Archive for Ottobre, 2020
Autunno nel Canavese

Nelle vigne situate vicino a Levone, Canavese piemontese, i gialli del Nebbiolo si mescolano ai rossi dello Chatus (Nebbiolo di Dronero) in un’esplosione di colori unica e irripetibile se non in questo periodo dell’anno. Le vigne sono di proprietà di Lorenzo Simone, circa otto ettari in cui coltiva Nebbiolo, Barbera, Erbaluce, Chatus. Lorenzo è un ragazzo giovane di 27 anni, figlio di quella terra di eresia che è il Canavese. Laureato in agraria, ha creato da solo questo realtà di grande interesse. L’azienda si chiama Le Masche (Fantasmi femminili o streghe, in dialetto piemontese). I suoi vini prendono l nome dalle donne ritenute streghe e bruciate sul rogo verso la fine del XIV secolo.

Vino su carta, i miei vecchi lavori

Ho ritrovato le stampe analogiche di alcuni miei vecchi lavori, antecedenti al 2005, anno in cui ho cominciato a lavorare in digitale anche per la riproduzione dei miei quadri.

Gaja, la news letter.
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In questo numero

1. Storia La porta dell’osteria, porta d’ingresso nel mondo Gaja

1.

Gentile VINCENZO 

 

Il mondo Gaja è un mondo fatto di storie, incontri, immagini e suoni che da oltre un secolo e mezzo narrano chi siamo e cosa produciamo.

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Ti scrivo perché oggi abbiamo deciso di condividere tutto questo con un ristretto club di amici, a cui vogliamo aprire la porta del nostro mondo. Per questo è nato un nuovo progetto che sarà un momento di incontro, un viaggio nella memoria ma soprattutto il racconto di tante scommesse sul futuro, quelle che ogni generazione della nostra famiglia ha onorato guardando lontano.
Vi racconteremo da dove veniamo e le sfide che ci stanno più a cuore, dal cambiamento climatico alla biodiversità, dalla costante ricerca della qualità a quello che accade ogni giorno tra le vigne e in cantina.

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Sono passati cento sessantuno anni ma per scendere in cantina, per entrare nella nostra casa, bisogna ancora varcare quella porta, passare in quella piccola sala dove, vendemmia dopo vendemmia, è cresciuta la nostra storia.
La posizione era strategica: Barbaresco si trova sulla grande ansa del fiume Tanaro, dove i barcaioli trasportavano da una sponda all’altra persone, carrozze, cavalli, bestiame carri coperti d’uva in autunno e carichi di botti e damigiane in primavera, e poi, con il nuovo secolo, le prime automobili.
Sopra il porto, all’ombra della torre, c’era l’osteria dove lavoravano tutte le donne della famiglia. Si fermavano notai, geometri, commercianti e medici che venivano a Barbaresco e nelle Langhe per lavoro. Molti restavano più di un giorno, così Giovanni aggiunse alcune camere per i viaggiatori, garantendo l’ospitalità.

Giovanni Gaja capì subito che l’osteria era il miglior biglietto da visita per il suo vino e per la sua cantina: chi lo assaggiava a tavola poi ne poteva ordinare una damigiana che gli sarebbe stata consegnata a casa. Così il vino di Gaja iniziò a diffondersi attraverso il passaparola, il miglior marketing per quei tempi, le damigiane viaggiavano in tutto il Piemonte e in Valle d’Aosta e la clientela si allargava. Presto, accanto al vino sfuso, arrivarono le bottiglie con l’etichetta, considerate il non plus ultra, un salto di qualità.

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Fin da subito la scommessa fu sul quel vino che nell’Ottocento veniva chiamato Nebbiolo di Barbaresco ma che già nel passaggio di secolo diventò solamente Barbaresco. Era il fiore all’occhiello della cantina, come ci racconta il menù di un pranzo organizzato nel 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale: ad accompagnare gli agnolotti, il fritto piemontese, il filetto di bue e l’arrosto di capretto c’erano dolcetto e Barbaresco. Nel menù a prezzo fisso i vini erano compresi: “Dolcetto una bottiglia ciascuno, Barbaresco 1909 produzione propria una bottiglia ogni quattro persone”. Non solo si specificava già l’annata, ma si sottolineava l’esclusività di una bottiglia a cui era attribuito un valore quattro volte superiore al più comune vino da pasto di allora.

L’osteria è rimasta aperta fino al 1933, ma a chiuderla non fu la crisi economica della Grande Depressione e nemmeno il ponte costruito più a valle che permetteva di arrivare a Torino molto più velocemente, ma il successo della cantina. Era appena stata presa in mano da un altro Giovanni, il nipote del fondatore, la terza generazione della famiglia. Fu lui nel 1937 a stampare sull’etichetta le quattro lettere del cognome Gaja in rosso e in una dimensione superiore alla denominazione del vino per rivendicare l’eccezionalità di una produzione e la scommessa sulla qualità.

