Camia (Stella Michelin) a Barolo: la sua ricetta d’autore per il mio libro in 20 fotografie che raccontano la preparazione di questa ricetta d’Autore.

Dal tirare la sfoglia (26 tuorli per chilogrammo di farina 00), a disossare il coniglio grigio; soffriggerlo con il peperone già arrostito, sbollentare la sfoglia e poi preparare gli strati successivi delle lasagne con ragout e besciamella.

Infine i dettagli per il rifinimento dell’impiattamento, la presentazione e il vino che lo accompagnerà con grande affinità.

Lasagne al ragout di coniglio grigio con peperoni: piatto di preparazione semplice e veloce (non più di una mezz’oretta) ma il risultato è sensazionale. Gusti distinti ma armonizzati con disarmante maestria, da rimanere di stucco (anzi: di sale).

Accompagnato da un Cannubi Damilano 2011 (14,5%vol.) che già adesso non soltanto promette ma è di complessità quantomeno sorprendente, pensando che è appena stato messo in bottiglia: cercatelo e gustatelo fin da ora (al solito: suggerimento disinteressato, ma so che qualcuno mi ringrazierà, almeno in cuor suo: A me basta e avanza).

Buon appetito e salute!!

I Macchiaioli, Telemaco Signorini e Silvestro Lega

Fu in occasione della mostra a Palazzo Bricherasio, Torino – inaugurata nel maggio del 2007 – che m’innamorai perdutamente della pittura dei Macchialioli e, soprattutto dei quadri di Telemaco Signorini (Firenze, 1835-1901) e di Silvestro Lega (1826-1895). Certo era una faccenda che conoscevo, ma pensavo fosse una di quelle correnti artistiche provinciali e defilate che non avesse prodotto nulla d’interessante, a parte i grandi quadri a tema bellico e paesaggistico di Giovanni Fattori, verso cui non provavo particolare predilezione. Invece scoprii questi due pittori straordinari e mi resi conto che costoro, stimolati dai critici Diego Martelli e Adriano Cecioni a partire dalla metà degli anni Cinquanta del XIX secolo in Firenze, avevano anticipato gli Impressionisti francesi di quasi due decenni. Si ritrovavano nello storico Caffè Michelangelo e sviluppavano temi pittorici che spingevano l’arte pittorica verso gli orizzonti dell’avanguardia, stimolati dalla recente invenzione della fotografia. Le donne di Silvestro Lega e alcuni quadri (l’alzaia e il manicomio femminile) di Telemaco Signorini mi sono rimasti nel cuore.

 

Nudi di donna

Queste due immagini sono divise da circa cinque o sei anni: quella a colori è una stampa da diapositiva ripresa nel 1975 in un teatrino di via Carlo Alberto con una Minolta Srt 101 e un obiettivo da 20 mm; la seconda fu scattata nel 1981 per la copertina di un libro di poesie e usai una Hasselblad.

Luigi Veronelli, I Vini d’Italia: il più bel libro mai scritto sul vino

Questo autentico gioiello ho comprato di recente, e non m’è costato neanche troppi euri: era dimenticato tra tanti vecchi libri in una di quelle bancarelle di usato che addobbano e nobilitano Torino.

 

È in 4° piccolo, cartonato con custodia, stampato in linotype su carta degna; inserite dentro pagine che si aprono fuori formato in 4 ante, sono incollate una per una le etichette originali di molte bottiglie di quel periodo. Costava 11.000 lire, moltissimo per un tempo in cui il salario di un operaio medio era di 60/70.000 lire e con un paio di milioni si poteva comperare un appartamentino già di buona metratura. Ma quei soldi il libro li meritava tutti: più lo leggo e rileggo e consulto, più mi pare di trovarmi con la migliore opera scritta sul vino. In questa sede dovrò, per forza, riportarne altre citazioni, oltre quella che ho messo di seguito.

Il libro fu pubblicato da Canesi Editore, Roma, nel 1961 e costituisce un corpo di oltre 500 pagine in cui il buon Gino presenta i vini italiani catalogati per regione.

A introdurre ogni regione, il contributo di una firma di valore; tra gli altri: Leonida Rèpaci, Giorgio Caproni, Giuseppe Dessì, Giovanni Comisso e Giovanni Arpino.

Di quest’ultimo, uno dei miei grandi amori svergognati, cito di seguito.



“In questo mondo affannato – e affannato anche perché è schiavo dell’aperitivo rossastro, del comico «detergente da budella» nero inchiostrato – acquista spicco di gigante la figura di un vecchio signore piemontese, la cui memoria va al di là di ogni possibile lapide.

