Archive for Luglio, 2018
Postcards from Rimini beach
Wonderful food from Rimini, Romagna
Ristorante La Canonica di Casteldimezzo

http://www.ristorantelacanonica.it/

Sul finire del 2004, anno che avevo trascorso lavorando da Emilio Marengo in Toscana, tramite Gegè Mangano fui messo in contatto con uno chef romagnolo suo amico: Angelo Rignoli. Con lui lavorava Davide Marino.

Combinammo di fare una mostra di miei quadri nella primavera del 2005, in questo posto magnifico che è situato dentro le mura di un minuscolo borgo (Casteldimezzo), nel territorio del Parco di Monte San Bartolo (sopra Gabicce, a due passi da Pesaro).

Partii il 23 aprile a portare i quadri; nel frattempo un esame medico mi aveva destinato subito dopo un intervento di quelli terribili, con il rischio della vita. Andai giù, conobbi Andrea e Davide e mi rimpinzai senza ritegno di cibo (ricordo una tagliata di tonno imperiale) e dei vini sempre eccellenti e sorprendenti di Andrea. Rimasi fino al 25 aprile, quando dovetti ritornare a Torino per il ricovero.

Tornai a smontare la mostra il 1 ottobre successivo, con mia moglie. La mostra ebbe successo e, soprattutto, si instaurò un bellissimo rapporto di amicizia  e di stima che perdura e va consolidandosi nel tempo.

Poco tempo fa mi ha chiamato Davide, che nel frattempo è andato a occuparsi della Tenuta Biodinamica Mara e mi ha proposto un bellissimo lavoro per quest’azienda, posta a due passi da Cattolica.

Ovvio che è stata l’occasione per una rimpatriata e ho conosciuto così il nuovo chef di Andrea: lui si chiama Paolo Bissàro, nato a Bolzano ma da sempre riminese; è uno che si è fatto da solo, ragazzo disincantato più o meno quarantenne (Ariete!): più che altro, come dice lui: “Mi allergico con facilità e sono…agnostico“.

A parte le sue facili allergie, Paolo è un fuoriclasse: mi ha fatto felice ed è stato immediatamente arruolato nella mia specialissima squadra di cuochi. Lavora alla Canonica da circa un anno e mezzo e con Andrea si è ormai consolidato un rapporto privilegiato.

Ho gustato del pesce crudo formidabile: mazzancolle al gelso, spigola, tonno e una mormora indimenticabile. Poi triglie grandiose, un trancio di ombrina con frutta e, ancora, gnocchi di seppia e patate; e, per finire, un polpo senza senso. Il valore aggiunto sono le erbe del parco, che Paolo usa con grandissima cura e straordinaria sensibilità.

Poi il posto è di assoluta gradevolezza, soprattutto d’estate (abbastanza in alto, sulla scogliera), immerso nel silenzio più accogliente e rassicurante, carezzato dalle brezze dell’Adriatico prospiciente.

E, nota ultima ma mica la meno importante, Andrea affida i suoi sottofondi musicali (quelli nobili dei Tempi Nostri) al glorioso, morbido, lento vinile. E quanto si beve bene…E mai si verrebbe via.

In autunno,  a distanza di dieci anni esatti dalla mia mostra qui, abbiamo previsto un evento di quelli che, per certo, sarà memorabile.

Parola Mia.

 

Il Fiano Minutolo, Salento Doc, di Vincenzo Vita

Fiano m.Jancis Robinson, nella bibbia che è il suo Guida ai vitigni del mondo (Slow Food editore, 1998), cita il Susumaniello come Susumaiello e parla dell‘Ottavianello come varietà del francese Cisnaut (o Cisnault), ma, tra i vitigni autoctoni pugliesi che oggi godono di nuova vita, non cita il Fiano Minutolo.

L’amico Eustachio Cazzorla, sommelier e giornalista pugliese (lo conobbi in occasione di una mia mostra a Casteldimezzo, ristorante La Canonica – dove si mangia uno straordinario filetto di tonno), a proposito del Fiano Minutolo cita gli articoli di Giorgia Benvenuto, Enzo Scivetti e Pasquale Porcelli: studi del dr.Calò e di Lino Carparelli indicano questo vitigno essere non altro che il Greco Aromatico o Greco bianco, componente del classico assembaggio della Doc Locorotondo, vitigno abbandonato perché non troppo produttivo, in favore dei più convenienti Verdeca e Bianco d’Alessano.

