Archive for Febbraio, 2018
Pisco, altri lavori
I colori del Pisco, dedicati al Perù

I lavori sopra illustrati sono acquerelli diluiti con distillati, Grappa e Pisco. E’ una sperimentazione che vedrà soltanto poi l’uso del Pisco con soggetti ispirati alla cultura e alla storia del Perù. I distillati con cui uso i colori ad acqua sono più densi e asciugano più velocemente, dunque la tecnica è un poco diversa di quella “normale”. Questi sono in formato 35×50, i prossimi invece saranno 50×70, sempre su carte Fabriano o Archer.

Come al solito, i miei lavori hanno una struttura e una genesi concettuale: uso, come con il vino, soltanto distillati che conosco e che ho bevuto.

Un regalo: la più bella pagina di tutti i tempi scritta sul calcio

Io non ho molte certezze, ma su quanto segue non nutro il benché minimo dubbio: Osvaldo Soriano ha scritto la più bella pagina di tutti i tempi dedicata al calcio. In queste parole c’è l’essenza del calcio, c’è tutto quello che è il calcio vero.

1274471002350betdnDi Soriano ho letto tutto, e come per Fante, ho un amore svergognato: li accomuna il rapporto straordinario con i rispettivi padri.

Soriano ha scritto molto di calcio, tra le altre – tutte strepitose – mi piace citare anche la pagina dedicata a Obdulio Varela, l’eroico centromediano dell’Uruguay, campione del mondo il 16 luglio del 1950 allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, contro il Brasile che aveva vinto anzitempo, come spesso succede nel calcio, la partita che doveva ancora giocare.

La pagina che segue è tratta dal racconto Primi amori, dal volume Pensare con i piedi – titolo originale: Cuentos de los años felices -, scritto nel 1994 e pubblicato nel 1995 da Einaudi.

Osvaldo Soriano se l’è portato via un cancro ai polmoni – come suo padre – nel 1997, a soli 53 anni. Era stato un promettente centravanti.

“Tutte le volte che comincio un viaggio lungo, ricordo alcune cose di quando ancora neppure sognavo di scrivere romanzi all’alba né di prendere aerei né di dormire in alberghi lontani. Quelle immagini vanno e vengono come un’amaca vuota: la mia prima fidanzatina e il mio primo goal. La prima fidanzatina era una ragazza dai capelli nerissimi, timida, che adesso sarà sposata e avrà figli in età da rockanrol. È stato con lei che ho fatto l’amore la prima volta, un lunedì del 1958, nell’ora della siesta, in una fila di poltrone sgangherate di un cinema vuoto.

[…] Passavamo il tempo al cinema, ad accarezzarci sotto il suo cappotto che ci copriva le gambe, e credevamo che il padre non se ne accorgesse. Forse era così: se ne stava chino, assente, masticando il sigaro spento, innervosito per il fumo e per il calore della cabina di proiezione. Ma la madre non ci perdeva di vista e in quell’infelice pomeriggio d’inverno aveva fatto irruzione nel botteghino e aveva cominciato a mollare ceffoni alla mia fidanzatina.

Seppi poi che facevamo l’amore tutti i giorni, ma allora supponevo che vi fosse un solo modo possibile e che se lei lo avesse accettato, finalmente si sarebbe verificato il momento più glorioso dell’esistenza. E quell’istante, in una vita normale, è paragonabile solo a un altro istante, quando il pallone entra davvero in una porta per la prima volta, e non c’è Dio più felice di uno che esulta a braccia aperte urlando verso il cielo.

Quel tale, trent’anni fa, sono io. Ancora oggi, in un eterno replay, corro a cercare abbracci e ascolto in sordina il rumore della tribuna. So che queste confessioni contribuiscono al mio discredito nell’alta torre degli scrittori, ma io continuo a essere lí, in agguato tra il 5 che mi spintona e Hacha Brava che mi tira per la maglia mentre stiamo pareggiando e un’ala con il ciuffo imbrillantinato tira un rasoterra centrale, nel mucchio, alla sperandio. Il respiro mi si è arrestato ma sono lucido e freddo come un killer. Il nostro centromediano ha appena pareggiato con un tremendo tiro da trenta metri che ho festeggiato senza abbracciarlo e in questo contropiede, ormai verso lo scadere del tempo, intuisco segretamente che la mia vita cambierà per sempre.

