Hugo von Hofmannsthal, Le parole non sono di questo mondo

«…La gran parte degli uomini non vive nella vita, ma in una pura apparenza, in una sorta di algebra dove nulla è e tutto soltanto significa. Io vorrei sentire forte l’essere di tutte le cose, vorrei stare immerso nell’essere, nel vero e profondo significato di tutte le cose. L’intero universo infatti è colmo di significato, è senso divenuto forma. L’altezza delle montagne, la vastità del mare, l’oscurità della notte, il modo in cui guardano i cavalli, il modo in cui sono fatte le nostre mani, il modo in cui profumano i garofani, il modo in cui il terreno si dispiega in colli e vallate, o in dune oppure in scogli severi, il modo in cui appare una regione vista da una montagna, e la sensazione che si prova quando in un giorno molto caldo si cammina sul selciato umido nel fresco androne di una casa, o quando si mangia un gelato: in tutte le innumerevoli cose della vita, in ogni singola cosa e in modo imparagonabile, è espresso qualcosa che non si lascia riprodurre per mezzo delle parole, ma che parla alle nostre anime. L’intero mondo è allora un discorso fatto alla nostra anima da ciò che è incomprensibile, oppure è un discorso della nostra anima a sé stessa. La tristezza è un concetto nella lingua vera e propria, ma nel linguaggio della vita ci sono migliaia di tristezze: la tristezza che si prova nel non vedere altro che rocce, mare, cielo; la tristezza di quando, magari sentendo l’odore di fragole fresche, si pensa a certi giorni d’infanzia; la tristezza negli occhi stanchi di certe scimmie, la tristezza affatto diversa di quando il sole tramonta in un certo modo; e ancora così tante altre tristezza, no? Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé stante, un mondo del tutto indipendente, come il mondo dei suoni. Si può dire tutto quello che c’è, così come si può musicare tutto quello che c’è. Ma non si potrà mai dire qualcosa proprio così come è. Per questo le poesie suscitano lo stesso sterile struggimento che producono le note. Molti però ignorano tutto questo e quasi soccombono nel tentativo di dire la vita. La vita però dice sé stessa. Parla attraverso i fenomeni. C’è però sempre un fenomeno, una combinazione di parole, una concatenazione di note che toccano la nostra anima cose se fossero la stessa cosa. Sono qualcosa di assolutamente analogo, la triplice espressione di una cosa ignota, una vibrazione divina. Dapprincipio questo ti meraviglierà, poiché in noi è radicata molto profondamente la convinzione – certo una fanciullesca convinzione – che se solo riuscissimo a trovare le parole giuste noi potremmo raccontare la vita, allo stesso modo in cui si mettono da parte, una sull’altra, delle monetine. Non è vero però, e i poeti fanno in tutto e per tutto come i compositori, esprimono cioè la loro anima per mezzo di qualcosa che si trova sparso per l’intera esistenza – poiché l’esistenza ha in sé la totalità di tutti i suoni possibili – ma tutto dipende da come li si combina. Così fa anche il pittore con i colori e le forme, che sono solo una parte dei fenomeni e per lui però sono tutto, e attraverso la loro combinazione gli riesce d’esprimere l’intera anima sua (oppure, ed è lo stesso, l’intero gioco del mondo). In fondo ci si può immaginare anche un meraviglioso giocoliere che lanciando sfere produce attraverso i mezzi espressivi della gravità e del movimento (piuttosto simile, in questo, ad un architetto), colmandoci di ogni struggimento di commozione e di molteplice eccitazione. Perciò, vedi, io penso questo: non vi è nulla di scritto a cui si possa credere. Tutti i grandi libri, i grandi poemi, la bibbia e gli altri sono mondi di sogno, affini al mondo reale e anche tra di essi solo in modo simbolico, e non sono mai da mettere in fila avvitandoli l’uno sull’altro come se fossero tubi. I discorsi che in genere fanno gli uomini (anche i tanti discorsi che si scrivono) sono però simili a quello che si ottiene quando della vera musica viene riprodotta in modo sbagliato e risuona assieme al rumore delle carrozze e a molto altro rumore di strada. Così al massimo potrà venirti in mente per caso qualcosa. Diventare maturi significa forse solo questo: imparare ad ascoltare dentro se stessi in modo tale da dimenticare tutto questo frastuono e da non riuscire infine più nemmeno a sentirlo…».

Ringrazio l’amica Sonia per avermi fatto conoscere il testo di questo grande scrittore austriaco (Vienna, 1 febbraio 1874/15 luglio 1929) che non ho mai frequentato prima. L’intero testo, da cui ho estrapolato le preziose parole qui sopra riprodotte, si può trovare sul seguente link:

http://aubreymcfato.com/2009/04/01/hugo-von-hofmannsthal-le-parole-non-sono-di-questo-mondo/

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