L’intervista possibile – Vincenzo intervista Enzo Reda

– Spiegami come mai accetti questa intervista.

– E’ molto semplice, in fondo. Certo, avrei potuto impostare tutta la faccenda come un monologo, meglio: un soliloquio. Ma, vedi, lo schema a due rende tutto assai più vero, direi assai più giusto; anche più attinente ai meccanismi fondamentali che ci muovono. Passare da uno a due, se preferisci da zero a uno – che è lo stesso – è il fatto che in un ipotetico momento iniziale ha permesso la nascita, la vita: il movimento primordiale innesca lo spazio e il tempo che sono le facce dello stesso concetto. Nell’immobilismo assoluto non possono esistere né spazio né tempo.

Insomma: Uno non esiste, l’esistenza, comunque, comincia da Due: ma come tu sai bene, parliamo di concetti teorici che, credo fermamente, non sono mai stati possibili, non è mai esistito il teorico Primo Momento. E’ abbastanza semplice da capire.

– Certo. So benissimo che lo schema “Big Bang”, che è l’attuale teoria più in voga negli ambienti scientifici, è una semplificazione immaginifica per risolvere il bisogno di un inizio. E’ difficilmente concepibile per la mente umana il fatto che non ci sia stato un inizio assoluto: eppure, l’inizio assoluto è una pura idiozia.

Ma veniamo al sodo: non desidero conoscere le solite banalità sul tuo conto.

Mi piacerebbe impostare l’intervista su due argomenti che so essere di particolare interesse per te: la religione e i libri.

– Mi conosci troppo bene. Così sia: procedi con la prima domanda.

– Troppo semplice e addirittura scontata: credi in Dio?

– Come sai bene, ti rispondo con la richiesta di definire cosa intendi per “Dio”.

– La Divinità. Il Soprannaturale. L’Assoluto. Dio, insomma!

– Dio! Se devo rispondere in maniera tassativa, rispondo che, certo, credo in dio, con la “d” minuscola. Ma poi andiamo a ridere: quanto tempo ho per spiegare la mia posizione in proposito?

– Un tempo che sia in ragionevole rapporto con lo spazio-tempo di una normale intervista di taglio giornalistico.

– Ci provo. Il primo distinguo è: dio esogeno o dio endogeno? Mi spiego: un dio dentro l’uomo o un dio al di fuori dell’uomo? Perché non c’è dubbio sul fatto che se parliamo di dio endogeno, non c’è discussione: l’uomo ha innato il concetto di dio dentro di sé.

– E con gli atei come la metti?

– Credere o non credere in dio, comunque prima di definirlo, è un fatto di fede. Da qualsiasi prospettiva la si veda e allora il problema non si pone..

– Hai detto “fede”.

– Ho detto fede: il concetto di fede riporta al bisogno intrinseco di dio. Dio, comunque la si veda, è dentro ognuno di noi: che lo si accetti o lo si neghi. Ti ripeto, su questa faccenda non c’è discussione. Se vuoi, cerco anche di spiegarti perché.

– Prego.

– Credo che questo bisogno rappresenti in modo più o meno semplice la necessità di riempire il vuoto che la ragione identifica nella domanda: “perché”. Lo schema causa-effetto, su cui si basano tutti i nostri meccanismi, non prevede un evento che possa essere al di fuori di ciò. E’ semplice pervenire alla conclusione che un “Essere Assoluto” risolve qualunque faccenda in merito. Egli non ha bisogno nemmeno di essere nato, di aver avuto un principio, di aver avuto uno o più genitori: è sempre stato e – questo appare assai meno logico – a un certo punto ha deciso – ha sentito il bisogno? – di creare tutto questo po’ po’ di roba che definiamo Universo. Ma, mi chiedo ( pensando al famoso “rasoio di Occam”, e non sto a menartela sul francescano inglese Gugliemo di Ockham ): non è più semplice che Dio e Universo coincidano? No, mi rispondo da solo: Dio è un Essere e l’Universo una Cosa. Per i nostri schemi tale faccenda è assai più comprensibile, giusto?