La paura di perdermi nel groviglio di gambe, nell’inferno di urla e gomitate, è ormai passata. Il 10, che è un veterano di mille battaglie, arriva in diagonale e manca la palla perché il destro gli serve solo per stare in piedi. Inesorabilmente, quel gesto fallito spiazza tutta la difesa e il pallone finisce rotolando alle spalle del 5 che si gira disperato per metterlo in corner. Allora arrivo io, come nei nostri film, con il piede morbido per non far alzare il tiro e colpisco forte, in diagonale, e anche se non sembrerà vero quell’immagine è ancora viva in me, quale che sia l’albergo in cui mi trovo.

Come l’altra, nell’ora della siesta, nella poltrona sgangherata del cinema deserto. Ci baciamo e senza volerlo, perché i ceffoni le bruciano ancora sulla faccia, la mia prima fidanzatina finalmente si abbandona e mi accoglie mentre i suoi seni che forse avevano accettato la carezza del nostro spregevole centromediano tremano e trottano, scappano e scoppiano, oggi che le nostre vite sono accanto ad altri e il mio albergo è tanto lontano dal suo.”

Gennaio 2009

Selfportrait of a young genius: me (I was 22, in 1976) with Patrizia

Questa foto la feci in via Frejus nel 1976. Le immagini sullo sfondo rappresentano la mia ricerca di body-art fatta in quel periodo e sono scatti di miei testi poetici (stampati alla rovescia) scritti sul corpo, non identificabile quindi mera superficie, di Patrizia. Mi stupisco ancora oggi: ero un vero genio, allora…Oggi non so più quel che sono.

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La Luna in piazza V. Veneto, a Torino
Tre perle russe: Zinaìda, Anna e Marina

Zinaìda Nikolàevna Gippius, nacque nobile l’8 novembre 1869 in Russia e morì poverissima il 9 settembre 1945 a Parigi. Era celebre per le sue raffinate stranezze e per citare sé stessa sempre al maschile ( pur sposata con un celebre scrittore).

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Un filo di ragno

Attraverso un sentiero del bosco, in un comodo cantuccio,

un elastico e lindo filo di ragno,

asperso di allegria solare e di ombra,

è sospeso nei cieli; e con un tremito impercettibile

il vento lo fa vibrare, tentando invano di strapparlo;

il filo è saldo, sottile, diafano e semplice.

È tagliata la viva cavità dei cieli

Da un alinea sfavillante, da una corda policroma.

Noi siamo avvezzi a stimare solo ciò che è confuso.

Con falsa passione nei nodi ingarbugliati

cerchiamo sottigliezze, riteniamo impossibile

congiungere nell’anima semplicità e grandezza.

Anna Andrèevna Achmàtova, pseudonimo di Anna Andrèevna Gorenko, nacque a Odessa l’11 giugno 1889 e morì a Mosca il 5 marzo 1966. Sposò Nikolaj Gumilëv, fondatore del movimento acmeista e fucilato dal regime nel 1921. Si definiva poeta, al maschile, e scrisse delicatissime e impareggiabili poesie d’amore.

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“La vera tenerezza”

La vera tenerezza non si confonde

con nulla. È silenziosa.

Invano tu avvolgi con cura

le mie spalle e il mio petto nella pelliccia.

E invano parole sommesse

dici sul primo amore.

 Come conosco questi pervicaci,

cupidi sguardi tuoi! 

1913 

Marina Ivànovna Cvetàeva nacque a Mosca l’8 ottobre 1992 e si tolse la vita a Elaburg il 31 agosto 1941. Tragica e grandissima poetessa dalla sensibilità e dall’emotività femminile, nel senso più letterale dei termini.

marina-ivanovna_cvetaeva-d277“Giovinezza mia”

Giovinezza mia! Mia estranea

Giovinezza! Mia scarpetta spaiata!

Serrando gli occhi infiammati,

così si strappa un foglietto dal calendario.

Di tutto il tuo bottino non ha preso

Nulla la Musa pensosa.

Giovinezza mia! Non ti richiamo indietro.

Tu eri per me un carico e un fardello.

Di notte bisbigliavi come un pettine,

di notte affilavi le frecce.

Oppressa dalla tua munificenza, come da un mucchio di ghiaia,

soffrivo per i peccati degli altri.

