Archive for Dicembre, 2017
2018 by Vincenzo Reda

Auguri da Vincenzo Reda.

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2018, my very best wine wishes

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Rabindranath Tagore

Rabindranath Tagore nacque a Calcutta il 6 di maggio 1861 e morì in un villaggio del suo amato Bengala il 7 di agosto del 1941. Ebbe nel 1913 il Premio Nobel della Letteratura. Si chiamava Thakhur per la verità: cognome che trasformò dopo un soggiorno di studio durato tre anni in Inghilterra. Era un uomo molto bello e dolce, figlio di un ricco bramino in odore di santità.

E’ un poeta che ho sempre amato, conosciuto, tradotto e apprezzato in tutto il mondo; la sua è una poesia che parla di natura, di bellezza, di amore e di armonia. E sono parole semplici, a volte quasi preghiere.

Ho da poco finito di leggere questa piccola antologia di poesie e di scritti, pubblicata da Guanda nel 2005 e da poco uscita in seconda edizione: sono letture rilassanti, che rassicurano. Oggi ne abbiamo particolare necessità.

“Ciò che ritorna più spesso nella mia mente, ripensando alla mia infanzia, è il mistero che circonda la vita e il mondo del fanciullo. Qualche cosa di sconosciuto e d’inafferrabile si nascondeva dovunque, e sempre ci domandavamo con inquieta insistenza:«Quando, oh, ma quando potremo saperne di più?» E ci sembrava come se la natura tenesse un segreto chiuso nella mano e ci domandasse sorridendo:«Che ho qui?» Quello che era impossibile che avesse era ciò di cui non avevamo ancora idea. Ricordo benissimo il seme di annona, che avevo piantato con tanta cura nell’angolo occidentale della veranda, innaffiandolo ogni giorno. L’idea che esso si sarebbe trasformato in albero mi riempiva di meraviglia; il melo seguitava a germogliare, ma oggi non desta più in me quel senso di profondo stupore: la differenza non è nell’albero, ma nel mio modo di pensare.”

“…il suolo, che non solo aiuta l’albero a crescere, ma mantiene la sua crescita entro certi limiti. L’albero deve provare l’avventura della vita, innalzare e allargare i suoi rami da ogni parte, ma i suoi più profondi legami sono con la terra, e ciò l’aiuta a vivere. Anche la nostra civiltà deve avere il suo elemento passivo, una base larga e stabile; non dev’essere solo crescita, ma crescita armonica. essa deve avere un tempo, una misura di tempo. Il tempo non è un ostacolo; è ciò che le sponde sono per il fiume: esse guidano la corrente che altrimenti si perderebbe nella palude. E’ un ritmo, il ritmo che guida il mondo, nei suoi movimenti, verso la verità e la bellezza.”

Liceo Scientifico G. Ferraris di Torino, sez. H: 1968-1970

Beppe Margarita, oggi medico radiologo, è il compagno che si fa carico di tenere i contatti, avvisare ognuno e mettere a disposizione la sua bella e accogliente casa nei dintorni di Chivasso affinché la piccola magia del rincontrarsi, ogni due o tre anni, abbia a verificarsi. E di piccola magia si tratta: è evidente che, tutto sommato, siamo gente che sta invecchiando bene. Perché il ritrovarsi ogni tanto, dopo tanti anni che ci separano da una adolescenza che per certo non fu spensierata – almeno per quanto mi riguarda – è sempre un piacere. E sono certo che non è cosa di poco conto: sento amici e parenti che con i loro antichi compagni non hanno tenuto i rapporti e nemmeno questo fatto ritengono spiacevole. Noi, no: noi ci ritroviamo con piacere e ci divertiamo; siamo ancora capaci di farlo. E si mangia bene e si beve altrettanto bene. Speriamo che questo piccolo rito duri ancora nel tempo. Purtroppo, qualcuno manca definitivamente all’appello: è un fatto statistico, ahinoi! Dunque è doveroso ricordare, per tutti gli altri tre, Roberto, che se n’è andato di recente: era il più bravo della classe, sempre però con un velo di tristezza dipinto sul volto che lo accompagnava, quasi fosse un segnale del destino. Riporto il link di un mio scritto, pubblicato anche su Quisquilie & Pinzillacchere (Ed. Graphot), che bene esprime cosa è stata la nostra generazione, quelli nati quando nasceva la televisione.

