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Correvamo più veloci dei sogni di Nico Ivaldi

https://www.youtube.com/watch?v=2wVQijXWBEY&feature=youtu.be

Le immagini qui sopra sono state riprese all’Enoteca Brosio di Torino, situata all’angolo tra via Del Carmine e via Piave: l’autrice, con la mia Leica, è Antonella, la colorita (e simpaticissima, a modo tutto suo) titolare di questo locale che è uno di quelli storici, già legato alle vicende della famiglia Brosio.

Non a caso ho voluto questa ambientazione (parola straniera che significa location): in questo posto, spesse volte accerchiati, assediati da vecchi pensionati – qualcuno purtroppo più non è – che giocavano a carte o che straparlavano di sport e di politica, è cresciuta la storia che Nico narra nel suo libro. All’ombra di qualche calice di vino, quasi sempre bianco, ne abbiamo discusso a lungo, con calma e  con la tranquillità di cinquantenni che, malgrado il gran correre, non riescono ancora a farsi venire il fiatone.

Ecco, infine, sotto i nostri occhi il risultato. Un librino di formato più che tascabile (11×17 cm.) di 314 pp. che si leggono in un fiato e che costano soltanto 8 €. L’editore è Il Punto (Piemonte in Bancarella) di Torino.

Si leggono d’un fiato i colori della memoria, i profumi di quei Settanta; e le parole ormai desuete, come le fogge degli abiti e i long plaing e le automobili. E le speranze.

Le speranze, beati noi, che siamo riusciti a realizzare: siamo stati bravi con quei ragazzi. Siamo stati di parola: abbiamo realizzato i loro sogni. Credo che se ci potessero incontrare sarebbero contenti di noi…..

Un po’ di nostalgia

Quelli qui sopra sono alcuni miei ritratti, alcuni autoscatti con vari apparecchi fotografici, che occupano più o meno il decennio 1972/1982: tra i 18 e i 28 anni. Anni meravigliosi e non tanto perché ero giovane, quanto perché il periodo era per davvero stimolante, e sotto tutti i punti di vista. Soprattutto a Torino, Città di confine, di ricerca, di stimolo continuo.

In questo benedetto decennio sono passato dal lavoro (tremendo) di manovale in cantiere edile all’addetto alla catena di montaggio in Fiat Mirafiori (127). Dal fare l’impiegato a dirigere una radio privata (Radio ABC Italiana). Da lavorare in teatro a fare l’assistente fotografo e poi il fotografo in proprio e poi ancora il piccolo imprenditore nel campo della pubblicità. Continuando a occuparmi di arte: teatro, fotografia, cinema, radio e televisione.

Un anno dopo, nel 1983, avrei cominciato un altro decennio: questa volta da imprenditore serio e top manager, mettendo momentaneamente da parte tutta la mia anima di artista e di intellettuale. Meno male che dalla metà dei Novanta questa riprese il sopravvento. E ricominciai: The call of the Wild, come scrisse l’amato Jack London!

Lucio Dalla

Erano i bellissimi anni Settanta. GiovanniTinghe tanghe” scendeva con uno dei suoi tanti muli – che si sono sempre chiamati Matteo – dalla masseria posta a mezza costa sulle rocce calcaree, poco sopra le bianchissime falesie marezzate dai filoni di dura selce. Suoli che in primavera stordiscono i sensi con i profumi assassini di timo e rosmarino e in estate regalano i fiori bianchi e rosa dei capperi e i frutti delle more difesi con tigna da roveti impenetrabili e le promesse spinose dei fichi d’india.

Il mio Gargano.

E Giovanni “Tinghe tanghe” andava in giro appresso al suo mulo Matteo a narrare una storia incredibile: Lucio Dalla è mio fratello, perché mio padre, a Manfredonia, quella volta….

Non abbiamo mai creduto a Giovanni. Però Cristiano sonava la sua chitarra, un po’ così, cantando: «Quale allegria, se ti ho cercato per una vita senza trovarti….Senza allegria, a letto insieme senza pace, senza più niente da inventare….Con allegria, perché in fondo in tutto il mondo c’è gente con gli stessi tuoi problemi….Facendo finta che la gara sia arrivare in salute al Gran Finale…»

Il Gran Finale, purtroppo è arrivato.

