Archive for Novembre, 2017
Monsù Barolo: Massimo Martinelli

La Langa a metà ottobre ti assedia le narici con i suoi profumi di vinacce che ne pervadono ogni angolo. La Langa a metà ottobre lascia sulle viti ancora verdi pochi grappoli di uve nebbiolo ancora da vendemmiare. La Langa preserva ancora Uomini che ti sanno raccontare storie interessanti: uomini che ti parlano di altri uomini che non ci sono più fisicamente ma che – se ne sei capace – vedi ancora girellare per le vigne. Massimo Martinelli, enologo e pittore, oggi mi racconta di Renato Ratti e Bartolo Mascarello; mi racconta  di come con lo zio materno Renato, in realtà più fratello maggiore che zio (c’erano soltanto 9 anni di differenza), misero insieme L’ Abbazia dell’Annunziata; di come cominciarono a usare la fermentazione malo-lattica (molti langhetti dicono ancora “mano-lattica”); di come furono i primi a vendere direttamente al pubblico….E dopo molte storie di cui parlerò ancora, si beve e si beve come si deve: noi non degustiamo, noi beviamo. Un consiglio: se lo trovate (ma se si cerca si trova) leggetevi il più bello e completo libro scritto sul Barolo, “Il Barolo come lo sento io” di Massimo Martinelli; l’ultima edizione, di Sagittario Editore (Elio Archimede, per intenderci), è del 1993. Auguri.

Questo link rimanda al sito che descrive il posto felice dove Massimo Martinelli ha scelto di vivere e di produrre il suo Dolcetto Doc Langhe Monregalesi Bricco Mollea:

http://www.relais-art.com

I miei EMOTICON di vino al Bar Pietro, Torino

Invitato da Filippo Maria Paladini, dell’associazione pre/tesTO, ho dipinto 11 lavori su carta Fabriano 50% cotton da 300 gr. formato 25×35 per una mostra che si è inaugurata giovedì 23 novembre alle ore 18.30 presso il Bar Pietro di via San Domenico, 34/f in Torino.

Ho usato un particolare Ruchè di Scurzolengo (Asti) della Cascina Tavijn, un Ruchè quasi amabile di 15% vol., di colore rubino intenso.

Durante la serata ho dipinto con un vino Oliena (Cannonau) di una vecchissima bottiglia custodita nelle cantine del Bar Pietro da almeno 25/30 anni. Vino liquoroso, ancora bevibile.

I quadri sono in vendita.

La mostra è dedicata al mio grande amico Mariano Gai Lofaso.

L’Ambasciatore vietnamita Cao Chinh Thien in visita nelle Langhe

Con grande piacere e inaspettata soddisfazione, ieri ho accompagnato in Langa Sua Eccellenza l’Ambasciatore vietnamita in Italia Cao Chinh Thien, a capo di una delegazione della Camera di Commercio Italo-vietnamita con gli amici Fulvio Albano (presidente) e Walter Cavrenghi (segretario).

Abbiamo visitato le cantine Gianni Gagliardo (guidati dalla competenza e dalla passione di Alberto Gagliardo) a La Morra e, successivamente in Barolo, quelle dei Marchesi di Barolo dove poi abbiamo pranzato, presenti Anna ed Ernesto Abbona, proprietari della storica azienda vitivinicola.

Ho scelto un menù tradizionale con abbondante grattata di tartufo bianco d’Alba,  assai gradito da tutti e in particolare dall’Ambasciatore, che conosce e apprezza il nostro prezioso fungo e assai anche i nostri Barolo.

Etichette d’autore

Finalmente ho finito. Un lavoro innanzitutto concettuale durato mesi e poi la difficile realizzazione: dipingere in rilievo (ed è vino!) una per una 73 etichette che andranno a impreziosire altrettante bottiglie di un grande Barolo, il Preve 2007 di Gagliardo. Ovvio che il vino usato è quello di un’unica bottiglia di Preve di cui, almeno un sorso, ho prima bevuto. E’ un lavoro “sinfonico” perché ha un senso nel suo svolgimento complessivo: interpretare una linea e uno spazio definito tramite le mie ossessioni, pur vivendo ogni etichetta una vita propria. Sono soddisfatto. Soddisfatto ma esausto.