https://www.vincenzoreda.it/la-generazione-fortunata/

 

 

I miei auguri di vino dal 2005 al 2010, wine greetings 2005 2010

Il 2005, anno per me terribile, lo inaugurai con il Dolcetto d’Alba Vigna S. Lorenzo 2003 di Giribaldi: un produttore con cui non ebbi alcun feeling (e appunto l’anno fu disastroso…). Per gli auguri successivi scelsi il Murrae 2004 di Rocche Costamagna (avevo già usato il Rubis); il soggetto è uno dei miei più belli: un fiore-bicchiere fatto con i polpastrelli per un 2006 prospero. L’anno successivo scelsi il Dolcetto San Luigi 2005 di Quinto Chionetti, un altro produttore con cui non ebbi alcun feeling (anche maleducato, perché nemmeno mi ringraziò per gli auguri e io non avendogli chiesto proprio nulla, nemmeno le bottiglie che comprai…); il soggetto fu l’Ankh, simbolo della vita egizio. dipinsi una serie speciale, dedicata a faccende iniziatiche, con il soggetto G (7° lettera dell’alfabeto con potenti significati, anche personali – la abbino sempre alla M, 11° lettera): questa serie fu dipinta con il Dolcetto Colombè 2005 di Ratti dell’amico Massimo Martinelli e fu benaugurante. Il 2008 fu introdotto da un altro Dolcetto di Dogliani, il San Luigi 2006 di Bruno Porro: il simbolo l’0tt0 orizzontale che è l’infinito. Fu l’anno dei grandi viaggi in India, Guatemala, Stati Uniti. Il 2009 fu l’anno del magnifico Dolcetto 2007 di Flavio Roddolo: l’anno dell’OM e l’anno delle grandi mostre in India. Con il Dolcetto Borgogno 2008 dell’amico Oscar Farinetti augurai il 2010 che, alla sua fine, si sta rivelando una ottima annata. Mi auguro che il Bricco Mollea 2009, Dolcetto delle Langhe Monregalesi, di Massimo Martinelli accompagni un 2011 favorevole.

I miei auguri di vino dal 1999 al 2004

Ho cominciato nel dicembre del 1998 a dipingere, uno a uno, i miei auguri. Sempre con un Dolcetto diverso di anno in anno e sempre scelto a seconda dei miei gusti, dei miei capricci, delle mie suggestioni.

Il primo era un Dolcetto d’Alba 1997 di una riserva speciale dei Marchesi di Barolo che mi aveva regalato un amico. Il secondo il Dolcetto d’Alba Cremes 1998 di Gaja.Il terzo, per gli auguri del 2001, il Dolcetto Dogliani 1998 dei Poderi Einaudi (in quell’anno dipinsi anche una piccola serie speciale per Gegè Mangano con il Primitivo di Felline 1998). Per il 2002 scelsi il Dolcetto d’Alba Villa Ile del 2000. L’anno successivo ne usai due: il magnifico Rubis, Dolcetto d’Alba, di Rocche Costamagna del 2001 e il Dolcetto di Diano 2001 Sorì Bric Maiolica dei Poderi Sinaglio. Infine, per il 2004, dipinsi con un Dolcetto di Ovada Superiore (Villa Montoggia 1998). Le riproduzioni dei biglietti da visita sono assai brutte: in quel periodo non usavo il digitale e neanche tutta la mia capacità tecnica nella riproduzione analogica: le immagini qui sotto sono assai brutte, ma sono scansioni di stampe fotografiche scadenti.