E’ stato riscoperto agli inizi di questo millennio e, presentato al Vinitaly del 2004, ha subito avuto un prestigioso riconoscimento che ha ricevuto una clamorosa conferma al Salone di Bordeaux del 2007.

Il Fiano Minutolo, che Eustachio precisa dover essere più propriamente chiamato Minutola, poco avendo a che fare col Fiano di Avellino, è indubbiamente un vino di interesse straordinario: palati e nasi poco raffinati lo accostano a vitigni famosi tedeschi o dell’Alto Adige: in verità il primo impatto al naso è di grande sentore aromatico e floreale, ma sono il limone e il gelsomino i più forti profumi e al palato l’acidità è assai spiccata. Molto persistente e con un colore giallo paglierino tenue con riflessi verdi, è un vino di difficile abbinamento.

IMG_7901Ho cominciato a bere questa bottiglia venerdì, molto fresca; ho continuato a berne sabato e domenica: il terzo giorno erano quasi scomparsi i sentori di foglie di agrumi e di gelsomino, mi è parso di sentire la banana e la vaniglia in un vino che pareva molto meno acido. Questa bottiglia è un Salento Doc di Vincenzo Vita, del 2008. Vincenzo ne possiede 2 ha nel territorio di Manduria, a 200 mt. sul livello del mare: ne ricava circa 10.000 bottiglie. Egli sostiene che il miglior abbinamento si ottiene accompagnando il sushi e sta mettendo a punto una strategia per far conoscere al mercato giapponese questa meraviglia. Credo abbia ragione, ma io non amo il sushi e il Fiano Minutolo me lo bevo da solo, prima o dopo i pasti. Gli ho reso il grande onore di essere contenuto in due dei miei bicchieri più nobili, entrambi di Murano. Nella foto qui sopra i due bicchieri con il Fiano Minutolo: quello di sinistra è un classico cristallo con molto piombo, soffiato in due pezzi; quello di destra è un prodigio soffiato in un unico pezzo, povero di piombo e che pesa come una piuma, ne possiedo 6 pezzi che all’epoca erano costati una follia: ci bevo soltanto i vini che se lo meritano. Il Fiano Minutolo se lo merita, parola mia.

Focus Storia Luglio 2014, Pedro de Alvarado

E’ in edicola, dal 18 luglio scorso, il numero 94 di Focus Storia, mensile per cui collaboro. Su questo numero, nel contesto di uno speciale dedicato alla conquista del Messico, si può leggere un corposo articolo che ho scritto con particolare interesse e che riguarda la figura, straordinaria quanto inquietante, di Pedro de Alvarado.

Gli aztechi (sarebbe meglio chiamarli “Mexica“) lo avevano soprannominato “Tonatiuh“: sole. Era alto, bello e biondo. Fu, senza dubbio alcuno, il più feroce tra i conquistador spagnoli, con una vicenda personale per davvero straordinaria.

Poetry Reading by Vincenzo Reda

https://www.vincenzoreda.it/my-last-poetry-book-un-po-eta/

Grazie innanzi tutto a Barbara Colombotto Rosso (Magica Torino) e Giulio Tedeschi (Camion). Oltre a leggere alcuni componimenti da Rime sghembe (2012) e Un po’ eta (2017), ho letto alcune poesie inedite delle quali ne riporto due qui appresso.

L’ASSOLUTA VERITÀ

SOLTANTO IL PIACERE

D’IMMAGINARE LA NOIA DEL DOMANIMATTINA.

GUSTARNE IL GRIGIO SCORRERE DELLE ORE.

COMPRENDERNE L’ASSOLUTA VERITÀ

ACCOGLIENDOLO INSODDISFATTO COMUNQUE

BENVENUTO.

 

NON ERI TU

NON ERI TU
QUELLA CHE LE BREZZE
DEI MIEI ANARCHICI SVOLAZZI
DISSOLVEVANO E RICOMPONEVANO
 
SECONDO LE GEOMETRIE RIGIDE DEL VENTO.

CERTO

GLI OCCHI ERI TU
ERI TU GLI SGUARDI
IL NOME ERI TU E LA VOCE ERI TU.

MA TU IO SEMPRE

ERO SOLTANTO.

