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Andy Warhol, da una sua intervista

 

Da un’intervista a Andy Warhol (a cura di Gretchen Berg)

“[…] Io vedo tutto così, la superficie delle cose, una specie di Braille mentale, mi limito a passare le mani sulla superficie delle cose.

[…] Il mondo  mi incanta: mi dà una grande gioia, ma non sono un  sensuale.

[…] Non ho mai voluto essere pittore: volevo fare il ballerino di tip tap. Non so neanche se sono un esempio della nuova tendenza dell’arte americana, perché si fanno talmente tante cose qui e va talmente bene e in maniera formidabile che è difficile dire quale sia la tendenza. Non credo che una gran parte della gioventù mi prenda come modello, benché i giovani sembrino amare il mio lavoro, ma non sono il loro capofila o cose del genere.

[…] Se volete sapere tutto di Andy Warhol, basta che guardiate la superficie: quella delle miei pitture, dei miei film e la mia, lì sono io. Non c’è niente dietro. Io non credo che la mia posizione di artista riconosciuto sia in qualche modo precaria, i cambiamenti di moda in arte non mi abbattono, non fa veramente alcuna differenza: quando si pensa di non avere niente da perdere, allora non c’è da avere paura e io non ho niente da perdere. Non fa alcuna differenza che io sia accettato da una folla alla moda: se succede è meraviglioso e se non succede tanto peggio. Potrei essere altrettanto improvvisamente dimenticato. Anche questo non ha molta importanza. Ho sempre avuto la filosofia del «questo non ha una reale importanza». È una filosofia orientale più che occidentale. È troppo duro pensare alle cose. Credo che comunque le persone dovrebbero pensare di meno. Io non mi sforzo di insegnare alla gente a vedere le cose o a sentire le cose nei miei quadri: non vi è in essi assolutamente nessuna forma di educazione.

[…] Le interviste sono come sedersi alla Fiera del Mondo, in quelle automobili Ford che vi trasportano mentre qualcuno recita un commento; ho sempre l’impressione che le mie parole vengano da dietro di me, non da me. L’intervistatore dovrebbe semplicemente dirmi le parole che vuole che io dica e io le ripeterei dopo di lui. Penso che così andrebbe molto bene perché sono talmente vuoto che non trovo niente da dire.

Io mi interesso ancora alla gente, ma sarebbe talmente molto più semplice non occuparsene… È troppo complicato occuparsene…Non voglio essere troppo coinvolto dalla vita degli altri…Non voglio accostarmi troppo a loro…Non mi piace toccare le cose…È per questo che il mio lavoro è così distante da me stesso…”

Andy Warhol è nato a Pittsburgh, da una famiglia di origine cecoslovacca, il 6 agosto 1928. Il suo vero nome, con cui si firma anche nei suoi primi lavori è Andrew Warhola. Ha esordito come disegnatore pubblicitario, per affermarsi, tra il 1960 e il 1963, come il maggiore rappresentante della Pop Art. Si è occupato poi intensamente di cinema sperimentale.È morto a New York il 22 febbraio 1987.

 

L’intervista è tratta dal volume:

Il cinema di Andy Warhol di Adriano Aprà e Enzo Ungari, Arcana editrice, 1973