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I vini di Bava

Bava è un’antica famiglia ancor prima che una storica cantina piemontese. Fin dal 1600 presenti sul territorio come agricoltori e produttori di vino, fondarono la loro cantina nel 1911 a Cocconato, paese del Monferrato sulle colline mioceniche tra l’astigiano e il torinese.

Bava è uno di quei casi esemplari che attestano la poca attendibilità delle guide vinifere: i vini di questo produttore godono di un loro quasi totale disinteresse, e c’è un motivo preciso: da queste parti non ci si è mai prestati ai giochini non troppo etici di molti editori (non tutti, intendiamoci) di guide: “Tu mi dai, io ti do“…

E in ogni caso da queste parti le loro oltre 500.000 bottiglie le vendono sempre tutte, senza bisogno che le guide ne parlino e le infarciscano di stelle, bicchieri, grappoli e novantanovesimi troppo spesso elargiti secondo parametri da cui la qualità latita quasi facendosene vanto.

Conosco i Bava, e soprattutto Roberto (dei tre fratelli il manager, essendo gli altri due, Giulio e Paolo, enologi che lavorano con la consulenza di Donato Lanati), da molti anni; per un verso o per l’altro, pur avendo diverse volte bevuto i loro vini, non me ne sono mai occupato con intenti professionali. Fino a oggi.

I vigneti di Bava sono ubicati intorno alla storica sede di Cocconato (Barbera, Albarossa e uve a bacca bianca), a Agliano (Barbera e Grignolino) e Castiglione Falletto (Nebbiolo e Dolcetto d’Alba). Sono un totale di 55 Ha, di cui 5 occupano, con annessa cascina, il Cru Scarrone a Castiglione Falletto.

Ho bevuto e valutato otto dei loro prodotti: RelaisBlanc 2012 (Sauvignon) e Albarossa 2010 in cantina; Stradivario 2007, Barolo 2008, Libera 2011, Grignolino 2012, Malvasia 2012 e ThouBlanc 2012.

Dei due vini bevuti in cantina, mi ha colpito l’Albarossa: è un incrocio tra uve Barbera e Nebbiolo realizzato nel 1938 dal prof. Giovanni Dalmasso. Un vino dal colore intenso e dai profumi fruttati che in bocca esalta i tannini intensi del Nebbiolo ma più morbidi della Barbera: una bella proposta, senza dubbio. Il Sauvignon qui ha dimenticato i suoi troppo famosi profumi di “pipì di gatto” per diventare un vino sempre di buona acidità ma più morbido.

Delle sei bottiglie bevute, con molta calma, a casa mia, prima dei tre su cui mi soffermerò con più cura (Libera, Barolo e Stradivario), devo puntualizzare che mi ha colpito il Grignolino che arriva da Agliano. Ho dei ricordi adolescenti dei vini di Agliano: con mio padre andavamo da Durio, negli anni Settanta, a comprare il vino. Erano vini potenti, dal colore intensissimo, che sapevano di succo d’uva e che talvolta erano leggermente mossi (Grignolino compreso)! Questo di Bava offre uno straordinario e unico profumo di pepe accoppiato al tipico sentore di rosa appassita. Anche il colore è leggermente più carico del normale. 12%vol., ne producono soltanto 3.500 bottiglie (più o meno 12€ a scaffale), purtroppo. Anche lo Chardonnay è un vino piuttosto tipico, con profumi meno invasivi di quelli tipici del vitigno: più floreale e meno fruttato. 20/25.000 bottiglie, 12,5% vol. e circa 10€. La Malvasia di Castelnuovo Don Bosco è un vino dolce e leggermente frizzante di 5,5% vol. che ricorda molto il raro Cari: il famoso “Vino ciularino” di Cavour. Grande piacevolezza, da bere fresco nei pomeriggi d’estate…prima d’infrattarsi a cercare altre piacevolezze cavouriane!

Il Libera è una Barbera di Agliano: 40.000 bottiglie per un prezzo indicativo di 12/13€. Colore rubino carico, note di prugna e ciliegia per una bocca morbida e una lunga persistenza con tenore alcolico non troppo elevato di 13,5% vol., che di questi tempi costituisce un bel pregio.

Con il Barolo 2008 andiamo verso i piani alti. 15.000 bottiglie prodotte nelle vigne di Castiglione Falletto, per un prezzo intorno ai 30€. Barolo dal colore leggermente più carico del normale, con una nota eccezionale di pepe nero (che io assai gradisco) al naso, oltre ai classici sentori di frutta rossa matura. In bocca i tannini sono morbidi e spicca un’eleganza sorprendente per un Barolo ancora giovane. L’alcol si ferma ai 14%vol. per un vino di indubbia classe.

Con lo Stradivario 2007 si arriva all’apice. Pochissime Barbera ho bevute a questo livello. Le uve sono quelle del Bricco della Pieve di Cocconato, con vigna esposta a Sud. Questa Barbera Superiore viene prodotta soltanto quando il millesimo lo permette. Questo 2007 è notevole per davvero: colore rubino carico con lievi riflessi più caldi. Al naso s’impone un profumo di confettura di frutta rossa che inebria, con sfumature lievemente speziate e note di cioccolato. Al palato è un vino armonioso, morbido, largo che rimane a lungo sia in bocca sia in gola. Ne producono 12/15.000 bottiglie con 13,5%vol.: qui il prezzo, come pare giusto, s’inerpica oltre i 30€, ma sono soldi ben spesi.

