Archive for Ottobre, 2021
Sul Lungomare di Torino – All’Ombra del vino

Il libro si può acquistare ( 15 € + spese di spedizione e pagamento Pay Pal) contattandomi al mio indirizzo email: redavincenzo@libero.it

Questo è l’incipit del mio romanzo, appena uscito;

«QUEI TRE
Non so che viso avesse, neppure come si chiamava.
A dire il vero non si era presentato: era apparso, s’era materializzato di tra le nebbie di un mio qualche sogno e, senza sapere né come né perché, avevo immaginato il suo nome: Marlow; era del tutto evidente che quel nome non fosse il suo: un nome venuto a galla per caso, forse il primo che mi era venuto in mente. 
Marlow!».

Layout 1

E così finisce, dopo 199 pp. complicate:
«IO, finalmente io, riguadagnai il tavolino sotto i portici barocchi della grande piazza e, come al solito, dove finivano le dita della mia mano destra cominciava inevitabilmente lo stelo di un calice, ancora una volta pieno, per compiere il suo dovere di ristoratrice piacevolezza.
E mi sentivo un po’ così…
quasi triste, come i fiori e l’erba
di scarpata ferroviaria.
Il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere».

Michelangelo Massano, recensione “Sul Lungomare di Torino”

20200701_170658-2La struttura del libro è inusuale, molto originale. Il linguaggio e il periodare sono semplici e la narrativa scorre, fluida, con un dialogare intermittente e riflessioni essenziali.
La complessità iniziale della trama sorprende e poi avvolge e coinvolge nel viaggio “Sul Lungomare di Torino”.

Fa da guida Gilda, antica tartaruga marina, in un mare creato apposta, per la sua surreale presenza, nella curiosa copertina del libro, che ne coglie l’anima. Il viaggio comincia, fra poveri casolari di pietra, vicino ai pini dei verdi altipiani calabri, ove è nato Gregorio, che, ancora bambino, si trasferisce al Nord. Porta con sé, con bella raffigurazione creativa, un baule “preparato con un letto di aghi di pino, foglie secche di granoturco, qualche riccio aperto di castagna, zaffate di muschio, funghi freschi e una chitarra che sembrava una scopa”.

Approda in un cortile di periferia della grande città.
Confortano il suo iniziale disagio due Parrucchetti, che presto muoiono, con disperazione del bimbo.
Rimane, ben custodito, il baule, con il suo carico prezioso di profumi di bosco. Sono le sue radici.
Scorrono veloci i richiami agli anni di scuola e, in parallelo, alle lunghe partite a calcio con altri ragazzi venuti dal Sud, sui campi dell’oratorio o, negli spazi vuoti, attorno al vecchio “Comunale”. Anche i padri di quei ragazzi alla domenica si radunano a giocare a carte e “smadonnare” nel loro aspro dialetto, mentre stanno trasformandosi in “operai inurbati”.
Finiscono gli anni ’60. Il tram numero 10 porta al Liceo un ragazzino che ha un irrefrenabile desiderio di nuove esperienze.

Termina gli studi quando già lavora in un cantiere edile, ove si mescolano i dialetti del Sud, con quelli della prima migrazione veneta.
Affina la sua sensibilità artistica sentendo musica, leggendo libri, “anche i non soliti libri di scuola” che compera sulle bancarelle. L’antro dell’artigiano-artista Ivano, stimola la sua creatività. Per il ragazzo, diventato giovane, incombe la necessità quotidiana. E’ la Torino industriale e operaia dei primi anni ’70. Una mattina varca il cancello n. 3 di C.so Tazzoli. E’ un componente della prima squadra della linea della 127 in carrozzeria. La descrizione dell’anno di lavoro alla Fiat, è una delle pagine più intense, fra le tante già scritte sull’argomento. Coglie, con vivezza essenziale, gli aspetti esteriori e anche l’interiorità di un ambiente di lavoro e di chi ad esso si applica, soggiogato al ritmo della grande fabbrica. Dopo un anno ritorna libero. E riprende a nuotare insieme alla sua tartaruga. Cominciano i giorni e le serate negli Studi pubblicitari e fotografici, svolazzanti di personaggi con molto talento e poca cura per l denaro, vivacemente decritti. Un vortice di piccole società che nascono, si scompongono, si ricompongono per poi sparire. Le donne, “fra questa creatività tumultuosa ed incosciente”, hanno un rilievo importante, con personalità forti e volitive che si impongono nel lavoro e nella vita.