Da allora sono spariti i tavoli, le sedie e la cucina, ma la porta in legno dell’osteria è rimasta l’ingresso principale alla cantina, che nei decenni ha continuato ad allargarsi. Quella porta, con le sue scanalature create da un’antica lavorazione chiamata “grissinatura” è stata di ispirazione per le cassette porta vino nate dal dialogo tra Angelo Gaja e il grande designer del vino Giacomo Bersanetti. La nostra idea è che ogni volta che si apre la cassettina di legno con la grissinatura è come se si aprisse la porta dell’osteria per entrare nel mondo Gaja.

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E così, adesso, aprendo questa porta potrete ricevere i nostri racconti
e a novembre il report dell’annata,
un diario della terra, della vigna
e del nostro lavoro. Questo viaggio sarà fatto anche di brevi comunicazioni,
ve le manderemo ogni volta che accadrà qualcosa che vale la pena partecipare: l’immagine di una nevicata,
i suoni della vigna d’estate, una nuova etichetta, un avvenimento speciale.

Vi aspettiamo

Cucina giapponese: Miyabi a Torino, non soltanto sushi

Se come sosteneva Ludwig Feuerbach (filosofo tedesco,1804/1872): «Siamo quel che mangiamo», i giapponesi, con oltre 85 anni di aspettativa media di vita, mangiano proprio bene!                                                                                                                           Il Giappone (Nippon, nella loro lingua) è un arcipelago che si estende lungo circa 3.500 chilometri nell’oceano Pacifico, quasi parallelo alle coste cinesi, coreane e russe. Composto da migliaia di isole, il 97% della superficie totale (377.000 kmq) appartiene alle quattro principali: HonshūHokkaidōKyūshū e Shikoku. Con una popolazione di oltre 127 mln di abitanti, il paese è una delle prime economie mondiali.                                                                                                                                  Abitato già in epoche antichissime, l’arcipelago, secondo la tradizione leggendaria, si costituì in Impero attorno al VI/VII secolo a.C. Il buddismo venne introdotto nel VI secolo della nostra era e segnò in maniera importante le tradizioni giapponesi. Durante il medioevo fiorì la cultura dei samurai e degli shogun che, di fatto, detenevano il potere. Furono i portoghesi, nel XVI secolo, i primi occidentali a conoscere queste popolazioni che fino a quel momento erano vissute abbastanza isolate.                                                                                                                                                                           Fondamentale la guerra civile, 1866/1868, che portò alla restaurazione Meiji: gli shogun cedettero il potere  all’imperatore e questi aprì le porte del paese al resto del mondo.                                                                                                                                 Dopo la pesante sconfitta della Seconda Guerra mondiale, il popolo giapponese seppe ripartire con prontezza e in maniera efficiente: per almeno quattro decenni il Pil del paese crebbe ininterrottamente alla media annua di oltre il 10%!                L’arcipelago nipponico si sviluppa sopra una linea di faglia che costituisce la principale caratteristica tettonica dell’oceano Pacifico: dunque, paese devastato da terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche. Sono oltre un centinaio i vulcani attivi di cui il celebre Fujiyama, o Fujisan, è il più alto (circa 3.800 mslm).                                                                                                             Con le premesse di cui sopra, è comprensibile quanto le caratteristiche della cultura giapponese siano peculiari, raffinati e complessi. E, poiché la cucina tradizionale di un popolo ne rappresenta la sintesi storico-geografica, si capisce quanto quella giapponese sia altrettanto unica, sofisticata, multiforme.                                                                                                        Oryza sativa: è il nome scientifico del riso e la varietà che si coltiva più a nord si chiama japonica, a differenza di quella, indica, che alimenta le popolazioni del sud-est asiatico. Il riso fu domesticato dai cinesi intorno al VI millennio prima della nostra era e si diffuse rapidamente in tutta l’Asia, Giappone compreso. Qualche millennio più tardi furono le proteine della soia (Glycine max) a integrare la dieta dei primi insediamenti neolitici e permettere lo sviluppo di una civiltà importante; ovvio poi rimarcare il fatto che le popolazioni di un arcipelago solevano aggiungere alla loro alimentazione vegetale tutto quanto riuscivano a ricavare dal generoso mare che le circondava. Assodato quanto sopra, il sushi, ovvero riso e pesce, si può considerare il piatto simbolico e più rappresentativo del Giappone. Ma, attenzione: ridurre la cucina giapponese al sushi è un po’ come sostenere che la cucina italiana sia soltanto maccheroni e pizza…                                                                                               Nori sushi e nigiri sushi sono le due differenti maniere con cui questa specialità viene preparata; la prima è quella più conosciuta: rotelle di riso contenenti porzioni di pesce crudo, avvolte nell’alga nori; il nigiri sushi, invece, si presenta come polpettine di riso sopra le quali è adagiato il pesce. Bisogna precisare che il riso per il sushi è sempre trattato con aceto di riso fermentato.                                                                                                                                                                                                