Ridato a te lo scettro prima del termine,

che importa all’anima mia ormai di nutrimenti e vivande!

Giovinezza mia! Mia molestia!

Mio brandello rosso di cotone!

5 novembre 1921

Giovanni Leopardi chef torinese
Giovanni alle prese con la preparazione di un filetto di squalo Mako

Giovanni alle prese con la preparazione di un filetto di squalo Mako

Sembrava un giorno normale: il solito opprimente caldo umido sulle rive del grande fiume. Giovanni entrò nelle immense cucine dello Sheraton hotel del Cairo alla solita ora per cominciare l’usato tran tran quotidiano di organizzazione e controllo del lavoro.

Fu improvvisamente fermato da un ufficiale dei Black Cats ( le forze speciali egiziane, i famosi “Gatti Neri” ) che lo perquisì e gli comunicò che le cucine da quel momento erano sotto il loro controllo e che informasse i suoi collaboratori della nuova situazione. Alle sue interrogazioni l’ufficiale rispose che le sale erano state interdette a ogni ospite estraneo per la semplice ragione che due personaggi di riguardo avevano deciso di mangiare al ristorante dello Sheraton.

In effetti, le cucine erano occupate dalle forze speciali egiziane mentre la sala, elegante e sterminata dell’hotel, era presidiata da due gruppi ben distinti e posti alle due estremità: da una parte il Mossad israeliano e dall’altra le forze speciali palestinesi. Due tavoli posti molto distanti uno dall’altro ospitavano, oltre a due o tre individui ciascuno, Yasser Arafat, inconfondibile con la sua kefiah, e Ytzhak Shamir.

Gamberoni blu della Nuova Caledonia

Gamberoni blu della Nuova Caledonia

Un poco intimorito, Giovanni preparò dell’agnello per il leader palestinese e un filetto di manzo per il politico israeliano.

Le portate furono esaminate con uno strano marchingegno elettronico che Giovanni suppose essere il moderno sostituto dell’antico schiavo assaggiatore….

L’aneddoto, un fatto successo tra l’89 e il ’90, riguarda lo chef torinese Giovanni Leopardi, l’amico che molti anni prima era semplicemente Gianni, uno dei tanti insieme a Piero Chiambretti, Alba Parietti e Emanuele Fiorilli (oggi corrispondente Rai da Madrid), che lavoravano alla radio privata ABC Italiana di Torino: era la fine degli anni settanta e io cercavo di far funzionare il caos spensierato e esaltante di quella stagione irripetibile.

Carpaccio di manzo di Kobe

Carpaccio di manzo di Kobe

A distanza di quasi trent’anni, per uno di quei meccanismi ignoti che il destino ogni tanto innesca, per tramite di un altro di quei lontani amici, Mauro, Giovanni aveva saputo che io passo il mio tempo a scrivere di vino e col vino dipingere; Mauro aveva provveduto a informarmi che Gianni era diventato un grande chef, che aveva un ristorante negli Usa e che nel suo ristorante organizzava mostre d’arte…

Due più due fa, quasi sempre, quattro: avanti Savoia! a mettere in piedi una mostra dei miei quadri al “Carpaccio” restaurant, downtown in Hanover, New Hampshire, (New England, tutti autentici Wasp), USA.

E’ complicato spedire opere d’arte in America: ci sono procedure delicate che devono essere controllate dalle Soprintendenze dei Beni Culturali e da queste garantite.

Insomma, alla fine, prima i quadri e poi il sottoscritto, si parte alla volta del verde e irreale New Hampshire, felice angolo nel nord-est degli Stati Uniti d’America, incastrato tra Vermont, Massachusetts, Maine e Canada (Quebec).

Tartare di alligatore (coda) della Florida alle erbe e aceto balsamico di modena

Tartare di alligatore della Florida alle erbe e aceto balsamico di modena

Giovanni l’ho trovato bel cinquantenne che mi aspettava alle uscite internazionali di Logan, aeroporto di Boston – città universitaria stupenda, con tutti quei bassi edifici residenziali che tanto ricordano la vecchia Inghilterra del XVIII e XIX secolo.

E, come si può intuire, sono cominciati i racconti che hanno il dovere e il piacere di colmare decenni di lontananza, decenni di assenza.