La tartaruga assiste agli incontri dell’autore con personaggi che avranno successo e altri che “imperterriti continueranno a seguire un destino di fallimento”.
Come ben evidenzia l’autore, questi “talentuosi” che popolano gli Studi e le Agenzie di pubblicità, di comunicazione, di marketing che si agitano fra il fascinoso richiamo delle scene teatrali e le prime Radio libere (fra cui indimenticabile e indimenticata Radio ABC 97 mhz) saranno l’avanguardia della trasformazione della città.
La città operaia diviene anche la città dei libri, degli editori, dei creativi.
La piccola tartaruga marina assiste in quegli anni ad una ulteriore evoluzione intellettuale e artistica del protagonista: nelle fotografie, nella musica, nella pubblicità, nella comunicazione. Coglie la bellezza evolutiva di un percorso interiore che porta l’autore a frequentare le lezioni della Scuola di Teatr0 all’Università ove affina la sua vasta e nomade cultura con l’approfondimento dei classici latini e greci, guidato da una donna che ha l’arte di insegnare e fare amare ciò che insegna.

E’ di questo periodo la bella descrizione degli incontri nel secentesco teatrino situato nei sotterranei di Palazzo Campana.

Il cammino professionale del protagonista prosegue: le sue doti innate, l’esperienza maturata, lo conducono ad essere Amministratore Delegato di importante Società. Vive il tempo del manager di successo. Conduce a traguardi sempre più prestigiosi la Società che dirige.

Ma incontra la delusione.
La tartaruga, come aveva visto i lestofanti senza talento, ma attenti al denaro, soppiantare la prima avanguardia dei talentuosi creativi, così vede accadere per l’autore.
Con il crollo del lavoro, crolla un fragile amore.
Ma, parafrasando Quasimodo, a primavera le gemme spaccano il tronco, “che pareva già morto”, con un verde più nuovo dell’erba”. Il verde si perpetuerà fra le navate gotiche di S. Domenico e il lavoro riprende in un mare più quieto. Lo accompagnano le nebbie di un tempo, umide e fredde, della città. E le nebbioline azzurrine di fumo del “Bar Roberto” di Via Po popolato dal “furore ciarliero” di una varia umanità impegnata in sproloqui sconclusionati e discussioni coltissime senza alcuna finalità.
Ritrova sistemazione stabile il baule, con ancora intatto il profumo di bosco di quando, bambino, lo portò con sé a Torino.
Gilda, la vecchia tartaruga Gilda, dai mille trascorsi, smette di raccontare e torna a nuotare nel suo etereo mare.
Il lettore, ormai pienamente partecipe della narrazione, sente la mancanza della surreale presenza dell’antica tartaruga di mare, che lo ha accompagnato di pagina in pagina.

Michelangelo Massano

 

OSTERIA IL NANETTO di CARAGLIO (CN)

Se la vita è l’arte dell’incontro, la Piola, la nostra Piola di incontri ne prevede tanti e di tanti “tipi” differenti. Francesco l’ho incontrato al Bar Pietro – piola sardo-veneziana e, tra un bicchiere e l’altro, ci siamo conosciuti e apprezzati. Qui sotto mi racconta la genesi dell’Osteria Nanetto, il ristorante che ha aperto da poco. «Il Filatoio Rosso di Caraglio è stato edificato tra il 1676 ed il 1678 dalla famiglia Galleani (che possedevano setifici anche a Torino e Venaria). Vero e proprio insediamento industriale volto alla produzione del filo di seta, resta attivo fino a tutti gli anni ’30. Nel 1938 viene ceduto all’Esercito Italiano ed utilizzato inizialmente come caserma  per poi diventare negli anni un deposito, sede di attività artigiane ed allevamenti. La struttura resta priva di particolari utilizzi fino alla fine degli anni ’90 quando anche grazie agli eredi della famiglia Galleani viene restaurato. Il progetto che vede coinvolte istituzioni locali e fondazioni bancarie porta nel 2005 all’apertura del “Museo del setificio piemontese”. Il Filatoio diventa così spazio museale, espositivo e location per eventi.
La nostra società scopre il Filatoio nel 2019 durante un sopralluogo per un catering.  Il bando comunale per l’assegnazione della gestione del servizio caffetteria interno era andato deserto più volte, viste le potenzialità ci proponiamo immediatamente. Modifichiamo l’allestimento iniziale e sfruttando una saletta che veniva usata come magazzino (quella in cui abbiamo pranzato) creiamo uno spazio per fare ristorazione. Apriamo il 6 marzo 2020 ed il 9 siamo costretti a chiudere causa lock down nazionale. Tra chiusure e ripartenze continuiamo a crederci, investiamo realizzando una nuova cucina e grazie alla collaborazione con la Fondazione Filatoio Rosso di Caraglio (che gestisce la struttura) ci “allarghiamo” alla Sala delle Colonne. Solitamente utilizzata per gli eventi diventa una nuova con tavoli sono molto distanziati e spazi decisamente ampi».