Per concludere, due puntualizzazioni importanti. La prima: i Bava, a cominciare dal padre Piero, sono attentissimi al rispetto, quello autentico, dell’ambiente. Filari inerbiti, concimazione naturale anche con l’utilizzo delle biomasse, poca solforosa, trattamenti classici e ridotti al minimo, tappi di sughero, utilizzo di vetro e cartone riciclato. E ancora, impianti fotovoltaici e raccolta delle acque piovane con riutilizzo in vigna e cantina.

La seconda: finalmente una cantina che tratta il make-up delle bottiglie con attenzione:  sono rivestite con rara eleganza e molta attenzione alla comunicazione. Mica poco, anche ricordando che qui c’è grande sensibilità per l’arte (musica soprattutto, che con il vino ben s’accompagna).

http://www.bava.com/it/

Le strade del vino

La strada è, prima d’ogni altra significazione, una via di comunicazione.

Le abbiamo inventate noi, i Romani, le Strade, le Vie di Comunicazione; prima c’erano solo dei sentieri, degli sterrati quasi senza senso; i Romani ne hanno fatto delle opere d’arte, le hanno codificate, le hanno rese indispensabili, le hanno consegnate all’eternità: tutte le strade portano a Roma…

Oggi siamo soliti percorrerle dentro gli involucri stagni, impenetrabili delle nostre automobili, negandoci il piacere del tempo e dei sensi.

Arthur Rimbaud, a piedi, girava l’Europa; Arthur Rimbaud, a piedi cercava la libertà del tempo e dei sensi; Arthur Rimbaud, a piedi, lungo le strade interminabili, respirava Poesia: il Nulla l’imparò sulle strade inesistenti dell’Africa.

Un’esperienza è tanto più completa quanto più coinvolge i cinque sensi, e se questi diventano sei o sette, ancora meglio.

Siamo soliti privilegiare la vista, dimenticando l’olfatto, l’udito, il gusto, il tatto, l’intuito: abbandona, amico, quel miscuglio satanico rombante e deambulante di metallo, plastica e tessuti sintetici e lasciati trasportare dai sensi.

In primavera senti l’odore dei fiori del sambuco e delle robinie, lasciati solleticare dallo sperma soffice dei pioppi, abbandonati all’odore dell’erba nuova, dolciastro; meglio ancora al mattino, quando l’umidore della rugiada rende i profumi ancora più profondi, più persistenti.

Ascolta i silenzi del primo pomeriggio, lasciati carezzare dal tepore timido dei primi caldi.

Guarda i tralci avidi, verde tenero, della vite che si dona alla vita.

Le strade del vino.

[…]Si partiva in primavera da Torino per andare a Agliano a prendere le damigiane di vino: chi ci forniva di quella merce era un contadino che non sapeva parlare in italiano e che comunicava benissimo con mio padre che preferiva esprimersi in calabrese. Ricordo i paesaggi, i colori, i profumi e quella cantina di vasche di cemento e quel grignolino che sembrava dolcetto e le fette di salame che il contadino ci offriva tra un bicchiere e l’altro, spillati direttamente dalle vasche: e i profumi, i profumi pesanti, meravigliosi, di quella cantina.

Quel signore di Agliano, spero sia ancora vivo e se no che riposi in pace nel suo paradiso che certo si è guadagnato, aveva un figlio che chiedeva al mio amico Alberto, siciliano, che gli portasse dei francobolli dalla Sicilia…..

Quella strada, quelle strade me le ricordo ancora e ancora sono vive, bisogna avere il coraggio, la forza, la voglia, la tigna di cercarle e cercarle ancora, scendendo dalle automobili, consumando le scarpe, sperando nel proprio intuito e negli dei dello star bene e in pace con se stessi e col mondo.

Noi abbiamo bisogno di loro e le strade hanno bisogno di noi.

Le strade hanno l’anima, per chi non lo sapesse, e parlano, parlano una lingua che pochi sanno ascoltare e capire, ma è semplicissima da intendere: è sufficiente aver voglia di capirla.

Ogni strada ti indica il giusto cammino: è stata creata apposta, per comunicare agli uomini. Via di Comunicazione: cosa c’è di meglio per comunicare tra uomini se non una strada?

Ascolta le strade amico, le strade raccontano storie antiche, le storie degli uomini a cui hanno consumato le suole e le cui suole hanno consumato le loro pietre prima e poi gli asfalti. Le strade uniscono gli uomini agli uomini, gli uomini ai luoghi, i luoghi ai luoghi.

E gli uomini mangiano e bevono lungo le strade e si raccontano storie, amano e odiano, vivono e muoiono. Non è retorica, è semplicemente la Vita, amico.

E sapete qual è la verità, la più profonda, la più preziosa?

Le strade sono felici quando vengono consumate dalle suole di uomini di buona volontà, di uomini semplici, di persone che amano camminare inseguendo la conoscenza o anche, molto più banalmente, un buon bicchiere di vino, una succulenta pasta e fagioli, una storia bizzarra, un profumo d’infanzia.

 

 

Estratto da Barolo & Co, pubblicato sul mio Più o meno di vino