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Il Castello Ducale di Agliè

Oggi famoso soprattutto per essere stato scelto come ambientazione di alcune serie di film per la televisione di un certo successo, questo magnifico Castello è parte del patrimonio piemontese e italiano che viene definito “Residenze Sabaude”. La d.ssa Anna Aimone, storica della Soprintendenza dei Beni Architettonici e Culturali della Regione Piemonte e da poco responsabile della prestigiosa struttura, mi ha guidato in una visita esclusiva al Castello.

La parte più antica di questa struttura risale al XII secolo, ma fu il conte Filippo San Martino, nel 1667, a commissionare all’architetto Amedeo di Castellamonte la realizzazione delle facciate, delle maniche e della chiesa di San Massimo. Nel 1764 il Castello fu acquistato dai Savoia e l’architetto Ignazio Birago di Borgaro fu incaricato di effettuarne un opportuno restauro. Conobbe un periodo di abbandono durante il breve dominio napoleonico, quando fu adibito a edificio pubblico. Nel 1939 lo Stato italiano spese ben 8 milioni per comprare il Castello con il vasto parco annesso e negli anni Ottanta il complesso fu ampiamente restaurato e adibito a museo permanente.

Il 1° luglio di quest’anno è stata inaugurata una mostra dedicata alla prima regina d’Italia, Margherita di Savoia (1851-1926). La mostra si protrarrà fino al 30 ottobre e, pur con qualche pecca dovuta a un allestimento poco accurato, è un’esposizione per cui consigliare la visita: gli ambienti sono presentati con gli arredi originali dell’epoca e alcune sale della residenza sono per davvero di grande interesse, con allestimenti dai particolari di rado fruibili. La regina, che sposò il cugino Umberto I nel 1868, fu sempre assai legata a questo complesso in cui passò molti anni della propria infanzia. Rimasta vedova dopo il regicidio compiuto dall’anarchico Bresci nel 1900, soleva spesse volte ritornare a trascorrere momenti felici in questa dimora. Per certo, ella fu molto popolare tra i suoi sudditi che le testimoniarono una devozione che i Savoia poche altre volte ebbero a provare, di sicuro non lo sfortunato e incapace marito: ma gli esponenti maschi di casa Savoia, salvo qualche assai rara eccezione, non furono mai degni di popolare benevolenza.

Sono rimasto assai colpito dalla bellezza di alcuni esemplari monumentali di piante (magnolie, cedri e sequoie) presenti nel parco, così come delizioso è il giardino all’italiana progettato dal Castellamonte; ma ciò che più mi ha entusiasmato è stata la scoperta di un delizioso teatrino, perfettamente efficiente, presente all’interno del complesso. Ho avuto modo di vedere alcuni fondali originali dipinti e sospesi al graticcio in perfetta efficenza, con il sistema di pulegge e carrucole di legno ancora in ordine: non so quanti teatri in Italia possano vantare una simile conservazione. Per davvero una scoperta (purtroppo non disponibile alla pubblica fruizione) sensazionale.

In ogni caso, consiglio una visita al Castello di Agliè e al suo Borgo, con un consiglio: fermatevi a mangiare nei due ristoranti presenti e chiedete di assaporare il salame alle patate e di bere un buon Erbaluce o un Carema.

Il Pignoletto Rosso di Banchette

«Il Pignoletto Rosso del Canavese è un’antica varietà di mais, ricuperata grazie al prezioso lavoro di un gruppo di agricoltori appassionati, supportati dall’Amministrazione comunale di Banchette, Provincia di Torino, che ha fornito un determinante apporto, e dalla Confagricoltura di Torin0.

Nel Canavese, come in tutto il resto del Nord Italia dove la polenta era alimento della dieta giornaliera, sino agli anni cinquanta, era consuetudine da parte dei contadini seminare grandi superfici di mais per uso zootecnico e riservare una parcella del campo migliore dell’azienda per la semina della meliga per la polenta. La meliga per la polenta era il frutto di selezioni durate decenni, effettuate direttamente dai contadini allo scopo di ottenere un mais dalle qualità organolettiche eccellenti senza curarsi dell’aspetto produttivo, a differenza di quello ad uso zootecnico che doveva e deve tuttora soprattutto essere una varietà molto produttiva. Così si selezionarono l’Ottofile, la Pignoletto, il Marano e la Quarantina. Negli anni Sessanta e Settanta, la tradizione di consumare polenta era andata progressivamente perdendosi e, di pari passo, si era persa l’abitudine di seminare i mais tradizionali per la polenta. Si era anche perso il “gusto” della polenta tradizionale soppiantata da polentine preparate con le varie farine industriali (bramate, semolate, ecc.) dai tempi di cottura più brevi e di più facile reperimento ma dalle caratteristiche organolettiche piuttosto anonime.
A cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, si è iniziato un paziente lavoro di ricerca degli ultimi contadini che ancora seminavano le varietà di meliga nostrana per polenta e, solo grazie all’intraprendenza di imprenditori appassionati, si è potuto salvare l’Ottofile e la Pignoletto che erano veramente sull’orlo dell’estinzione.

Questo progetto è nato nel 2004 con il contributo determinante della Confagricoltura di Ivrea,  in quanto nel Canavese e in particolare nel comune di Banchette, esisteva da tempo un particolare interesse per questo tipo di mais,”Pignoletto rosso del Canavese” al punto che, negli ultimi anni, il Comune è stato sollecitato da numerosi agricoltori ad assumere iniziative per la valorizzazione di questa antica varietà.

