Archive for Giugno, 2020
Becuét di Giuliano Bosio

Accompagnando i miei adorati bucatini alla carbonara e poi una semplice insalata – di cui sono ghiotto: soltanto olio come si deve, sale e un po’ di aceto mio – ho gustato alcuni sorsi del primo Becuét in purezza Ël Prussian 2019 di Giuliano Bosio che  qualche giorno fa mi ha portato l’amico Piero D’Alessandro.
Non mi basta un primo assaggio, ho bisogno di ritornarci ancora qualche volta, come sempre.
Comunque: è un vino dal colore rosso rubino intenso con riflessi violacei; al naso si presenta con un profumo netto di ciliegia matura che nel finale tende alla confettura; i tannini sono leggeri, non mostra un gran corpo ma in bocca dona una sensazione di “fruttato rustico” assai piacevole. Il finale è leggermente abboccato con 12,5% vol. A tutta prima lo consiglierei per accompagnare agnello, bolliti e affettati non troppo stagionati. Ma ci ritornerò sopra con più calma.                                                       Pochi giorni dopo ho potuto ancora gustare il Becuét 2019 Ël Prussian in compagnia di Piero D’Alessandro.Questa volta eravamo sulla terrazza della casa con annessa cantina di Giuliano a Almese, sopra uno splendido balcone che sorveglia l’imbocco della Valle di Susa. Mi sono ritrovato a arzigogolare tra me e me, interrogandomi su quale fosse quel particolare profumo che sentivo nel calice, profumo che il palato corrispondeva appieno. Mentre così mi arrovellavo, ho alzato lo sguardo e ho notato dirimpetto, in alto, l’Abbazia della Sacra di San Michele; eureka! quel vino aveva i profumi e i sentori propri dell’Abbazia di San Michele!!
Il vitigno Becuét è originario delle valli di Savoia Isère dove si conosce da oltre un paio di secoli con il nome di Persàn. Nelle valli delle Alpi Cozie è citato a partire dal 1877 con le varianti Becoutte (beccuccio) o Berla ‘d crava (deiezione di capra.
E’ un vitigno delicato dai grappoli piccoli, così come gli acini ovoidali e assai pruinosi. Maturazione medio-tarda e potatura lunga sono caratteristiche di questa varietà di solito usata per migliorare l’Avanà. In purezza è un vino di rustico fruttato e soprattutto dal colore rubino intenso davvero tipico.

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Cascina Castlet: il rosso Ucelline di Mariuccia Borio


