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Giancarlo Fulgenzi

Giancarlo Fulgenzi è un mio amico, o meglio: sono assai orgoglioso di poter affermare che Giancarlo è un mio amico: voglio bene a quest’uomo – non mi si fraintenda: siamo tutti e due incorreggibili eterosessuali (ci piacciono tette e culi e soprattutto teste). Oggi, vecchio venerabile, ogni tanto scrive e scrive bene: mi ha mandato queste parole che mi ha autorizzato a pubblicare sul mio sito. Sono orgoglioso di ospitare le parole di Giancarlo Fulgenzi, di cui ho già scritto e di seguito segnalo i link.

https://www.vincenzoreda.it/giancarlo-fulgenzi-e-il-suo-steccheto/

https://www.vincenzoreda.it/una-vita-invertita-giancarlo-fulgenzi/

“Era il 1968 quando con un fiore di carta potevi catturare l’attenzione e far volare i pensieri di migliaia di persone.Si era in prossimità o c’ era stato da poco , del Festival di San Remo. Avevo avuta l’ idea di quei grandi fiori di carta ricordando quelli , molto più piccoli e meno appariscenti che le donne preparavano quando doveva passar la processione o per addobbare la casa sotto Pasqua.Poi c’erano quelle belle carte pieghettate che vedevo dai fiorai e mi avevano stuzzicato la fantasia.Alla Fulgenzi era ormai un classico il recupero di materiali poveri e normali per creare qualcosa di nuovo e dimostrare ancora che la bellezza stà spesso e specialmente nelle cose semplici.

In America mi invitavano alla televisione per partecipare agli spettacoli della mattina per stupire le massaie americane con quei grandi fiorelloni che riuscivo a tirar fuori dal nulla in poco più di due minuti. In Sud Africa più intelligentemente pensarono che poteva essere un modo piacevole per far utilizzare le mani a tutti quei ragazzi che avevano un handicap e cosi mi ritrovai ad insegnare in un ospedale specializzato nel recupero utilizzando sistemi che univano impegno e passatempo. Con le ciclette i pazienti azionavano seghetti da traforo e intaglavano figure di legno e vassoietti, i giocatori di scacchi facevano i loro esercizi per le dita giocando ma…semplicemente prendendo le pedine con delle mollette la cui resistenza veniva via via graduata. Io insegnavo ai ragazzi a far fiori anche se le condizioni di alcuni erano veramente difficili

A Firenze, nell’ esclusivo e severissimo collegio di Poggio Imperiale, invece molte studentesse furono punite e consegnate senza libera uscita perchè avevano osato addobbare le loro camerette con i fiori di Fulgenzi.

A Milano organizzammo una grande festa, per questi fiori, al Santa Tecla che allora era gestito dal mitico Jak La Cayenne, proprio dietro a piazza Duomo..Festeggiammo alla grande e tutti ebbero un grande fiore come segno di libertà e gioia di vivere. Fu una festa generale. Vennero anche tutti i cantanti famosi del momento per farsi fotografare con i nostri fiori.

Spesso cerchiamo soluzioni strane e difficili e invece basta un pò di fantasia ed un buon progetto.Molte aziende oggi dovrebbero riflettere: spesso la soluzione è più semplice di quanto non ci aspettiamo, e questo probabilmente è proprio il momento di riconsiderare con entusiasmo progetti che apparentemente sembrano troppo semplici ma che coltivati con determinazione ed intelligenza possono portare a grandi successi. Rinunciare per seguire i soliti sogni di grandezza potrebbe rivelarsi un errore imperdonabile.”.

La generazione fortunata

1° H del Liceo scientifico G. Ferraris di Torino, Succursale di p.zza C. Augusto. Porte Palatine, 1968

Sono nato in casa con la levatrice, quando nasceva la televisione, quello stesso anno: e me l’hanno comprata quando di anni ne avevo quasi undici.

Sono stato fasciato e ho ciucciato il seno di mia madre; ho visto ammazzare il maiale e farci le suppressate e le sazizze, i prisutti e i frittuli.