Giovanni, torinese, era partito, dopo le esperienze come disc-jockey alla Radio ABC Italiana, alla volta dell’Inghilterra – Birmingham – per studiare elettronica.

Si ritrovò invece a frequentare dei cuochi che gli permisero di scoprire una vera, travolgente passione per la cucina. Dopo alcuni anni e alterne vicende, con ritorni estemporanei a Torino, verso l’83, decide di trasferirsi a New York.

E per quasi sei anni, passando tutti i ruoli che la cucina prevede, frequentala ristorazione americana, soprattutto in California, dove nel frattempo si era stabilito.

Anni duri di gavetta e apprendimento: fino a dirigere come chef una catena di alta ristorazione a Los Angeles. A quel punto rientra in Italia per una vacanza che viene interrotta da una proposta di lavoro, breve ma molto redditizia e prestigiosa, a Damasco in Siria.

Lì viene apprezzato per la serietà, la professionalità e i risultati: la catena Sheraton gli offre di scegliere un incarico, Marocco o Egitto; sceglie Il Cairo!

E poi Hong Kong, Pechino, New Delhi, Bombay, Goa, Dubai: sempre chef nelle cucine di alberghi importanti di catene come Peninsula e Taj, dove gli capita di cucinare per il Dalai Lama, Carlo e Diana, il sovrano del Brunei……

Giovanni mentre impiatta i suoi spaghetti alla Barbera e verdura fresca di stagione

Giovanni impiatta i suoi spaghetti alla Barbera e verdura fresca di stagione

Dopo circa 8 anni, ritorna negli Usa e va a Maui, nelle Haway, a occuparsi di uno dei migliori alberghi dell’Hyatt Group.

Alla fine del 1997, a Sarasota (costa ovest della Florida) apre il suo primo ristorante: Sage. Ancora una parentesi, dopo circa tre anni e mezzo, di chef conto terzi (Hutchinson Whampoa Group) alle Bahamas e scelta di vita nel tranquillo New Hampshire – nel frattempo aveva sposato Melba, era nata Maya e il mondo aveva assistito sgomento alla tragedia del 9/11.

Potter Place fu il primo ristorante in una deliziosa costruzione stile coloniale del ‘700 con abitazione inclusa. Trascorsi altri quattro anni, e arriviamo al 2006, Giovanni e la sua famiglia si spostano definitivamente, per ora, a Hanover, dove aprono in pieno centro il “Carpaccio”.

Dopo trent’anni, incontro un amico che nel frattempo è diventato uno di quei cuochi che piacciono a me: un altro come Gegè Mangano o Cesare Giaccone; quei cuochi, per dirla tutta, che possiedono il sacro rispetto – e una conoscenza straordinaria – della materia prima. E la loro cucina si caratterizza per la semplicità delle preparazioni che hanno il grande obiettivo di esaltarne i sapori e i profumi: questi sono i veri, grandi chef.

Il fatto di essere stato in mezzo mondo ha consentito a Giovanni di conoscere materie prime eccezionali, soprattutto per quanto riguarda pesce e carne che ordina tramite organizzazioni di rara efficienza da paesi davvero lontani.

L’incredibile manzo di Kobe, il sailfish, il mako, i polipi giganti delle Haway, le cozze della Nuova Zelanda, i gamberoni del Madagascar o quelli, incredibili, blu della Nuova Caledonia…..

Tutto preparato con cocktail di verdure che gli sono fornite da fattorie biologiche della zona (Muster Field Farm, New Hampshire, e soprattutto Cedar Circe Farm di Kate e Will, personaggio dalla vita eccezionale, nel Vermont, appena al di là del placido Connecticut River, fiume che divide per lungo tratto i due stati americani).

Memorabili, di Giovanni, il carpaccio col manzo di Kobe, il carpaccio di polipo, gli spaghetti alla barbera, il risotto con capesante e gamberoni blu…

Indimenticabili un foie gras fresco su ananas caramellato e una tartare di alligatore della Florida, espressamente cucinati per me.

Per concludere, alcune importanti osservazioni: Giovanni cuoce sempre pane e grissini freschi; ogni tanto prepara per i suoi clienti cene a tema, svolte con grande passione per la ricerca sia storica sia di territorio (per una cena “romana” si servì della consulenza di docenti universitari e preparò un vero “garum” alla Apicio); la cantina, curata dalla moglie Melba, offre oltre settanta etichette che comprendono il meglio, senza esagerazioni, di Italia, California, Cile, Argentina, Nuova Zelanda, Sud Africa, Spagna e ovviamente Francia.

