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Trifolao e tabui a Santo Stefano Roero

Ieri a Santo Stefano Roero, ospite il sindaco Renato Maiolo, si è svolta una bellissima iniziativa che ha visto la riunione di molti trifolao e dei loro tabui (i cani da cerca del tartufo). Sono stati premiati Cristiano Militello (Striscia la Notizia), Oliviero Toscani e Gian Carlo Caselli.

Santo Stefano è un paese di circa 1.400 abitanti situato a 300 m di altezza in pieno Roero (provincia di Cuneo): il Roero è un’area geografica che confina con il Monferrato astigiano, la Langa cuneese e le pianure del basso torinese. Una regione più selvaggia e variegata della bassa Langa e in cui oltre alle vigne c’è una presenza boschiva importante. I suoi vini più caratteristici sono un grande Nebbiolo e il famoso Arneis che qui ha la sua patria.

Vedere riuniti oltre trenta cagnini (bellissimi i Pagotti) per molte ore e non sentire neanche un latrato è qualcosa di meraviglioso. Bestiole educatissime, rispettose, affettuose verso i loro padroni: incredibile, un’esperienza emozionante.

Abbiamo concluso la giornata con un pranzo per 150 persone (25 euro) a dir poco sorprendente per la qualità del cibo e dei vini. Tra l’altro da memorare i cotechini con sancrau (crauti in piemontese) e uno bollito spettacolare. A cura del catering del ristorante Bellavista di Castellinaldo. Eccellenti i vini locali (Roero DOCG, gran Nebbiolo sempre).

Marrone

In una giornata dal caldo secco che morde con le mascelle di giaguaro scendo da La Morra verso la direttrice che unisce Alba a Barolo. Dopo qualche ripido tornante si trova un bivio: a sinistra si va verso Santa Maria e Serra dei Turchi, a destra s’imbocca la strada che porta in frazione Annunziata, nome che è garanzia di grandi vini.

Vado a incontrare Serena Marrone, nella sede di questa particolare azienda che poco, a dire il vero, conosco.

Si tratta di azienda dalle solide tradizioni di Langa, fondata dal bisnonno Pietro (proveniente da Madonna di Como, due passi da Alba e grande cru di Dolcetto): quasi 200.ooo bottiglie che finiscono per il 90% all’esportazione e per il resto vendute nell’accogliente cantina da poco rimessa a nuovo.

E’ Gian Piero oggi che guida questa realtà virata al femminile: mamma Giovanna con le figlie Denise (commerciale), Serena (amministrazione) e Valentina (enologa formatasi a Alba). C’è già una nipotina e un’altra – il progetto si chiamerà Sofia, attesa per la prossima vendemmia – è in lavorazione dentro il pancino di Serena (i migliori auspici, pare ovvio).

Avevo conosciuto qualche anno fa il Dolcetto (ottimo, un Dolcetto d’Alba di quelli che non sono stati concepiti per fare a cazzotti con le Barbera…), ma niente di più: oltretutto i prodotti della famiglia Marrone sono poco o punto recensiti e non sono, se non in qualche raro caso, distribuiti sul mercato nazionale.

Serena è stata assai cortese e disponile. E’ appassionata, pare giusto: come mi ha descritto l’origine del nome “Pantalera” (una specie di palla a pugno ridotta) per la loro Barbera mi ha fatto capire molto dei legami familiari.

In un ambiente da poco ristrutturato e assai piacevole (ordine e pulizia regnano sovrani) ho avuto modo di bere e valutare un Arneis (Tre Fie, appropriato…), un eccellente Chardonnay, l’insolito rosato di Dolcetto, la Barbera e il Barolo Pichemej 2009.

Non entro in dettagli che saranno oggetto di una più approfondita e successiva valutazione (che farò, come al solito, nella calma e nella rigogliosa solitudine di casa mia in cui l’unica distrazione è costituita dalle migliaia di volumi della mia biblioteca che mi controllano con malcelata severità): certo ho bevuto vini ottimi, alcuni eccellenti, che hanno tutti – proprio tutti! – la stessa firma. Fantastico e sorprendente.

