Archive for Aprile, 2020
La Stampa 20.4.2020 articolo su Vincenzo Reda

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Pablo Neruda ritrovato, Amiga no te mueras…

Da anni inseguivo il ricordo di una poesia della mia adolescenza, finalmente l’ho ritrovata, è tratta dalla raccolta “Il fromboliere entusiasta (El hondero entusiastas, del 1924)

 

Amica, non morire…

Amica, non morire.

Ascolta queste parole che m’escono ardendo

e che nessuno direbbe se io non le dicessi.

Amica, non morire.

Son io colui che t’attende nella notte stellata.

Colui che sotto il tramonto insanguinato t’attende.

Guardo cadere i frutti nella terra cupa.

Guardo danzare le gocce di rugiada nell’erba.

Nella notte al denso profumo delle rose,

quando danza la ronda delle ombre immense.

Sotto il cielo del Sud, chi t’attende quando

l’aria della sera bacia come una bocca.

Amica, non morire.

Sono io colui che tagliò le ghirlande ribelli

per il ghiaccio selvatico fragrante di sole e di selva.

Colui che recò tra le braccia gialli giacinti.

E rose lacerate. E papaveri insanguinati.

Colui che incrociò le braccia per attenderti, ora.

Colui che spezzò i suoi archi. Colui che piegò le sue frecce.

Son io colui che sulle labbra conserva sapore d’uva.

Grappoli sfregati. Morsi vermigli.

Colui che ti chiama dalle pianure germogliate.

Son io colui che nell’ora dell’amore ti desidera.

L’aria della sera dondola gli alti rami.

Ebbro, cuor mio, sotto Dio, vacilla.

Il fiume scatenato scoppia a piangere e a volte

la sua voce s’assottiglia e si fa pura e tremula.

Risuona al tramonto, l’azzurro lamento dell’acqua.

Amica, non morire!

Son io colui che ti attende nella notte stellata,

sopra le spiagge auree, sopra le bionde aie.

Colui che colse i giacinti per il tuo letto, e le rose.

Disteso tra le erbe son io colui che ti attende!

 

Amiga, no te mueras….

Amiga, no te mueras./Oyeme estas palabras que me salen ardiendo/ y que nadie dirìa si yo las dijera./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche./El que bajo el sangriento sol ponente te espera./Miro caer los frutos en la tierra sombrìa./Miro bailar las gotas de rocìo en las hierbas./En la noche al espeso perfume de las rosas,/cuando danza la ronda de las sombras inmensas./Bajo el cielo del Sur, el que te espera cuando el aire de la tarde como una boca besa./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que cortò las guirnaldas rebeldes/para el lecho selvatico fragrante a sol y a selva./El que trajo en los brazos jacintos amarillos./Y rosas desgarradas. Y amapolas sangrientas./El que cruzò los brazos por esperante, ahora./El que quebrò sus arcos. El que doblò sus flechas./Yo soy el que en los labios guarda sabor de uvas./Racimos refregados. Mordeduras bermejas./El que te llama desde las llanuras brotadas./Yo soy el que en la hora del amor te desea./El aire de la tarde timbra las ramas altas./Ebrio, mi corazon, bajo Dios, tambalea./El rìo desatado rompe a llorar y a veces/se adelgaza su voz y se hace pura y trémula./Retumba, atardecida, la queja azul del agua./ Amiga, no te mueras./Yo soy el que te espera en la estrellada noche,/sobre las playas àureas, sobre las rubias eras./El que cortò jacintos para tu lecho, y rosas./Tendilo entre las hierbas yo soy el que te espera!

 

 

 