                                                                         

My last poetry book: Un po’ eta

“Un po’ eta” (40 pp., 10€) è la mia ultima raccolta di poesie, appena pubblicato per i tipi di Graphot, Torino. Con la medesima casa editrice pubblicai nel 2013 “Rime sghembe”(100 pp., 13,60€). Il mio primo libro lo pubblicai a miei spese e con il mio marchio nel 1988. Composto in linotype, ne feci stampare soltanto 73 copie; il suo titolo: “Caccole e Tentlalia”, oggi introvabile. Ho anche pubblicato sette composizioni poetiche nell’antologia “Impronte”, 2014. Ho scritto quasi venti libri tra saggistica, racconti, arte e poesia: i miei scritti di poesia sono quelli preferiti.                                 Io mi sento poeta più d’ogni altra sostanza.

La ragazza con la Leica

gerda

«Gerda era Gerda…Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque».

Conclusa l’ardua, e oltremodo soddisfacente, lettura del Don Chisciotte, in questi giorni ho letto questo libro di Helena Janeczek appena pubblicato (332 pp. 18 €, Guanda). Lavoro complesso in cui è narrata la storia di Gerda Taro (pseudonimo di Gerta Pohovylle), fotografa tedesca morta a 27 anni durante la guerra di Spagna. La vicenda di questa straordinaria figura viene raccontata annodando e sciogliendo più volte il filo del tempo. Di scrittura non semplice, tra il saggio e il romanzo, mette in luce il fascino carismatico della giovane donna, borghese ebrea e comunista, compagna di Robert Capa (André Friedman), il grandissimo reporter caduto egli pure qualche anno più tardi, 1954, in Indocina. Di non facile lettura e per palati assai fini, mi sento di consigliarlo con convinzione.

 