E ancora, nella mia stupenda mansarda nel centro di Torino, giovane manager solitario e fuori posto, versavo lacrimelle secche, e pure dolorose, ascoltando: «I sassi della stazione, sono di ruggine nera, sto sotto la pensilina bianca dove sventola adagio una bandiera..Dunque lei alla vita non cede…Vorrei chiamarla, dirle: le volpi con le code incendiate…Ascolto la marea del cuore…».

Sono due canzoni, due semplici canzoni che mi evocano momenti di vita ormai lontani e quanto miei, ahimé. I dischi sono del 1975 e del 1977: dischi con pezzi straordinari in una stagione meravigliosa per la musica, per me.

Oggi, purtroppo, il Gran Finale è arrivato. Siamo in lutto perché un altro, dei nostri – sì, noi artisti – se n’è andato.

Chissà dove, chissà dove.

Stefano Rosso: la leggerezza degli anni Settanta

La marjuana ti fa male, il Chianti ammazza l’anemia…“.

Che bello 
col pakistano nero e con l’ombrello 
e una ragazza giusta che ci sta
 e tutto il resto che importanza ha? Così di casa li cacciai senza ritegno
 senza badare a chi mi palesava sdegno li accompagnai per strada e chiuso ogni sportello
 tornai in cucina e tra i barattoli uno che….Che bello
 col giradischi acceso e lo spinello
 non sarà stato giusto si lo so
ma in 15 eravamo troppi o no? 
E questa 
amici miei è una storia disonesta
 e puoi cambiarci i personaggi ma
 quanta politica ci puoi trovar“.

La prima citazione da Letto 26: ogni volta che l’ascolto mi viene da piangere. Io sono così, che ci posso fare. Alla faccia della leggerezza. La seconda è tratta dalla conosciuta  Una storia disonesta, il suo pezzo più famoso.

Stefano Rossi, diventato Rosso chissà perché, era un trasteverino nato nel ’48; se n’è andato il 15 settembre del 2008. Non è considerato, probabilmente a ragione, un Grande. Eppure i testi delle sue melodie semplici sono la dimostrazione di come si possa essere leggeri e profondi in periodi – gli anni Settanta – che tutto pretendono di essere meno che leggeri.

Stefano Rosso è tutto da riscoprire in canzoni come Odio chi, Senti cosa fo, Colpo di stato, L’osteria del tempo perso, La banda degli zulù. Ogni tanto, tra le facili marcette e melodie di ispirazione country, ti getta in faccia una ballata straordinaria: vedi Tre fratelli, Canzone per chi e la bellissima Quando la luna.

A un certo punto della sua vita Stefano Rosso, deluso da tutto il sistema e anche da qualche amore andato a male, si arruolò addirittura nella Legione Straniera, era l’inizio degli anni Ottanta. Poi rientrò in Italia e riprese  a fare il musicista, con disillusione e disincanto, oltretutto era un ottimo chitarrista (finger picking).

Uno dei tanti sottovalutati e dimenticati: Ivan Graziani, davvero grande – poeta e musicista solidissimo – è un altro di questi. Ascoltatemi, ascoltateli per bene e poi fatemi sapere.

Un mito: Villa Scapone

“…ci sono luoghi dove la natura ha creato scenari irripetibili, se la mano dell’uomo interviene con rispetto ecco nascere piccoli paradisi terrestri.”

Allora, parlo dei primi anni settanta, quella costruzione grigia, confusa dentro i pini di Aleppo e i cespugli di macchia mediterranea, abbarbicata inchiodata incastonata a mezza costa proprio sulla falesia, era una sorta di sogno: chissà di chi è, chissà chi ci abita..è un avvocato, un politico, un imprenditore, forse un attore….E non si vedeva mai nessuno, almeno in agosto: neanche in quella piscina, si diceva di acqua di mare, pochi metri sopra il blu profondo delle onde. E c’è pure il campo da tennis, là a sinistra della Villa, nascosto tra i pini. Quella Villa dominava la nostra spiaggia, le nostre grotte marine, i nostri sogni diciottenni, le nostre incursioni notturne a infrattarci fra gli scogli a fare le cose che si fanno tra ragazzi e ragazze a diciott’anni, nei primi anni settanta.