Era un austero, com’è logico, eppure non mangiò mai tagliatelle che non fossero state impastate con abili manipolazioni di natiche da una sua speciale cuoca. Peso e forma di costei concedevano all’impasto delicato un amalgama altrimenti inarrivabile. E quando morì, sdraiato immenso e duro nel suo gran letto dopo due mesi di forzato digiuno, due cose con l’ultimo fiato richiese. Un tocco di gorgonzola e una bottiglia di un certo suo Barolo.

Arrivò il gorgonzola e se lo fece passare sotto il naso, a occhi già chiusi. Arrivò quindi il vino, una nera bottiglia. Gliela aprirono e la lasciarono stappata vicino al letto. Dopo un minuto o due l’aroma barolesco cominciò a salire nella stanza. Il vecchio tendeva le narici, poi alzò la mano.

– Bastardi, – disse ai parenti gessosi immobili attorno: – Non è il Barolo della terza nicchia…..”


Il personaggio in questione è il nonno di Arpino: lo stesso racconto, meno colorito, si può ritrovare nel suo capolavoro del 1964 All’ombra delle colline (la mia copia è la prima edizione Mondadori, con sopracoperta illustrata da Bruno Munari: me lo lasciò un parente e ne sono molto orgoglioso).

Di Giovanni Arpino riproduco la copertina del celeberrimo, direi di più: celebrissimo Azzurro Tenebra, altro suo capolavoro del 1977. Si tratta dell’edizione originale Einaudi, fuori collana,rilegato in brossura: questo libro lo comprai io stesso all’epoca, costava 4.500 lire. È un oggetto a cui tengo assai; tra le altre cose, fu stampato dalle Industrie Grafiche Zeppegno di Torino, una gloriosa tipografia con cui più tardi molto lavorai per i volumi della Casa Editrice Centro Scientifico Torinese.

La foto di copertina che raffigura Giacinto Bacchetti è di Marco Ravezzani. E mi preme mettere in evidenza la perfezione, sia nella grafica sia nella comunicazione, di questa copertina: 4 elementi – autore, titolo, fotografia in b/n incorniciata dentro un filetto celeste, editore. La bellezza assoluta della semplicità e dell’eleganza (si ricordi la grafica del pacchetto bianco e celeste delle sigarette nazionali senza filtro…).

Non parlo di quello che c’è scritto dentro: cani e porci hanno già detto tutto o quasi; davvero, in questo caso, ogni parola in più sarebbe superflua.

Arpino se ne andò 10 anni dopo e, oltre ai suoi capolavori, ci regalò la conoscenza di Osvaldo Soriano. Che dire d’altro, se non che si era laureato con una tesi su Esenin?

Gennaio 2009

Taittirīya Upanişad

(parte seconda)

Secondo Anuvāka 

« Dal cibo nascono le creature che si trovano sulla terra. Esse vivono invero di cibo e in esso ritornano al momento della morte. Il cibo infatti è la prima delle cose create e perciò è chiamato rimedio universale. Ogni cibo ottengono in verità coloro che onorano come cibo il Brahman. Il cibo è davvero la prima tra le cose create e perciò è chiamato rimedio universale. Le creature nascono dal cibo, crescono in grazia del cibo. Il cibo è mangiato e mangia (ad): per questo è chiamato cibo (anna) ».

         Distinto da questo [involucro] costituito dell’essenza del cibo e posto più all’interno, c’è un involucro fatto di soffi vitali. Esso riempie il precedente, che ha forma di uomo. In conseguenza di questa somiglianza con l’uomo anche il secondo è simile ad un uomo. Il prāna è la testa, il vyāna il fianco destro, apāna il fianco sinistro, lo spazio etereo è il tronco, la terra è la coda, il fondamento. A questo riguardo c’è una strofa:

Terzo Anuvāka

         « In conseguenza del soffio vitale gli dei respirano e anche gli uomini e le bestie. Il respiro è la vita delle creature, per questo è detto vita universale. Ottengono una vita completa [di cento anni] coloro che onorano il soffio vitale come Brahman. Il respiro è la vita delle creature, perciò è chiamato vita universale ». L’aspetto suo corporeo è [simile a ] quello precedente.

         Distinto da questo [involucro] costituito di soffi vitali e posto più all’interno, c’è un involucro costituito di pensiero. Questo riempie il precedente, che ha la forma di un uomo. In conseguenza di questa somiglianza con l’uomo, anche il secondo è simile a un uomo. Il Yajurveda è la sua testa, il Ŗgveda è il fianco destro, il Sāmaveda è il fianco sinistro, la regola sacrificale (ossia i libri del Brāhmana) è il tronco, gli inni degli Atharvan e degli Angiras costituiscono la coda, il fondamento…  

Umberto Eco, A passo di gambero

Di seguito la conclusione di un lucidissimo intervento di Umberto Eco del 2001 contenuto nel libro di cui sopra. Si tratta del tema del conflitto generazionale e di come questa faccenda stia evolvendo oggi alla luce dei sincretismi imposti dai media. Al solito, Eco è insostituibile punto di vista.

