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Ugo Tognazzi, L’abbuffone

Storie da ridere e ricette da morire.

Giuseppe Inzema (Il fischio al naso, 1967), Ugo (La grande bouffe, 1973), conte Raffaello Mascetti (Amici miei, 1975), Renato Baldi (Il vizietto, 1978): sempre Ugo Tognazzi, nato a Cremona nel 1922, scomparso a Roma nel 1990.

Ho citato non a caso alcuni dei suoi migliori personaggi in quarant’anni di cinema percorsi con i migliori compagni, esagerando nel bene e nel male, figlio irrefrenabile e incontrollabile della Provincia grassa e bassa che pasce attorno alle nebbie del Fiume tra Piemonte e Romagna o Veneto.

Non Mastroianni, né Gassman e tantomeno Sordi: Ugo Tognazzi, intellettuale e raffinato, pur debordante, suo malgrado; eppure, fra cotanti giganti, un attore (e non solo) italiano fino in fondo, dove per attore italiano si definisce qualcuno che affonda le radici del proprio mestiere, e talento, nella commedia colta del nostro prodigioso Cinquecento.

Ha lavorato con Monicelli, Pasolini, Risi, Ferreri, Scola, Bertolucci; ma anche con Mastrocinque, Mattòli, Simonelli, Corbucci. E dimentico Petri, Magni, i Taviani, Loy…

“Nella mia casa di Velletri c’è un enorme frigorifero che sfugge alle regole della società dei consumi. Non è un «philcone», uno spettacolare frigorifero panciuto color bianco polare. E’ di legno e occupa una intera parete della grande cucina.

Dalle quattro finestrelle si può spiarne l’interno, e bearsi della vista degli insaccati, dei formaggi, dei vitelli, dei quarti di manzo che pendono, maestosi, dai lucidi ganci.

Questo frigorifero è la mia cappella di famiglia.

Capita che ogni tanto, di mattina, mia moglie mi sorprenda inginocchiato davanti a quel feticcio, a questo totem dell’umana avventura. Me ne sto lì, raccolto in contemplazione, in attesa d’una ispirazione per il pranzo….

Ho la cucina nel sangue. Il quale, penso, comprenderà senz’altro globuli rossi e globuli bianchi, ma nel mio caso anche una discreta percentuale di salsa di pomodoro.

Io ho il vizio del fornello. Sono malato di spaghettite.

Per me la cucina è la stanza più shocking della casa.

L’attore? A volte mi sembra di farlo per hobby. Mangiare no: io mangio per vivere.

E mi sento vivo davanti a un tegame.

L’olio che soffrigge è una musica per le mie orecchie. Il profumo di un buon ragù l’adoprerei anche come dopobarba. Un piatto di fettuccine intrecciate o una oblunga forma d’arrosto, per me sono sculture vitali, degne d’un Moore”.

Ugo Tognazzi aveva cominciato la sua carriera lavorando nel salumificio Negroni di Cremona a quindici anni.

Il libro è del 1974, la mia copia è la prima edizione.

E’ un libro di storie, di ricette, di cucina grassa, esagerata come oggi usa solo più nella provincia felice: provate a cercarlo in giro, vi farete o farete un regalo sensazionale.

Curiosità: le ultime trenta pagine sono dedicate alle ricette de La grande Bouffe, il capolavoro (nella mia non modesta opinione, uno dei più grandi film della storia del cinema) di Marco Ferreri, altro genio smodato e senza ritegno, in tutti i sensi e letteralmente.

Da un’intervista di Giancarlo Dotto  a Paolo Villaggio, letta su La Stampa del 9 marzo 2009: “Definisce Ugo Tognazzi il più intelligente dei suoi amici.

‘Intelligentissimo e rallegrante. Figlio di un ferroviere, aveva la licenza elementare. Un grande attore, anche se il più grande di tutti era Gian Maria Volonté. Ugo era un pessimo cuoco. Una sera Mario Monicelli prese un sacchetto di plastica e ci mise dentro gli avanzi della cena.«Che fai Mario?», gli chiese Ugo, tutto vestito da cuoco. «Li porto all’istituto italiano di criminologia».’”.