Il latte occorreva farlo bollire e la zuppa si faceva col pane duro.

Poi mi hanno portato su un qualche treno del sole a Torino dove, comunque, si rammendavano le calze e si scriveva con i pennini e l’inchiostro del calamaio.

Io e quelli della mia generazione non abbiamo più sentito le bombe cadere sopra le nostre teste e nessuno aveva ormai la necessità di nascondersi a causa della propria razza e della propria religione.

Ci siamo ammazzati di seghe con le minigonne e abbiamo potuto comprare i primi giornali pornografici. Ballavamo in discoteca i Led Zeppelin e Bob Dylan era uno di noi: certo, Guccini ci era più vicino, come Fabrizio, ma Pink Floyd e King Crimson ci parlavano una lingua che era la nostra. Abbiamo avuto la fortuna di vedere nascere il ragazzo della via Gluck e sentire una ragazza Brava; siamo stati tra i primi a cantare tutti insieme, appresso a qualche chitarra scordata, le nostre Emozioni, magari il 29 Settembre.

Siamo stati tra i primi a viaggiare con le nostre cinquecento, portandoci appresso un sacco a pelo e una tenda.

I maestri e i professori ci davano ancora, ogni tanto, qualche sventolone o qualche calcio in culo, molto molto opportuno; e se ci si lamentava con i genitori di quegli insegnanti maneschi, la replica all’unisono era: te lo sei meritato e te ne ha date poche, adesso il resto te lo do io!

Quando a casa portavamo un tre o un quattro, voleva dire semplicemente che eravamo ciucci o, peggio, scansafatiche e allora altri schiaffoni – o cinghiate o ripassate con il battipanni – arrivavano puntuali e assai opportuni: il telefono azzurro era di là da venire.

Comunque, nell’eterna disputa tra studenti e insegnanti questi ultimi avevano, come si deve, sempre ragione.

Ci si alzava presto per scaricare le cassette ai mercati generali, per avere qualche soldo in più da spendere.

La televisione offriva uno o due canali soltanto, in bianco e nero, a ore prestabilite e non c’era bisogno di telecomando; i telefoni avevano sempre un odioso lucchetto; non erano concepibili abiti, scarpe, occhiali, accessori vari più costosi perché marchiati con simboli di prestigio (?): le cose per ricchi costavano di più, e non potevamo permettercele, semplicemente perché erano fatte meglio e con materie prime migliori.

Non c’era l’aria condizionata, non c’erano i mercati super, iper, super-iper.

Non c’erano i discount.

Non c’erano i pomodori in inverno, i cavoli in estate, l’uva a febbraio, le arance a giugno; i licis, gli avocado e gli ananas non sapevamo cosa fossero.

In scatola si trovavano solamente la simmenthal e il tonno; abbiamo visto nascere la nutella che si spalmava sul pane; d’estate si succhiavano gli stick e si beveva il chinotto, la spuma o la gazzosa; le marche di birra erano due o tre.

Giocavamo a nasconderci, a figurine e alla settimana; leggevamo Tex Willer, Diabolik e Nembo Kid (io, intellettuale supponente già allora, leggevo Ugo Pratt sul Corriere dei piccoli).

Giocavamo a flipper, a carambola o a briscola e andavamo in giro con il mangiadischi.

Nei cinema di terza visione ci andavamo per pomiciare.

Nei prati delle sconfinate periferie giocavamo a pallone – quello di cuoio marrone a spicchi e con le cuciture – fino allo sfinimento e non si vendevano le magliette delle squadre del cuore.

Andavamo all’oratorio e c’erano i preti finocchi – con quella maledetta ossessione di chiedere sempre: “quante volte ti sei toccato?” – ma c’erano anche quelli bravi, alcuni giovani e moderni che facevano le messe beat e sapevano parlarti e ascoltarti.

Abbiamo comprato i primi stereo con i primi padelloni, ascoltavamo Per voi giovani e Bandiera Gialla.