– Vai avanti, ti seguo.

– Concludo: la questione, se attenesse a un elementare problema di ragione pura, sarebbe molto semplice. Ciò che noi chiamiamo Universo è sempre esistito: morte e vita sono i poli negativo e positivo che ne costituiscono la ragione, lo schema e l’energia: non esiste alcun “Perché” assoluto che stia al di fuori del suo semplice essere. Ma così è troppo facile: il “Tutto” non può essere spiegato in questa maniera che definire disarmante è usare un candido eufemismo.

– Vedo che ti rispondi da solo.

– No: sono le banali osservazioni della maggioranza dei nostri simili che, com’è comprensibile, vive dentro gli schemi facili che sono convenienti e per chi li propina e per chi ne usufruisce.

Comunque, per sintetizzare il mio pensiero: il bisogno di dio è dentro ogni uomo, che lo si accetti o lo si neghi. Il concetto più elementare di dio è: un essere che risolve con la sua supposta esistenza ogni domanda che ci si pone sui perché del nostro esistere.

– E il dio “esogeno”, come lo definisci tu?

– Ti ho già risposto: se ragioniamo in modo semplice, la risposta più ovvia è che Dio e Universo coincidano.

– E quindi la questione è risolta!

– Magari! Una delle faccende che più mi attrae è questa: la semplicità è infinitamente complicata e, allo stesso modo, la complicazione è infinitamente semplice. Risolvere che Dio e Universo possano coincidere rappresenta il primo gradino di una serie infinita di altre investigazioni intellettuali e, quindi, esistenziali. Di qui si parte e non si arriva: il traguardo è fissato là dove la geometria dice che due rette parallele possono incontrarsi. All’infinito!

– E qui faccio fatica a seguirti.

– Stai pur tranquillo, faccio fatica anch’io a seguirmi…

– Però, ascolta: mi vien fatto di notare che, almeno fino a ora, abbiamo parlato più di filosofia che di religione!

– Sì, era previsto. Torniamo al bisogno endogeno di dio. Di qui comincia la religione. Pensa all’ipotetico primo sciamano. La domanda è: era un furbo che aveva capito come sfangarsela alla spalle degli altri o era uno spirito superiore che aveva percepito dentro di sé una missione tramite la quale poteva aiutare i propri compagni di orda a vivere un po’ meglio? Bada: la domanda è ancora oggi la stessa, non è cambiata nella sua sostanza; e la risposta secca non può essere ragionevolmente contemplata, oggi come ieri.

La religione è una faccenda complicata che rispecchia tutti i modi dell’essere uomo e che, in relazione al periodo storico, alle caratteristiche morfologiche di popolazioni e luoghi, ha dato origine a schemi complessi che fanno parte del nostro patrimonio storico in senso sia fisico sia intellettuale.

– Sono d’accordo, e il concetto che esprimi mi pare anche chiaro e sintetico.

– Certo. Ma, come sopra per la questione filosofica dio-universo, di qui si parte e chissammai dove e quando si arriva. Non si può liquidare tutta la questione con ragionamenti, pur complicati, che attengono a etnologia e antropologia: questo tipo di approccio – assolutamente condivisibile e che possiede un suo fascino che, come sai, mi attrae moltissimo – lo considero insufficiente.

C’è un’area poco esplorata, che riguarda i nostri meccanismi mentali e l’interazione con il quotidiano di ognuno di noi, in cui tutto ciò che ha a che fare con la religione e tutto ciò che sta lì intorno – voglio significare: magia, fede, misticismo, superstizione, devozione, miracoli… – costituisce un deposito immenso di esplorazione, speculazione intellettuale, speculazione materiale….bene/male….vero/falso…giusto/sbagliato…

– Sì, va bene. Ma la tua posizione qual è, in definitiva?

– Dovrei risponderti che la faccenda è molto complicata, per quanto mi riguarda; ma non sarebbe una risposta.

Provo a semplificare: mi considero un cristiano-cattolico, almeno per quanto riguarda le tradizioni e i riti; tu sai bene con quale importanza io ritengo siano da trattare queste faccende! Com’è facile immaginare: non credo a nemmeno uno dei dogmi del cristianesimo, come non credo a alcun altro dogma di qualunque religione.