Vincenzo Reda on japanese TV

https://vimeo.com/178164159

(se richiesta, password: vr )

Autumn in Langa: walking between vineyards in november
Language of colors in autumn, Langa (Piedmont, Italy)

Il poema lirico dei colori di Langa quando l’oceano di viti dipinge il degrado dopo aver donato i suoi frutti meravigliosi che in questi giorni stanno diventando vini.

A questi colori, camminando i paesi di Langa, si mescolano gli effluvi inebrianti dei mosti in ebollizione. Gli Dei del Vino, in questi giorni, fanno festa: onore a loro!

All’Harry’s Bar con Arrigo Cipriani, Venezia 11 marzo 2008

Il cellulare squilla improvviso: Cipriani mi chiede scusa e risponde in inglese.

Ha luogo una breve conversazione che non seguo; chiusa la comunicazione, Cipriani, con un sorriso disincantato, né beffardo né compiaciuto, mi dice: l’hanno preso, Il Grande Moralizzatore, quello che ci ha sempre massacrati…

??? di chi si tratta, mi scusi.

Il governatore di New York, non lo conosce?

Ma chi, Giuliani?

No, no: Spitzer, Eliot Spitzer, il governatore di New York: l’hanno beccato per una storia di prostitute di lusso. Proprio lui che perseguitava tutto e tutti con l’ossessione di moralizzare il Mondo.

Sono al primo piano dell’Harry’s Bar, ospite a pranzo di Arrigo Cipriani: avevo richiesto l’incontro dopo aver letto il suo ultimo libro “Harry’s Bar – L’impresa, la ristorazione, la salute”, appena pubblicato per i tipi di Spirali e di cui ho scritto per i lettori di Barolo & Co.Quando è possibile, gli autori di cui parlo desidero conoscerli di persona: è fondamentale, per me, conoscere lo sguardo, seguire la gestualità, sentire il tono di voce, osservare come vestono. Nulla di scritto e neanche nulla di mediato da fotografie, cinema, televisione può dirti di una persona quanto un incontro: è la più vera delle banalità.

Arrigo Cipriani è un uomo ovviamente non più giovane, veste un impeccabile doppiopetto celeste scuro di ottimo taglio: la camicia e, soprattutto, la cravatta – una regimental dai colori pastello – raccontano sense of humor come lo sguardo franco, chiaro, aperto senza essere fastidiosamente indagatore, racconta un carattere libero e disponibile.

Egli è nato quasi quando nacque il suo Bar e di cui, non a caso, porta il nome: certo che gli anni gli danno fastidio, certo che, si vede bene assai, invecchiare non gli piace; lo spirito è quello di sempre: libero, birichino, bisognoso di misurarsi con gli uomini, le cose, i fatti.

Di sé dice non essere un genio: i due Giuseppe, padre e figlio, essi invece sono geni autentici. Uno ha creato la Leggenda, e il Carpaccio e il Bellini, senza aver alcun talento per i denari; l’altro, suo figlio quarantenne, della Leggenda sta facendo un grande business di respiro mondiale, come i tempi richiedono.

Era in Dubai ieri e stamattina si è presentato a Venezia; sa, si è comprato un aereo personale, e non potremmo proprio permettercelo: il fatto è che quando si mette in testa una cosa, non c’è verso di fargli cambiare idea, e devo dire che ha sempre, o quasi, ragione. Come quando, lo seppi dai giornali, comprò per 28 milioni di dollari il primo palazzo a New York: tutti quei soldi ovviamente non li avevamo, ma egli seppe trovarli e aveva ragione! Ha un grande carisma, come suo nonno e anche con le donne…

Le donne: la mamma Giulia, la moglie Ina (Tommasina) e quelle che comunque non nasconde di apprezzare. Ho letto “Anch’io ti amo”, un librino pubblicato nel ’96 da Baldini & Castoldi: i due scritti più belli sono quelli che Arrigo Cipriani dedica alla moglie e alla madre; scritti non banali, anche amari, struggenti, non privi di un certo fascino letterario.

