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Le Marche al 46° Vinitaly

Non si può ignorare che gli amici marchigiani quest’anno al Vinitaly abbiano fatto il pieno. Spero, amando questa regione “al plurale”, che ciò costituisca un punto di partenza e che porti uomini, cose e vini delle Marche a pensare e agire in maniera meno provinciale: gli esempi li hanno in casa e quanto hanno da offrire è ai vertici. Non soltanto italiani.

Qui di seguito ecco il comunicato diffuso dal loro ufficio stampa: 

VINITALY, ULTIMO GIORNO: NUMERI E COMMENTI.

Le ricerche confermano i nuovi stili dei consumatori con la GDO in forte crescita.Lo stand Marche tra i più visitati della fiera.

Ricerche di mercato commissionate dall’Ente Fiera di Verona e presentate in anteprima al Vinitaly confermano il cambio di marcia nei consumi medi italiani: in forte ascesa il canale della grande distribuzione organizzata dove segnano forti aumenti solo i vini sopra in 5 euro, le bollicine italiane e i vini a marca commerciale. Per le Marche una grande oppurtunità di raffozare le vendite nelle fasce di prezzo intermedio.

Sulla Terrazza Marche Live degustati nei quattro giorni di fiera circa 1.400 bottiglie con un’affluenza di oltre 8.000 persone tra operatori, buyers e winelovers.

 (Verona, 28 marzo 2012) – Con grande soddisfazione l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini tira le somme dopo i quattro giorni di Vinitaly che hanno registrato una delle massime affluenze in fiera, oltre alla importante presenza del Ministro dell’Agricoltura Mario Catania che ha rivelato la sua passione per il Verdicchio come vino bianco italiano preferito.

Di questo Vinitaly 2012 registriamo alcuni dati importanti: la grande visibilità del nostro stand, il successo della formula Terrazza Marche Live dove si sono degustate circa 1.400 bottiglie con oltre 8.000 visitatori (di cui il 70% ha preferito i vini bianchi) e la buona scelta dell’Ente Fiera di aver cambiato le date in giorni per lo più feriali in modo da selezionare già in partenza i visitatori”, ha commentato il Direttore IMT Alberto Mazzoni.

L’edizione appena conclusa ha confermato la lungimiranza della politica adottata dal nostro Istituto negli ultimi 4 anni: al Vinitaly abbiamo portato non solo il prodotto vino ma soprattutto il brand Marche che ha contribuito e contribuirà ancora alla crescita della nostra vitivinicoltura” il commento di Gianfranco Garofoli, Presidente dell’IMT.

Bilanci importanti quelli emersi dalla ricerca commissionata dall’Ente Fiera di Verona a Symphony IRI Group da cui emerge che i consumatori privilegiano ora o il prezzo o la qualità, dato che le scelte sono quasi del tutto influenzate dalla finalità d’uso (vino da tavola per uso quotidiano, vino da regalare, vino per gli ospiti a cena) e di conseguenza chi acquista si orienta alternativamente sul fattore prezzo o sul fattore qualità.

A livello nazionale sono due le fasce di prezzo che segnano il trend in aumento più significativo nel 2011: quella bassa sotto i 3 euro e quella alta sopra i 5 euro.

Con il nostro Verdicchio potremo sicuramente occupare la fascia intermedia di acqusito ora svuotata dai nuovi stili di consumo. Il prodotto è talmente duttile che permette una modulazione sia di qualità che di prezzo”, ha aggiunto Mazzoni.

Il supermercato è diventato il luogo d’acquisto preferito con 571 milioni di litri nel 2011: a favorire i consumatori sono in primo luogo i prezzi più convenienti ma, non da meno, si stanno rivelando determinanti i vasti assortimenti di denominazioni e territori (320 milioni di litri di vini Doc, Docg, Igt acquistati nel 2011). Il quadro generale evidenzia che un 62,9% sceglie il supermercato, il 25%  direttamente il produttore o la cantina, il 7,3% l’enoteca e il 5,1% sceglie altri canali (negozi, grossisti, vendita a domicilio e internet, agriturismo). “Complessivamente i volumi sono in calo e i valori in crescita, in linea con l’andamento dei consumi nel Paese – ha ribadito Virgilio Romano, curatore dell’ indagine di  Symphony IRI Group – ed anche i dati dei primi due mesi del 2012 evidenziano un marcato incremento dei prezzi, anche se è difficile dire quanto tutto ciò si ripercuoterà sulle vendite, essendo il mercato del vino piuttosto atipico”.