Ci sono religioni più moderne, come l’Islam – che, per il fatto evidente di essere posteriore al cristianesimo e all’ebraismo, è più semplice e più attuale, almeno dal punto di vista dei dogmi essenziali.

Ci sono religioni più eleganti dal punto di vista filosofico: l’induismo, a esempio o il manicheismo.

Ci sono religioni che partono da presupposti puramente filosofici come il buddismo, in origine speculazione meramente nichilista, che arrivano a identificare con la divinità l’uomo che ne enunciò i principi.

Ci sono religioni laiche, come il marxismo o il marxismo-leninismo.

Ci sono le più incredibili sette e divisioni originate, nell’ambito della stessa fede, da discussioni basate su speculazioni puramente teoriche, seppur affascinanti – la storia delle eresie in epoca medievale è una delle discipline più attraenti e, se esaminata con altri occhi, più assurda.

Prestiamo attenzione anche qui: cercare di spiegare certi fenomeni come semplici meccanismi di scontri di potere temporale è fatto riduttivo. Lo stesso straordinario momento storico delle Crociate non fu un semplice scontro di civiltà dovuto a ragioni di puro contrasto economico-militare-politico: molti uomini, nel corso della storia, per sostenere le proprie idee e le proprie fedi hanno dato la vita.

Il fatto poi che ci si è sempre massacrati anche con la motivazione di fedi e idee diverse fa parte del nostro essere uomini, e mettiamoci in testa che di caratteristica immutabile si tratta – possono cambiare i metodi e le forme, non la sostanza. 

Per evitare molti massacri, in ogni caso, idee e fedi diverse esigerebbero, sempre e comunque, rispetto.

Altrettanto rispetto, è il mio credo, esigono tutti, e sottolineo tutti, i luoghi di culto, così come i riti e le tradizioni di ogni popolo.

Un punto di vista prettamente materialistico, per quanto mi riguarda, non porta da nessuna parte.

– Bene. Direi che in merito al primo argomento, la religione, posso considerami soddisfatto. Sei stato esaustivo e tutto sommato chiaro.

Passiamo ai libri.

– Cosa intendi per “libri”?

– Come sopra,  cosa intendo per “dio”! Intendo i tuoi libri, no?

– Vuoi dire i testi che considero fondamentali per me?

– Non solo: voglio anche dire gli “oggetti-libri”, e tu sai perfettamente ciò che voglio significare.

– Già! E allora comincio subito. Oscar Mondadori, Charles Baudelaire: I diari intimi. Un libro che ho arato.

Classici Utet, Giacomo Leopardi: Le prose. Era di mio zio, me lo sono ricomprato usato in una bancarella.

Millenni Einaudi, William Hickling Prescott: Storia della conquista del Messico. L’ho comprato a rate e continuo a rileggerlo a distanza di quasi quaranta anni.

Millenni Einaudi, Charles Robert Darwin: Viaggio di un naturalista intorno al mondo. Quando ho finito di leggerlo, mi sono reso conto aver letto uno dei testi più importanti della mia vita.

Saggi Einaudi, Tzvetan Todorov: La conquista dell’America, il problema dell’«altro». Non riuscivo a trovarlo: me l’ero fatto fotocopiare da un redattore dell’Einaudi di cui non ricordo il nome. Lo comprai in edizione economica e poi riuscii a trovarlo usato nell’edizione cartonata, costa arancione, dei Saggi.

Meridiani Mondadori, Aldo Palazzeschi: Opere giovanili e Racconti. Roba che mi appartiene come il fegato e lo stomaco.

Testimonianze, Mazzotta, Man Ray: Autoritratto. Altra roba che mi appartiene come gli occhi e le mani.

Meridiani Mondadori, Jorge Luis Borges: L’opera completa in due volumi. Avevo un sacco di titoli di vari editori del Gran cieco, finalmente potevo avere tutto in due libri soli.