«La cucina è affidata a Valerio Reynaudo, fossanese classe ’87 ha maturato una variegata esperienza nel nord e centro Italia. Dopo la scuola alberghiera di Dronero ha lavorato in vari ristoranti tra cui la Barrique di Torino, il Bellevue di Cogne e la  Ciau del Tornavento di Treiso,   La sua cucina guarda soprattutto al territorio, alle materie prime delle valli cuneesi e alle ricette tradizionali. Il plin, la battuta, il culumbot, i cruset e la finanziera trovano ciclicamente spazio in carta. La Liguria e la Costa Azzurra hanno da sempre un legame con Cuneo. Il mare che sembra lontano non lo è così tanto e allora in carta si trovano anche piatti di pesce. E’ sempre rigorosa la scelta della materia prima e il rispetto nel trattarla. 
Valerio coordina anche la cucina del Ristorante il Nanetto all’interno del Cristal Hotel di Madonna dell’Olmo. A supportarlo e sopportarlo c’è Armando Servidio. Classe ’96, cresciuto in provincia di Cuneo si occupa della cucina dell’albergo ma è sempre pronto ad intervenire in Osteria. Tecnico e appassionato ha uno spiccato interesse per la preparazione dei dolci».

Ho gustato alcune preparazioni sensazionali; innanzi tutto il piccione con foie gras e carote: soltanto per questo piatto sarei venuto a piedi da Torino a Caraglio. Poi una Finanziera davvero d’autore: perfetta, equilibrata, quasi gentile malgrado gli ingredienti di questo piatto tipico siano difficili da gustare per molti. Ottime, ma da queste parti è più facile che in altri posti, le carni e bellissima la proposta di entrée: due ciuffetti di cavolo e broccoli bolliti e innaffiati con un eccelso oilio ligure di Albenga per una delicatezza affascinante nella sua semplicità. Francesco e il suo socio Luca sono due quarantenni che arrivano da importanti esperienza nell’hotelerie, nell’accoglienza e nell’organizzazione di eventi e congressi. Il loro ristorante è senza dubbio un posto singolare e dal grande fascino storico. Quando voglio valutare la cucina di un locale tradizionale piemontese ordino sempre agnolotti del plin o tajarin, battuta di carne di razza piemontese e vitello tonnato. Ho evitato il vitello tonnato ma la battuta e, soprattutto, gli agnolotti li ho trovati superbi. La sfoglia del giusto spessore, il ripieno di carni e verdure delicato eppure sapido, la cottura perfetta: indimenticabili e io, giuro, ne ho gustati tanti e tanti. Eccellente la carta dei vini che copre benissimo Italia e Francia con tutte le etichette importanti, Noi abbiamo scelto un’Alta Langa di Ettore Germano e un Nebbiolo Sandrone 2018 entrambi di livello eccelso. Questo è un locale che, pur fuori mano, è da visitare soprattutto da quanti apprezzano la qualità quando si fa peculiare e sa esaltare il territorio.