Ho sempre pensato che gli uomini che sono stati educati dalle donne, quelli che hanno vissuto tra e con le donne, sviluppano una sensibilità particolare.

L’astrologia, per quel che vale e per chi ci crede: Arrigo è un toro di maggio, il papà Giuseppe uno scorpione di novembre, il figlio Giuseppe un leone di agosto: certe volte sembra quasi una disciplina seria…

Sa, Gianni Agnelli mi chiedeva sempre come stava mia zia….io che magari non la vedevo da mesi. E Berlusconi, ha fatto una serata da noi con Amato e poi è arrivato anche il suo cantante Apicella, di persona è simpatico, coinvolgente. Come Naomi Campbell, tutta un’altra persona rispetto a quello che si pensa seguendo i media.

Sì, Cipriani, ma a me non interessa che mi parli dei personaggi passati dall’Harry’s in tanti anni: ormai è tutto pubblicato e risaputo, la Leggenda è ormai proprietà dell’immaginario collettivo; mi parli di suo padre, mi parli di suo figlio…

Mio padre certe volte lo caricavo sull’auto, a me sono sempre piaciute le automobili veloci – oggi possiedo una AMG da più di 500 cavalli e sapesse come mi diverto ancora ai semafori: da 0 a 100 in 4 secondi! – a quei tempi avevo una Giulietta, e con  lui scorazzavamo per la provincia per un giorno intero, mangiando e, ancor più bevendo, in trattorie incredibili. Si tornava sempre con le gambe ben ben traballanti….

Di mio figlio, che vedo pochissimo perché è sempre in giro per il mondo, mi ricordo una volta in cui riuscimmo a stare insieme per sei ore consecutive e a parlare come non avevamo mai fatto: era una circostanza non bella, eppure la ricordo con piacere per quel lungo momento di intimità, di vicinanza.

Oggi, il nostro è un grande affare che occupa più di 1000 persone in diversi continenti: stiamo per aprire a Las Vegas e a Miami, e anche qui mio figlio Giuseppe ha saputo scegliere i posti migliori, e la sfida è rappresentata dalla necessità di valutare e incentivare al meglio i collaboratori cui delegare compiti importanti. Stiamo trasformando un’azienda familiare in una moderna organizzazione con strategie mondiali, e non è cosa semplice.

Pensi che Giuseppe ha comprato una grande azienda agricola in Uruguay, un affare come li sa fare solo lui: ci vado ogni tanto a trascorrere qualche bel momento con gli amici.

Siamo seduti in un tavolo d’angolo al primo piano del locale: l’Harry’s Bar è un localino piccino, proprio di fronte alla fermata S. Marco delle linee di traghetti veneziani. Colpisce lo spazio minuscolo, colpisce la straordinaria accoglienza, sempre discreta dei camerieri, i tavoli bassi, le comode poltrone, le piccole posate, i bicchieri quasi ordinari: Riedle, quando viene da noi si porta i suoi bicchieri, ma io non gliene ho mai comprato uno! Da noi si usano quelli che piacciono a me, non si discute. E non ci sono chef, non ci sono tendenze da seguire, cucine novelle o sifoni da rincorrere: da noi si viene perché siamo noi.

Ovviamente, la discussione viene a toccare l’argomento guide e giornalisti e critici enogastronomici di cui Arrigo Cipriani non ha grande considerazione: e come dargli torto! Non c’è un grande editore che pubblichi una guida vera del settore – parlo di Editori come li ho conosciuti io,  Giulio Einaudi, Mario Lattes, Gianni Merlini – perché posti come Il Bar dovrebbero occupare una sezione hors categorie: non si danno voti alle Leggende. Anche il mio amico Gino Veronelli, grande personaggio di questo mondo ma certo non grande editore, ebbe i suoi bravi torti. Cipriani mi racconta di una battaglia a suon di anagrammi: trovò un bel Er vinello  che non piacque molto al buon Gino; si riappacificarono in un incontro casuale a New York…