Visto il progetto, il Comune di Banchette ha accolto favorevolmente l’iniziativa e ha messo a disposizione dei cerealicoltori  un fondo agricolo della superficie di circa 12 giornate piemontesi; la Provincia di Torino ha concesso i mezzi per la bonifica del terreno e la consulenza tecnico scientifica  e abbiamo poi anche avuto l’apporto dell’unione agricoltori di Torino che ha reso disponibili  i suoi tecnici. Nella primavera del 2005 siamo riusciti a partire con il progetto che, rispetto alle premesse iniziali, si è ampliato diventando un laboratorio di sperimentazione non soltanto per il mais “Pignoletto Rosso” ma anche per altre iniziative come quella portata avanti sui cavoli e sui sovesci, il tutto eseguito rigorosamente con metodi biologici.

Con questo evento abbiamo voluto far conoscere al Canavese questo prodotto dalle caratteristiche uniche e far riscoprire i vecchi sapori

L’ Associazione produce farina di mais Pignoletto Rosso di Banchette con  semi autoctoni selezionati annualmente. Il processo produttivo interamente eseguito con METODO BIOLOGICO CERTIFICATO e la macinatura a pietra fanno si che si ottenga un prodotto di nicchia DI ALTISSIMA QUALITA’ .

Questo prodotto oggi fa parte del paniere dei prodotti tipici della provincia di Torino, e ANTICHI MAIS PIEMONTESI.

Come si coltiva

Il pignoletto è coltivato a Banchette su una superficie di 4 ettari in un’area circondata da boschi, questo è fondamentale per evitare l’impollinazione con altri mais ibridi, sul terreno sono praticate rotazioni culturali e sovesci (culture che non sono raccolte ma interrate per apportare sostanza organica al terreno) la semina del pignoletto è eseguita nel mese d’aprile con densità di seme molto bassa in modo di avere piante sane e robuste.

L’Associazione è composta ad oggi da otto soci coltivatori: Il Presidente è Gianpiero Cresto e il Vice-Presidente è Gianni Sabolo.

Il sig. Sabolo, erede di una antica famiglia di coltivatori di Banchette, è un appassionato ricercatore di antiche qualità di cereali  della nostra zona.

Negli anni ’80 aveva rintracciato presso un anziano coltivatore una pannocchia di Pignoletto Rosso appesa come ornamento sul caminetto di casa. Ha iniziato a coltivarlo per uso famigliare con buoni risultati di qualità e sopore. Da qui nasce la storia del PIGNOLETTO ROSSO DI BANCHETTE

La lunga citazione qui di sopra è riportata dalla documentazione che ho richiesto all’Associazione del Pignoletto rosso di Banchette, per cui ringrazio la segretaria Patrizia Zanin.

Sapevo dell’esistenza di questo mais straordinario, ma ho da ringraziare la mia grande amica Anna Aimone che, invischiandomi nella giuria del premio letterario indetto a Banchette, mi ha dato l’opportunità di conoscere questo prodotto unico. Non ci sono parole per descrivere il gusto della polenta di Pignoletto Rosso, con farina ottenuta con macinazione a pietra e ricavata da questa varietà coltivata con amore e metodo per davvero biologico (tutta la filiera è biologica). Attenzione: si parla del Pignoletto Rosso di Banchette e sono soltanto 4 ha per circa 200 ql.! Perché altri, visto il successo del prodotto, stanno mettendo sul mercato una varietà, con lo stesso nome, che però non è coltivata e trattata nello stesso modo. Di gusto unico anche i grissini e le fantastiche “paste ‘d melia“, ovvero dolci di farina di mais della tradizione. Sono sapori che non si possono descrivere, lontani parsec dai sapori delle preparazioni ottenute da farine macinate con procedimenti industriali e derivate da pannocchie enormi tirate su a anticrittogamici e concimi chimici.

Una citazione speciale per il sindaco di Banchette: Maurizio Cieol, un friulano trapiantato nel Canavese che della sua posizione ha fatto una missione; con etica, coraggio, cultura, sensibilità.

5° Premio letterario “Chiave di Volta”

Sabato 6 novembre sono stato chiamato – per la seconda volta – a intervenire alla premiazione del concorso letterario che “Chiave di volta”, l’associazione culturale voluta dalla mia cara amica Anna Aimone, ha indetto quest’anno sotto il tema “I 150 anni d’Italia”. E’ un momento che mi piace sempre, e mi piace leggere e giudicare poesie e racconti, alcuni di ottima fattura. E mi piace di andare a Banchette, comune piccino piccino alle soglie di Ivrea, a mangiare la polenta di farina del mais Pignoletto Rosso, varietà autoctona, che è quantomeno eccezionale. Sempre simpatico, disponibile e appassionato il sindaco Maurizio Cieol con l’Assessore Patrizia Bianco. Quest’anno è intervenuto, con la solita discrezione (dote rarissima tra i politici…) il consigliere regionale Roberto Tentoni: persona con cui ci si trova bene a dimostrazione che l’attività politica può essere svolta da gente per bene e di particolare sensibilità.

Non ringrazierò mai abbastanza Anna per questi suoi inviti.