Abbiamo fumato i primi spinelli e abbiamo cominciato a veder morire qualche nostro amico sforacchiato sdentato consunto.

Il liceo scientifico Galileo Ferraris, succursale delle Porte Palatine, mi ha accolto nell’anno di grazia millenovecentosessantotto, il 1° ottobre, San Remigio, mio quattordicesimo compleanno.

Quello stesso agosto, in vacanza da mio nonno Vincenzo, a Rovale in Sila, ascoltai alla radio le notizie dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia: in casa di un candido contadino calabrese stalinista, io da sempre di sinistra, giurai che non sarei mai diventato comunista.

Gli dei erano Kerouac, Baudelaire, Rimbaud: poco più tardi, tra noi aspiranti artisti e intellettuali, Isidore Ducasse, Borges, Apollinaire, Parker, Warhol, Coltrane, Man Ray, Edward Weston, Eric von Stroheim, Eugène Atget, .…..

Ero riuscito a fare un abbonamento a Life, nel sessantotto: ho letto del Vietnam e del Black Panter Party, di Huey P. Newton, Gerry Rubin e Timothy Leary.

Parlare di Ginsberg, Corso e Ferlingetti era pane quotidiano, mescolati malamente a Calvino, Battisti, Celentano, Mike Bongiorno, Mita Medici, Jane Fonda, Charles Bronson, Raquel Welch, Steve McQueen e Candice Bergen.

Siamo impazziti per Arancia Meccanica e Amarcord, per Truffaut e Goddard, per Buñuel e Antonioni.

Al Gobetti andavamo per adorare Paolo Poli.

Al Centrale d’essai per passione e per distinguerci da tutti gli altri.

Abbiamo goduto ancora vivi Totò e Pasolini, Eduardo e Picasso, Mastroianni e Anna Magnani, Fabrizi e Chaplin, John Ford e Marilyn, Berlinguer e Paolo VI, Padre Pio e De Gaulle, Kennedy e Mao Dze Dong, Ho Chi Min e Churchill…..

Dimentico amori durati lo spazio di un mattino, o forse qualche anno: Arrabal, Patty Pravo, Vanilla Fudge, Peter Kolosimo, Ten Years After, Topor, Pietro Mennea e Igor Ter Ovanesian, Silvia Dionisio, Caballero, Playman, Gabriel Pontello, Il Monello, Epoca, Steve Reeves, Roberto Anzolin e Pietro Anastasi….. Laura, Germana, Mariagrazia, Giuliana ….

Rotolavamo verso il mare, d’estate, con i treni del sole e le frecce del sud stipati all’inverosimile con panini dentro le stagnole e bottiglioni di vino: ho visto indicibili, vaste famiglie scofanarsi con la pasta al forno dentro gli scompartimenti; poco più tardi, erano carovane di cinquecento, errequattro, centoventisette: cariche come camion africani, sempre con panini alla stagnola e pasta al forno infestante.

E se si rimaneva in città c’erano le spiagge del Sangone, i boschi della Pellerina e di Cavoretto.

Ma non ho neanche un dubbio, oggi ancora di più: la mia è stata la generazione più fortunata; non abbiamo subito le guerre, non abbiamo sofferto la fame, abbiamo potuto confrontare il quasi nulla col quasi tutto, il poco e il troppo: ieri col telefono a disco e lucchetto, oggi col palmare anche al cesso.

Abbiamo avuto la fortuna di passare dal ciuccio e dalla vacca al motorino e all’auto; e poi dall’auto alla bicicletta…

Abbiamo vissuto il Sogno nell’età più bella: abbiamo potuto apprezzare quanto belli sono i sogni quando i sogni svaniscono e hai l’età giusta per poter capire tutto questo.

Sinceramente: penso che nessun’altra generazione – certo non i nostri padri e non i nostri figli, purtroppo – nel corso della storia sia stata più fortunata della nostra, comunque vada a finire.

Ottobre 2008