Nebbiolo Brume 2015 Casabuffetto

brume-2015-17420A sorpresa oggi ho ricevuto il Nebbiolo Doc Terre Alfieri Brume 2015 prodotto in S. Damiano d’Asti da Paola Casabuffetto con il contributo irrinunciabile del mio grande amico, l’enologo Vincenzo Munì.
Ho tante volte – ogni volta che ne ho resa libera una bottiglia – cantato le lodi del Brume 2011, l’ultima è stata in occasione della Pasqua appena trascorsa.
Aspettavo il 2015 dopo 3 vendemmie afone.
E questo millesimo, anche grazie a un’annata assai favorevole (abbondante neve in inverno e caldo in estate), l’ho trovato anche migliore, se possibile, del 2011 che fu una vendemmia strana. Questo Nebbiolo si presenta con un colore particolarmente scarico, profumi importanti di frutti rossi direi surmaturi (marasca, mora ma anche leggere fragranze di fragole di bosco), poco alcol al naso (non si sentono i 14% vol.) e in bocca tannino di eccezionale morbidezza e una persistenza in bocca e in gola che lascia in trance. Certo, per me 5/7 anni sono l’età ideale per gustare al meglio un grande vino da uve Nebbiolo, anche Barbaresco e Barolo: io sono animale che predilige i vini giovani.
Mi è venuta in mente Audrey Hepburn: eleganza, classe, armonia. Non cercate le rotondità e le sensualità di certe maggiorate mozzafiato, qui siamo a tutt’altre rarefazioni.
Amici miei, grazie per le bottiglie, aspettando con trepidazione di gustarlo insieme, come si conviene.
Intanto io l’ho bevuto con uno dei piatti miei prediletti: patate ‘mpacchiuse (la pronuncia corretta è impossibile per i non calabresi).

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Francisco Coloane

coloaneEra un omaccione di quasi due metri, così lo descrive Luis Sepulveda, grazie al quale, per le Edizioni Guanda – come Littin, Fajardo, Letelier – ho conosciuto questo novello Jack London (come lo definisce Alvaro Mutis): Francisco Coloane.

Cileno di Quemchì, nell’isola di Chiloè, dove nacque nel 1910, si imbarcò giovanissimo, figlio di un capitano di baleniere, e navigò in quelle fredde acque del Sud del mondo fino a circa trent’anni, quando decise che la sua vita sarebbe cambiata: divenne scrittore, lo scrittore dell’epopea del Sud del mondo.

La Patagonia l’avevo incontrata, come molti, nelle storie di Bruce  Chatwin: ma questo inglese un po’ snob non era un vero scrittore – la sua opera letteraria è assai sopravalutata. Chatwin era in realtà un viaggiatore, solamente un grande viaggiatore e non è poca cosa.

Dentro l’opera di Coloane, al contrario, si respira forte il vento gelido e la desolazione e le tragedie di esistenze strampalate.

L’opera di Coloane è la testimonianza dello sterminio delle razze e, peggio ancora se possibile, delle culture Ona, Yagan, Tehuelche, Alacaluf: indios cacciati come animali da criminali che riscotevano le ricompense, una o due sterline per ogni assassinio, in virtù delle paia di orecchie tagliate alle povere spoglie che consegnavano alle compagnie di allevamento del bestiame.

Dentro le pagine di Coloane c’è l’erba coiròn, ci sono i caranchos, gli stermini delle foche, le carcasse di balene spolpate dal vento e dagli avvoltoi, i velieri fantasma.

Capo Horn (il primo, del 1941), Terra del Fuoco, L’ultimo mozzo della Baquedano, Naufragi, I conquistatori dell’Antartide, Galàpagos, Antartico, La scia della baleniera, I balenieri di Quintay, Cacciatori di indios e la splendida autobiografia Una vita alla fine del mondo.

Li ho letti tutti ed è un gran bel leggere.

Se n’è andato nell’agosto del 2002, quel gran vecchio, adolescente, dalla grande barba bianca:

“Mi chiamo Francisco Coloane e vengo dalla fine del mondo”.

Solo la Muerte, Pablo Neruda

E’ il bisogno come cibo – come acqua, come aria – di poesia che mi possiede, certe volte. E allora devo trovare sollievo al mio animo riarso con le parole di qualcuno dei Miei. Questo è un librino della collezione di poesia Einaudi, finito di stampare il 17 maggio 1969; lo acquistai un anno dopo, circa: il Principe Giulio era ancora regnante e io annaspavo nelle zacchere della mia adolescenza densa di scoperte.

Pablo lo conoscevano soltanto gli appassionati e gli specialisti, il mio eccellente professore di Italiano (scuola serale) ignorava chi fosse. Non c’era ancora stato Pinochet e il Nobel e Pablo era ancora soltanto un diplomatico: per me, sedicenne, fu come un pugno nello stomaco…La traduzione, stupenda, è di Salvatore Quasimodo che ho sempre considerato un poeta mediocre (i miei soliti giudizi trancianti e presuntuosi: ma così è) ma un grandissimo, quasi inarrivabile, traduttore di versi.