Tallone, Abu Nuwas: Antologia Bacchica. Un oggetto, in 4°, di bellezza straordinaria, curato da Gabrieli, fonte infinita di suggestioni…….

– Forse può bastare, che dici?

– Non basta mai.

Universale Economica Feltrinelli, Radhakrishnan Sarvepalli: Storia della filosofia orientale, tomo I. Questo è un librino che non finisco mai di leggere e rileggere, lo sto consumando, insieme con una Baghavadgita della Bur.

Ancora uno che non posso proprio tralasciare: UE Feltrinelli, A. Rimbaud: Ouvres, un altro librino che ormai pare un campo su cui è passato Attila.

Però, sai qual è stato il libro che non ho mai posseduto e per il quale ho provato invidia, io che non mi ricordo di aver mai invidiato niente all’infuori di quello che ti sto dicendo e di un insignificante pezzo di pietra – che poi, però, sono riuscito a avere?

– Curioso, no. Dimmi.

– Non era un libro, per la verità: era l’Enciclopedia Conoscere! Mi sarei fatto tagliare una gamba per averla, da ragazzo. Purtroppo, non potevamo permettercela.

Però, in terza media, mia madre riuscì a comprarmi, a rate dal cartolaio vicino a casa, “David Copperfield” di C. Dickens, Millenni Einaudi, tradotto da Cesare Pavese: costava 8.000 lire! Un libro che non mi è mai piaciuto, ma che è un po’ come la “Numero Uno” di zio Peperone per la mia biblioteca.

– Mi hai parlato dei libri-oggetto, va bene. E i tuoi autori, quelli tuoi per davvero, quali sono? In breve, ché se no questa intervista diventa un’enciclopedia.

– Va bene, molto in sintesi. I grandi romanzieri di lingua inglese del secondo ottocento: Melville, Stevenson, Kipling, Conrad e, amore viscerale, Jack London.

Alcuni sudamericani: Neruda, Mutis, Coloane, Soriano, Cortazar e, altro amore viscerale, Manuel Scorza. E, ancora, in ordine sparso: Bulgakov, Borges, Palazzeschi, Buzzati, Calvino, Arpino, Ambrose Bierce, Jack Kerouac, John Fante, Saramago.

Ho avuto una passione travolgente per il teatro italiano del cinquecento, che ho anche studiato a fondo; ho frequentato i classici greci e romani (sopra gli altri, Eschilo, Aristofane, Mimnermo, Plauto, Terenzio e, altro amore intenso della maturità, Orazio).

Ho letto molta fantascienza e quasi tutto M. Vàzquez  Montalbàn, che mi piace molto ma non considero un grande scrittore, come L. Sepulveda, per esempio.

Un discorso a parte meriterebbero Guido Cavalcanti, Giordano Bruno e, soprattutto, Tommaso Campanella.

Simenon è uno degli autori che conosco poco e che vorrei conoscere meglio in futuro, insieme a molti altri che non sto a nominare.

Concludo con i miei amori di ragazzo:  Jules Verne e James Fenimore Cooper, anche perché di London e Stevenson ti ho già detto.

– Molto Bene. Allora…

– E no, aspetta. Dimenticavo: qualcuno che proprio non mi piace e che quasi detesto te lo devo dire.

– Va bene, avanti.

– Ernest Miller Hemingway: ho letto quasi tutto e non mi piace quasi niente, uno sopravvalutato. Cesare Pavese: credo di essere uno dei pochi torinesi (di adozione, certamente) che non lo ami in modo particolare; anche Emilio Salgari non appartiene ai miei autori. In compagnia di tutti quelli in genere che scrivono per vendere tanti libri: davvero non mi piacciono. Non per snobismo, li trovo noiosi e inutili. Ma c’è anche un altro motivo: io non ho mai letto niente per puro piacere; la motivazione che mi ha sempre spinto a leggere è stata la curiosità, il bisogno di conoscenza e, dunque, non leggo nulla che non mi incuriosisca, almeno in prima battuta.

Ho finito.

– Grazie, una bella chiacchierata.

– Se non con te, con chi?

 

Vincenzo Reda

21 settembre 2008

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