Il canale della Gdo si sta sempre più rivelando strategico anche per la conquista dei vini italiani sui mercati esteri: negli USA (dove i prezzi dei vini, anche marchigiani, sono più alti che in Europa ma a fronte di vendite minori rispetto al vecchio continente) l’Italia ha già superato l’Australia; nei supermercati tedeschi, invece, si rafforza anche nel 2011 il vantaggio già acquisito sui vini francesi (con un trend però inverso, pari a quantitavi maggiori con fatturati più bassi).

Le Marche, album fotografico di una regione “al plurale”

Discorrendo con un’amica marchigiana, questa mi diceva che la sua Terra la fa pensare a una coperta: una sorta di plaid a grandi e colorati e diversificati pezzi di ondulato e caldo tessuto. Caldo e rassicurante, in qualche modo. E come non darle ragione.

Per parte mia ricorro a una delle mie solite metafore stralunate: questa è una Terra che mi fa pensare alle donne. Alle 11 di sera quelle che si notano di più – è un’ora in cui sono tutte belle – sono quelle più appariscenti, quelle truccatissime e elegantissime: non bisogna giudicare l’interesse per una donna a quell’ora. Occorre attendere le 7 del mattino, appena sveglie: questa è l’ora della verità e allora si percepiscono la finezza dei lineamenti, il particolare taglio della bocca, l’eleganza del collo, l’intensità dello sguardo. E quelle sono le donne che meritano attenzione. Anche per la vita. Le Marche sono metaforicamente attraenti alle 7 del mattino e ti si insinuano nella mente pian piano. E lì restano. Anche per la vita.

Grazie a Alberto Mazzoni, Direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela  Vini – Gianfranco Garofoli ne è il Presidente -, che mi ha fornito la documentazione, ho messo insieme questa galleria di splendide immagini che costituiscono una sintesi efficace di quelli che sono i cangianti paesaggi marchigiani. Dal Conero a Sirolo, dalle Grotte di Frasassi ai Monti Sibillini, dalle vigne dell’Esino al Santuario di Loreto: un vero spettacolo.

Degustazioni all’Enoteca Regionale di Jesi sabato 22 ottobre 2011

Sabato 22 ottobre è stata una giornata che definire intensa è per davvero peccare di ottimismo: concluso il convegno Verdicchio 2.0 e consumato un’ottimo buffet – di cui ho ampiamente scritto – presso la sede dell’azienda Casalfarneto, ci siamo spostati nel centro di Jesi, presso l’Enoteca Regionale. Un posto che ben conosco perché, grazie a Giancarlo Rossi dell’Assivip, vi avevo tenuto una personale dei miei quadri nel 2003.

Guidati dal signor Verdicchio – Alberto Mazzoni – che ci ha tenuto un’introduzione assai interessante in cui ha illustrato le caratteristiche dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini che egli dirige, abbiamo avuto il piacere e l’onere di compiere una serie di assaggi di grande interesse di alcuni tra i migliori vini marchigiani e, trattando di bianchi, si può tranquillamente parlare di eccellenza almeno nazionale.

Prima però di addentrarmi nell’ambito meramente tecnico della degustazione, devo spendere due parole sull’Istituto diretto da Mazzoni. Sono rimasto colpito dal fatto che questo Ente, che rappresenta circa un migliaio di aziende vitivinicole , ha saputo coinvolgere oltre a soggetti pubblici come la Provincia e la Camera di Commercio di Ancona anche due realtà particolari, ma di fondamentale importanza per il territorio, come il Consorzio delle Grotte di Frasassi e la Sogenus che gestisce la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti di 13 comuni direttamente interessati alle attività vitivinicole: i rappresentanti di queste quattro società siedono nel consiglio di amministrazione dell’IMTV, oggi presieduto dal dr. Gianfranco Garofoli. Mazzoni ci ha illustrato, inoltre, le linee strategiche che porteranno a investire in comunicazione importanti risorse finanziarie nei prossimi anni, con l’obiettivo dichiarato di imporre i brand MARCHE e VERDICCHIO soprattutto sul mercato italiano.