https://www.vincenzoreda.it/go-wine-2017-bere-il-territorio/

https://www.cascinacastlet.com/it/azienda

«Mi chiamano Uceline. Sono il volo di un piccolo stormo di uccelli che partono per terre lontane dopo la vendemmia o tornano con la primavera dopo aver passato l’inverno nelle terre calde d’Africa. Lascio spazio all’immaginazione e ai sogni. Ero rimasto in fondo ai filari e si erano dimenticate le mie virtù. Uvalino è il nome della mia uva. Pareva un diminutivo, un vezzeggiativo che si regala ai piccoli. Gli uccellini all’alba becchettano i miei acini maturi. Loro non avevano mai smesso di sapere quanto valevo. Tenacia e ricerca, anno dopo anno, mi hanno fatto tornare grande tra i grandi. Ho forza straordinaria di vulcano che si ridesta. Ho il gusto intenso che viene da terre antiche. Radici profonde, foglie assetate di sole, grappoli che maturano quando l’autunno entra nell’inverno e le nebbie sfumano il rosso intenso dei filari. Non ho superbia, ma la certezza di saper conquistare chi capirà tutta la mia storia. Sono serviti i racconti dei vecchi e la loro memoria. E’ servita la capacità dei giovani e la loro nuova conoscenza per scoprire che faccio bene e parlo al cuore. Ho in me, più degli altri vini rossi, un componente che, in altri tempi, avrebbero definito pozione magica. Il suo nome è difficile da ricordare: resveratrolo e la scienza dice che “pulisce” il sangue.
Eccomi pronto a dimostrarlo».                                                                                                                                     «L’Uvalino ha sempre fatto parte della mia vita. Per noi bambini, la raccolta dell’Uvalino era una festa – racconta Mariuccia Borio – Nel 1992 impiantai il primo filare. Oggi ho circa un ettaro e mezzo di Uvalino, in due vigneti. La prima annata in commercio fu la vendemmia 2006: uscì nel 2009. Oggi ne produco circa 5 mila bottiglie. È un vino che deve essere apprezzato con qualche anno d’età».                                                                                                                                                                      Nel febbraio del 2017, durante un evento organizzato dai miei amici di Go Wine ero rimasto davvero sorpreso dall’Uceline 2011, vino spremuto da uve raccolte surmature dal rarissimo vitigno Uvalino, riscoperto da quella autentica fuoriclasse che risponde al nome di Mariuccia Borio con il suo enologo Giorgio Gozzelino. Di recente, 3 anni dopo, l’amico Piero D’Alessandro mi ha portato una bottiglia di Uceline  2012 (con la bellissima etichetta creata dal grande Giacomo Bersanetti, purtroppo scomparso prematuramente) da gustare e valutare, impiegando tutto il tempo che mi serve.                                                                                                                                                                   Gustato con calma a casa mia, prima con la bresaola e poi, soprattutto, a fine pasto con ottimi duroni, mi è parso un vino inaudito, un vino iperbolico, strabiliante. A cominciare dal colore rubino intenso con importanti riflessi granati, per continuare con profumi penetranti di confettura di marasca che nei sentori secondari e terziari riportano al tabacco e al caffè; per finire con un palato lunghissimo, impastato da tannino e acidità che danzano in splendida armonia. In un vino del genere 15,5% vol di alcol nemmeno si percepiscono. Io non amo l’Amarone che ho sempre considerato un vino finto e posticcio, mentre il suo tradizionale papà, il Recioto (ma anche il Ripasso) non li ho mai stimati abbastanza. Ebbene, L’Uceline, stessa tipologia di vino da uve surmature e passite, rispetto a questi è di gran lunga migliore, più schietto, più complesso: non a caso si parla di uve e vini tradizionali, peculiari delle Terre astigiane da secoli. E costa anche meno…

Jean Giono: Melville
Ho finito di leggere questo libro stranissimo e non poco complicato. Jean Giono (1895/1970) è celebre per essere stato il primo traduttore di Moby Dick in Francia, così come Pavese lo fu per l’Italia. Egli per 5 o 6 anni si immerse totalmente nel personaggio di Melville e questo libro, pubblicato da Guanda, di non semplice lettura, ne è testimonianza.
Jean Giono lo conoscevo per alcune righe acute e peculiari che scrisse su Torino nel 1951:
«Già ieri sera avevo visto certe soglie, certe porte, certe viuzze, certi portici che recitavano la commedia, e persino il Riccardo III. Eppure è soltanto Torino, è la Torino di cui non si parla mai».

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Tallone Editore: Manuel des Amphitryons di Grimod de la Reyniére