L’altro piatto assai noto è il sashimi: semplice pesce crudo, in genere tonno, maguro, (il taglio più pregiato è la ventresca che viene chiamata: otoro), insaporito da particolari salse.                                                                                                                       Tra queste, insieme a quelle rinomate di soia, occorre ricordare il wasabi: è ricavata dalla radice di una brassicacea – famiglia che comprende senape, cavolfiori, verze, ecc. – Eutrema japonicum, spesso chiamata Wasabia japonica, coltivata a climi freddi e in acque purissime; viene poi trattata e raffinata usando come grattugia la pelle di squalo: non è semplice trovare in Italia il wasabi originale, parecchio costoso…                                                                                                                          Il brodo di pesce, dashi, le numerosissime alghe, i poco conosciuti noodles o spaghetti (ramen, soba, udon) di grano, grano saraceno, riso e soia; le innumerevoli zuppe e la carne (a esempio, il tonkatsu: cotoletta di maiale con cavolo e il costosissimo manzo di Kobe dalle carni marezzate) sono alcune specialità giapponesi non abbastanza note. La tempura, verdura e pesce fritto in pastella, è un piatto di contaminazione portoghese.                                                                                      I giapponesi usano bere sakè (riso fermentato con lieviti koji) e tè, ma apprezzano il vino e, curiosità, sono grandi intenditori e ottimi produttori di whisky  di malto. Parlando di cucina giapponese non si deve dimenticare la raffinata arte della coltelleria che permette di usare in tavola le bacchette, hashi. Altrettanto fondamentale è l’arte di impiattare secondo precisi dettami che armonizzano volumi e colori dei piatti.                                                                                                                      Il giovane Masanori Tezuka, nel suo ristorante Miyabi, aperto da circa un anno a Torino – due passi dalla chiesa della Gran Madre – mi ha guidato nella conoscenza della tradizione cucinaria giapponese e aiutato a scegliere alcuni vini piemontesi con cui accompagnare al meglio i suoi piatti eccellenti.                                                                                                                   Masanori, da quasi otto anni in Italia, è un maniaco nella scelta delle materie prime: pesce, verdure (che spesso coltiva da sé), alghe e riso sono sempre di prima qualità e, quando possibile, importati dal Giappone.                                                        Abbiamo cominciato con un piatto a base di germogli di bambù biologico che ho accompagnato con un Cortese di Gavi DOCG biodinamico, senza solfiti aggiunti, che ho gustato anche con una magnifica ombrina marinata con alghe kombu, erba shungiku e limone giapponese yuzu. Un altro Cortese, questo soltanto bio, ha con grande dignità accompagnato una gelatina di sesamo insaporita con wasabi. Per gli spaghetti di grano saraceno, con gamberi e piccoli asparagi, ho scelto un Timorasso di un paio d’anni di gran corpo, lunghissimo: magnifico.                                                                                                     Per tenere compagnia a un nigiri sushi, memorabile, ho scelto due ottimi Riesling: uno di La Morra e l’altro di un grande produttore di Serralunga; i nostri bianchi, quando sono figli di grandi produttori, reggono il confronto con vini assai più blasonati! Gustare  capesante di Hokkaido, salmone scozzese con relative uova, gambero rosso di Mazzara con uova di pesce volante, ombrina e fettine di tonno affumicato e fermentato, bevendo un grande Riesling di Langa è un bel modo di onorare sé stessi, chi ha preparato i piatti e chi ha spremuto da par suo le uve…                                                                                 Ho finito bevendo Freisa di Chieri, sia frizzante sia ferma, con un semplice petto di pollo reso sublime da una salsa di riso fermentato: credo che anche un giovane Nebbiolo, magari roerino, non avrebbe fatto brutta figura.

 

 

Ho compiuto 66 anni

Il 1° ottobre 2020 ho compiuto ben 66 anni, non pensavo di arrivarci.

Ho passato questa giornata tra amici, parenti più stretti e i miei vini. Non avrei potuto fare di meglio!

Love/Amore

Ecco alcune tra le mie ultime poesie dedicate all’Amore. Quello con la A maiuscola.