La sera dell’inaugurazione della mia mostra, giovedì 28 agosto scorso, il ristorante era al completo: 44 coperti per gustare, tra l’altro, uno straordinario sorbetto: Frozen barbera air!

Vincenzo Reda

7 settembre 2008

Il problema dell’«altro»

Se c’è un libro che consiglierei sempre e a tutti, tra i miei 2/3 preferiti pare ovvio, è La Todorov 1conquista dell’America – Il problema dell’«altro» di Tzvetan Todorov, Edizioni Einaudi. E’ un libro non soltanto interessante dal punto di vista storico, antropologico, etnologico ma addirittura utile nella vita di tutti i giorni. Ne possiedo entrambe le due prime edizioni, nei Saggi e nei Tascabili. Fu scritto nel 1982 e tradotto nel 1984. Ripeto: un libro indispensabile.

«Voglio parlare della scoperta che l’io fa dell’altro. L’argomento è vastissimo. Non appena lo abbiamo formulato nei suoi termini generali, lo vediamo subito suddividersi in molteplici categorie e diramarsi in infinite direzioni. Possiamo scoprire gli altri in noi stessi, renderci conto che ognuno di noi non è una sostanza omogenea e radicalmente estranea a tutto quanto non coincide conTodorov l’io: sono dei soggetti come io lo sono, che unicamente il mio punto di vista – per il quale tutti sono laggiù mentre io sono qui – separa  e distingue realmente da me. Posso concepire questi altri come un’astrazione, come un’istanza della configurazione psichica di ciascun individuo, come l’Altro, l’altro o l’altrui in rapporto a me; oppure come un gruppo sociale concreto al quale noi non apparteniamo».

Questo sopra è l’incipit, straordinario. Qui sotto le ultime parole, dopo oltre 300 pagine di rara intensità.

«Non credo che la storia obbedisca a un sistema, né che le sue pretese “leggi” consentano di dedurre le forme sociali future (o presenti). Credo invece che pretendere coscienza della relatività, e quindi dell’arbitrarietà, di un segmento della nostra cultura significhi già modificarlo un poco; e che la storia (non la scienza, ma il suo oggetto) altro non sia che una serie di impercettibili modificazioni».

I KALASH, IL POPOLO DEL VINO

Ho scritto questo articolo anni fa, è stato pubblicato su Barolo & Co e sul mio libro Più o meno di vino . Lo riporto oggi sul mio sito per due ragioni. Sono molto preoccupato perché nell’area dove vive questo popolo straordinario oggi infuria la caccia ai talebani e i kalash nulla hanno da spartire con queste faccende. La seconda ragione è dovuta al fatto che devo occuparmi di un convegno, per conto della Regione Valle d’Aosta, che tratterà della Memoria delle Montagne, con taglio archeologico e antropologico. Mi piacerebbe molto fare intervenire qualcuno di quel popolo o qualche studioso che quel popolo conosce: il mio è da considerarsi un appello e sono disponibile in questo senso. Grazie.

Alessandro Magno, di bassa statura, gran beone, d’intelligenza e vedute avanti secoli rispetto al suo tempo (allievo di un certo Aristotele), era partito intorno al 334 a.C. dalla sua Macedonia, inseguendo il sogno del favoloso oriente. Due anni prima, il padre Filippo era incappato in un pugnale vagante: fu così che il figlio Alessandro, prediletto dalla moglie Olimpia, a circa vent’anni aveva ereditato il potere devastante della falange macedone, della sarissa e del genio militare di Parmenione.

Giunse nel mitico Paropamiso, oggi Afghanistan nord-orientale ai confini dell’Hindukush, intorno al 327, dopo aver annichilito i Persiani e averne fatti propri costumi, risorse, territori e sudditi.

In Afghanistan Alessandro fondò almeno tre delle sue innumerevoli Alessandrie: le odierne Herat, Kandahar e Begram ( nei pressi di Kabul ), in ognuna lasciò presidi del suo multietnico esercito.