Insieme a Giorgio Dell’Orefice, Luigi Bellucci, Franco Ziliani, Monica Pisciella, Andrea Petrini e Stefania Zolotti, sotto la discreta regia di Alberto abbiamo avuto modo di assaggiare e valutare una ventina di vini delle migliori etichette marchigiane, per la maggior parte Castelli di Jesi Verdicchio DOCG e  Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC (è importante la differente denominazione), ma anche 3 etichette di Verdicchio di Matelica DOC, 2 Lacrima di Morro d’Alba DOC e 4 Rosso Conero riserva DOCG.

Premesso che non ho trovato nessuno dei vini bevuti meno che buono, e su questa valutazione posso dire che siamo stati tutti d’accordo, segnalo le mie preferenze, senza stilare una classifica né addentrarmi in particolari.

Tra i Verdicchio DOC, il Santa Maria D’Arco 2009 di Ceci, il Tralivio 2010 di Sartarelli, lo Stefano Antonucci 2009 di Santa Barbara e i due fuoriclasse: Villa Bucci Riserva 2008 e Il Coroncino 2004 di Fattoria Coroncino.

Ovviamente, tra i Verdicchio di Matelica, il mio preferito Cambrugiano 2008 di Belisario.

Straordinario il Guardengo 2010, Lacrima di Morro D’alba di Lucchetti, forse il meglio (con il Rùbico di Marotti Campi) mai bevuto in questa tipologia.

La sorpresa finale l’ha fornita (a tutti) il Grosso Agontano Riserva 2006, Rosso Cònero DOCG di Garofoli: un rosso di classe superiore.

Da sottolineare l’incredibile rapporto prezzo/qualità di questi vini, oltre alla loro propensione all’invecchiamento (soprattutto i bianchi): con 10/15 euro si può bere una bottiglia ai vertici italiani. Semplicemente incredibile.

La giornata si è conclusa con una cena nello splendido Fortino Napoleonico, a Portonovo, ospiti della famiglia Togni. Ho avuto modo di apprezzare almeno un paio di piatti sorprendenti innaffiati dai vini di Casalfarneto.

Giornata piacevolissima ma per davvero faticosa!

Manuel Simonetti e il suo “Orzotto”

Conclusi i lavori, peraltro assai interessanti – pur se l’argomento merita ben altro respiro – del convegno Verdicchio 2.0, la famiglia TogniPaolo con la sorella Paola – ha offerto ai partecipanti, relatori e pubblico, un buffet di qualità nelle proprie ordinate e linde cantine. Sotto l’attenta regia dell’amico Alberto Mazzoni, che a me piace di chiamare Signor Verdicchio, e con l’organizzazione di Danilo Solustri, abbiamo avuto l’occasione di gustare prodotti e specialità marchigiane innaffiate dai vini di Casalfarneto, azienda relativamente giovane, ma avviata verso una strada aperta dritta verso il conseguimento dell’eccellenza. Vini come il Verdicchio Castelli di Jesi Classico Superiore Fontevecchia 2008, Classico Riserva Grancasale 2008 e Crisio 2009 (finalmente Docg!) – ottimo – sono prodotti eccellenti con un rapporto prezzo/qualità davvero notevole. Cito anche l’IGT Bianco Cimaio 2008 e il buon metodo classico che ha aperto le danze: questa è una realtà produttiva che vale 650.000 bottiglie e copre anche il mercato dei vini rossi con un export intorno al 50%.

Devo però citare una persona che mi ha stupito e piacevolmente sorpreso: il giovane chef Manuel Simonetti con il suo magnifico “Orzotto“. Di seguito la ricetta di un piatto di territorio e di tradizione tutt’altro che banale.

Ingredienti per 2 persone:

– 120 gr. orzo perlato di Colfiorito

– 14 gr. cipolla dorata tritata

– 8 gr carote tritate

– 22 gr di vino verdicchio

– brodo vegetale (quanto basta)

– 70 gr cicerchia di Serra dei Conti (lessata)

– 50 gr. ciauscolo I.G.P.

– 30 gr. burro

– 16 gr. grana padano ( sostituibile con del formaggio di fossa)

Preparazione:

Innanzitutto mettere in ammollo la cicerchia per 12 ore. Lessarla poi per 40

minuti circa.

Far appassire in un tegame dell’olio extra vergine di oliva con la cipolla e

la carota dopo di che aggiungere l’orzo perlato. Lasciar brillare e sfumare con

il vino bianco. Una volta evaporato aggiungere la cicerchia, precedentemente

lessata, e proseguire nella cottura aggiungendo man mano il brodo vegetale.