I miei auguri

Quest’anno non ci saranno più i 73 biglietti dipinti uno per uno e spediti a amici e collezionisti che dal 1998 ho sempre usato per i miei auguri (qui riporto gli ultimi quattro, tutti dipinti con eccellenti Dolcetto di cari amici produttori).

Gli auguri che ho dipinto per le feste del 2017 e per l’anno prossimo sono due lavori particolari, realizzati con Barbera e Dolcetto. Uno racchiude i topos tipici del Natale occidentale, dipinti alla mia maniera in cui le macchie sono peculiarità imprescindibili. L’altro è un’opera complessa, sofferta che racchiude una simbologia personale a cui sono avvinghiato come e più tignoso di un’edera: è un lavoro realizzato principalmente a spatola, utilizzando residui secchi di vini differenti. Lo considero un capolavoro, almeno per quanto mi concerne.

Anyway, auguri a tutti quelli che mi seguono e che mi vogliono bene; e auguri particolari a quei pochi che mi capiscono e che sopportano le mie distonie, le mie pause, le mie assenze, le mie rudezze.

Ristorante Dadò di Chiara Antoniotti, Torino

http://ristorantedado.it/online/

Chiara Antoniotti l’ho conosciuta nel maggio del 2016: era la responsabile degli eventi a La Piazza dei Mestieri nel cui ristorante (cuoco Maurizio Camilli) si tenne una mia mostra.

Nell’autunno dello stesso anno rilevò il ristorante di famiglia e iniziò a occuparsene in prima persona.

Cominciò in sordina, con ragazzi giovani: ricordo degli eccellenti maltagliati con vongole e frutti di mare.

Nel maggio di quest’anno  Chiara chiamò a dirigere le cucine il celebre chef stellato (Vintage 1997) Pierluigi Consonni. Questa collaborazione si è interrotta lo scorso Novembre.

Oggi dirige la cucina lo chef Massimiliano Nucera (già all’Oinos Vini di Torino).

Il locale è assai accogliente, caldo e rassicurante, ricavato in una foresteria ottocentesca dell’attiguo Santuario di Sant’Antonio. In un paio di ambienti di largo respiro accoglie circa 45 coperti. Il menù è in buona sostanza una rivisitazione moderna di piatti tradizionali. Ho mangiato una versione delicatissima del brandacujun ligure (stoccafisso mantecato ligure) con pane carasau e uova di Beluga, poi sono passato a un classico polpo grigliato sopra un’ottima crema di mais con un’interessante maionese, ricavata dalla riduzione dell’acqua di cottura del polpo; ho finito gustando una zuppa di cavolfiore con broccoletti, pane tostato e vongole: ecco un piatto insolito che mi ha stupito e per cui tornerei volentieri a sedere ai tavoli di questo ristorante che regala un’atmosfera abbastanza unica. Chiara offre un centinaio di etichette che coprono in maniera omogenea il territorio italiano con qualche ovvia presenza francese. Si spendono mediamente 30/40 € senza vino.

Credo che ci siano ancora alcune cose da mettere a punto, soprattutto in cucina: anche per la ristorazione il tempo (la pazienza) è una risorsa irrinunciabile. In ogni caso, in pieno centro della città (una traversa di corso Vinzaglio e a due passi dalla stazione ferroviaria di Porta Susa), Dadò è un’ottima opzione, sia per un brunch veloce sia per una cena rilassante.

Vincenzo Reda e i suoi Piscarelli al ChickenRiko di Torino

Lo scorso 8 novembre ho dipinto un Piscarello nel corso della serata in cui presentavo la mia mostra nel locale di cucina peruviana ChickenRiko, in via Artisti, 1 a Torino.

E’ stata una serata di particolare intensità e di imbarazzante emozione.

Il pezzo dipinto con il Pisco e con l’aggiunta di polvere di peperoncino peruviano l’ho lasciato in omaggio ai gentilissimi proprietari del locale: Fiordeliz  e Salvatore, chef italiano.

Nella galleria di immagini anche i Piscarelli esposti a La Piazza dei Mestieri e quelli di proprietà del ristorante Made in Perù.