Da Resindencia el la tierra, II (1931/1935)

Solo la morte

Vi sono cimiteri solitari,/tombe piene d’ossa senza suono,/se il cuore passa da una galleria/buia,buia,buia,/

come in un naufragio dentro di noi moriamo/come annegando nel cuore/come scivolando dalla pelle all’anima.

………………

A volte vedo/solo bare a vela/salpare con pallidi defunti, con donne dalle trecce morte

con panettieri bianchi come angeli,/con fanciulle assorte spose di notai,

bare che salgono il fiume verticale dei morti,/ il fiume livido

in su con le vele gonfiate dal suono verticale della morte.

La morte arriva a risuonare

come una scarpa senza piede, un vestito senza uomo,

riesce a bussare come un anello senza pietra né dito,

riesce a gridare senza bocca, né lingua, né gola.

…………….

La morte sta sulle brande;/sui materassi che affondano, sulle coltri nere

vive distesa, e all’improvviso soffia:/soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;

e ci sono letti che navigano verso un porto/dove sta in attesa vestita da ammiraglio.

Aldo Palazzeschi, “Le carovane” e “Chi sono”

Le carovane

Oggi

io mi vedo davanti

una lunghissima,

interminabile via,

zeppa di carovane.

Lunghissima via polverosa

che si estende all’infinito

proprio davanti a casa mia.

Alla finestra della mia stanza da letto

io me ne sto a guardare

tutto quell’andare, quell’ansare, quel sostare.

Ferme, vaganti, volanti carovane,

si perdono nella via a me davanti.

Carovane alte e verdi

d’olivi e di castagni,

d’abeti, di platani e d’ontani,

di cipressi e di pini

vicini e lontani

lontani e vicini.

Carovane di casse, di capanne e di castelli,

di bovi, di cavalli e di cammelli,

carovane d’uccelli;

carovane d’insetti

sopra carovane di tetti;

carovane di navi e di barchette

su carovane di flutti;

carovane a ghirlande di rose e di violette,

carovane di fiori, carovane di frutti.

Carovane d’ali

scìan sagge o frullan folli,

carovane d’occhi,

occhi molli, pollini, grifagni,

sguardi vivi d’intelligenti,

sguardi privi, d’idioti.

Carovane di ragni

carovane di cani

carovane di piedi

carovane di mani,

scarpe, babbucce guanti,

carovane di grucce

carovane di calzoni

carovane di sottane.

Uomini giganteschi ricoperti di ferro,

uomini seminudi ravvolti di pellicce,

infustiti nell’eleganza delle marsine

o disinvolti nel vestito sport,

van via avanti avanti,

or lesti or lenti,

mescolati al bestiame tutti in carovane.

Rigidissime dame

bene composte nelle loro vittorie,

sguaiatissime puttane a sciame.

E sotto l’acque chiare

carovane di pesci si vedono gioiosi scivolare

luccicando,

e sotto quelle torve

gonfi di rabbia ingoian la sabbia

boccheggiando.

Mi fischiano agli orecchi

tanti stupidi pensieri,

volan per l’arialeggeri leggeri,

qualcheduno cammina più profondo

e pigia con la stampella

sicuro di sfondare il mondo.

Di sopra, a spiare argutamente,

carovane di stelle luccicanti.

Ma che cos’è tutto quel passare,

tutto quell’andare, sostare e ripigliare?

Son tutte carovane carovane carovane

vane vane vane vane vane vane

ane ane ane ane ane ane

eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

e… e… e… e… e… e… e…

In fondo io me ne sto a guardare

tranquillo alla finestra

della mia stanza da letto:

guardo e aspetto.

Ma ditemi, dove andate?

Dove andate, si può sapere?

Che cosa c’è in fondo a quella via?

Andate alla Città del Sole mio?

Idioti, mammalucchi: fermatevi!

Non lo sapete

che in quella città

non posso andarci che io?

Perdio!

Chi sono?

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

«follìa».

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

«malinconìa».

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

«nostalgìa».

Son dunque… che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.

Best wishes for a Happy Easter

Best wishes for a Happy Easter with my Egg of Wine, painting in 2018 with Ruchè, wine of Piedmont, Italy.

uovo

Abu Nuwàs. Il poeta iracheno del vino

Amici, in nome di Dio, non mi scavate

la tomba se non a Qutrabbul,

tra i frantoi e le vigne; non mi mettete
vicino alle spighe.