Francesco Modaffari

Osteria de Il Nanetto

Via G. Matteotti, 40 – Caraglio (CN)

+39 392 0404100

www.osteriadeilnanetto.it

www.cristalhotel.cn.it

PITTA CALABRESE E ALTRE SPECIALITA’

Secondo il più grande esperto di dialetti calabresi, il tedesco(!) Gerhard Rohlfs, il termine “pitta” deriverebbe dal greco; secondo altri invece deriva dal latino “picta”, che significa dipinta perché i Romani usavano offrire focacce dipinte ai loro dei. Comunque sia, stiamo parlando del più tipico pane calabrese (l’origine pare sia nel catanzarese), di antichissima tradizione: è un ciambellone piatto, con un buco in mezzo, di circa 30/35 cm di diametro; come tutti i piatti tradizionali ne esistono infinite varianti.La pitta è forse il pane che si presta meglio a essere farcito e i calabresi ci mettono in mezzo di tutto. Io consiglio la soppressata, piccante o dolce che sia e, ancora meglio, la Sardella di Cirò (bianchetto di pesce misto a polvere di peperoncino piccante): se trovate la Sardella (assai più buona e purtroppo più rara della famigerata ‘nduja), vi gustate una specialità straordinaria. Io ci ho bevuto il grande Cirò Dom Giuvà 2013 che produce il mio amico Giuseppe Ippolito: niente di meglio con questa specialità il vino che ne è stretto parente. Poi, giusto per non far torto a altre tradizioni calabresi, melanzane ripiene e un bel fico d’india (questo ottimo, ma siciliano).

Salute.

Finalmente DI VIN! My stains book, il Libro delle macchie di vino.

Ritirato il  29 aprile 2021 da Enrico Tallone, dopo circa due mesi di lavoro.                                                                                                  21×24 cm, carta Magnani da 250 gr, 108 pagine, inserito in un cofanetto confezionato a mano di colore blu. Abbiamo deciso di intitolarlo Di Vin e comporre i testi in piombo con il rarissimo carattere Athenaeum, disegnato da Alessandro Butti per la Nebbiolo di Torino negli anni ’50.      Due copie soltanto: una per me e una per l’archivio Tallone. Sono soltanto tre gli scarni testi che introducono le sezioni del libro che, ricordo, è un lavoro eseguito con la tecnica, difficilissima, della macchia. Ci sono più o meno tutte le mie ossessioni. Domani porteremo a Mariuccia il mio libro dipinto con i suoi vini.               Ci saranno anche Enrico Tallone e Piero. Qui sotto alcuni particolari tecnici del volume: costa e cofanetto, dedica, copertina e frontespizio, colophon. La sensazione tattile che dona il rilievo del carattere in piombo che fissa, quasi bacia con sensualità, una carta pregiata (Magnani in questo caso) è qualcosa di indescrivibile.                      Superfluo sottolineare la soddisfazione di Mariuccia quando ha sfogliato il mio libro conoscendo di persona un Maestro come Enrico Tallone. Lorenzino e Piero erano i degni testimoni di un evento piccolino eppure epocale. Prossimamente il volume sarà mostrato, con molta attenzione, a persone che io valuterò abbastanza sensibili per avere il piacere di sfogliare le sofferte e uniche pagine di questo, non mi vergogno di dirlo, capolavoro dedicato a Bianca Bianconi Tallone.                            

DI VIN, il mio libro delle macchie di vino

Oggi Piero mi ha accompagnato da Enrico Tallone a consegnare i quartini dei due libri, unici e fuori commercio, che ho dipinto con macchie dei vini di Cascina Castlèt di Mariuccia.

Sono stati i primi a vedere le opere nella loro interezza.

I loro commenti mi hanno emozionato.

Grazie all’insperato ma irrinunciabile, insostituibile e ineludibile aiuto di una qualche deità misteriosa e misericordiosa, questa mattina sono riuscito a rifinire i lavori dei miei due libri sulle macchie di vino. Il primo si compone di 21 quartini e 39 lavori, il secondo di 24 quartini e 45 soggetti. Ho usato soltanto i vini di Cascina Castlèt di Costigliole d’Asti e i libri saranno legati e rifiniti dalla Stamperia Tallone che ne custodirà una delle due copie. L’intero lavoro è dedicato a Bianca Bianconi Tallone, una Gran Signora della cultura italiana da poco scomparsa.