«Un vrai gourmand aime autant faire diète que d’être obligé de manger précipitamment un bon diner» (Un vero goloso ama fare le diete quanto mangiare in fretta una buona cena).
Una citazione dall’Almanach des Gourmands (Parigi 1803) di Alexandre Balthazar Laurente Grimod de la Reynière (Parigi20 novembre 1758 /Villiers-sur-Orge25 dicembre 1837) di cui per i tipi di Tallone Editore è stato pubblicato nel 2015 il Manuel des Amphytrions(Parigi, 1808) in lingua originale e composto con carattere Caslon per 368 esemplari in 4° su carte Fabriano e Magnani. Testo fondamentale della civiltà del convivio e della gastronomia occidentale, il Manuel des Amphitryons fu scritto durante anni dell’Impero, quando a Parigi, scampato il periodo della Rivoluzione e del Terrore, intellettuali, nobili, artisti e amanti delle buon vivere ricominciarono a animare le serate parigine.                                                                                                     Il volume, in lingua francese, con saggi di Armando Torno Gérard Roero di Cortanze, composto a mano con 360.000 caratteri Caslon originali in molti anni di lavoro, rappresenta un primato dell’editoria contemporanea; l’iniziativa e le carte italiane, il testo francese, gli inchiostri tedeschi e i caratteri inglesi, uniscono in quest’opera brillante l’Europa del sapere e del fare. Le 18 tavole, incise sul modello dei rami originali, sono state realizzate dall’Incisoria Baroli di Milano.                                                                                                  Purtroppo, in molti conoscono Brillat-Savarin e quasi nessuno questo straordinario dandy dall’ironia che spesso rasentava il sarcasmo, anche lugubre, che manifestò in alcuni scherzi rimasti memorabili. Di origini nobili, fu cacciato dall’ordine degli avvocati causa un suo libro antinobiliare e questo fatto, probabilmente, costituì il suo salvacondotto durante la Rivoluzione. Ricchissimo e dall’appetito formidabile, era conosciutissimo a Parigi per le sue cene spesso stravaganti. Era piccolo di statura e aveva mani deformi che nascondeva sempre con eleganti guanti. Si può considerare il primo critico cucinario e il suo Almanach (pubblicato in otto successive edizioni tra il 1803 e il 1812) è senza dubbio la prima guida gastronomica in quei tempi in cui stava affermandosi la grande ristorazione come impresa privata. Suo coevo il grande cuoco Marie Antoine Carême Arfäně (Parigi8 giugno 1784/Parigi12 gennaio 1833). A oggi non esiste una traduzione italiana integrale dei lavori di Grimod.

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Enrico Tallone: un omaggio al Maestro Cesare Giaccone

Allorché, di tanto in tanto, mi vien fatto di ricordare quel giorno che Enrico Tallonemi portò da Cesare Giacconee ebbi la buona fortuna di gustare il suo capretto, ebbene mi pare di rivivere un piccolo angolo di paradiso: quel capretto è uno dei pochissimi ricordi che ti si fissano nella memoria e diventa piacevole assai rivisitarlo, riviverlo.                                                                                                                                                                    Ogni tanto.                                                                                                                                                                                        Da Cesare, al suo “Cacciatori” in Albaretto della Torre, ci sono tornato tante volte e spesso con Enrico Tallone e sempre con noi Cesare ha dato il meglio e non succede sempre: Cesare è un Artista, un uomo sensibile e non il noioso e impeccabile professionista che oggi va tanto di moda. Cesare annusa le atmosfere, sente le persone, fiuta l’aria come un segugio di razza e se c’è qualcosa che lo urta la sua cucina ne risente. Se non hai capito questo, non andare da Cesare.                                                                                                                                          Ho pubblicato sui miei libri dedicati al peperone e al tartufo due ricette che Cesare mi preparò per la bisogna e fu semplicemente straordinario vederlo all’opera in cucina.                                                                                           Enrico Tallone ha di recente reso omaggio al nostro grande Cesare: cuoco indicibile, uomo senza tempo, persona pronta a stupire – nel bene e nel male – con le sue imprevedibili stravaganze. Gli ha stampato una semplice plaquette, ben introdotta da Orlando Perera, contenente tre ricette d’autore: quasi come una sorta di lascito ereditario a chi ha goduto della sua cucina.
Tallone ha usato un coltissimo carattere cinquecentesco e ne ha tirati soltanto 76 esemplari numerati, usando le sue preziose carte.                                                                                                                                                              Insomma, l’omaggio di un Maestro a un altro Maestro.

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