El Beso, unico ristorante messicano autentico a Torino

«Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.».  Questa è la leggenda della creazione degli uomini secondo il Popol Vuh, libro sacro dei Maya.Il mais venne domesticato tra il settimo e il quinto millennio prima dell’Era cristiana nel sud-est del Messico; intorno al terzo millennio si diffuse poi in tutta l’area centro e sudamericana e rese possibile, come accadde del resto per le regioni degli altri cerali – grano e riso – la nascita e lo sviluppo di culture evolute. Fagioli e fave apportavano preziose proteine.Per comprendere la cucina messicana odierna, in cui rimangono importanti retaggi precolombiani, occorre  conoscere la cultura del mais. «La principale fonte di alimentazione è il mais da cui ricavano svariati cibi e bevande; preso poi dopo essere stato trattato come essi usano, serve loro da cibo e bevanda insieme. Le donne indie mettono il mais a bagno in acqua e calce per una notte cosicché la mattina seguente è morbido e cotto a metà; si possono in tal modo togliere la buccia e il picciolo e macinarlo a due pietre. Quando è macinato a metà, ne confezionano delle palle e dei carichi e li danno ai viaggiatori, ai lavoratori ed ai naviganti poiché, così trattato, dura alcuni mesi e acquista soltanto una certa acidità.». La citazione è tratta dalla Relaciòn de las cosas de Yucatàn, del francescano spagnolo Diego de Landa (1566); ebbene, oggi non è cambiato praticamente niente: il mais si tratta ancora più o meno alla stessa maniera. La calce era fondamentale per evitare quella terribile malattia che si diffuse in Europa quando il mais lo si consumava semplicemente bollito: la pellagra. Cibo in maya yucateco si dice echà che significa anche, per antonomasia, mais e a questo cereale, fondamentale nella loro esistenza, era dedicato addirittura un dio: Yum Kaax, un giovane ornato di pannocchie. La tortilla di mais (uah in maya) è la base dell’alimentazione messicana: cotte su piastra e ripiene di carne, verdure e ortaggi, soprattutto peperoncini, i tacos sono consumati a ogni ora e in ogni posto. Lo stato del Messico è una democrazia federale di 31 stati che si estende tra Atlantico e Pacifico per quasi 2 mln di kmq e una popolazione di 120 milioni di abitanti. L’alimentazione, differente perché differenti le condizioni ambientali, di Aztechi e Maya ha lasciato tracce importanti nell’odierna cucina messicana. Mais, ortaggi (zucche, pomodori, fagioli, fave e peperoncino) e selvaggina sull’altopiano dove non c’erano grandi mammiferi  e allevavano soltanto tacchini; mais, erbe e frutta tropicale, pesce, uccelli e mammiferi nella foresta pluviale (pecari, armadilli, coati). Non avendo grandi animali, gli Aztechi non disdegnavano la carne umana, consumata in forma rituale. I Maya, pur con una religione che pretendeva sacrifici umani, non erano cannibali. Le diete di questi popoli erano integrate con serpenti, iguane, coccodrilli e diverse specie di vermi e insetti. Ancora oggi in diverse regioni del Messico si consumano con gusto queste specie di animali. Così come noi occidentali imparammo immediatamente a coltivare mais, pomodori, cacao e peperoncino, i messicani apprezzarono subito il maiale, il manzo, l’uva, le banane. In Italia moltissimi sono i ristoranti messicani: per la verità, la stragrande maggioranza propone quella cucina che viene definita Tex-mex, basata soprattutto sulle tradizioni degli Stati Uniti meridionali e del Messico settentrionale: chili con carne e burritos (tortillas di frumento ripiene di carne). Invece i ristoranti che propongono cucina messicana tradizionale si possono contare sulle dita di una mano; a Torino abbiamo la fortuna di ospitarne uno tra i migliori. Inaugurato nel giugno del 2016, occupa i muri che furono del glorioso ristorante La Pace, zona San Salvario, in gran voga negli anni Ottanta. Si chiama El Beso, i titolari sono i coniugi Toni e Andrea, lei messicana di Città del Messico con un passato importante in cucina, lui italiano. Il cuoco è un trentenne messicano di Cuernavaca, (Morelos): Gerardo (Jerry) Sánchez Sotelo, con una storia bellissima; fin da piccolo misteriosamente attratto dall’Italia, e da Torino in particolare, sognava di gestire un locale proprio da noi. Dopo la laurea in gastronomia approfittò di un master a Ca’ Foscari e poi un’esperienza al Westin di Venezia per venire da noi e proprio in quel periodo Toni e Andrea, per caso, lo chiamarono a El Beso. Attentissimo alle materie prime e alla tradizione, mi ha preparato quattro ricette. Guacamole tradizionale: crema di avocado, lime e cipolla con peperoncino verde jalapeño, accompagnata da chips di mais. Tostadas de mar: un piatto con tre diverse proposte di pesce; ceviche di ombrina marinata con sugo di frutti tropicali, guarnita da ananas e altri frutti tropicali; aguachile (guazzetto) di gambero con cipolla rossa, cetriolo, coriandolo e chili; escabeche (marinatura in aceto) di polpo con salsa valentina, purea di avocado, maionese di coriandolo e prezzemolo. Le basi sono tortillas tradizionali di mais differenti. Pulpo del golfo. Prima bollito e poi fritto, servito con condimento a freddo di una speciale salsina, siete chiles (peperoncini, lime e sale), foglie di cactus, erbe aromatiche, ortaggi e frutta tropicale.Infine, cochinita pibil (cotto sotto terra): 3 tagli di maiale (costine, spalla e capocollo) marinati con achiote, condite da cipolle marinate e dalla salsa X’nipek (muso di cane) di origine maya, ottenuta mischiando habanero e sale. Accompagnano i piatti tortillas di mais giallo e nero, servite calde nel tradizionale cestino intrecciato a mano. Sono ricette in cui si mescolano con leggerezza sapidità, freschezza e una piccantezza variabile che può essere, a richiesta, di intensità terribile, in particolare se si usa l’habanero. Piatti gustosi ma leggeri che richiedono vini di non eccessiva struttura, freschi, giovani. Trovo indicatissimi i nostri rosati e bianchi come la Favorita e il Cortese. Quanto ai rossi: Grignolino, Pelaverga e giovani Nebbiolo del Roero sono quelli che suggerisco. Può essere una bella alternativa la Freisa di Chieri. Per chi ama le bollicine a tutto pasto, trovo interessante l’accompagnamento di questi piatti con i Metodo Classico Alta Langa (suggerisco quelli a base Pinot Nero), ma non disdegnerei gli ultimi, interessantissimi, Metodo Classico da uve Nebbiolo. I messicani con i loro cibi bevono birra, mentre Maya e Aztechi bevevano mais fermentato o pulque, succo di agave maguey da cui oggi si distillano tequila e mezcal. Vengono prodotti vini messicani, rari e di scarso pregio, da vigne allevate al confine con la California; io ho bevuto un Cabernet Sauvignon e uno Chardonnay dell’azienda La Cetto: vini grossi, squilibrati e poco consigliabili, soprattutto per accompagnare i raffinati piatti messicani.

EL BESO – Via Galliari, 22 – Torino.  www.elbeso.it