Nel contempo, in una padella antiaderente, far sgrassare il ciauscolo tagliato

a pezzettini e lasciarlo da parte.

Ultimata la cottura dell’orzo mantecare fuori dal fuoco con il burro e il

grana.

Impiattare ultimando con il ciauscolo precedentemente sgrassato.

Manuel Simonetti è un giovane chef arrivato alla ristorazione  dopo aver compiuto studi d’arte (questo fatto me lo rende di particolare simpatia). Verso la fine degli anni Novanta ha cominciato l’apprendimento cucinario lavorando in diversi locali matchigiani. Nel 2000 si è trasferito a Londra dove ha lavorato come chef de partie presso l’Hotel Savoy. Nel 2003, ritornato nelle Marche, con l’aiuto della sua famiglia, ha aperto un ristorante a Serra de’ Conti fino al 2007. Dal 2007 al 2010 si è dedicato all’apertura di un nuovo ristorante a Lodi come executive chef. Finalmente, nel 2010, rientrato a Jesi, ha ripreso in mano la gestione del ristornate “Al 44” a Serra de’ Conti, dove attualmente svolge la sua attività.

Il suo motto è così bello che merita di essere citato e una visita al suo ristorante diventa per me un impegno: “Il cuoco è colui che fa l’arte piú alta e generosa perché ció che crea con tutto se stesso finisce e scompare nel momento in cui chi ne mangerá la gioia la terrá per se“.

Salute.

 

 

Balciana, finalmente la verticale da tempo desiderata

Patrizio Chiacchiarini, mostrandomi la sua piccola cantina, mi dice che il Balciana fermenta e riposa soltanto nelle vecchie vasche di cemento da 50 hl, e questo è dovuto al fatto che il mosto nel cemento fermenta in maniera meno impetuosa, più dolce rispetto all’acciaio. Il fatto, che proprio non conoscevo prima, mi viene confermato da Alberto Mazzoli, il grande enologo che da anni segue la Sartarelli e si può considerare l’amorevole papà del Balciana.

Un altro dato che mi stupisce, credo anche abbastanza unico nel panorama vinicolo italiano, è la percentuale rispetto al fatturato che la Sartarelli raggiunge con le vendite dirette in azienda: il 50%! Per il resto, l’export non raggiunge il 30% e non esiste una organizzazione commerciale per l’Italia, il tutto per una realtà di oltre 60 ha e più di 300.000 bottiglie (200.000 di Classico, 100.000 di Tralivio e, soltanto quando il clima lo permette, 15/20.000 bottiglie di Balciana) di Verdicchio dei Castelli di Jesi, sviluppato su diversi cloni a cui è sconosciuto il legno: soltanto acciaio e cemento.

Questa è un’altra caratteristica di Sartarelli: soltanto uve bianche del Verdicchio, con cui viene anche distillata una grappa di notevole morbidezza e prodotto un buon passito. Una piccola chicca: la Sartarelli propone due tipi di cioccolatini, alla grappa e al passito, che sono di eccellente qualità.

Uno dei paradossi del Balciana è costituito dall’esposizione dei suoi vigneti: a nord-est! Le uve sono raccolte molto tardi e in alcuni anni si arriva fino a metà novembre.

L’altro fatto incredibile è dato dal colore di queste uve: quasi rosate, che danno quel colore giallo paglierino intenso, quasi dorato che caratterizza questo vino e che non ha bisogno di succhiarlo, per giorni e giorni, dalle bucce, come oggi pare sia molto di moda (soltanto alcune uve, e in certi anni, possono permetterlo senza dare vini stucchevoli).

La sede dell’azienda, circondata dalle sue vigne, è posta a ridosso di Poggio San Marcello, un minuscolo paese situato sulla riva sinistra dell’Esino, a meno di 400 slm e a circa 25 km di distanza dall’Adriatico di Senigallia.

Il paesaggio è quel dolcissimo susseguirsi di colline su cui insistono colture di vario genere: girasoli, mais, boschi e, ovviamente, vigne che non sono comunque invasive come in Langa e Chianti.

Donatella Sartarelli – che è una donna di forte carattere e modi schietti e riservati ma cordiali – con il marito Patrizio Chiacchiarini, uomo franco e di grande disponibilità, mi hanno accolto in maniera davvero calorosa: nella sostanza assai più che nei modi, come usa tra la gente legata per davvero alla Terra.