Due aneddoti prima di concludere: una volta a New York a  Silvester Stallone che si lamentava di essere da molto in attesa di un tavolo, Giuseppe Cipriani replicò che per vedere un suo film aveva dovuto fare due ore di coda, e dunque che lasciasse perdere…

Gael Green, giornalista esperta di enogastronomia ma anche di faccende inerenti il sesso, fu mandata dal New York Magazine a scrivere un pezzo su uno dei locali di Cipriani: ne scrisse malissimo e a torto; Arrigo spedì una lettera al giornale dicendo che la signora aveva mangiato dimenticandosi di togliere il preservativo dalla lingua. E la lettera venne pubblicata integralmente, con grandi complimenti di tutti gli addetti ai lavori al sarcasmo opportuno del buon Arrigo.

Concludo parlando della pasta all’uovo, confezionata nel pastificio di proprietà in Veneto – non più di qualche quintale al giorno con una macchina ideata da Cipriani stesso – di qualità eccelsa, preparata con un ragout ineccepibile. Così come di ottima qualità la tartare guarnita con una buona salsa tonnata. Una bottiglia di un giovane Cabernet ha svolto il suo compito in modo adeguato – Arrigo Cipriani mi ha fatto notare che a Venezia non si possono avere cantine in cui tenere i grandi vini e ci si deve attrezzare in altro modo.

Di cibo e di vino ho parlato poco: non sono stato ospite di Arrigo Cipriani per giudicare la qualità della ristorazione, peraltro impeccabile: spesse volte ci si dimentica che la ristorazione è solo un mezzo.

Il fine naturale è nutrirsi bene.

Il fine delle persone, quelle che piacciono a me, è invece quello d’incontrare altri uomini, sensibili e curiosi ( non tralasciando le donne, naturalmente…).

Torino 17 marzo 2008

Vincenzo Reda

 

Fattoria Serra San Martino: la boutique marchigiana del vino

Forse è la prima volta che scrivo di vini di cui non conosco personalmente i produttori, né ho avuto modo di “camminarne le vigne”, come diceva con proprietà letteraria tutta sua l’amico Gino.

La storia è questa: in seguito alla mia partecipazione, nello scorso mese di ottobre, al convegno “Verdicchio 2.0”, organizzato dall’azienda CasalFarneto in quel di Serra de’ Conti, ho avuto tempo e modo di scrivere molto a quel proposito. In tutta evidenza, quel che ho scritto dev’essere stato apprezzato, tant’è che poco tempo dopo mi è giunta la telefonata di una signora, Kirsten Weydemann, che mi chiedeva se poteva inviarmi i suoi vini per una mia valutazione. La signora mi diceva che il mio nome le era stato consigliato da persone di CasalFarneto.

Nei primi giorni di novembre mi sono arrivate quattro bottiglie di vino rosso che non ho potuto bere nei tempi che di solito occorrono per le mie valutazioni, che sono lunghe e richiedono diversi giorni: impegni di lavoro mi portavano infatti lontano da Torino.

Al mio ritorno ho potuto dedicarmi con calma a conoscere innanzi tutto la bella storia di questa piccolissima realtà e poi a gustarne i vini.

Kirsten e Thomas Weydemann sono due architetti tedeschi originari di Amburgo. Accade che nel 1997 visitano le Marche e, com’è successo fin dai tempi di Goethe e Winckelmann, s’innamorano in maniera irrimediabile di un posto situato nel centro di questa magnifica regione. Il luogo è un’antica azienda ottocentesca di circa 6 ettari con casa colonica in completo abbandono.

La coppia tedesca, con la tipica serietà e applicazione teutonica, prende possesso del posto, ne restaura la casa e provvede al rimpianto di 3 ettari di vigna, oltretutto situati in una zona a DOC della provincia di Ancona.

Le scelte sono orientate verso una strategia produttiva di vitigni a bacca rossa con portainnesti di scarso vigore: Montepulciano, Syrah, Merlot e – incredibile – Sagrantino.