Oggi vado a giocarci a tennis, a Villa Scapone: un campo sintetico che domina la baia e un paesaggio che non ha eguali, neanche sulla costiera Amalfitana. Giochiamo tra gli odori fortissimi della macchia e i verdi teneri dei pini di Aleppo; il guaio è che si perdono tante palline…

La costruzione fu la realizzazione del sogno di un chirurgo estetico originario del Gargano che si era trasferito a Milano; è stata ultimata verso la fine degli anni sessanta,  un paio d’anni prima dell’apertura di Fontana delle Rose nella contigua piana alluvionale di Mattinatella, sotto la strada costiera aperta nel 1964 che unisce Mattinata a Vieste.

Il buon chirurgo, che realizzò questo esempio magnifico di come si possono ben integrare opere dell’uomo in ambienti di straordinaria bellezza quando sensibilità e buon gusto sono caratteristiche di chi agisce, fece però un errore di valutazione clamoroso: pensò che una tale meraviglia fosse un’eredità straordinaria per i suoi figli, che mi dicono numerosi. Si sbagliava, ai figli di quell’incanto non importava un bel niente. Per lunghi anni la Villa rimase vuota e triste a vegliare su tante storie che ogni estate si consumavano, lì vicino a Fontana delle Rose; e chissà cosa potrebbe narrarci di certe notti infocate d’agosto, su quelle spiagge sassose, proprio sotto i suoi occhi. Potessero parlare, quei muri…

Intorno alla fine degli anni novanta, Villa Scapone fu venduta a una cordata di imprenditori locali che opera nel settore turistico e alberghiero. Venne ristrutturata, ammodernata, fornita di una sala ristorante e trasformata in una struttura di accoglienza alberghiera.

Oggi accoglie tutto l’anno, con una capienza massima di una cinquantina di posti letto, ospiti fortunati a cui regala i silenzi, gli odori, la vista incomparabile della baia sottostante, una ristorazione di qualità, un servizio discreto e riservato: il tutto a un prezzo che mi pare molto più che conveniente.

Oltre che a giocare a tennis, ogni anno vengo a cenare qui almeno un paio di volte; stare su una terrazza sospesa su una falesia (tra le altre cose, poco sotto ci sono ancora le tracce di quello che doveva essere un grande trabucco), al tramonto del sole di un giorno d’agosto sul Gargano, a mangiare e bere più che bene e servito come si deve (a un prezzo conveniente…), mi pare essere una delle migliori attenzioni che si possano dedicare a sé stessi e ai propri cari.

Nella foto accanto sono con Antonio Vitarelli, il direttore di Villa Scapone, che si occupa con la moglie da qualche anno della gestione della struttura. Antonio è un entusiasta che si è innamorato di questo posto magnifico, arrivando da importanti esperienze nel campo della ristorazione e della gestione di aziende turistiche (la sua esperienza più importante l’ha accumulata a Vieste, tra gli anni ottanta e novanta, gestendo un villaggio turistico di oltre 1400 posti). La cura che mette nell’acquisto delle materie prime in cucina, la scelta dei vini, la discrezione e la gentilezza mai affettata del suo modo di lavorare ne fanno un professionista che non scorda mai, comunque,il fatto che gli ospiti sono innanzi tutto persone. Quando io scelgo di parlare di un posto, e di una persona, non devo niente a nessuno se non la mia stima: in questo caso non riesco a spiegarmi perché un posto così straordinario (non ho parlato della pulizia, dell’ordine, di una misurata eleganza degli ambienti) abbia sì successo, ci mancherebbe! ma, secondo me, non quello che davvero meriterebbe. Questo mio articolo vuol solo essere un piccolo contributo a uno dei posti più belli che conosco, gestito oltretutto da persone per bene e capaci. Il fatto che abbia scelto di parlarne, come mio solito, implica l’assoluta mia raccomandazione: ne rispondo personalmente! Ci mancherebbe altro…..

Villa Scapone – Litoranea Mattinata-Vieste km 11,5 – 71030 Mattinata (FG) Tel.0884559284/Fax.0884554000 – www.villascapone.it – info@villascapone.it

Vincenzo Reda                                                                                                                                                              Settembre 2008