In viaggio a La Tana del Re

«Da 500 anni la famiglia Cecere Clemente coltiva viti all’ombra del massiccio del Taburno, ad ovest di Benevento: da Baselice fino ai confini della piana napoletana. Se non è un record poco ci manca. Pasquale Cecere cita volentieri l’antica masseria di montagna, cuore dell’azienda risalente al XVIII secolo, con la moderna cantina interrata (oltre mille metri quadri), attorno cui si estendono una quindicina di ettari vitati (90 mila le bottiglie) che raggiungono anche i 700 metri di altitudine. In questo contesto nascono dei vini (tutti con la riproduzione in etichetta delle ceramiche di Giustiniani, famoso ceramista del Settecento), che esprimono bene le espressioni indigene dei vitigni falanghina e aglianico. Esemplare è il Donnalaura 2009, un eccellente bianco da due biotipi di falanghina, “bonea” e “varoni”, vendemmiati quando le viti hanno ormai perso le foglie. La vinificazione viene eseguita con macerazione prefermentativa a freddo, affinamento in acciaio di tre mesi e ulteriore riposo in barrique di un anno. Il vino ha colore oro brillante, al naso è come trovarsi in un frutteto, con la dolcezza della banana mista a mandorla. In bocca è di perfetta corrispondenza: rotondo, ampio, elegante, fresco, sapido: le ha tutte le caratteristiche complesse di un gran bianco, fino a quella nuance ammandorlata che ti fa venir voglia di ricominciare l’assaggio. Grazie a Laura (Bandera) che me lo ha offerto: è uno dei più intriganti bianchi italiani.
Sempre da due biotipi, ma col “taburno” al posto del “varoni”, esce il “Taburno”, un  bianco più minerale, fresco e dalle delicate note floreali.». Queste sono le parole di Massobrio, di cui ho stima, in un articolo dello scorso febbraio su La Stampa. In verità, ho bevuto questa Falanghina (il millesimo è il 2010 non il 2009 di cui parla Massobrio) e l’ho trovata stucchevole, con pessimi sentori di confetto (Matteo parla di chewingum…) per davvero insopportabili. Luca Maroni lo scorso anno aveva dichiarato questo vino il migliore bianco d’Italia! Boh… Assai meglio il Bonea, più minerale, più complesso: comunque un vino certo interessante ma lontano parsec dall’essere tra i migliori bianchi italiani.

Strepitoso invece il Moscato Passito di Saracena: un moscato semplicemente indescrivibile, frutto di almeno 5 secoli di storia inscritti in un territorio di tradizioni antichissime che partono dal neolitico per giungere alle prime colonie achee dell’VIII secolo a. C. (Sibari), alla conquista saracena del X secolo e alla successiva distruzione a opera delle truppe imperiali di Bisanzio. Saracena è oggi un paese di 4.500 abitanti, situata nel territorio del Parco del Pollino a 600 m. di altezza, pochi chilometri a sud-ovest di Castrovillari: a metà strada calabrese tra Ionio e Tirreno.

Nella stessa serata ho potuto gustare la magnifica cucina di tradizione cilentana curata dal giovanissimo chef Giuseppe Marrone, classe 1990, proveniente da Londra (ha lavorato per oltre un anno in uno dei migliori ristoranti londinesi): eccellente la sua tradizionale minestra strinta e altrettanto eccellenti i suoi spaghetti alla colatura di alici. Ogni qual volta Matteo mi chiama nel suo ristorante La Tana del re, io rispondo: «Presente!». Non mi delude mai. A parte il fatto che è un derelitto tifoso granata (e di ciò ne va, poverino, anche orgoglioso…), per il resto è sempre un delizioso ospite e un amico verso cui nutro grande affetto.

One Response to “In viaggio a La Tana del Re”

  1. La Calabria al 46° Vinitaly, forse qualcosa si sta movendo…. | Vincenzo Reda Says:

    […] Del Moscato Passito di Saracena dei Feudi di Sanseverino ho parlato nel mio articolo: https://www.vincenzoreda.it/in-viaggio-a-la-tana-del-re/ […]

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