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Ah, Venissa Venissa….

http://venissa.it/

Dura ormai da qualche giorno il travaglio di scrivere queste righe dedicate alla  visita a Venissa: succede sempre quando il contenuto della scrittura va a toccare certe diaboliche cordicelle della mia sensibilità. Allora mi dilanio sulla forma con cui modellare la scrittura: in fondo, l’arte è pura forma, anche nelle sue espressioni più semplici, come questa.

Il motivo di questa premessa sta nel fatto che avrei dovuto scrivere una delle mie storie peculiari: partire dagli incontri – Ivan Garlassi a Arezzo, una tristissima sera di febbraio del 2004 e Gianluca Bisol, una magnifica sera di luglio del 2013 a Barolo – narrare del viaggio complicato e affascinante per guadagnare l’isola di Mazzorbo; raccontare della storia straordinaria di Altino, Attila, i Longobardi, Torcello, Santa Maria Assunta. E poi, ancora, raccontare di come Gianluca anni fa si metta a rovistare tra i giardini delle isole per raccogliere qualche decina di fossili di Dorona e delle microvinificazioni e dell’impianto di un ettaro scarso di vigna e di Roberto Cipresso e delle scarse 5.000 mezze bottiglie prodotte nel 2010….

Invece no!

Tutte queste notizie, e ben altro ancora, si possono trovare ben raccontate e illustrate sul web site di cui sopra ho riportato il link. E ci sono parecchie e ottime recensioni che illustrano tecnicamente le faccende che riguardano Venissa.

Io, invece, stavolta desidero soltanto scrivere del vino che ho bevuto, che ho gustato e a cui ho dedicato una piccola nicchia nella cattedrale gotica della mia memoria.

Matteo Bisol, dopo una visita alla straordinaria vigna di Dorona, mi ha introdotto in una sala dalla scarsa illuminazione: sala ampia e ben restaurata con numerose immagini alle pareti e un grande schermo. Dopo la proiezione di un filmato parecchio emozionale su Venissa, mi ha portato una bottiglia scura, tracagnotta, impreziosita da due lamine d’oro inserite a caldo nel vetro e l’incisione a mano del nome del vino e del numero progressivo della bottiglia.

Sopra un tavolo di magnifico legno grezzo.

E ho cominciato il rito della gustazione.

Nella penombra mi sono appartato con quel calice: lui e io.

Tutto il resto del mondo, la galassia, l’universo: inutili, inesistenti.

Dovrei descrivere il colore? Dovrei gettare lì i soliti, noiosi aggettivi più o meno tecnici? No, no: quel colore era una tinta calda, spremuta da secoli di stenti, acque alte, smadonnamenti e raggi stinti di sole in perenne battaglia con nebbie e brume. Forse, chissà, il riflesso abbacinante di un bronzo fuso a Cipro in età alessandrina.

E dovrei adesso raccontare le sensazioni inspirate nelle narici tuffate, svergognate, dentro quel pozzo sacro di cristallo a rubare l’essenza di quel concentrato di sogno?

Ho respirato resine di conifere che forse arrivavano dai monti dolorosi del Libano, ho sentito storie di fiori appassiti aspettando amori bugiardi; ho ascoltato l’ansimare leggero di una brezza salmastra.

Eppoi l’ho bevuto: un sorso, appena un sorso per non farmi stordire, invadere, conquistare da quel vino presuntuoso.

Un sorso è bastato per riascoltare tutte le storie della Laguna: ero circondato da pescatori, contadini, fanciulle sensuali che mi raccontavano stenti, miserie, amori sfortunati, grandi bevute…

Infine, un altro sorso, piccino, che ho lasciato a lungo in bocca, quasi a coccolare con dolcezza il palato.

Concluso, mannaggia!, quell’attimo di sensazionale stordimento, sono ritornato tra i tormenti del mondo: avevo bevuto una delle ultime bottiglie del 2010, la prima vendemmia di quella vigna impiantata nel 2007.

Con Matteo Bisol – figlio primogenito di Gianluca e responsabile in prima persona del progetto Venissa – ho poi gustato il Venissa 2011 e il Rosso Venissa (Merlot 85% e Cabernet 15%) 2011: sono entrambi vini straordinari, pur se ancora, per molti versi, sperimentali. Il Venissa 2011 sarà per certo ancora più complesso del 2010: la resa è stata minore (38 ql/Ha…) e il lavoro in cantina, forti dell’esperienza dell’anno precedente, ancora più accurato. E per questi vini occorre avere tanta pazienza e saper aspettare qualche anno.

Pare ovvio che vini del genere impongono di venire qui, in Laguna, a gustarli: a Venissa, isola di Mazzorbo collegata con Burano, si trova tutto quanto occorre per appartarsi con questi vini e goderne al massimo grado. Chiaro poi che con la compagnia giusta si condividono sensazioni e emozioni.

Ah, dimenticavo il prezzo: assai meno di quel che valgono e comunque non esiste miglior modo di investire i propri denari.

Il mio consiglio?

Partire da qualunque angolo della galassia e venire a respirare la luce umida e torbida di quest’angolo di Laguna: da soli, per assaporare il piacere della propria compagnia esclusiva; in compagnia di persone sensibili, per condividere suggestioni e emozioni.

Qui si trova tutto quel che serve, condito di sensibilità, cultura, discrezione.

Salute!