La mia famiglia e io abbiamo soggiornato nei pressi – Moie di Maiolati – in un albergo ricavato in una struttura nobiliare del XIX secolo: Hotel La Torre, da consigliare senza riserve a chi vuol conoscere la Terra del Verdicchio di Jesi, tra Cupramontana e Stàffolo (destra dell’Esino) e Montecarotto, Moie e Poggio San Marcello (riva sinistra). Morro d’Alba dista non più di una quindicina di chilometri, verso nord-est: questa è una Terra che offre un’impressionante varietà di prodotti enogastronomici, con tradizioni che sono secolari.

Verso l’interno, quando l’Esino compie una larga ansa verso sud, ci si trova nel Parco Regionale di Frasassi, con le splendide omonime grotte e più oltre si giunge a Fabriano e Matelica: sono le terre del Verdicchio di Matelica, più acido, più minerale (le carezze dei venti qui sono di montagna e non di mare) del morbido vino dei Castelli di Jesi.

Sognavo da tempo una verticale di Balciana e avevo chiesto in maniera esplicita a Caterina – la primogenita da poco entrata in azienda per imparare da Donatella e poi prenderne il posto – di poter realizzare questo piccolo desiderio.

Guidati dall’amico Alberto, in compagnia di Patrizio e del secondogenito Tommaso, abbiamo bevuto (bevuto, si badi bene, non degustato) le annate 2001, 2003, 2007, 2008 e 2009: gli altri millesimi durante questo periodo non sono stati prodotti.

Il 2001, forse a causa del tappo, si è rivelato non all’altezza. Memorabile, indescrivibile, da cuore in gola il 2003: in termini di bianchi invecchiati, a parte certi francesi, soltanto con il Timorasso 2001 di Claudio Mariotto ho provato sensazioni simili per persistenza, complessità e armonia al naso e al palato.

Una nota interessante riguarda il colore: sia per il 2003 sia per il 2009 – che si annuncia altrettanto formidabile – si nota una tonalità di giallo più scarico delle altre annate, al contrario di quanto era lecito aspettarsi.

Ottimo il 2007; meno di quello che mi era sembrato quando lo bevvi da solo, il 2008 (si tratta di sfumature, come si può intuire). E da queste scarne note si capisce ancora una volta che per la conoscenza e l’apprezzamento di certi vini, le bevute in verticale sono fondamentali.

Sartarelli, ovvero “il” Verdicchio dei Castelli di Jesi

Terra sublime per persone speciali. Alberto Mazzoni ha guidato la mia visita presso l’Azienda Sartarelli. Accoglienza indimenticabile di persone semplici eppure splendide. In una Terra per cui ogni parola appare inadeguata.

HoReCa, Il Verdicchio dei Castelli di Jesi

Ecco il mio ultimo articolo pubblicato su HoReCa di aprile: è dedicato a uno dei miei vini preferiti. E’ il Verdicchio dei Castelli di Jesi e, avendo lavorato anni a Ancona, posso dire di conoscerlo assai bene (anche se c’è sempre l’ottimo produttore di cui non sai nulla…). Oltretutto, posso sfruttare l’amicizia di Alberto Mazzoni, il signor Verdicchio, come lo chiamo io. Peccato che tra gli ottimi vini che ha provveduto a spedirmi il Consorzio non ci fosse il Coroncino, uno dei  migliori e anche di particolare mineralità. Vuol dire che ne tratterò a parte un’altra volta.

Il Balciana di Sartarelli

Finalmente pare si sia vicini alla DOCG anche per il Verdicchio. Era ora.

Lavorando in Ancona in un settore vicino a quello dell’enogastronomia, ho avuto la possibilità, fin dagli anni Novanta, di scoprire e seguire la grande evoluzione che ha visto un vino dall’immagine abbastanza scadente, pur assai conosciuto, raggiungere traguardi allora impensabili.

Il Verdicchio è un vitigno antico e autoctono: le solite leggende, diffuse ovunque da noi, riportano la storiella del re visigoto, Alarico, che nel 410, prima di assalire Roma, si fece una scorta di Verdicchio caricando una quarantina di muli! Ma che il grande Pietro Aretino parli bene di questo vino, già diffuso nel XVI secolo, è faccenda acclarata; e non si può parlare di vini marchigiani, senza almeno ricordare Andrea Bacci, di Porto Sant’Elpidio!