Quando mi trovo a valutare questi vini, sono facile preda dell’entusiasmo e mi piace perfino l’Arneis!! Ne parlerò: ne berrò e ne parlerò con dovizia.

Considerazione finale: occorre ammettere che non sono poche le aziende, oggi e specialmente in Langa, che producono vini di livello medio alto e alto.

Avanti così, pare ovvio.

http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it

Una chicca: Arneis e Nebbiolo per un metodo classico

Si chiama Federico Signetti, è il responsabile della produzione della Luigi Bosca di Canelli. Diplomato all’Enologico di Alba nel 2000, dopo qualche anno di servizio presso la Contratto, da cinque anni lavora in Bosca. E’ uno dei pochi giovani che il remuage sa farlo manualmente e di spumanti se ne intende per davvero; oltretutto, con una passione notevole che sprizza da tutti i pori. In proprio lavora da vigneti di famiglia circa 15.000 bottiglie nel Roero: soprattutto Arneis e Nebbiolo. Ma la chicca, davvero sorprendente, è una produzione di 1.500 bottiglie non in vendita di un metodo classico prodotto con una cuvée di Arneis e Nebbiolo (vinificato in rosato) al 50%. E’ un vino che mi ha lasciato sbalordito: colore rosato tenue che vira verso il bronzo, perlage finissimo, naso con crosta di pane di grande evidenza e palato con spiccata acidità, grande sapidità e lunga eleganza che persiste in bocca e in gola: incredibile per uno spumante prodotto con uve che in genere non sono usate per  questa tipologia di prodotto. Purtroppo, non è in vendita, ma assicuro essere uno dei vini che in questo periodo mi ha sorpreso di più: al meglio, ovviamente!

Ristorante Rural

Ci sono andato con Claudia Rosso che è la responsabile della comunicazione e del marketing della famiglia Damilano, barolisti insigni e proprietari dei marchi Sparea e Valmora, oltre che del Pastificio Defilippis in via Lagrange (di cui parlerò). E’ stato inaugurato nel gennaio del 2010, situato in corso Verona, è senza dubbio uno dei migliori ristoranti in Torino. A cominciare dall’arredamento e dall’atmosfera: luminoso, di classe ma minimale; per continuare con il servizio: cortese e efficente senza essere assillante. Per finire con la qualità dell’offerta, sia per la cucina sia per la carta dei vini. Lo chef, sotto la consulenza dello stellato Massimo Camia, è il giovane e molto promettente Alessandro Levo: meno di trent’anni, ma con un curriculum invidiabile (Cracco e Iaccarino, giusto per citare qualcuno). Mi ha proposto un correttissimo vitello tonnato, strepitosi gnocchi di patate rosse di montagna con vongole, pomodorini e basilico e un baccalà in crema di cannellini di sorprendente equilibrio e delicatezza. Ci ho bevuto l’Arneis Damilano – uno dei pochi Arneis degni di essere bevuti, nulla di eccezionale ma non si può pretendere altro da un Arneis, ancorché buono – e il rosato Damilano, discreto (Damilano ha ben altri vini, di ben altra qualità: ma dovevo bere quelli che conoscevo di meno, comunque più che onesti). In sala il bravo Marco Masera, anch’egli giovane e capace. Un posto che posso raccomandare con calore, che merita di essere meglio conosciuto di quanto lo sia finora. Un posto poco “torinese” e di gran qualità. Dalla prossima settimana tutti i lunedì propone un aperitivo degno di questo nome (non le ciofeche, carissime che si trovano in giro e meritano di chiamarsi «apericena»: un termine orrendo per un’offerta sempre scadente). Si spende una cifra onesta in un locale di un centinaio di coperti in cui si può parlare senza subire il fastidioso brusio di certi ristorantacci.