A un’altitudine media di 220 metri, con esposizione verso sud-ovest e caratteristiche geologiche di terreni calcarei e conchigliferi (tipico fondo di mare), gli impianti sono stati fatti seguendo le più moderne tecniche agronomiche: 6.000 piante per ettaro, conduzione a cordone speronato e guyot, inerbimento spontaneo e, dal 2007, conduzione bio con basso ricorso a concimazione e conseguente basso impatto ambientale. Poi, lavorando sempre in prima persona, potature corte e diradamento opportuno che portano la produzione a non più di un chilogrammo di frutto per singola pianta.

In cantina la strategia seguita è la medesima: nessuna chiarifica e nessuna filtratura, uso scarsissimo di solforosa. Dopo un’accurata vendemmia manuale, le tipologie sono vinificate in vasche di cemento in cui restano per circa 4 settimane (ma a volte anche fino a 4 mesi, per piccole quantità) per la macerazione/fermentazione, usando la tecnica del batonage. La successiva svinatura viene svolta con l’uso di legno piccolo francese (225 e 500 lt.) in cui i vini restano a contatto con le fecce nobili e svolgono la fermentazione malolattica. Questa fase dura dai 15 ai 30 mesi, dopo di che i vini vengono imbottigliati: a seconda delle annate e delle caratteristiche organolettiche, si decide se effettuare delle cuvée o di lasciare le rispettive varietà in purezza.

I vini rimangono in bottiglia dagli 8 ai 18 mesi per l’ulteriore affinamento.

Mi hanno mandato il Paonazzo 2008 (Syrah in purezza), lo Sconosciuto 2007 (Sagrantino in purezza), il Roccuccio 2008 (uvaggio di Montepulciano 60%, Merlot 30% e Syrah 10%) e il Lysipp 2007 (Montepulciano in purezza).

Le mie bevute sono durate una settimana circa, ho cominciato con i primi due per finire con il Lysipp.

La prima considerazione è che tutti i vini sono pienamente riconoscibili: l’eleganza e l’armonia sono caratteristiche che li accomuna insieme a una nota caratteristica di ampia confettura, sia al naso sia al palato, che evidentemente è tipica del territorio.

Se il Syrah è di gusto più internazionale, con un colore leggermente più scarico e note di frutta rossa di grande eleganza con tannini leggeri, il Sagrantino marchigiano è stata una gradevolissima sorpresa. Colore rubino intenso, ma naso e palato di un’eleganza e di un’armonia, soprattutto nei tannini e nell’acidità, che il Sagrantino umbro non ha, almeno a questa giovane età. Insieme con il Montepulciano in purezza, altro vino straordinario in cui la confettura di lampone e marasca regalano all’olfatto e al gusto grandi sensazioni, questo è senza dubbio il vino che più mi è piaciuto. Molto più morbido, e per alcuni può essere anche meglio, il Roccuccio, in cui Merlot e Syrah rendono meno aggressivo un vitigno come il Montepulciano che io amo in maniera particolare.

Per chi ha dimestichezza con grappoli, centesimi e bicchieri ( a me personalmente valutare i vini con voti percentuali fa venire la cacarella), questi vini non vanno sotto i 90/100, con Lo Sconosciuto e Il Roccuccio che superano i 92/100. Il loro grado alcolico sta tra i 14 e i 14,5% vol che non sono mai invadenti. Naturalmente, la persistenza è di quelle che si ricordano e, altrettanto naturalmente, i vini migliorano con l’ossigenazione: eccellenti anche uno o due giorni dopo la prima beva.

E sono vini il cui prezzo varia tra i 14 e i 24/25 €! Purtroppo, le quantità sono da boutique: per ognuno non più di 1500/2.000 bottiglie (con l’eccezione del Roccuccio di cui se ne producono 4.000), non superando la produzione totale dell’azienda le 12.000 bottiglie.

Come nota finale devo elogiare l’eleganza delle etichette, rara.

Io personalmente metterei in evidenza il brand Fattoria Serra San Martino rispetto al nome del vino e terrei soltanto due tipi di etichetta: quella scura (tipo Lysipp) per i monovitigni e quella bicolore (tipo Roccuccio) per le cuvée.

Comunque, se li trovate questi sono davvero grandi vini che consiglio con entusiasmo. In attesa di conoscere personalmente Kirsten e Thomas Weydemann, e magari di assaggiare anche il loro olio.

