Francesco Guccini: Non so che viso avesse

Vado ripentendo, in maniera fastidiosa, con ostinata monotonia e cecata pervicacia – il tutto proprio di chi ha più anni dietro che davanti – che la nostra è la Generazione Fortunata: quelli nati, per intenderci, tra i primi anni Cinquanta e i primi Sessanta.

Abbiamo, infatti, vissuto da adolescenti o da giovani la nascita delle grandi speranze, dei grandi miti, delle grandi idee e poi delle grandi crisi conseguenti; abbiamo, più d’ogni altro fatto, assistito alla nascita della Grande Musica rock e pop.

Scoprire Bob Dylan nel ’65 e Guccini un paio d’anni dopo è stato un fatto che mi ha segnato l’esistenza: il mio primo, indimenticabile amore – Germana, si chiamava – mi regalò Non al denaro non all’amore né al cielo di De Andrè nella primavera del ’72 e avevo cira 17 anni; conservo quel prezioso Lp ancora oggi e ogni tanto lo ascolto su un irrinunciabile Thorens Td 318 a cinghia.

Dire che Guccini mi piace è un timido eufemismo: di Guccini mi sono nutrito come di pochi altri; Guccini mi serve, ogni tanto, come l’aria che respiro. Ne possiedo la discografia completa, fino agli anni Ottanta in vinile: è inferiore per numero soltanto a quella di Bach e di Dylan, forse di Chopin.

Ho letto in una notte insonne questo librino, libretto, libriccino: Non so che viso avesse, carino, abbastanza interessante per chi, come me, ama Guccini: ma esile, che nulla o quasi aggiunge a quel che si sa, si conosce, si ama.

Il Guccini scrittore non mi manca, non mi necessita: per carità, egli sa scrivere, è anche ogni tanto interessante, ma non certo memorabile e unico come sempre, o quasi, nella forma canzone.

Ho letto Cròniche Epafàniche, Vacca d’un cane e Icaro – una raccolta di racconti piacevole, fresca pubblicata nel 2008 – ma il Guccini scrittore mi lascia abbastanza indifferente.

Non so che viso avesse è una sorta di autobiografia scritta con una lingua che pare più da udire che da leggere – fatto che a me non piace molto – una scrittura che pare eloquio conviviale: una sorta di racconto orale. Sono un centinaio di pagine comunque gradevoli. La seconda parte del libro consiste in un saggio sull’opera del musicista Guccini, compilato da Alberto Bertoni: nulla di che, anche se ben condotta e con le citazioni giuste del dovuto. Però omette alcuni versi che sono per me di straordinario valore. A esempio, parlando di Due anni dopo nemmeno cita La Verità:

“La voce triste del silenzio/abbraccia gli angoli del tempo,/si è fatto giorno, ed è già sera…….il tempo mescola le carte,/la mano ancora passerà,/e c’è chi perde o vincerà/ma in quattro re non hai la verità./…e mentre il corvo volerà/e l’acqua in pioggia ricadrà/nel nulla sfuma ormai la verità.”

E di Autogrill non vengono citati versi come:

“…mentre i sogni miei segreti li rombavano via i Tir….bionda senza averne l’aria,quasi triste, come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria…”.

E del capolavoro Incontro ignora versi che sono tra i più belli che mi sia capitato di leggere – e io di poesia ne ho letta e ne leggo assai assai :

“…restano i sogni senza tempo,/ le impressioni di un momento/le luci di case nel buio/ intraviste da un treno/siamo qualcosa che non resta,/frasi vuote nella testa/e il cuore di simboli pieno.”

Si capisce che Alberto Bertoni non è un poeta.

Concludo con una mia personalissima notazione: ovvio che ho amato De Andrè, ma senza neppure pensarci – credo per affinità di origini montanare e contadine – ho sempre preferito Guccini. In fondo, Fabrizio possiede la rabbia tipica di chi arriva da una famiglia alto borghese, mentre di Francesco mi piacciono la disillusione dialettica e il fatalismo anarcoide di chi ha radici montanare e contadine.

(Tempo fa vevo scritto su questo sito un altro articolo che in buona sostanza sosteneva le stesse opinioni qui sopra espresse: https://www.vincenzoreda.it/un-poeta-francesco-guccini/).

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