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Umberto Eco, Il Cimitero di Praga

La tesi – ma più che una tesi è una larga metafora – è la seguente: il falso verosimile è meno falso del vero inverosimile, a volte anche del vero verosimile. Inoltre, i segreti e le indiscrezioni sono tanto più interessanti quanto più vicine a ciò che si vuol sentire.

Umberto Eco è uno dei miei riferimenti: ne ho letti tutti i romanzi e larga parte della saggistica, a cominciare da Apocalittici e integrati. Questo suo ultimo lavoro, però, non mi è piaciuto.

Non è un romanzo e come feuilleton è poco credibile; non è un saggio storico: è un gioco raffinatissimo e coltissimo spinto oltre limiti accettabili.

Spesso noioso, spesso con riferimenti per i quali l’ironia – che a me tanto piace – di Eco pare fuori luogo; denso di troppi fatti, di troppi personaggi storici che sono nomi e cognomi ma non riescono a diventare personaggi letterari.

Lo stesso Simone (Simonino) Simonini – non può non essere colta l’assonanza con la simonia…- è un simbolo, non mai un personaggio letterario, come tutti gli altri del resto.

Eco è un saggista inarrivabile che ha saputo confezionare un capolavoro come Il nome della rosa che, in fondo, è una meravigliosa contaminazione – a diversi livelli di lettura – tra saggio e romanzo: ma in quel libro irripetibile ci sono personaggi, atmosfere, odori, colori, addirittura poesia – Eco tutto può essere, meno che poeta -, caratteristiche tutte che Il cimitero di Praga non possiede.

Ricorrendo all’ottica della geometria frattale, tutto il lavoro ha le medesime caratteristiche delle numerose ricette gastronomiche citate: precisissime, chirurgiche, con lingua e filologia curatissime, ma ricette che sono mere elencazioni, che non odorano, che non hanno colore, che non fanno venire l’acquolina.

Ho pensato spesso, leggendo, a Il pendolo di Focault – assai meglio riuscito -, ho pensato a Baudolino – uno dei libri più divertenti che abbia mai letto. Sono andato con la memoria a un piccolo gioiello che pochi o punti ricordano e che a me piacque assai: L’isola del giorno prima.

Stimando Umberto Eco, posso dire che qui ha spinto il gioco, mi ripeto, troppo in là e non so quanti di quelli che questo libro hanno comprato lo leggeranno tutto e ne capiranno appieno la metafora di fondo o potranno apprezzarne appieno la coltissima – e pur stucchevole – struttura.

Umberto Eco

Il Cimitero di Praga

Bompiani, 523 pp, € 19,50

Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi

Non mi riusciva di capire perché Eco -nelle varie marchette televisive che occorre fare, anche a lui, per lanciare libri film calendari et caetera – parlasse sempre di cinque passeggiate, a proposito di questo libro, pubblicato nel 1994, e non di sei.

L’ho capito: ho finito di rileggerlo e la sesta passeggiata si intitola: Protocolli fittizi; a pagina 166 del volume si legge:

“Il libro di Barruel non conteneva alcun riferimento agli ebrei. Ma nel 1806 Barruel ricevette una lettera da un certo capitano Simonini che gli ricordava come Mani e il Veglio della Montagna (notoriamente alleati dei Templari originari) fossero ebrei anch’essi, che la massoneria era stata fondata dagli ebrei, e che gli ebrei si erano infiltrati in tutte le società segrete. Sembra che la lettera di Simonini fosse stata forgiata da agenti di Fouché, il quale era preoccupato dei contatti di Napoleone con la comunità ebraica francese….”.

Poi, a pagina 172, la figura 14 illustra in buona sostanza lo schema de Il Cimitero di Praga: dunque, la sesta passeggiata del libro rappresenta la genesi dell’ultimo romanzo di Umberto Eco (che ho già in casa e che leggerò prossimamente, con calma). Diavolo d’un Eco!

Questo lavoro, che riporta alcune conferenze che Umberto Eco tenne negli Usa nel biennio 1992/93, è – come tanti dei suoi lavori – fondamentale, soprattutto per chi si occupa di scrittura e di comunicazione; ma anche soltanto per chi desidera crescere come semplice lettore. Avevo appena finito di rileggere Apocalittici e Integrati (ancora oggi un testo formidabile): Umberto Eco è uno dei pochissimi che riesce sempre a stupirmi, interessarmi, darmi spunti sempre nuovi o prospettive che ancora non avevo sondato. Mica poco, in questi nostri mala tempora.

Umberto Eco, Apocalittici e integrati

Questo è un libro che Eco pubblicò nel 1964, poco più che trentenne (Umberto Eco è nato a Alessandria il 5 gennaio del 1932). La mia edizione è la III dei Tascabili Bompiani del 1982.

L’ho riletto dopo anni: ebbene, questo è un testo che dovrebbe essere bibbia per chiunque professi qualunque mestiere che attiene alla comunicazione, all’arte, allo spettacolo. Un testo non soltanto più che valido ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo: un testo che traccia metodi di ricerca, definisce parametri di giudizio, delinea angoli prospettici attraverso i quali osservare fenomeni e fenomenologie anche di là da venire.

Alcuni dei capitoli di questo lavoro fondamentale sono un riferimento irrinunciabile: il capitolo dedicato al kitsch, i due capitoli dedicati ai personaggi, alcuni passi profetici della parte che indaga il fenomeno, allora fresco, della musica di consumo. Infine tutta la parte che tratta della fenomenologia della Televisione che, ricordo, allora non aveva ancora compiuto 10 anni di vita nel nostro Paese.

Il saggio – nella parte finale che dà il titolo a tutto il volume, Da Pathmos a Salamanca – con la vicenda del personaggio archetipico Milo Temesvar è un testo che rivela le capacità di un intellettuale e di un autore che sarà in grado di scrivere libri, ormai veri Classici,come Il nome della rosa o Baudolino.