KIRSTEN & THOMAS WEYDEMANN
VIA SAN MARTINO 1 • I – 60030 SERRA DE’ CONTI/AN • TEL. +39.0731.878025 • FAX +39.0731.870651
CHRISTIAN AUGUST WEG 15 • D – 22587 HAMBURG • TEL. +49.(0)40.865860 • FAX +49.(0)40.8663837

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Lysipp 2009: mammamia!!

Oggi ho avuto l’onore di bere il Lysipp 2009 che i miei magnifici amici e produttori (aggettivo riduttivo) di vino Kirsten e Thomas Weydemann spremono in quel di Serra de’ Conti, Esino provincia di Ancona, zona vocata per il bianco Verdicchio dei Castelli di Jesi.

Il Lysipp è un Montepulciano in purezza.

Di vini negli ultimi due mesi ne ho bevuti da nord a sud, da est a ovest dell’Italia di ogni tipo e assai assai per davvero ottimi, alcuni di piccoli produttori senza dubbio eccellenti.

Con questo sono senza fiato.

Si fa presto a dire confettura di marasca e lamponi, con secondari e terziari di straordinaria complessità: ma bisogna metterci il naso dentro a questa confettura. L’intensità e l’armonia sono qualcosa che nel mondo del vino, assicuro, sono quasi introvabili.

E sul palato si stende un vino grasso, morbidissimo che mantiene quel che l’olfatto aveva promesso, anzi di più.

Il colore è rosso rubino inchiostro: la luce non passa da queste parti. Thomas i suoi vini li lascia sulle bucce per tempi che non posso neanche specificare; non usa barrique ma tonneau di 350 e 500 lt., mai interamente nuove. Qui il legno non si sente e non si sentono i 14,5% vol. di alcol.

Avevo bevuto il 2007 che mi aveva colpito, questo è a dir poco strepitoso: ai vertici dei rossi italiani e non ho paura di espormi.

Prossimamente berrò il Sagrantino Lo Sconosciuto 2009: qui sarò a riferire.

https://www.vincenzoreda.it/fattoria-serra-san-martino-la-boutique-marchigiana-del-vino/

My birthday wines and food

Il primo regalo me lo ha fatto Angelo, sommelier del Berbel: una bottiglia di Piano Alto 2003, Barbera sensazionale di Bava. Arriva da un cru di Agliano ed è affinata in botti di legno nuove da 15 hl. Nelle mie recenti valutazioni dei vini di Bava avevo bevuto le Barbera Libera e Stradivario, comunque più che ottime: questa è qualcosa di indescrivibile, con un’armonia e una complessità che si trovano di rado in una Barbera. La prima sensazione è stata quella di bere un enorme Merlot! Ci ho accompagnato un Patanegra. Prima avevo bevuto il mio amato Balciana degli amici Sartarelli: un 2011 splendido ma ancora giovane, con polpo e patate preparato alla grande dallo chef  Nicola Di Tarsia.

Per la cena in famiglia avevo riservato una bottiglia di Cirò Volvito 2008 mandatami dall’amico Giansalvatore Caparra. Vino grande che ho bevuto con gli insaccati preparati da mia cugina Fortunata e stagionati di quasi un anno. Con l’insalata di ovuli crudi e i tajarin con i porcini piemontesi ho bevuto il fantastico Barolo Vigna Rionda 2003 dei miei amici Maria e Franco Anselma.

Una bottiglia di A Rilento 2010 (Fattoria Serra di San Martino) ha accompagnato i gamberoni grigliati e i dolci: questo vino è un Verdicchio dei Castelli di Jesi che sta sulle bucce per un tempo incredibile e restituisce al palato dei gusti di assoluta peculiarità che non a tutti possono piacere. Io lo adoro.

E così ho festeggiato i miei usurati 59 anni: in compagnia di vini tutti prodotti da miei amici del Sud, del Centro e del Nord; così come i cibi di rigorosa tradizione. Il tutto al riparo della Famiglia e delle mura domestiche. Come si conviene in questi casi.