In mezzo a questa specie di impenetrabile foresta sincretica di simboli, religioni, segni (in)significanti, spero che sia stato Ptah a aiutarmi: è il dio che protegge le arti, gli artisti e gli artigiani. Certo, mi rendo conto che avere a che fare con simboli, lingue, linguaggi, credenze, miti così diversi e lontani tra di loro non è agevole. Ma io ho fatto un libro in due copie che soltanto pochissimi avranno l’opportunità di sfogliare e ancora meno saranno in grado di decifrare per intero. Ma proprio questo volevo: lavorare per pochi e selezionati, non mi intrigano le folle e la mia idea di successo è semplicemente quella di riuscire a realizzare quel che ho nel frullino delle mie immaginazioni.

My Stains book, work in progress

Ptah (il rettangolo si legge “P”, il mezzo pane “Ta”, la corda intrecciata “H” con il determinativo di una divinità maschile: è il protettore delle arti e degli artisti. Adesso devo mettere insieme i quartini, scegliere come dividerli e come metterli in sequenza. Poi andrò a Alpignano per impostare la copertina, il frontespizio, la dedica e il colophon.

Il mio libro delle macchie, My Stains book

Questo lavoro è stato realizzato a mano secondo la tecnica codificata da Gutenberg e poi messa a punto da geni come Manuzio e tanti altri, non escluso Alberto Tallone, papà di Enrico e sublime artigiano, sempre ispirato dalla sensibilità di sua moglie Bianca cui il libro è dedicato.

Il volume è stato realizzato con i vini di Cascina Castlèt, prodotti da Mariuccia Borio a Costigliole d’Asti e il lavoro è dedicato a Bianca Bianconi Tallone, madre di Enrico e persona a me particolarmente cara

I soggetti del libro sono semplici (ma a volte complicatissime) macchie di vino.

Erano anni che pensavo di realizzare quest’opera che sarà mostrata a pochi e in particolari occasioni.

Ovviamente non sarà in vendita perché non ha prezzo.

Ringrazio per l’aiuto il mio amico Piero D’Alessandro.

Due copie soltanto: una per me e una per l’archivio Tallone. Lavorando in questo periodo a comporre il mio favoloso libro delle macchie (prodotto soltanto in due copie), ho gustato tutta o quasi la produzione di Cascina Castlèt, prodotti di qualità elevatissima, soprattutto le Barbera (che ho adoperato a profusione insieme all’Uceline (vitigno Uvalino autoctono riscoperto da Mariuccia). Ebbene, oltre ai celebratissimi Litina, Passum, ecc., ho scoperto una Barberina leggermente frizzante, giovane, di beva facile ma tutt’altro che stucchevole: bevuta fresca, d’estate, è ideale per una bella merenda sinoira. Colore rosso rubino di media struttura, profumi delicati di frutta, buona acidità e una discreta persistenza soprattutto in bocca: si chiama Goj, che è una bella espressione piemontese che significa… andatelo a cercare. Ho interrotto le bevute dei vini di Mariuccia con un Nebbiolo giovane e austero prodotto a Monforte (Az. Vezza): è un vino che consiglio per l’armonioso equilibrio, il colore leggermente più carico dei Nebbiolo di Barolo e La Morra e con tannino delicati. Forse ancora un po giovane (2019), ma un vino che darà il meglio entro un paio d’anni. Parecchio interessante, consiglio.

Mentre scrivevo queste mie piccole notazioni, mi veniva fatto di pensare a certe descrizioni barocche di certi scribacchini avvinazzati: poco capiscono di vino e meno ancora hanno dimestichezza con l’italiano e soprattutto col fatto che chi legge ha bisogno di semplicità, di correttezza, di capacità di sintesi…..

Soltanto noi due potevamo concepire un’impresa simile.

L’avevo in testa da molti anni e finalmente ci sono riuscito.

Sono gonfio d’orgoglio e non ringrazierò mai abbastanza il mio grande amico Enrico Tallone.

Dirimpetto alle segnature dei Canti Orfici di Dino Campana che la stamperia Tallone sta finendo di stampare e legare, abbiamo composto il colophon, definito le dediche e concordato il titolo. Verrà un risultato straordinario che in pochi potranno vedere. Non potevo non chiudere la mia copia con questo quartino: MAAT e PTAH: Maat è un concetto egizio straordinario, unico e abbastanza complesso: l’ho dipinto con il suo ideogramma simbolo (la piuma di struzzo) e con i segni grammaticali e fonetici.