Chi sa che io non senta nella mia fossa,
quando si pigia il vino, il calpestio
dei piedi.

“Le mille e una notte” è un testo che tutti dicono di conoscere, non foss’altro che per le storie, ormai entrate nell’immaginario collettivo e saccheggiate in ogni possibile modo dalla fame di esotico del nostro Occidente, di Alì Babà e di Aladino; in realtà, ben pochi hanno letto quel tesoro ineguagliabile di storie che comprende le tradizioni indiane, persiane, irachene e egiziane, la cui compilazione si estende per molti secoli e che fu portato in Europa, alla corte del tramontante Re Sole, tra il 1704 e il 1717, dal francese Antoine Galland.
Comincio da questo libro perché qui, diverse volte, sono raccontati aneddoti che riguardano il libertino, sodomita, ubriacone poeta di corte Abu Nuwàs.
Egli si chiamava al-Hasan ibn Hani (760-815 circa), era nato a Ahwàz in Persia da padre arabo e madre persiana, ma visse tra Bàssora e Baghdàd alla corte prima del mitico califfo Harùn ar-Rashìd (il Califfo delle “Mille e una notte”) e poi del successore di questi, suo figlio al-Amìn.
Erano gli anni, quelli, del dominio Abbaside, iniziato nel 750 e durato fino al 1258, la capitale dei domini arabi era appunto Baghdàd e la cultura straordinaria che quella dinastia contribuì a sviluppare e a diffondere influenzò in modo per certo importante l’Occidente: l’influenza araba sulla civiltà europea del medioevo non è posta nel dovuto rilievo nell’insegnamento della storia nelle nostre scuole, ma non è questa la sede di una tale polemica.
Abu Nuwàs (soprannome che significa “Il ricciutello”): “Godeva, stando a quanto si racconta, di una condizione fisica straordinaria. La perfezione delle sue forme e la sua grazia riempivano gli occhi di chi lo guardava. Nessuna meraviglia dunque per i molti cuori che ha spezzato, tanto con questi pregi quanto con il suo genio di poeta. Tutta la gioventù di Basra voleva essergli amica, per l’attrazione erotica che esercitava così come per il piacere della sua compagnia”. Lo racconta così Ahmad al-Tifachi, un erudito tunisino che visse tra il 1184 e il 1253, a cui si deve la compilazione di un testo sui costumi sessuali del suo tempo che è un gioiello di freschezza, chiarezza e approccio quasi scientifico ai temi, che noi cristiani diremmo scabrosi, che affronta; si tratta di omosessualità maschile (tema in cui il nostro Abu Nuwàs è raccontato in molte testimonianze come uno degli esponenti più famosi) e femminile, di prostituzione, dei più vari costumi e vizi sessuali con grande naturalezza e senza alcun pregiudizio. Ricorda, questo testo arabo del XIII secolo, il celeberrimo (anche qui, tutti lo conoscono e quasi nessuno lo ha letto) “Kamasutra” di Vatsyayana, autore seguace della corrente Carvaka, che equivale alla nostra filosofia epicurea e, poi, del “Carpe diem”.
Il contesto storico e culturale entro cui agisce Abu Nuwàs, le civilissime Baghdàd e Basra (la Bàssora di oggi), è per quei tempi il più evoluto, tollerante, multietnico e multilingue; ebrei, cristiani, musulmani convivono in un ambito sociale di straordinaria tolleranza.
Nei versi del Nostro s’incontrano notti e giornate consumate, all’insegna del piacere sempre gaudente, sempre estetico, dentro gli accoglienti conventi cristiani, depositari della scienza del vino, dentro le bettole, dentro le case di tolleranza in cui fanciulli e fanciulle potevano essere comprati, con la loro assoluta compiacenza, per il piacere delle allegre compagnie: e sono scene di grande bellezza, scene in cui il fanciullo è ammirato e desiderato fin dal momento in cui serve le coppe della magica “Khamr” (sostantivo femminile che in arabo definisce il vino), la sposa con la quale si passerà la notte. Mai volgarità, mai bassezze, mai violenza: i fanciulli e il vino sono strumenti di piacere reciproco, magari contrattati, magari anelati invano, magari irraggiungibili, ma sempre poetici, estetici, definitivi.