Ho bevuto (non amo il verbo “degustare”), scegliendole personalmente, 6 bottiglie di produttori diversi e annate comprese tra il 2006 e il 2008, alcuni di questi vini sono stati invecchiati in barrique, altri hanno visto soltanto acciaio. Quasi tutti sono stati vendemmiati tardivamente, alcuni con la presenza già di muffe nobili.

Sono tutti vini più che eccellenti

E poi, poi c’è il Balciana di Sartarelli: qui i miei giudizi non sono da tenere in gran conto, perché per il Balciana io nutro amore vero e gli innamorati non sono mai gente affidabile.

Questo, del 2008, presenta un colore giallo oro (non il classico paglierino con riflessi verdognoli del Verdicchio), una esplosione di sentori che non mi sento di descrivere e in bocca ti dice, semplicemente: gustami piano, a lungo, non mi dare nessuna compagnia perché sono geloso ed esclusivo, bevimi come fossi una droga…

Il Balciana è qualcosa di straordinario: 15° per un vino che abbiamo soltanto noi, in Italia e che costa poco, come tutti i vini marchigiani. E qui mi piace di fare una proposta: alcune verticali per saggiare la tenuta di questi vini a fronte di invecchiamenti anche molto lunghi.

Mio dovere è quello di ringraziare Alberto Mazzoni, direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela dei Vini.

Il Consorzio, costituto nel 1999, mi ha gentilmente fornito i vini  e il materiale di documentazione.

 

Baccalà all’anconetana

Non è merluzzo salato, è stoccafisso tradizionale delle isole Lofoten, seconda o terza scelta, preparato con patate stufate e un poco di pomodoro. Lo si può mangiare al meglio Da Gino, in Ancona proprio dirimpetto alla stazione ferroviaria. Qui sono con Sergio Bellone e il grande Alberto Mazzoni che ha suggerito un accompagnamento più che corretto: Verdicchio dei Castelli di Jesi Maioliche di Moncaro 2009, uno dei tanti, ottimi, suoi Verdicchio.

Enopolis, Ancona 29 aprile 2009

Nel magnifico centro storico di Ancona, nel ventre medievale di Palazzo Jona, dentro la placenta di mattoni pieni che proteggono i giusti con lo spessore dei secoli, con la complicità dello sguardo chiaro di Stefania e del suo essere di Luna, con l’assenso di amici preziosi si è consumato il rito della presentazione del mio libro in Ancona. Ancona è uno dei miei posti, Enopolis e Peppe lo sono diventati nell’occasione più opportuna. Bevendo Passerina, che è un bel bere e beneaugurante per giunta: per chi apprezza, nei modi dovuti, la Passerina.

Ritornerò da Peppe a Enopolis a Palazzo Jona dagli amici preziosi. Là dove c’è un pezzo piccolo e importante del mio cuore. E qualcosa di più grande del mio stomaco.

La Storia è una linea che s’annoda e s’ingarbuglia in apparenza: poi all’improvviso, come per incanto, tutto ridiventa per qualche momento lineare e comprensibile, logico addirittura. Allunai in Ancona nel ’96 per la prima edizione di Parco Produce e andai a mangiare, appena arrivato in città, in un posto che m’ispirava: Sot’aj archi. Ero con il mio giovane assistente Ilio e mi mandava in missione Sergio Musumeci per Oasis di Aosta, magnifica rivista di natura per cui lavoravo come consulente. Ho presentato il mio libro in Ancona subito dopo la presentazione in Aosta, nella brasserie La Cave, in pieno centro, situata dentro un cortile in cui, dirimpetto, c’è il locale che ospitava la prima, piccola tipografia rilevata da Musumeci per cominciare il suo cammino di stampatore e editore di qualità.

Anche stavolta sono stato a mangiare  (al) Sot’aj archi: il vecchio proprietario non è più, ma la moglie continua nello stesso segno. Ho mangiato un sontuoso piatto di spaghetti alle vongole e poi alcune polpose cicale sbollentate e condite con olio e prezzemolo. Ho accompagnato il tutto con una intera, da solo, bottiglia di Coroncino 2007: mangiare e bere da soli, divagando con sé stessi, se si è capaci e contenti di farlo, è una coccola speciale. Ogni tanto.