Narrarano le cronache che una città, situata in quei luoghi, e poi ribattezzata Nysa in onore della nutrice di Dioniso, si arrese al gran Re che identificò il dio locale con il dio  greco del vino ( probabilmente un vedico Shiva o Indra ) e credette che  fossero  suoi discendenti. Nei pressi, oltretutto, crescevano l’edera e l’alloro: Alessandro sacrificò e celebrò una grande festa bacchica (una delle sue solenni ubriacature che non mancarono mai nel corso di tutta la campagna e che generarono spesso assassinii e altre varie nefandezze), citata da Teofrasto, e rese libera la città afghana.

Alessandro proseguì verso l’Indo e gli scontri con gli elefanti di re Poro, ma lasciò un sacco di gente, molti di origine mediterranea, in quelle terre.

Narra una leggenda kalash che il generale Salik Shah, chiamato dai greci anche generale Selefous, con cinque soldati delle armate di Alessandro si stabilì nella regione e diede così inizio alla stirpe Kalash.

Oggi questo popolo, ridotto a un numero che le varie fonti attestano tra i 2500 e i 4000 individui, vive diviso in tre valli, isolate e raggiungibili con molte difficoltà, a qualche decina di chilometri dalla città di Chitral, nel Pakistan nord occidentale ai confini con l’Afghanistan. Sono le valli di Birir – dove risiede la comunità più numerosa – Rumboor e Bumburate, situate alle soglie della catena dell’Hindukush a un’altezza media di circa 2000 metri.

E’ una popolazione pagana, che festeggia con riti orgiastici, in cui sono uniti uomini e donne, i propri dei e che ha conservato la cultura della vite e dell’uva (esclusiva della valle di Birir). I tratti sono indoeuropei: recenti studi, condotti nell’ambito di una ricerca sviluppata dal Dipartimento di Genetica della facoltà di medicina della Standford University e affidata al dottor Qasim Mehdi, pakistano, hanno attestato una parentela genetica nel DNA dei kalash con italiani e tedeschi. Si stanno oggi compiendo studi di paragone genetico con marker di greci e macedoni, ben sapendo che le etnie dell’armata di Alessandro erano le più variegate.

La scoperta dei kalash per il mondo occidentale avvenne negli anni sessanta a opera degli hippy che cercavano nel sub-continente indiano strade alternative alla Conoscenza. Già Rudyard Kipling nel XIX secolo s’era occupato di queste popolazioni (vedi il romanzo “L’uomo che volle farsi re”).

Fino alla fine dell’800, pur perseguitate per secoli dalla colonizzazione islamica, popolazioni di origine indoeuropea e di religione pagana abitavano l’ampio territorio che oggi è l’Afghanistan nord orientale: tale regione veniva infatti chiamata Kafiristan, in arabo “terra degli infedeli” e Kafiri, “infedeli”, i suoi abitanti.

Tra il 1895 e il 1898, l’emiro di Kabul, Abdur Rahman, scatenò una guerra feroce contro questi infedeli che avevano oltretutto velleità di indipendenza. In buona sostanza, risolse il problema alla radice: li sterminò quasi tutti. I pochi sopravvissuti dovettero spostarsi poco alla volta in luoghi sempre più lontani e meno accesssibili. Narra la leggenda che un dehar, un veggente, nel corso di una trance fu visitato da una divinità che gli disse che avrebbe lanciato nel cielo tre frecce di colore rosso, giallo e nero. I figli dell’ultimo capo kalash, di nome Birir, Bumburate e Rumboor, avrebbero dovuto cercare le frecce e fondare tre villaggi nei luoghi in cui le avrebbero trovate. In quei villaggi, che si sarebbero chiamati coi loro nomi, avrebbero vissuto in pace in mezzo agli dei.

Così parlò la divinità e così avvenne.

Quella parte di Afghanistan, ormai bonificata, venne rinominata Nuristan “terra della luce” (Nur in arabo significa luce, appunto).

Il governo pakistano ha smesso di perseguitare questo popolo nel momento in cui ha realizzato che poteva costituire una grande attrazione turistica: le fotografie dei  copricapo delle belle donne kalash, bionde e con gli occhi chiari, chiamati kupass e ricoperti di perline, conchiglie e monete, sono usati nelle brochure turistiche del paese.