 

Sulle spalle dei giganti

[…] Stiamo entrando in una nuova era in cui, col tramonto delle ideologie, l’offuscamento delle divisioni tradizionali tra destra e sinistra, progressisti e conservatori, si attenua definitivamente ogni conflitto generazionale. Ma è biologicamente raccomandabile che la rivolta dei figli sia solo un adeguamento superficiale ai modelli di rivolta provvisti dai padri, e che i padri divorino i figli semplicemente  regalando loro gli spazi di una emarginazione variopinta? Quando il principio stesso del parricidio è in crisi, mala tempora currunt.

Ma i peggiori diagnostici di ogni epoca sono proprio i contemporanei. I miei giganti mi hanno insegnato che ci sono spazi di transizione, in cui vengono a mancare le coordinate, e non si intravede bene il futuro, non si comprendono ancora le astuzie della Ragione, i complotti impercettibili dello Zeitgeist. Forse il sano ideale del parricidio sta già risorgendo in forme diverse e, con le future generazioni, figli clonati si opporranno in modo ancora imprevedibile e al padre legale e al donatore di seme.

         Forse nell’ombra già si aggirano giganti, che ancora ignoriamo, pronti a sedere sulle spalle di noi nani.

ABC radio italiana, mhz 97.0 – 1977/78

Queste fotografie in bianco e nero (quelle a colori costituiscono un’eccezione) sono state prese intorno al 77/78 in Via Ettore de Sonnaz, 3, una traversa di Corso Vinzaglio a Torino, al secondo piano di una magnifica palazzina liberty – al primo piano c’era il circolo dei calabresi (!).

Una stagione straordinaria e irripetibile che ci vide protagonisti dell’epopea della liberalizzazione dei media. Eravamo tutti dei piccoli personaggi, coi nostri fan, le nostre ragazzine innamorate, le nostre casalinghe sognanti e frustrate. Storie oggi non credibili ma che abbiamo avuto modo di vivere e che io, prima o poi, dovrò decidermi di raccontare. Una dovrebbe riguardare proprio il torneo di calcio per le radio private: noi eravamo convinti di stravincerlo perché tra le nostre fila militava Ernesto “El Concho”, brasiliano che, stando alle sue parole, era davvero un’iradiddio, essendo brasiliano….Peccato che egli fosse l’unico brasiliano esistente al mondo totalmente incapace di giocare al calcio. Albesano sapeva giocare; Chiambretti non stava in piedi e poi insultava gli avversari: la squadra la tenevamo in piedi Toni, Alberto e il sottoscritto, non per nulla capitano. In ogni caso non vincemmo il torneo che fu di Radiocentro 95, l’odiata rivale che schierava giocatori che nulla avevano a che vedere con la radio. Ma noi avevamo il brasiliano……una vera schiappa, però bello e simpatico (è quello in piedi con barba  e folta zazzera).

La Radio era poco meno che un lupanare o un bordello: duravo fatica a evitare situazioni a luci rosse durante tutto l’arco del giorno… E per la notte – perché noi si trasmetteva 24 ore al dì – i miei arrivi al mattino erano sempre quantomeno imbarazzanti.

Nelle foto ci sono Chiambretti, Patrizia Giangrand, Ernesto Saggese, Gianni Gaude, di spalle, alla consolle, Mauro Marcuzzo, Walter Pacchiotti, Roberto Berio, Eric Colombardo….Io scattavo le foto e cercavo di dirigere la baracca e conducevo un mio piccolo programma che si chiamava “Coi miei poeti”: e giuro, avevo anch’io le mie fan. Eppoi scrivevo dei racconti che, unici allora, riuscivamo a sceneggiare.

Che dire: che tempi!

P.s: per Emanuele Fiorilli sono riuscito a trovare solo uno scatto di Roberto Ponte che lavora in quella che era una delle migliori redazioni giornalistiche delle radio di Torino, e non solo: Emanuele Fiorilli, Gianni Ansaldo, Roberto Ponte, Mario Celi (oggi caporedattore a “Il Giornale”)….mica bruscolini. E devo citare il 16 marzo 1978, in radio Emanuele e il sottoscritto. Quella bestia del giornalismo – Emanuele – fece due o tre ore davvero epiche, collegandosi in mezza Italia e in Europa per far commentare lo sbigottimento del rapimento dell’On. Aldo Moro. Indimenticabile.