 

Il vino è luce:


“Se ci mescolassi luce, essa si mescolerebbe
con lui, e ne nascerebbero altre luci
e fulgori.
Circola quel vino tra i giovani, cui si piega
docile il destino, dando loro soltanto
le sorti da essi volute”.
Il vino è “profumo del mondo”:
“Un vino cui padre è l’acqua, e madre
la vigna, e nutrice la calura
meridiana bollente.
…..
Vino ebreo di lignaggio, musulmano
di territorio, siro di esportazione,
iracheno di nascita.
E’ del paese dei Magi, ma ha lasciato
I suoi correligionari, per odio del fuoco
che presso di loro si attizza.”

Io ho amato nella mia gioventù lontana Charles Baudelaire, l’ho amato profondamente: i suoi fiori maledetti sbocciati sul vino mi parevano sublimi; fiori di una civiltà che il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma poco o niente in confronto ai versi del “ricciutello” di Baghdàd:

“Fate circolare la coppa, e si dileguerà
la sventura, e il mio occhio godrà
lo squisito profumo del mondo.
Un vino nel cui luccichio brilla il lampo,
e quando si svela alla vista, questa
ne è quasi accecata.
…..
Mescolato, cresce il suo profumo,
quasi cenno d’assenso di chi ami
a tutto ciò che ami.”

Certo, il paese di Baudelaire il vino l’ha insegnato al mondo intero; ma il paese di Abu Nuwàs il vino l’ha creato: nella Mesopotamia, la terra tra i due fiumi, la Vitis Vinifera Sativa è stata addomesticata e diffusa a occidente e a oriente.
Poi la Storia s’ingarbuglia e s’attorciglia: oggi beviamo il vino che è originario delle terre della Mesopotamia e che è innestato sui portainnesti americani; noi beviamo quel vino, mentre i due paesi si sono appena fatti la guerra ( la guerra, probabilmente, è un’invenzione o una scoperta, come la vite, di quelle terre tra i due fiumi).

Nota: per lo scritto di cui sopra sono debitore a Enrico Tallone. E’ dalla sua edizione del 1990 “Antologia Bacchica”, commentata e tradotta dal grande arabista Francesco Gabrieli (curata dal quale ho anche l’edizione Einaudi de “Le mille e una notte”), pubblicata in 436 esemplari e composta con il prezioso carattere disegnato da William Caslon, che ho preso spunto e citazioni.

La Bhagavadgītā

«Quando la delusione mi fissa negli occhi e, tutto solo, non scorgo nemmeno un raggio di luce, io rivado alla Bhagavadgītā. Trovo un verso qui e uno verso là e immediatamente comincio a sorridere nel mezzo di tragedie soverchianti. Essa ci parla con una voce sovrana, serena, continua: la voce di un’intelligenza antica che in un’altra epoca e sotto un antico cielo seppe discutere e risolvere le questioni che ci travagliano».

Queste sono le parole di Hermann Hesse: le faccio mie, in toto.

La Bhagavadgītā (letteralmente: Canto del Beato) è un poema di argomento religioso composto da circa 700 versi (śloka), diviso in 18 canti (adhyāya) e contenuto nel VI parvan(libri) dello sterminato (4 volte la Bibbia) poema epico Mahābhārata, il più grande ciclo di racconti dell’intera storia della letteratura mondiale, scritto dal mitico Vyāsa.

Di epoca incerta, ma senza dubbio con origini di racconti tramandati oralmente che si pongono molti secoli prima della nostra èra, la Bhagavadgītā rappresenta uno degli apici del pensiero filosofico (prima che religioso) indiano. È in buona sostanza la storia del principe Arjuna (uno dei fratelli  Pāṇḍava) che, illuminato da Krishna, deve affrontare in battaglia la stirpe usurpatrice dei Kurava. A fronte delle esitazioni del Principe, il Dio gli fa capire che egli deve agire, senza preoccuparsi di cosa accadrà: questo è il suo dovere. E l’azione – libera da ogni speculazione, desiderio, aspettativa – diventa il messaggio centrale del poema che presenta versi sublimi, diluiti in un contesto che discende direttamente dalla poesia e dalla sapienza dei Veda e delle Upaniṣad .

Questa edizione, tradotta e commentata da Raniero Gnoli, è della Economica Bur: la comprai oltre 10 anni fa quando l’India, causa mia figlia Geeta (che significa canto, nella trascrizione inglese in cui la “ī”, vocale lunga, viene scritta come due “e”), entrò inaspettata nella mia vita. E me la cambiò: dentro e fuori.