Purtroppo, come sempre avviene, il turismo, anche se non di massa viste le oggettive difficoltà per raggiungere le valli kalash, sta compiendo danni irreversibili. E’ impossibile, infatti, impedire contaminazioni e condizionamenti di ogni genere, soprattutto sulle generazioni più giovani, sebbene c’è un nucleo di saggi che vuol tutelare e tramandare la cultura kalash. La loro lingua è il Kalashwar, un idioma solo parlato di chiara parentela sanscrita, che viene tramandato, insieme alle tradizioni, ai miti e alle leggende, dai Kasi, i saggi kalash che girano di capanna in capanna e di villaggio in villaggio raccontando, istruendo, consigliando.

Duccio Canestrini, in un articolo pubblicato nel 1989 su Airone, è stato uno dei primi in Italia a occuparsi dei kalash e cita una cotta per questo popolo di Fosco Maraini, il grande orientalista, che già nel 1959 aveva incontrato quest’etnia.

Canestrini descrive  il “folle politeismo” di questa gente, animato da divinità maschili e femminili, di fate con tre seni, di numi solari e cavalli soprannaturali; cita i Gandau, statue funerarie, e la Jestak-han, sorta di edificio che al tempo stesso è tempio, macello e municipio, sede della dea Jestak, una sorta di Giunone che pretende ecatombe di capretti durante la festa di Chaumos, cerimonia in onore del solstizio d’inverno.

E’ questa una delle tre feste che questo popolo celebra: le altre due sono le feste di Joshi, in primavera e Prun, la festa del vino, tra settembre e ottobre.

Durante queste cerimonie si scatenano rituali che vedono uomini, donne e bambini scatenati in rituali di danze, trance, battaglie di insulti osceni, sacrifici rituali e ancora banchetti, digiuni, abluzioni, possessioni. Il tutto sotto il potente influsso del gran dio

Di-Zao o De-Zau e del suo messaggero, il dio Balumain, una sorta di Apollo.

Le feste durano diversi giorni e alcune fasi sono interdette agli estranei.

Prun è la festa del vino.

Ho saputo dell’esistenza del popolo kalash leggendo un articolo pubblicato su National Geografic dell’ottobre 2001, firmato dalla giornalista Silvie Brieu e titolato: “Il vino degli dei”.

La giornalista parla di viti coltivate alla maniera di greci e romani, ovvero abbarbicate a alberi da frutta tipo il melo, con conseguente vendemmia effettuata da agricoltori acrobati. Parla di uve a bacca chiara e nera vendemmiate insieme e fatte pestare dentro tini di legno esclusivamente da bambini e adolescenti maschi, perché considerati puri; le donne devono stare lontane da questa attività che è, naturalmente, rituale.

Il succo così ottenuto viene fatto fermentare e si beve giovane quando arriva il solstizio d’inverno, è acidulo, corposo e scarsamente fruttato: i kalash si ubriacano con questo vino per stare più vicini ai Deva, sorta di spiriti emanazioni del dio Dezau.

I Dehars, invece, sono gli sciamani designati dagli dei: cadono in trance senza bisogno di ubriacarsi e predicono il futuro.

E’ chiaro che tutto questo mondo magico, e per molti versi quasi incredibile, sopravvive grazie a un sottile gioco di fragili equilibri, circondato com’è di integralismi, interessi turistici, tentazioni di stili di vita occidentali più attraenti e meno complicati. Si parla di un’etnia di poche centinaia di individui, sempre meno isolata e sempre più a rischio di estinzione culturale.

Bisogna però essere ottimisti: c’è una sorta di reazione all’inglobamento nel mondo musulmano o negli stili di vita occidentali: è nata la Kalash Welfare Society, sponsorizzata da volontari greci che raccoglie canti e leggende per tramandarli alle generazioni future. Ci sono poi molti attivisti tra i kalash che svolgono un’intensa attività di sensibilizzazione culturale verso le nuove generazioni.

C’è di che sperare.

Troppe storie ci sono nel nostro passato di sterminio non solo di etnie, ma addirittura del loro retaggio culturale, annichilito per determinata volontà o anche semplicemente per comodità culturali, per vampirismo occidentale o anche islamico o confuciano o comunista…..tutto il mondo è paese, in questo senso.

Per quanto mi riguarda, ho un piccolo sogno: dipingere col vino kalash e magari portare i kalash in qualche salone del vino ……..